Verso una rivoluzione delle peer review?

Nell’ambito della ricerca scientifica [sto riprendendo quasi letteralmente da wikipedia] la valutazione tra pari (comunque meglio nota con il termine inglese di peer review) indica la valutazione esperta eseguita da specialisti del settore intesa ad attestare l’idoneità alla pubblicazione scientifica su riviste specializzate.

La ragione principale della peer review sta nel fatto che è spesso molto difficile per un singolo autore, o per un gruppo di ricerca, riuscire a individuare tutti gli errori o i difetti di un proprio studio. Questo perché l’autore può essere vittima di bias o perché in un prodotto intellettuale innovativo un possibile miglioramento può essere proposto da persone con conoscenze molto specifiche. Di conseguenza mostrare il proprio lavoro ad altri ricercatori dello stesso campo di studi aumenta la probabilità che eventuali debolezze vengano identificate e, grazie anche a consigli e incoraggiamenti da parte del revisore stesso, corrette. Così la revisione raggiunge lo scopo ultimo di filtro delle informazioni e delle ricerche realmente affidabili ovvero verificabili e degne quindi di pubblicazione, scartando spesso quelle non originali, dubbie ovvero non convincenti, false o addirittura fraudolente. L’anonimato (quasi sempre garantito) e l’indipendenza dei revisori hanno poi lo scopo di incoraggiare critiche aperte e scoraggiare eventuali parzialità nelle decisioni sulla accettazione della pubblicazione o suo rifiuto o rigetto.

Il problema è che il processo di peer reviewing è oneroso (soprattutto per i referee, che in genere non sono retribuiti) e spesso estremamente lento.

Peer review

wikipedia.org

Ora – segnala The Scientist (A Peer Review Revolution? | The Scientist) – un gruppo di ricercatori finlandesi propone un servizio online, Peerage of Science. Non è più il comitato di redazione di una rivista scientifica che individua i referee e chiede loro di valutare l’articolo. Sono gli stessi ricercatori che fanno un upload del loro manoscritto, che viene automaticamente reso anonimo e reso disponibile per la valutazione soltanto ai membri registrati. Sulla base delle keyword dell’articolo, gli esperti della materia sono avvertiti e possono assegnare un punteggio da 1 a 5. Soltanto gli articoli che superano una soglia predefinita sono avviati alle riviste scientifiche del settore, che possono invitare l’autore a pubblicare l’articolo presso di loro (l’autore, ovviamente, può declinare l’invito).

A me pare un’idea promettente (anche se attualmente opera prevalentemente in ambito biologico e ambientale). Voi che ne dite?

Gibson, il profeta riluttante. Una seconda intervista sul suo nuovo libro

William Gibson

William Gibson (Credit: Michael O'Shea) – salon.com

On the Toronto stop of his book tour this month, William Gibson was asked by an earnest 20-something reader for advice: “Give my generation whatever you think is helpful for it to survive.” Where an author with an inflated sense of self-worth might have dispensed a few pearls of wisdom, Gibson replied that one should distrust people on stages offering programs for how to build the future.

As much as people look to Gibson as a prophet, the science-fiction writer who invented the term “cyberspace” (in the 1982 short story “Burning Chrome”) helped conceptualize the ways we interact with the Web (in 1984’s “Neuromancer” and later works) and foretold the explosion of reality TV (in 1993’s “Virtual Light”) is notoriously reluctant to predict the future. The title of his new collection of journalism and essays, “Distrust That Particular Flavor,” is taken from a piece on H.G. Wells where Gibson explains his suspicion of “the perpetually impatient and somehow perpetually unworldly futurist, seeing his model going terminally wrong in the hands of the less clever.” Though he’s often able to extrapolate from the present with great prescience, Gibson prefers to probe, not prescribe.

Continuate a leggere l’intervista a Gibson su Salon:

William Gibson: I really can’t predict the future – Science Fiction and Fantasy – Salon.com

La musica dei pianeti (da Pitagora a Bach)

Continuando l’esplorazione di musiche “strane” e contaminate, abbiamo qui Mandala di Daniel Starr-Tambor. A ogni pianeta del sistema solare è assegnata una nota della scala armonica naturale, dal Si di Mercurio al Do# di Plutone tre ottave sopra. È una composizione palindroma, il più lungo palindromo mai scritto.

Mandala

brainpickings.org

C’è anche un omaggio a Bach.

L’ho scoperto su Brain Pickings, un blog interessantissimo: l’ho già detto?

The Solar System Set to Music: A Near-Perpetual Homage to Bach | Brain Pickings

Nel video l’autore spiega come ha fatto e varie altre cose con dei cartelli. Buona visione e buon ascolto.

La musica degli anelli degli alberi

Immagino sappiate che il numero degli anelli che si vedono in un tronco d’albero tagliato permette di stabilire quanti anni aveva l’albero e che con questo modo si possono calcolare date di eventi lontani nel tempo.

Ma una “fetta” di tronco d’albero assomiglia anche a un vecchio 33 giri di vinile. Era soltanto questione di tempo che a qualcuno venisse voglia di suonarlo. L’ha fatto Bartholomäus Traubeck con un pezzo che si chiama, prevedibilmente, Years.

La storia completa la trovate qui: Hacked Record Player Turns Tree Rings Into Music.

Qui invece il video. Buon ascolto.

Martin Amis – The Pregnant Widow

Amis, Martin (2010). The Pregnant Widow. London: Jonathan Cape. 2010.

amazon.com

amazon.com

A me Martin Amis piace tantissimo, fondamentalmente per la sua cattiveria e il suo sarcasmo. Non sempre, però, sa mantenersi all’ottimo livello cui ci hanno abituati romanzi come London Fields (il suo capolavoro, a parer mio) e in questi casi capita di restare un po’ delusi, alla fin fine.

Penso di avere letto tutte, o quasi, le opere che ha pubblicato in volume (ho fatto un rapido controlo su Wikipedia: mi sa che ho letto proprio tutto!), ma su questo blog ho recensito soltanto una raccolta di saggi, The Second Plane.

Al proposito, va detto che Amis scrive, molto spesso, saggi (forse è più appropriato usare, come in inglese, semplicemente il negativo: non-fiction), e con opinioni appassionatamente e polemicamente sostenute, spesso al limite del paradosso (e senza paura di cambiare drasticamente opinione, dal timore/terrore militante dell’annichilamento atomico della gioventù all’esplicito sostegno all’avventura militare irachena più di recente, pur restando sempre morbosamente affascinato dalle figure – Saddam o Stalin – in cui si incarna il male, che tende sempre a percepire e descrivere come assoluto), in genere fortemente controverse, fino allo scandalo sulla scena letteraria britannica. In questo modo, il confine tra non-fiction con grandi capacità letterarie e fiction ricca di opinioni e osservazioni di costume tende a sfumarsi.

Mi sembra – e non sono il solo a dirlo – che con questo romanzo Amis torni ai fasti della trilogia londinese (Money, London Fields, The Information) dopo alcune prove piuttosto opache. Ancora di più, non fosse che per motivi anagrafici, The Pregnant Widow ci riporta ai tempi e ai temi del romanzo di debutto di Amis, The Rachel Papers, in cui Amis ci aveva fatto incontrare il suo alter ego Charles Highway, brillante e narcisistico teenager che seguiamo a Londra nell’estate precedente il suo ingresso a Oxford, cui è ovviamente predestinato per censo e cultura prima che per qualità intrinseche.

In The Pregnant Widow siamo nell’estate del 1970. L’alter ego dell’autore si chiama questa volta Keith Nearing e Amis non nasconde gli intenti autobiografici in modo insieme sarcastico e spavaldo:

Everything that follows is true. Italy is true. The castle is true. The girls are all true, and the boys are all true (Rita is true, Adriano, incredibly, is true). Not even the names have been changed. Why bother? To protect the innocent? There were no innocent. Or else all of them were innocent – but cannot be protected. [p. 4]

Con la medesima programmatica spavalderia, a epigrafe del libro è riportata la definizione di narcisismo del Concise Oxford English Dictionary.

Al di là della storia, a volte toccante, a volte grottesca, il romanzo è percorso dalla sensazione che quegli anni fossero un crocevia della storia – anni rivoluzionari, ma la rivoluzione era la rivoluzione sessuale, come ha raccontato anche Bernardo Bertolucci in The Dreamers – I sognatori – e che gli adolescenti di allora (Keith è alla vigilia del suo 21esimo compleanno) ne siano stati più le vittime che gli eroi.

Io ho qualche anno meno di Amis e del suo protagonista, e certamente (ancorché in molte dimensioni un privilegiato anch’io) ero piuttosto distante culturalmente e socialmente da quell’élite cui appartengono Keith Nearing e le sue amiche. Eppure, il romanzo ha toccato in me corde diverse, anche se non necessariamente più profonde, di quelle solite: ho sentito vivissima quella specie di inquietudine piena di attese e di ansie che mi accompagnavano alle feste e agli incontri con ragazze “nuove”, la distanza tra il mio mondo interiore e quello che riuscivo a trasmettere all’esterno (e che mi sembrava, e probabilmente era, paurosamente inadeguato). Ho rivissuto in Keith la capacità narcisistica di produrre affabulazioni ai limiti dell’autoinganno e cui volevo disperatamente credere. E condivido il punto di vista di Keith (il cui io narrante ripercorre quell’estate 40 anni dopo) e probabilmente dello stesso Amis che alcune settimane e alcuni mesi di quegli anni di formazione ci hanno poi accompagnato e segnato per sempre, sono stati momenti fondanti del nostro personale Bildungsroman.

A me, per esempio, l’atmosfera del “castello” in Campania ha ricordato un inizio di settembre, mi pare fosse il 1969, in cui attraverso amici di amici (o più esattamente amici dei figli di amici di mio padre) avevo incontrato una biondissima e bellissima sedicenne, figlia di professionisti napoletani, con spettacolare villa sulla costa tra Sperlonga e Gaeta. Il fatto che i genitori la lasciassero sola nella villa durante la settimana (OK, con una persona di servitù), e che quindi noi ragazzi fossimo soli sulla spiaggia e nella casa, aveva profondamente sconvolto le mie fantasie (non che se ne fosse accorto nessuno, spero). Se chiudo gli occhi rivedo la peluria dorata che aveva sulla nuca e sulle braccia abbronzate. Per me era Nausicaa in bikini e pareo, punto e basta.

La vedova incinta del titolo è un riferimento al rivoluzionario russo Alexander Herzen, e a un’espressione coniata nel suo Dall’altra sponda (Milano: Adelphi,  1993):

The title is borrowed from Alexander Herzen, the 19th-century Russian thinker. “The death of the contemporary forms of social order ought to gladden rather than trouble the soul,” Herzen wrote. “Yet what is frightening is that the departing world leaves behind it not an heir, but a pregnant widow. Between the death of one and the birth of another, much water will flow by, a long night of chaos and desolation will pass.” [Alex Bilmes, ""Martin Amis: 'Women have got too much power for their own good' ", The Telegraph, 2 febbraio 2010]

Il libro è da leggere, se conoscete già Martin Amis. Se non lo conoscete, vi suggerisco di non cominciare da qui, ma (forse) dalla trilogia londinese. Qui di seguito, comunque, qualche assaggio.

* * *

Nicholas, when he was coming of age in the mid-1960s, found himself involved in a series of long, boring, repetitve, and in fact completely circular arguments with his father. [...]
The circular arguments were ostensibly about various limits to be imposed on Nicholas’s Freedom and independence. In fact they were about sex before marriage. But there was never any mention of sex before marriage (rendering the arguments circular). And this was Professor Karl Shackleton, sociologist, positivist, progressivist. Karl was all those things – but he hadn’t had sex before marriage. And, looking back, he liked the idea of having sex before marriage. We may parenthetically note that it is the near-universal wish of dying men that they had had much more sex with many more women.
[...] It was only Nicholas, his male flesh and blood, that Karl really envied. And envy, the dictionary suggest, takes us by a knight’s move to empathy. From L. invidere ‘regard maliciously’, from in- ‘into’ + videre ‘to see’. Envy is negative empathy. Envy is empathy at the wrong place in the wrong time. [pp. 112-113]

[Keith e Lily discutono Jane Austen]
‘Catherine Morland has big tits. Jane Austen more or less tells you that. It’s in code. See, Lydia’s the tallest and youngest sister – and she’s stout. That’s code for a big arse.’
‘And what’s the code for big tits?’
Consequence. When Catherine’s growing up she gets plumper and her figure gains consequence. Consequence – that’s code for big tits.’ [p. 158]

There used to be the class system, and the race system, and the sex system. the three systems are gone or going. And now we have the age system.
Those between twenty-eight and thirty-five, ideally fresh, are the super-elite, the tsars and tsarinas; those between eighteen and twenty-eight, plus those between thirty-five and forty-five, are the boyars, the nobles; all the others under sixty comprise the bourgeoisie; everybody between sixty and seventy represents the proletariat, the hoi polloi; and those even older than that are the serfs and the wraiths of slaves.
Hoi polloi: the many. And, oh, we will be many (he meant the generation less and less affectionately known as the Baby Boomers9. And we will be hated too. Governance, for at least a generation, Keith read, will be a matter of trasferring wealth fron the young to the old. And they won’t like that, the young. They won’t like the silver tsunami, with the old hogging the social services and stinking up the clinics and the hospitals, like an inundation of monstrous immigrants. There will be age wars, and chronological cleansing… [p. 230]

You know, it’s not the rich who’re really different from us. It’s the beautiful. [p. 244]

‘I’m sorry. I’m sorry.’
Love story. The one we hated. Remember? Hysterical sex means never having to say you’re sorry.’
[...] The truth of it being that love meant always having to say you’re sorry. [p. 244]

What do you do in a revolution? This. You grieve for what goes, you grant what stays, you greet what comes (p. 381]

Death – the dark backing a mirror needs before it can show us ourselves. [p. 462]

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Steven Levy – In The Plex

Levy, Steven (2011). In The Plex. New York: Simon & Schuster. 2011.

In The Plex

stevenlevy.com

Una biografia – viene spontaneo dire – documentata e simpatetica di Google. Levy ha letteralmente vissuto per molti mesi dentro la sede di Google (il plex del titolo), con un accesso senza precedenti alla vita e alla documentazione di una delle imprese più “chiuse” e misteriose, per scrivere questo libro. Che, nonostante qualche sospetto di eccesso di simpatia (scratch my back and I’ll scratch yours o sindrome di Stoccolma?), ha davvero moltissimi motivi di interesse.

Ma la storia di Google è talmente straordinaria che il libro merita assolutamente di essere letto. Tanto più, che Levy scrive in modo gradevole e scorrevole e, di conseguenza, la lettura è molto più agevole di quanto non faccia temere il volume del volume (battuta cretina e per di più gratuita, dal momento che io l’ho letto in digitale).

Ma forse la cosa più interessante, e forse più inattesa del libro, non è la storia del successo di Google (assolutamente inaspettato e imprevedibile, dato che Page e Brin si sono letteralmente inventati un’economia e un modo di fare soldi che prima di loro letteralmente non esisteva), ma la documentazione di un modo di gestire un’impresa anch’esso innovativo, ma perseguito (nonostante qualche caduta) con grande coerenza e continuità.

Il libro ha avuto un successo enorme, almeno negli Stati Uniti. Levy ne è comprensibilmente orgoglioso (con un filo d’ironia) e ha scritto sul suo blog il 5 dicembre 2011:

It’s the end of the year, so people are compiling “best-of” lists.
Not that I’m paying attention.
I hardly noticed that Amazon selected In the Plex as the best business book of the year.
Or that Audible chose the audio version (wonderfully voiced by L. J. Ganser) as the best audio business book of the year.
Or that the Library Journal listed it among its best business books of 2011.
And Kirkus review included it in its list of best non-fiction books of any stripe. (The package links to a smart interview that Kirkus did with me about the book.)
Or that Strategy + Business a worldly publication that every year picks the class of the lot included Plex as one of the top tech-biz books of the year, with the super-smart (and sometime finicky) Michael Schrage calling the book a “superb, surprisingly comprehensive Baedeker of what makes Google Google.”
Not that I’m keeping track. Still, thought you folks should know. Just in case you were shopping for friends and relatives for the holidays.

* * *

I miei personali appunti, a volte con qualche commento (ovviamente, non siete obbligati a leggerli). Il riferimento è alla posizione sul Kindle:

[Cominciamo da una battuta che riassume in due righe tutta la "filosofia" di Google]: “That’s not the way to think,” she said. “We are focused on our users. If we make them happy, we will have revenues.” [130]

He often thought of the people in his home country, who were not just poor but information-impoverished as well. [832: una definizione implicita del digital divide, da parte di uno dei primi impiegati di Google, Anurag Acharya, indiano]

One day, while talking to Ben Gomes in the kitchen in the Googleplex at 2400 Bayshore Avenue, he [Georges Harik, uno dei primi 10 dipendenti di Google] described his concept of how compressing data was equivalent in many ways to understanding it. That concept, he argued, could be a key to algorithmically squeezing meaning from web pages.
[...]
For the next year and a half, Harik and Shazeer studied probabilistic models of things such as why people often use clusters of words in the same phrases. “For instance,” he says, “when people write the word ‘gray,’ what words are they willing to write afterwards, like ‘elephant’?” The secret to compressing web pages into themes, they discovered, turned out to be prediction: if you can predict what will happen next, you can compress the page. The payoff is that as you get better at predicting a page, you get better at understanding it. Since Harik and Shazeer had the benefit of many terabytes of data documenting the web and the way Google’s users interacted with it, they made good progress and developed ideas about identifying what clusters of words went together. Then, using machine learning, they trained the system to find more clusters and develop rules. [2075-2084]

Varian was uniquely qualified to vet Google’s approach to making money online. He’d been thinking like an economist ever since he was twelve, when he’d read Isaac Asimov’s Foundation Trilogy and become enchanted with a character who constructed mathematical models to explain societal behavior. [2425: sì, me n'ero innamorato anch'io, ma poi ne sono venuto fuori. Mannaggia]

It’s like the census data, he would say, only Google does much better analyzing its information than the government does with the census results. [2483: Qing Wu sull'analisi dei click-through rates]

Early in its history, Google instituted a “20 percent rule,” stating that employees can devote one day a week, or the equivalent, to a project of their choosing, as opposed to something imposed by a manager or boss. [2568: una regola che, se ne avessi il potere, introdurrei immediatamente nella struttura di ricerca dove lavoro]

Page once said that anyone hired at Google should be capable of engaging him in a fascinating discussion should he be stuck at an airport with the employee on a business trip. [2864]

Page was showing his mother around Google one day, and he introduced her to Rosenberg. “What does he do?” she asked Larry. “Well, at first I wasn’t sure,” he told her. “But I’ve decided that now he’s the reason I sometimes have free time.” [3332: sostanzialmente, sul ruolo dei product manager in Google]

[Sugli OKRs – Objectives and Key Results, il metodo di valutazione dei risultati in Google. Levy si chiede anzitutto se sono un segnale di] Dilbertization at Google, an annoying program that diverted energy from real work. [Ma si risponde che, al contrario, sono profondamente radicati nella cultura Google] Even worse than failing to make an OKR was exceeding the standard by a large measure; it implied that an employee had sandbagged it, played it safe, thought small. Google had no place for an audacity-challenged person whose grasp exceeded his reach.
The sweet spot was making about .7 or .8 of your OKR. (Geekily enough, the metric was measured by a decimal representation of how close an employee came to the OKR, with the integer 1 being an exact hit.) [3399-3403]

The company was an information lobster, hard-shelled on the outside but soft and accessible on the inside. [3423]

Even though storage was increasingly inexpensive, the information technology (IT) people in charge of the corporate systems policed disk space as if it were made of platinum. [3502]

Principles always make sense until it’s personal [3634: commento di Denise Griffin, di Google, su un incidente in cui si decise di non "oscurare" un'informazione emergente da una search su Google su Eric Schmidt]

The implicit message was that the only thing that should be deleted was the concept of limited storage. [3696: sulla mancanza del bottone delete in Gmail]

(A Code Yellow is named after a tank top of that color owned by engineering director Wayne Rosing. During Code Yellow a leader is given the shirt and can tap anyone at Google and force him or her to drop a current project to help out. Often, the Code Yellow leader escalates the emergency into a war room situation and pulls people out of their offices and into a conference room for a more extended struggle.) [3669]

[...] if you want to transform an economy from manufacturing to information, you’ve got to pull fiber [...] [4004]

It was the familiar model of giving away the razor and making money on the blades. [4441]

[...] since Google’s organization was so flat, promotions were always hard. [5387]

[...] I’m a big believer in reason and fact and science and evidence and feedback [...] [6532: dal discorso di Obama al Googleplex in campagna elettorale].

Ten years earlier, Larry Page had felt the world would be better when people had instant access to the truth. Google had delivered the means to do this, but it didn’t seem to matter a bit.
[...] I’m a vegetarian trapped inside the sausage factory [...] [6742-6745: sulla delusione dopo l'elezione di Obama]

Ideas, he [Mike Jones] explained, were like babies—everything about their environment said they shouldn’t exist. But they do. You can’t dwell on problems too early, or they will swamp the virtues and you will decide not to do the project. [7046]

[Il motto di Joe Kraus, un altro di Google:] “go fast alone, go far together.” [7730]

[...]] skunkworks. (That appellation, first used at Lockheed aircraft during World War II, is a generic term for an off-the-books engineering effort that operates outside a company’s stifling bureaucracy. The fact that Google needed a skunkworks was telling in itself.) [7852]

William Gibson parla del suo iPad

William Gibson

Michael O' Shea

Considerato uno scrittore di fantascienza, citato come il padre del cyberpunk e come colui che ha coniato il termine “ciberspazio”, William Gibson dimostra (ma non ce n’è bisogno per chi lo conosce e lo ama) di possedere un ingegno multiforme e quasi rinascimentale nella raccolta di saggi appena pubblicata, Distrust That Particular Flavor.

Distrust That Particular Flavor

boingboing.net

Barbara Chai del Wall Street Journal l’ha intervistato.

Sci-Fi Writer William Gibson on His iPad – Speakeasy – WSJ

William Gibson Calls SOPA ‘Draconian’ – Speakeasy – WSJ

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