La musica degli anelli degli alberi

Immagino sappiate che il numero degli anelli che si vedono in un tronco d’albero tagliato permette di stabilire quanti anni aveva l’albero e che con questo modo si possono calcolare date di eventi lontani nel tempo.

Ma una “fetta” di tronco d’albero assomiglia anche a un vecchio 33 giri di vinile. Era soltanto questione di tempo che a qualcuno venisse voglia di suonarlo. L’ha fatto Bartholomäus Traubeck con un pezzo che si chiama, prevedibilmente, Years.

La storia completa la trovate qui: Hacked Record Player Turns Tree Rings Into Music.

Qui invece il video. Buon ascolto.

Martin Amis – The Pregnant Widow

Amis, Martin (2010). The Pregnant Widow. London: Jonathan Cape. 2010.

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A me Martin Amis piace tantissimo, fondamentalmente per la sua cattiveria e il suo sarcasmo. Non sempre, però, sa mantenersi all’ottimo livello cui ci hanno abituati romanzi come London Fields (il suo capolavoro, a parer mio) e in questi casi capita di restare un po’ delusi, alla fin fine.

Penso di avere letto tutte, o quasi, le opere che ha pubblicato in volume (ho fatto un rapido controlo su Wikipedia: mi sa che ho letto proprio tutto!), ma su questo blog ho recensito soltanto una raccolta di saggi, The Second Plane.

Al proposito, va detto che Amis scrive, molto spesso, saggi (forse è più appropriato usare, come in inglese, semplicemente il negativo: non-fiction), e con opinioni appassionatamente e polemicamente sostenute, spesso al limite del paradosso (e senza paura di cambiare drasticamente opinione, dal timore/terrore militante dell’annichilamento atomico della gioventù all’esplicito sostegno all’avventura militare irachena più di recente, pur restando sempre morbosamente affascinato dalle figure – Saddam o Stalin – in cui si incarna il male, che tende sempre a percepire e descrivere come assoluto), in genere fortemente controverse, fino allo scandalo sulla scena letteraria britannica. In questo modo, il confine tra non-fiction con grandi capacità letterarie e fiction ricca di opinioni e osservazioni di costume tende a sfumarsi.

Mi sembra – e non sono il solo a dirlo – che con questo romanzo Amis torni ai fasti della trilogia londinese (Money, London Fields, The Information) dopo alcune prove piuttosto opache. Ancora di più, non fosse che per motivi anagrafici, The Pregnant Widow ci riporta ai tempi e ai temi del romanzo di debutto di Amis, The Rachel Papers, in cui Amis ci aveva fatto incontrare il suo alter ego Charles Highway, brillante e narcisistico teenager che seguiamo a Londra nell’estate precedente il suo ingresso a Oxford, cui è ovviamente predestinato per censo e cultura prima che per qualità intrinseche.

In The Pregnant Widow siamo nell’estate del 1970. L’alter ego dell’autore si chiama questa volta Keith Nearing e Amis non nasconde gli intenti autobiografici in modo insieme sarcastico e spavaldo:

Everything that follows is true. Italy is true. The castle is true. The girls are all true, and the boys are all true (Rita is true, Adriano, incredibly, is true). Not even the names have been changed. Why bother? To protect the innocent? There were no innocent. Or else all of them were innocent – but cannot be protected. [p. 4]

Con la medesima programmatica spavalderia, a epigrafe del libro è riportata la definizione di narcisismo del Concise Oxford English Dictionary.

Al di là della storia, a volte toccante, a volte grottesca, il romanzo è percorso dalla sensazione che quegli anni fossero un crocevia della storia – anni rivoluzionari, ma la rivoluzione era la rivoluzione sessuale, come ha raccontato anche Bernardo Bertolucci in The Dreamers – I sognatori – e che gli adolescenti di allora (Keith è alla vigilia del suo 21esimo compleanno) ne siano stati più le vittime che gli eroi.

Io ho qualche anno meno di Amis e del suo protagonista, e certamente (ancorché in molte dimensioni un privilegiato anch’io) ero piuttosto distante culturalmente e socialmente da quell’élite cui appartengono Keith Nearing e le sue amiche. Eppure, il romanzo ha toccato in me corde diverse, anche se non necessariamente più profonde, di quelle solite: ho sentito vivissima quella specie di inquietudine piena di attese e di ansie che mi accompagnavano alle feste e agli incontri con ragazze “nuove”, la distanza tra il mio mondo interiore e quello che riuscivo a trasmettere all’esterno (e che mi sembrava, e probabilmente era, paurosamente inadeguato). Ho rivissuto in Keith la capacità narcisistica di produrre affabulazioni ai limiti dell’autoinganno e cui volevo disperatamente credere. E condivido il punto di vista di Keith (il cui io narrante ripercorre quell’estate 40 anni dopo) e probabilmente dello stesso Amis che alcune settimane e alcuni mesi di quegli anni di formazione ci hanno poi accompagnato e segnato per sempre, sono stati momenti fondanti del nostro personale Bildungsroman.

A me, per esempio, l’atmosfera del “castello” in Campania ha ricordato un inizio di settembre, mi pare fosse il 1969, in cui attraverso amici di amici (o più esattamente amici dei figli di amici di mio padre) avevo incontrato una biondissima e bellissima sedicenne, figlia di professionisti napoletani, con spettacolare villa sulla costa tra Sperlonga e Gaeta. Il fatto che i genitori la lasciassero sola nella villa durante la settimana (OK, con una persona di servitù), e che quindi noi ragazzi fossimo soli sulla spiaggia e nella casa, aveva profondamente sconvolto le mie fantasie (non che se ne fosse accorto nessuno, spero). Se chiudo gli occhi rivedo la peluria dorata che aveva sulla nuca e sulle braccia abbronzate. Per me era Nausicaa in bikini e pareo, punto e basta.

La vedova incinta del titolo è un riferimento al rivoluzionario russo Alexander Herzen, e a un’espressione coniata nel suo Dall’altra sponda (Milano: Adelphi,  1993):

The title is borrowed from Alexander Herzen, the 19th-century Russian thinker. “The death of the contemporary forms of social order ought to gladden rather than trouble the soul,” Herzen wrote. “Yet what is frightening is that the departing world leaves behind it not an heir, but a pregnant widow. Between the death of one and the birth of another, much water will flow by, a long night of chaos and desolation will pass.” [Alex Bilmes, ""Martin Amis: 'Women have got too much power for their own good' ", The Telegraph, 2 febbraio 2010]

Il libro è da leggere, se conoscete già Martin Amis. Se non lo conoscete, vi suggerisco di non cominciare da qui, ma (forse) dalla trilogia londinese. Qui di seguito, comunque, qualche assaggio.

* * *

Nicholas, when he was coming of age in the mid-1960s, found himself involved in a series of long, boring, repetitve, and in fact completely circular arguments with his father. [...]
The circular arguments were ostensibly about various limits to be imposed on Nicholas’s Freedom and independence. In fact they were about sex before marriage. But there was never any mention of sex before marriage (rendering the arguments circular). And this was Professor Karl Shackleton, sociologist, positivist, progressivist. Karl was all those things – but he hadn’t had sex before marriage. And, looking back, he liked the idea of having sex before marriage. We may parenthetically note that it is the near-universal wish of dying men that they had had much more sex with many more women.
[...] It was only Nicholas, his male flesh and blood, that Karl really envied. And envy, the dictionary suggest, takes us by a knight’s move to empathy. From L. invidere ‘regard maliciously’, from in- ‘into’ + videre ‘to see’. Envy is negative empathy. Envy is empathy at the wrong place in the wrong time. [pp. 112-113]

[Keith e Lily discutono Jane Austen]
‘Catherine Morland has big tits. Jane Austen more or less tells you that. It’s in code. See, Lydia’s the tallest and youngest sister – and she’s stout. That’s code for a big arse.’
‘And what’s the code for big tits?’
Consequence. When Catherine’s growing up she gets plumper and her figure gains consequence. Consequence – that’s code for big tits.’ [p. 158]

There used to be the class system, and the race system, and the sex system. the three systems are gone or going. And now we have the age system.
Those between twenty-eight and thirty-five, ideally fresh, are the super-elite, the tsars and tsarinas; those between eighteen and twenty-eight, plus those between thirty-five and forty-five, are the boyars, the nobles; all the others under sixty comprise the bourgeoisie; everybody between sixty and seventy represents the proletariat, the hoi polloi; and those even older than that are the serfs and the wraiths of slaves.
Hoi polloi: the many. And, oh, we will be many (he meant the generation less and less affectionately known as the Baby Boomers9. And we will be hated too. Governance, for at least a generation, Keith read, will be a matter of trasferring wealth fron the young to the old. And they won’t like that, the young. They won’t like the silver tsunami, with the old hogging the social services and stinking up the clinics and the hospitals, like an inundation of monstrous immigrants. There will be age wars, and chronological cleansing… [p. 230]

You know, it’s not the rich who’re really different from us. It’s the beautiful. [p. 244]

‘I’m sorry. I’m sorry.’
Love story. The one we hated. Remember? Hysterical sex means never having to say you’re sorry.’
[...] The truth of it being that love meant always having to say you’re sorry. [p. 244]

What do you do in a revolution? This. You grieve for what goes, you grant what stays, you greet what comes (p. 381]

Death – the dark backing a mirror needs before it can show us ourselves. [p. 462]

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Steven Levy – In The Plex

Levy, Steven (2011). In The Plex. New York: Simon & Schuster. 2011.

In The Plex

stevenlevy.com

Una biografia – viene spontaneo dire – documentata e simpatetica di Google. Levy ha letteralmente vissuto per molti mesi dentro la sede di Google (il plex del titolo), con un accesso senza precedenti alla vita e alla documentazione di una delle imprese più “chiuse” e misteriose, per scrivere questo libro. Che, nonostante qualche sospetto di eccesso di simpatia (scratch my back and I’ll scratch yours o sindrome di Stoccolma?), ha davvero moltissimi motivi di interesse.

Ma la storia di Google è talmente straordinaria che il libro merita assolutamente di essere letto. Tanto più, che Levy scrive in modo gradevole e scorrevole e, di conseguenza, la lettura è molto più agevole di quanto non faccia temere il volume del volume (battuta cretina e per di più gratuita, dal momento che io l’ho letto in digitale).

Ma forse la cosa più interessante, e forse più inattesa del libro, non è la storia del successo di Google (assolutamente inaspettato e imprevedibile, dato che Page e Brin si sono letteralmente inventati un’economia e un modo di fare soldi che prima di loro letteralmente non esisteva), ma la documentazione di un modo di gestire un’impresa anch’esso innovativo, ma perseguito (nonostante qualche caduta) con grande coerenza e continuità.

Il libro ha avuto un successo enorme, almeno negli Stati Uniti. Levy ne è comprensibilmente orgoglioso (con un filo d’ironia) e ha scritto sul suo blog il 5 dicembre 2011:

It’s the end of the year, so people are compiling “best-of” lists.
Not that I’m paying attention.
I hardly noticed that Amazon selected In the Plex as the best business book of the year.
Or that Audible chose the audio version (wonderfully voiced by L. J. Ganser) as the best audio business book of the year.
Or that the Library Journal listed it among its best business books of 2011.
And Kirkus review included it in its list of best non-fiction books of any stripe. (The package links to a smart interview that Kirkus did with me about the book.)
Or that Strategy + Business a worldly publication that every year picks the class of the lot included Plex as one of the top tech-biz books of the year, with the super-smart (and sometime finicky) Michael Schrage calling the book a “superb, surprisingly comprehensive Baedeker of what makes Google Google.”
Not that I’m keeping track. Still, thought you folks should know. Just in case you were shopping for friends and relatives for the holidays.

* * *

I miei personali appunti, a volte con qualche commento (ovviamente, non siete obbligati a leggerli). Il riferimento è alla posizione sul Kindle:

[Cominciamo da una battuta che riassume in due righe tutta la "filosofia" di Google]: “That’s not the way to think,” she said. “We are focused on our users. If we make them happy, we will have revenues.” [130]

He often thought of the people in his home country, who were not just poor but information-impoverished as well. [832: una definizione implicita del digital divide, da parte di uno dei primi impiegati di Google, Anurag Acharya, indiano]

One day, while talking to Ben Gomes in the kitchen in the Googleplex at 2400 Bayshore Avenue, he [Georges Harik, uno dei primi 10 dipendenti di Google] described his concept of how compressing data was equivalent in many ways to understanding it. That concept, he argued, could be a key to algorithmically squeezing meaning from web pages.
[...]
For the next year and a half, Harik and Shazeer studied probabilistic models of things such as why people often use clusters of words in the same phrases. “For instance,” he says, “when people write the word ‘gray,’ what words are they willing to write afterwards, like ‘elephant’?” The secret to compressing web pages into themes, they discovered, turned out to be prediction: if you can predict what will happen next, you can compress the page. The payoff is that as you get better at predicting a page, you get better at understanding it. Since Harik and Shazeer had the benefit of many terabytes of data documenting the web and the way Google’s users interacted with it, they made good progress and developed ideas about identifying what clusters of words went together. Then, using machine learning, they trained the system to find more clusters and develop rules. [2075-2084]

Varian was uniquely qualified to vet Google’s approach to making money online. He’d been thinking like an economist ever since he was twelve, when he’d read Isaac Asimov’s Foundation Trilogy and become enchanted with a character who constructed mathematical models to explain societal behavior. [2425: sì, me n'ero innamorato anch'io, ma poi ne sono venuto fuori. Mannaggia]

It’s like the census data, he would say, only Google does much better analyzing its information than the government does with the census results. [2483: Qing Wu sull'analisi dei click-through rates]

Early in its history, Google instituted a “20 percent rule,” stating that employees can devote one day a week, or the equivalent, to a project of their choosing, as opposed to something imposed by a manager or boss. [2568: una regola che, se ne avessi il potere, introdurrei immediatamente nella struttura di ricerca dove lavoro]

Page once said that anyone hired at Google should be capable of engaging him in a fascinating discussion should he be stuck at an airport with the employee on a business trip. [2864]

Page was showing his mother around Google one day, and he introduced her to Rosenberg. “What does he do?” she asked Larry. “Well, at first I wasn’t sure,” he told her. “But I’ve decided that now he’s the reason I sometimes have free time.” [3332: sostanzialmente, sul ruolo dei product manager in Google]

[Sugli OKRs – Objectives and Key Results, il metodo di valutazione dei risultati in Google. Levy si chiede anzitutto se sono un segnale di] Dilbertization at Google, an annoying program that diverted energy from real work. [Ma si risponde che, al contrario, sono profondamente radicati nella cultura Google] Even worse than failing to make an OKR was exceeding the standard by a large measure; it implied that an employee had sandbagged it, played it safe, thought small. Google had no place for an audacity-challenged person whose grasp exceeded his reach.
The sweet spot was making about .7 or .8 of your OKR. (Geekily enough, the metric was measured by a decimal representation of how close an employee came to the OKR, with the integer 1 being an exact hit.) [3399-3403]

The company was an information lobster, hard-shelled on the outside but soft and accessible on the inside. [3423]

Even though storage was increasingly inexpensive, the information technology (IT) people in charge of the corporate systems policed disk space as if it were made of platinum. [3502]

Principles always make sense until it’s personal [3634: commento di Denise Griffin, di Google, su un incidente in cui si decise di non "oscurare" un'informazione emergente da una search su Google su Eric Schmidt]

The implicit message was that the only thing that should be deleted was the concept of limited storage. [3696: sulla mancanza del bottone delete in Gmail]

(A Code Yellow is named after a tank top of that color owned by engineering director Wayne Rosing. During Code Yellow a leader is given the shirt and can tap anyone at Google and force him or her to drop a current project to help out. Often, the Code Yellow leader escalates the emergency into a war room situation and pulls people out of their offices and into a conference room for a more extended struggle.) [3669]

[...] if you want to transform an economy from manufacturing to information, you’ve got to pull fiber [...] [4004]

It was the familiar model of giving away the razor and making money on the blades. [4441]

[...] since Google’s organization was so flat, promotions were always hard. [5387]

[...] I’m a big believer in reason and fact and science and evidence and feedback [...] [6532: dal discorso di Obama al Googleplex in campagna elettorale].

Ten years earlier, Larry Page had felt the world would be better when people had instant access to the truth. Google had delivered the means to do this, but it didn’t seem to matter a bit.
[...] I’m a vegetarian trapped inside the sausage factory [...] [6742-6745: sulla delusione dopo l'elezione di Obama]

Ideas, he [Mike Jones] explained, were like babies—everything about their environment said they shouldn’t exist. But they do. You can’t dwell on problems too early, or they will swamp the virtues and you will decide not to do the project. [7046]

[Il motto di Joe Kraus, un altro di Google:] “go fast alone, go far together.” [7730]

[...]] skunkworks. (That appellation, first used at Lockheed aircraft during World War II, is a generic term for an off-the-books engineering effort that operates outside a company’s stifling bureaucracy. The fact that Google needed a skunkworks was telling in itself.) [7852]

William Gibson parla del suo iPad

William Gibson

Michael O' Shea

Considerato uno scrittore di fantascienza, citato come il padre del cyberpunk e come colui che ha coniato il termine “ciberspazio”, William Gibson dimostra (ma non ce n’è bisogno per chi lo conosce e lo ama) di possedere un ingegno multiforme e quasi rinascimentale nella raccolta di saggi appena pubblicata, Distrust That Particular Flavor.

Distrust That Particular Flavor

boingboing.net

Barbara Chai del Wall Street Journal l’ha intervistato.

Sci-Fi Writer William Gibson on His iPad – Speakeasy – WSJ

William Gibson Calls SOPA ‘Draconian’ – Speakeasy – WSJ

100 anni in 10 minuti

Il filmato non è male, anche se forse troppo concentrato sulla “histoire événementielle“. Ma avrebbe potuto essere altrimenti, volendo fare un filmato?

Ma ascoltatelo senza volume, perché la roboante colonna sonora è al limite della sopportabilità.

Perché gli scarabei “danzano” sulla loro pallina di cacca?

Chi mi segue sa da tempo che il letame “allieta” i campi e non dovrebbe stupirsi che gli scarabei mostrino al suo cospetto tanta contentezza da ballarci sopra.

E anche chi conosce un minimo di mitologia egizia (o ha letto Perdido Street Station di China Miéville) sa che Khepri, lo scarabeo sacro, dio del sol levante, ha l’importante ma defatigante compito di far rotolare la pallina (merdosa) del sole tramontato per tutti gli inferi, fino a spingerlo di nuovo sopra l’orizzonte all’alba.

Scarabaeus nigroaeneus

newscientist.com

Ora un gruppo di ricercatori dell’Università di Lund in Svezia, guidato da Emily Baird, conferma che gli egizi non erano del tutto fuori strada.

Why scarab beetles dance on a ball of dung – life – 18 January 2012 – New Scientist

Fare una pallina di sterco è attività che consuma tempo ed energie. Gli altri scarabei potrebbero essere tentati di rubare una pallina già fatta invece di farne una loro. La competizione è forte.Allora conviene allontanarsi il più rapidamente possibile dalla “miniera” di cacca e nascondersi in un posto tranquillo per consumare in pace la propria pallina. Per questo è essenziale seguire una linea retta e non perdere la rotta: la “danza” dello scarabeo servirebbe dunque a orientarsi con il sole, ogni volta che perde la bussola.

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NAturalmente, il riferimento alla “pallina che s’indovina” è irresistibile. Io l’avevo sentita raccontata da Walter Chiari, ma scopro che ha una più antica (e ben più nobile) origine milanese, direttamente dai magnanimi lombi di Carlo Porta

Appenna l’è dessora, la ghe dis,
Coss’hin mò sti balett d’induvinà?
Lù el respond: Hin balette de Paris,
che s’induvina tutt domà a fregà
con dò, o trè de quist i man, o el mostacc;
se ne comanda, hin a bon prezzi affacc.

Anzi, a chi voeur provà specci dopò
a fam pagà, che l’abbia induvinaa.
Comè l’è inscì, la dis, là demen dò.
Ma usmand i man dopo avei ben fregaa,
questa l’è m…, la repia, o catto;
lù scapand el respund: L’ha indivinato.

[Appena sono di sopra, le gli chiede: Che cosa sono mai queste palline che s'indovina? Lui risponde: Sono palline di Parigi, che s'indiìovina tutto solo a sfregare due o tre di queste tra le mani, o sui baffi; se ne ordina, sono a buon prezzo.
Anzi, per chi vuol provere, aspetto a farmi pagare che abbia indovinato. Quand'è così, dice lei, me ne dia due. Ma fiutandosi le mani dopo averle ben ben sfregate, esclama: ma questa è merda, ohibò. E lui scappando: Vede, ha indovinato!]

[Carlo Porta, Febrar. In Claudio Beretta. Letteratura dialettale milanese. Milano:Hoepli. 1993]

Clamorose previsioni tecnologiche sbagliate

Ci si aspetterebbe che, nel comunque difficile e rischioso esercizio delle previsioni, almeno quelle tecnologiche fossero meno soggette a clamorosi errori. In fin dei conti, la tecnologia si evolve e si sviluppa, in genere incrementalmente.

Eppure, anche in questo campo, mettere insieme un florilegio di previsioni sbagliate è facile, ma nondimeno esilarante.

Almeno, David Pogue su Scientific American lo fa con eleganza, mettendo cioè nell’articolo una previsione sbagliata formulata proprio da lui.

  1. “Prevedo che Internet esploderà come una supernova e nel 1996 imploderà catastroficamente.” Robert Metcalfe, fondatore della 3Com e inventore di Ethernet, nel 1995 su InfoWorld.
    Metcalfe si è letteralmente rimangiato la previsione: nella sesta conferenza internazionale WWW, nel 1999, Metcalfe ha messo una copia del famigerato articolo in un frullatore e se l’è bevuto.
  2. “Le probabilità che un satellite per le telecomunicazioni possa essere sfruttato per produrre migliori servizi telefonici, telegrafici, radiofonici o televisivi negli USA sono praticamente nulle.” T.A.M. Craven, commissario della Federal Communications Commission (FCC) nel 1961. Trattandosi degli USA, e non dell’Italia, è stato licenziato.
  3. “Sì, c’è un mercato mondiale per i computer. Diciamo 5.” Thomas Watson, presidente dell’IBM, 1943. Parlava di quegli aggeggi grossi come una stanza e pieni di valvole. E tuttavia, bella cazzata lo stesso.

    IAS

    windoweb.it

  4. “Forse gli americani hanno bisogno del telefono, noi no. Noi abbiamo un sacco di fattorini.” Sir William Preece, responsabile tecnico del British Post Office, 1876. Dove sono i fattorini quando ne cerchi uno, adesso?
  5. “Il cosiddetto ‘telefono’ ha troppi inconvenienti per essere seriamente considerato uno strumento di telecomunicazione.” Memo interno della Western Union, 1876. L’ultimo telegramma della Western Union è stato trasmesso nel 2006.
  6. “Dopo 6 mesi dalla sua introduzione, la tv non sarà in grado di mentenere nemmeno la sua quota di mercato iniziale. La gente si stancherà presto di guardare tutte le sere una scatola di compensato.” Darryl Zanuck, 20th Century Fox, 1946. Infatti siamo passati dal compensato al metallo e alla plastiica.
  7. “Tutti si chiedono quando la Apple entrerà sul mercato con un suo telefono. Probabilmente mai.” David Pogue, The New York Times, 2006.
  8. “640K dovrebbero essere abbastanza per chiunque.” Bill Gates, 1981. Ma lui nega di averlo mai detto.
  9. “Entro 2 anni non avremo più spam.” Bill Gates, World Economic Forum, 2004. Al momento, è il 90% di tutto il traffico di e-mail.

Use It Better: The Worst Tech Predictions of All Time: Scientific American

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Neve granulosa / Gresil / Graupel

In italiano, non abbiamo una singola parola per denotare la neve granulosa (avete presente la leggenda, non so se metropolitana o rurale, secondo la quale gli eschimesi hanno 70 parole per dir neve?).

Secondo il Vocabolario Treccani, in realtà, una parola ce l’avremmo, ma è un prestito dal francese:

grésilġreìl› s. m., fr. [der. di grès «gres»]. – Caratteristica precipitazione atmosferica, costituita da granelli bianchi, opachi e friabili, del diametro di pochi millimetri, formati da un nucleo di neve granulosa con un sottile involucro di ghiaccio, che cade di frequente nelle burrasche primaverili.

Gres, una ceramica vetrificata e molto dura, e originariamente equivalente ad arenaria, viene a sua volta dal franco *greot “ghiaia”.

Graupel

wikipedia.org

In inglese si usa invece una parola derivata dal tedesco, graupel.

Graupel

wikipedia.org

La parola è stata usata per la prima volta nel significato meteorologico in un bollettino del 1889 ed è propriamente il diminutivo di Graupe, “orzo perlato”, che a sua volta viene dallo slavo krupa, che ha il medesimo significato.

Niente di meglio che una zuppa bollente, dopo una nevicata …

Zuppa d'orzo

cucinaitaliana.inf

Google Image Search – Boing Boing

Il mio suggerimento è che prima guardiate questo video, e poi ne discutiamo.

Allora: Sebastian Schmieg è (penso) un artista olandese sperimentale (io l’informazione l’ho trovata su Boing Boing, qui: What happens if you ask Google Images what’s most similar, starting with a blank image, repeating the process 2951 times? – Boing Boing).

Schmieg ha sottoposto a Google Image Search un foglio trasparente (quello che quando si facevano le video-proiezioni si chiamava – impropriamente – un “lucido”) senza niente sopra. Quindi, se c’era qualche cosa (macchioline, imperfezioni) era puro rumore bianco, che non rappresentava nulla. L’immagine originaria era un .png di 400 x 225 pixel. Quindi Google Image Search ha cercato immagini simili. Schmieg ha preso la prima della lista e l’ha sottoposta nuovamente a Google Image Search. Così iterativamente per 2951 volte. Ogni volta un fotogramma del clip, 12 fotogrammi al secondo. Il video è del 9 dicembre 2011 e lo trovate qui.

Tre considerazioni:

  1. Noi siamo macchine molto brave a riconoscere pattern. Ne è la prova l’abilità che abbiamo nel riconoscere le facce, tanto che ne vediamo una anche sulla luna, per esempio. Si è sempre detto che i computer questo non lo sanno fare bene. Ma mi sembra che Google Image Search lo sappia fare anche lui molto bene, e sospetto (anche se non ne ho la certezza, e anzi manco del tutto delle informazioni necessarie) che ci sia una dose impressionante di intelligenza artificiale nell’algoritmo.
  2. Trovo fantastico che la ricerca interpreti dapprima il rumore come cielo stellato, e poi galassie, e luci della città, e finalmente umani e manufatti eccetera. Ma nessun nudo o immagine pornografica (un paio di tette verso 1:07). Eppure la pornografia sul web è onnipresente e pervasiva. E allora Google Image Search ha incorporato un meccanismo di censura? Basta SafeSearch? O è stato Schmieg (ma mi chiedo come)?
  3. Un sacco di statistiche! From stars to stats.

Boing Boing

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Murakami Haruki – 1Q84

Murakami Haruki (2009). 1Q84 (Libro 1 e 2. Aprile-settembre). Torino: Einaudi. 2011.

1Q84 (1-2)

einaudi.it

Murakami Haruki (2010). 1Q84: Book 3. London: Vintage. 2011.

1Q84

knopfdoubleday.com

Tanto vale dirlo subito: libro molto molto bello. Di quelli che – come dice la pubblicità più trita e iperbolica – non ti restituiscono al mondo eguale a quando avevi cominciato a leggerlo.

Scritto l’essenziale, posso dedicarmi alle divagazioni, come piace a me.

* * *

Prima variazione (ancora molto vicina al tema). Non è il primo romanzo di Murakami che leggo (anche se è il primo che recensisco qui, perché all’epoca non scrivevo un blog). Ho letto anni fa Tokyo blues / Norwegian wood (non ricordo nemmeno se nella traduzione di Feltrinelli con il primo titolo, o quella di Amitrano per Einaudi con il secondo) su istigazione di uno dei miei figli (era molto di moda) e non mi era piaciuto. E quindi mi ero testardamente tenuto lontano dai suggerimenti degli amici (ma soprattutto delle amiche, perché Murakami piace particolarmente alle donne) che mi dicevano: “Ma non puoi non leggere /non avere letto Dance Dance Dance /Kafka sulla spiaggia.

Quello che mi ha convinto a leggere 1Q84 è stata questa recensione dell’Economist. Non perché fosse particolarmente encomiastica: anzi dice, sostanzialmente, che Murakami si è un po’ snaturato rispetto a quello che ne aveva fatto una voce molto personale e amata dai giovani. Non perché rinviasse a 1984 di George Orwell, libro che ho doverosamente letto ma non particolarmente amato (la mia distopia è Brave New World di Aldous Huxley). Ma perché secondo l’Economist era influenzato dalla trilogia di Philip Pullman, His Dark Materials, che ho molto amato.

HARUKI MURAKAMI filches from George Orwell’s “Nineteen Eighty-Four” for the title of his new novel, “1Q84”, making a play on kyu, the Japanese word for nine, by transposing the letter “Q” for the number “9”. Significantly, the action also takes place over the last nine months of 1984. But it would be a mistake to conclude from this that Japan’s magical postmodernist has spent nearly 1,000 pages writing about a dystopian world where couples make love in an ash glade, hardly daring to speak because of the all-listening microphones in the trees. Mr Murakami’s main influence here is not so much Orwell as Philip Pullman; his “1Q84” less a stairway to another world than a heave-ho into a whole new universe.

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Seconda variazione. Avrete notato, all’inizio, due riferimenti bibliografici e due copertine. Murakami racconta (nelle sue conversazioni con l’autore di questo bell’articolo del New York Times) di essere stato impegnato nella stesura del romanzo per 3 anni, dopo aver concepito il gioco di parole multilingue del titolo (9 in giapponese si pronuncia chiù come la lettera Q in inglese) e la sequenza iniziale. Il romanzo è in 3 volumi, ognuno dei quali copre alcuni mesi dell’anno fatale. In Giappone sono tutti usciti come oggetti fisici distinti: i primi 2 il 29 maggio 2009, il terzo il 16 aprile 2010. Per la verità, Murakami racconta che dapprima la storia avrebbe dovuto concludersi alla fine del secondo libro, ma poi è cresciuta a comporre il terzo.

Tutto questo per dire che questa vicenda editoriale si è riflessa sulla storia delle traduzioni. Negli Stati Uniti l’editore Knopf l’ha pubblicato in un unico volume il 25 ottobre 2011, avvalendosi però dell’opera di due diversi traduttori. Nel Regno Unito l’editore Harvill Secker (sempre del gruppo editoriale Random House) ha pubblicato la medesima traduzione in 2 volumi, il primo comprensivo dei primi due libri e uscito il 18 ottobre 2011, il secondo con il terzo libro uscito il 25 ottobre 2011. Einaudi, da noi, ha fatto una scelta ancora diversa, facendo tradurre tutto il romanzo dal traduttore Giorgio Amitrano, ma mandando nelle librerie soltanto il volume comprensivo dei primi 2 libri l’8 novembre 2011, e annunciando l’uscita del terzo per novembre 2012.

Non voglio entrare nella discussione di scelte che mi sembrano tutte lecite. È vero che in Giappone tra il secondo e il terzo libro i lettori hanno dovuto aspettare un anno. Ma è anche vero che nessuno di noi si sogna di leggere i feuilleton una puntata alla settimana, comunque li abbiano originariamente pubblicati Dumas o Sue.

Semplicemente, non potevo aspettare un anno per sapere come andava a finire. E non l’ho aspettato, andando a leggere il terzo libro in inglese. Traduzione per traduzione, tanto vale, mi sono detto.

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Come va a finire, naturalmente, non ve lo racconto. Però, vi faccio vedere i trailer del romanzo.

Terza variazione. Ho letto molto di recente (per l’esattezza il 6 gennaio 2012) su Brain Pickings (un blog che vi suggerisco sinceramente di tenere d’occhio) la recensione di un libro del 1928, Plotto: The Master Book of All Plots, ripubblicato di recente. Già nel 1895 il critico francese Georges Polti aveva catalogato (Les trente-six situations dramatiques, ma qui potete leggere anche online la traduzione in inglese) 36 situazioni drammatiche, tipo la supplica, la ricerca, il sacrificio di sé, l’adulterio, la rivolta, l’enigma, il rapimento e il disastro. Qualche anno dopo, nel 1928, un romanziere seriale da quattro soldi, William Wallace Cook scrisse Plotto con l’intenzione esplicita di automatizzare il processo della scrittura attraverso un meccanismo combinatoriale, che lo portò a catalogare 1462 possibili trame. Doveva funzionare, dal momento che arrivò a scrivere 54 romanzi in un solo anno.

Tutto questo divagare per dire che 1Q84 è un romanzo che in parte sfugge all’universo delle trame di Plotto, ma che dall’altro vi ricade in pieno.

Lo stesso Murakami, nell’articolo del NYT citato in precedenza, racconta che questo romanzo di quasi 1000 pagine è nato dal più piccolo dei semi:

This giant book, however, grew from the tiniest of seeds. According to Murakami, “1Q84” is just an amplification of one of his most popular short stories, “On Seeing the 100% Perfect Girl One Beautiful April Morning,” which (in its English version) is five pages long. “Basically, it’s the same,” he told me. “A boy meets a girl. They have separated and are looking for each other. It’s a simple story. I just made it long.”

E volendo essere ancora più radicali (a questo punto, do per scontato che siate corsi a leggere il racconto) è il mito platonico-aristofaneo dell’uomo dimezzato e dell’amore predestinato.

Ma poi Murakami procede a costruire il suo romanzo non con una procedura combinatoria, ma per aggregazione e sovrapposizione di materiali, come in un’opera di pittura materica.

Alberto Burri - Rosso plastica, 1964

wikipedia.org

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Quarta variazione, e ultima.

Inaspettatamente, ma come invece si sarebbe potuto prevedere, all’accumulazione vertiginosa di materiali e simboli (ma saranno simboli? o solo elementi?) di Murakami non corrisponde nessuno scioglimento, se non di quella che potremmo chiamare la vicenda-seme.

In altre parole, le trame di Murakami non vanno a comporre un tessuto complesso ma formalmente concluso (completo di cimosa), ma lasciano volutamente aperte tutte le questioni che ci aveva posto. Quando il mondo parallelo di 1Q84 si chiude, è per sempre, e si porta con sé tutti i suoi misteri e tutti i suoi interrogativi.

Se qualcuna delle domande ci turba il sonno, non ci resta che intraprendere anche noi il viaggio.

Alberto Burri - Sacco5P, 1953

wikipedia.org

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Ho, come sempre, un florilegio di citazioni, in parte dall’edizione italiana di Einaudi e in parte dal Kindle.

Citazioni: sono miei personali appunti che non siete obbligati a leggere, ma se siete curiosi qualcosa di utile e stimolante certamente lo troverete. Come di consueto il riferimento è alla posizione sul Kindle:

Perché da noi è come agli uffici del Comune: la gente è pagata per rendere le cose più complicate del necessario. [p. 336]

– [...] Perciò è bene allacciare ben strette le cinture.
– Signor Komatsu, se ci si trova a viaggiare su un aereo che sta precipitando, per quanto uno possa stringere bene le cinture, servirà a ben poco.
– Ma almeno darà un certo conforto.
Tengo suo malgrado sorrise. Anche se debolmente.

«Nessuno è in grado di capire, – pensò Aomame. – Ma io sì. Ayumi aveva un grande vuoto dentro di sé, simile a un deserto ai confini del mondo. Per quanta acqua vi si potesse versare, veniva subito assorbita dal fondo sabbioso. Non restava la minima traccia di umidità. Nessuna forma di vita vi attecchiva. Sopra quel deserto, non passavano in volo nemmeno gli uccelli. [...] Col tempo, per arginare quel vuoto si era costruita il suo personaggio. Se si fossero strappati via uno dopo l’altro gli strati che componevano quell’io fittizio, sarebbe rimasto solo l’abisso del vuoto insieme alla sete ardente che esso portava con sé. [...]» [p. 453]

Any secret known by more than ten people isn’t a secret anymore. [284]

“No, I’ve never been in jail, or had to hide out for a long time. Someone once said unless you have those kinds of opportunities, you can’t read the whole of Proust.” [631: io infatti l'ho letto quando mi sono sfracellato un ginocchio]

This is what it means to live on. When granted hope, a person uses it as fuel, as a guidepost to life. It is impossible to live without hope. [1328]

[...] I don’t like it when there are mistakes.”
“But the world is full of mistakes.”
“The world can be that way, but I have my own way of doing things, [...]” [2214]

The wind blew, almost as an afterthought, and the white curtains waved in the breeze. [2625]

“I was confident that I was a special person. But time slowly chips away at life. People don’t just die when their time comes. They gradually die away, from the inside. [...]” [4068]

Be thick-skinned, have a hard shell around my heart, take one day at a time, go by the book. I’m just a machine. A capable, patient, unfeeling machine. A machine that draws in new time through one end, then spits out old time from the other end. It exists in order to exist. [4645]

“[...] Every person has his set routines when it comes to thinking and acting, and where there’s a routine, there’s a weak point.”
“It sounds like a scientific investigation.”
“People need routines. It’s like a theme in music. But it also restricts your thoughts and actions and limits your freedom. It structures your priorities and in some cases distorts your logic. [...]” [4837]

“[...] To rephrase Tolstoy’s famous line, all happiness is alike, but each pain is painful in its own way. [...]” [7140]

“[...] I never count on luck. That’s how I’ve survived all these years.” [7504]

[...] living in a place where questions outnumbered answers. [7856]

[...] not the sharpest pencils in the box. [8085]

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