15 febbraio – Galileo Galilei

Reblogged from Sbagliando s’impera:

Click to visit the original post

Nasce a Pisa il 15 febbraio 1564. Galileo Galilei è molto importante, per la storia del pensiero scientifico, per la divulgazione scientifica e per il rapporto tra scienza e religione. Ognuno di questi punti meriterebbe di essere discusso a lungo, ma mi limiterò ad alcuni spunti sui primi due, per soffermarmi di più sul terzo, tornato in qualche modo d’attualità nei mesi scorsi. Il metodo galileiano: secondo Galileo il libro della natura è scritto secondo leggi matematiche e per poterle capire è …

Giusto per la curiosità di vedere come funziona il reblog, lo faccio sul post dedicato al compleanno di Galileo Galilei 4 anni fa.
Aggiungendo una sua frase:
Parlare oscuramente lo sa fare ognuno, ma chiaro pochissimi

Rocco e la neve

Come il tenente Colombo, ci ho messo un bel po’ a capire che cosa non mi tornava nella nevicata romana della notte tra il 3 e il 4 febbraio. Un caso di dissonanza cognitiva, direi, che suona meglio che dire che una cosa non ti torna.

La mattina del 4 febbraio, dopo che durante la notte a Roma Sud si erano depositati 15-20 cm di neve, mi sono svegliato in un silenzio irreale. Sulla strada in cui abito, di solito abbastanza trafficata, non passavano macchine; né si sentivano voci umane. Quando ero bambino a Milano le mattine di neve non erano annunciate dal silenzio, ma dal rumore caratteristico delle pale che sgombravano strade e marciapiedi e ammucchiavano la neve in piccole catene montuose sul bordo tra marciapiede e carreggiata stradale.

Neve a Milano, 1946

forum.ilmeteo.it

Non ricordo mezzi spazzaneve, negli anni Cinquanta-Sessanta, ma molto lavoro manuale. All’inizio dell’inverno il Comune emetteva un’ordinanza che, oltre a stabilire gli obblighi dei proprietari degli edifici, stabiliva le modalità e i compensi del lavoro giornaliero di spalatura.

La cosa è ben raccontata in una scena di Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti (tra il 16° e il 22° minuto):

David Mitchell – The Thousand Autumns of Jacob de Zoet

Mitchell, David (2010). The Thousand Autumns of Jacob de Zoet. New York: Random House. 2010.

The Thousand Autumns of Jacob de Zoet

amazon.com

Secondo Wikipedia, David Mitchell è nato a Southport (Merseyside), è cresciuto a Malvern (Worcestershire), ha studiato all’università del Kent, ha vissuto per un anno in Sicilia, nel 1994 si è trasferito a Hiroshima in Giappone. Attualmente vive a Clonakilty, sulla costa meridionale dell’Irlanda, con la moglie Keiko e due figli. E questo mi fa piacere, perché mi piace sentirmi un po’ vicino, anche geograficamente, agli autori che leggo: a Hiroshima non sono mai stato (in Giappone sono stato soltanto a Tokyo), ma a Clonakilty sì, nel 1980, anche se soltanto di passaggio andando da Cork verso Killarney via Skibbereen. Bel posticino senza tempo, tra l’oceano e il nulla.

Clonakilty

wikipedia.org

Se la sua biografia spiega in maniera eccellente da dove gli venga l’accurata conoscenza del Giappone e della sua storia, le notizie sui Paesi Bassi dell’epoca (Jakob de Zoet, lo dice il nome, è olandese) devono essere il risultato di attività di ricerca. Sia come sia, il romanzo è un esempio affascinante di romanzo storico reinterpretato in chiave contemporanea, e fa venire in mente – come ho già scritto altroveThe Crimson Petal and the White di Michel Faber.

Il romanzo racconta, in realtà, più storie distinte, sullo sfondo del tentativo (ormai quasi disperato) del Giappone Edo di confinare a un’isoletta di fronte a Nagasaki i contatti commerciali con gli occidentali e di un cambiamento epocale degli equilibri europei, colti nel passaggio dall’egemonia olandese a quella britannica sotto i colpi della rivoluzione francese e dell’avventura napoleonica: Jacob de Zoet è convinto di perseguire una missione di moralizzazione per conto e con l’appoggio dei suoi superiori e viene crudelmente punito; persegue una storia d’amore impossibile; seguiamo una storia di ignoranza e crudeltà nella società tradizionale giapponese (con buona pace dell’illusione della superiorità e dell’integrità di quella società feudale). Ma alla fine la vicenda conta relativamente poco (e forse qualche lungaggine e qualche diversione troppo insistita sono tra i difetti del romanzo, o forse tra i suoi eccessi: in questo sito sono elencati 125 personaggi in ordine di apparizione, ma lo stesso estensore ammette di averne trascurati un’altra trentina che compaiono una sola volta!) rispetto alla prepotenza con cui si impongono i due indiscussi protagonisti, Jacob e Orito. Ma forse è proprio questo l’eterno dilemma del romanzo storico: il difficile equilibrio tra la tela di fondo e i protagonisti in primo piano.

Nello scrivere questa recensione, mi sono imbattuto (la serendipità, ancora una volta; ma la serendipità è la santa patrona del web) in un sito bellissimo che non conoscevo: si chiama the complete review e si autodefinisce “A Literary Saloon & Site of Review. Trying to meet all your book preview and review needs. “

In pratica è un sito di meta-recensioni, che per ogni opera offre una scheda informativa, un elenco e alcuni estratti delle recensioni pubblicate sull’opera, una recensione dei curatori del sito stesso e una pluralità di risorse e link.

La recensione del romazo di David Mitchell è qui.

Tra gli estratti di recensione presentati, quello con cui mi trovo più in linea è quello di Dave Eggers su The New York Times Book Review (strano, dirà qualcuno di voi, perché non mi era piaciuto A Heartbreaking Work of a Staggering Genius e non ho più letto nulla di suo). La recensione la trovate qui, ma consentitemi di citarne la conclusione:

[T]his is a book about many things: about the vagaries and mysteries of cross-cultural love; about faith versus science; about the relative merits of a closed society versus one open to ideas and development (and the attendant risks and corruptions); about the purity of isolation (human and societal) versus the messy glory of contact, pluralism and global trade. It captures Japan at a crucial time in its history, on the cusp of opening its borders and becoming a world power, and catches Holland as its own colonial prominence is waning.
If the book sounds dense, that’s because it is. It’s a novel of ideas, of longing, of good and evil and those who fall somewhere in between. And are there even nods to the story of Persephone, also born of privilege, also found plucking exotic fruit, also abducted — whose removal from the world causes the world’s seasons? Maybe, maybe not. There are no easy answers or facile connections in “The Thousand Autumns of Jacob de Zoet.” In fact, it’s not an easy book, period. Its pacing can be challenging, and its idiosyncrasies are many. But it offers innumerable rewards for the patient reader and confirms Mitchell as one of the more fascinating and fearless­writers alive.

* * *

Fine della recensione. Di seguito le mie annotazioni, che non siete obbligati a leggere. Riferimenti numerici all’edizione kindle.

It is a gift from your ancestors and a loan from your descendants. [367]

Respect, he thinks, cannot be commanded from on high. [845]

“‘South of Gibraltar,’” quotes Captain Lacy, “‘all men are bachelors.’” [1271]

“A tidy metaphor does not make a wrong thing right.” [2614]

“Loyalty looks simple,” Grote tells him, “but it ain’t.” [2686]

“Not constitutional laws. I mean real laws: laws of the non si fa.” [2880]

“[...] What privileges I enjoy, I earned.” [2893]

“Joke is secret language”—she frowns—“inside words.” [3024]

Creation never ceased on the sixth evening, it occurs to the young man. Creation unfolds around us, despite us, and through us, at the speed of days and nights, and we like to call it “love.” [3102]

Expensive habit is honesty. Loyalty ain’t a simple matter. [4067]

“The present is a battleground”—Yoshida straightens his spine as best he can—“where rival what-ifs compete to become the future ‘what is.’ [4824]

Science, like a general, is identifying its enemies: received wisdom and untested assumption; superstition and quackery; the tyrants’ fear of educated commoners; and, most pernicious of all, man’s fondness for fooling himself. [4961]

To implant belief, Orito thinks, is to dominate the believers. [5738]

“What better spy than one above suspicion?” [6361]

[...] lawful wedlock, awful bedlock [...] [7891]

Ten percent of profits—let us call it the ‘brokerage fee’—is a sight better than a hundred percent of nothing. [8261]

“[...] We suffer from a shortage of hard facts.”
“It’s our shortage of arms,” says Arie Grote, “what worries me. [...]” [8499]

The men prefer cash to posterity [•...] [8947]

[...] “we have just enough religion to make us hate, but not enough to make us love. [...]” [8975]

‘Our friends show us what we can do; our enemies teach us what we must do.’ [10049: citazione di Goethe]

“[...] ‘Knowledge exists only when it is given ….’” Like love [...] [10710]

Soratte [2]

Oggi, per la prima volta nella mia vita, anche se sfrecciando a 250 km all’ora e per pochi istanti tra una galleria e l’altra, ho visto le 3 cime del Soratte biancheggiare per la neve.

Spettacolo raro, perché il Soratte è alto soltanto 691 metri, anche se spicca tra le alture circostanti per il suo profilo tipico. E grande emozione per chi, avendo studiato al liceo classico, ha tradotto e amato le poesie di Orazio.

Ne ho già parlato in questo blog. Ma non posso non riprodurre il post oggi.

* * *

Vides ut alta stet nive candidum
Soracte nec iam sustineant onus
silvae laborantes geluque
flumina constiterint acuto?
Dissolve frigus ligna super foco
large reponens atque benignius
deprome quadrimum Sabina,
o Thaliarche, merum diota.
Permitte divis cetera, qui simul
stravere ventos aequore fervido
deproeliantis, nec cupressi
nec veteres agitantur orni.
Quid sit futurum cras, fuge quaerere, et
quem Fors dierum cumque dabit, lucro
adpone, nec dulcis amores
sperne puer neque tu choreas,
donec virenti canities abest
morosa. Nunc et campus et areae
lenesque sub noctem susurri
conposita repetantur hora,
nunc et latentis proditor intumo
gratus puellae risus ab angulo
pignusque dereptum lacertis
aut digito male pertinaci.
[Orazio, Carmina, I, 9]

Provo una traduzione (il mio latino è arrugginito, ma vorrei provare a essere fedele e poco paludato e a trasmettere la modernità di questa poesia)

Guarda il Soratte candido per la neve alta: gli alberi stanchi non ne reggono il peso e per il gelo pungente i fiumi sono gelati.
Allontana il freddo aggiungendo legna al fuoco del camino, Taliarco, e versa ancora di quel vino vecchio.
Tutto il resto lascialo agli dei: è bastato che placassero i venti che infuriavano sul mare e sùbito si sono calmate le fronde dei cipressi e dei vecchi frassini.
Che cosa il futuro ti riserva per domani, evita di chiedertelo: qualunque giorno la sorte ti darà, segnalo all’attivo. Finché sei giovane e la fastidiosa vecchiaia è lontana, ragazzo mio, gòditi le danze e i dolci amori.
Adesso, all’imbrunire, sul corso e nelle piazze è l’ora degli appuntamenti, dei bisbigli che si cercano, della gradita risata che tradisce la ragazza nascosta nell’angolo più nascosto, del pegno d’amore strappato da un braccio o da un dito che non offre resistenza.

Thomas Mann – La montagna magica [reprise]

Mann, Thomas  (1924). La montagna magica (Der Zauberberg). Milano: Mondadori. 2010.

La montagna magica

libon.it

Qualche citazione tra quelle che mi hanno fatto pensare o divagare o sognare e delirare con Hans Castorp:

– Che cos’era dunque la vita? Era calore, il calore prodotto da un fenomeno che non aveva sostanza ma conservava la forma, una febbre della materia che accompagnava il processo incessante di dissoluzione e ricomposizione di molecole di albumina strutturate in maniera incredibilmente intricata e incredibilmente ingegnosa. Era l’essere di ciò che in verità era impossibilitato a essere, di ciò che solo in questo processo intricato e febbrile di disgregazione e rinnovamento, con lo sforzo dolce e doloroso ma esatto, si trovava in bilico sul crinale dell’essere. [...] Ma pur se immateriale, era sensuale fino al piacere e al disgusto, l’impudenza della materia diventata eccitabile, sensibile a se stessa, la forma lasciva dell’essere. Era un’eccitazione segreta e voluttuosa nella fredda castità del tutto, un’impurità libidinosa e furtiva fatta di assunzione ed evacuazione del nutrimento, alito escretorio di acido carbonico e cattive sostanze, di natura e provenienze misteriose. Era il proliferare, il dispiegarsi e il prender forma di quel turgore fatto d’acqua, albumina, sale e grassi che fu chiamato carne, reso possibile dall’ipercompensazione della sua instabilità e costretto in leggi di formazione congenite, il quale si rendeva forma, nobile immagine, bellezza, restando comunque la quintessenza della sensualità e della bramosia. [...]
Al giovane Hans Castorp, che sopra la valle scintillante riposava nel calore del suo corpo protetto dalla pelliccia e dalla lana, apparve, nella gelida notte rischiarata dal lume del morto astro, l’immagine della vita. Gli si mostrò, fluttuante, da qualche parte nello spazio, lontana eppure tangibile, la carne, il corpo biancastro e opaco, esalante vapore, vischioso, la pelle con tutte le impurità e le imperfezioni della sua natura, chiazze, papille, macule gialle, screpolature e zone umide e squamose, ricoperte dalle tenere e vorticose correnti della rudimentale lanuginosa peluria. Separata dal freddo della materia inanimata, avvolta nella sua sfera di vapori, quell’immagine si posò indolente, col capo incoronato da qualcosa di fresco, ispido e pigmentato che era un prodotto della sua stessa pelle, le mani intrecciate dietro la nuca, e con le palpebre abbassate guardò l’osservatore con occhi che una speciale varietà della conformazione della palpebra faceva apparire un po’ obliqui, le labbra semiaperte e appena sollevate, il corpo poggiato su una gamba sola così che l’osso iliaco sporgeva nettamente sotto la carne, mentre il ginocchio della gamba rilassata, leggermente piegato, col piede puntato sulle dita, si appoggiava contro la parte interna di quello gravato dal peso. Stava così, in piedi, voltata e sorridente, poggiata con grazia, i gomiti splendenti aperti e protesi in avanti, nell’armoniosa simmetria delle sue membra, dei segni del suo corpo. All’oscurità delle cavità ascellari dall’odore pungente corrispondeva, in un mistico triangolo, la notte del grembo, così come agli occhi corrispondeva il rosso epiteliale della bocca semiaperta e ai rossi boccioli del petto l’ombelico verticalmente allungato. [pp. 405-406]

William-Adolphe Bouguereau (1825-1905) - Nascita di Venere (1879)
wikipedia.org

Secondo la dottrina e la regola del fondatore e primo generale dell’Ordine, lo spagnolo Loyola, si spingevano oltre, rendevano un servizio più splendido di tutti coloro che agivano solamente in base al buon senso. Costoro compivano la loro opera «ex supererogatione», al di là del dovuto, in quanto non solo resistevano in tutto e per tutto all’insorgere della carne («rebellioni carnis»), cosa che ogni intelletto umano mediamente sano dovrebbe fare, ma lottavano altresì contro le inclinazioni dei sensi, dell’egoismo e dell’amore mondano anche in circostanze generalmente ammesse. [p. 660]

Giacché, aggiunse, la religione non ha nulla a che fare con la vita. La vita poggia su determinazioni e fondamenti che in parte riguardano la teoria della conoscenza e in parte la sfera della morale. I primi si chiamano tempo, spazio e causalità, i secondi moralità e ragione. Tutte queste cose sono non soltanto estranee e indifferenti alla religione, ma addirittura a essa contrapposte e ostili; giacché sono loro a costituire la vita [...] [p. 681]

Hans Castorp scoprì che un’abilità di cui si sente l’intimo bisogno si acquisisce in fretta. [p. 700]

«[...] Proporrei di ricordare in termini generali il divieto relativo al diverbio in oggetto e, per il resto, di chiudere un occhio.»
«Certo che lo chiudo. A furia di chiudere occhi mi verrà un blefarospasmo. [...]» [p. 740]

«[...] Emina dunque, figlia mia, stammi a sentire, un po’ di pane, mia diletta. Alt! Un momento! Non voglio che tra noi si insinui un malinteso! Vedo dal tuo viso piuttosto grande che questo pericolo … pane, Renzina, ma non cotto al forno … di quello ne abbiamo in abbondanza e in tutte le forme. Distillato, angelo mio. Pane di Dio, pane trasparente, piccolo vezzeggiativo, che possa ristorarci. Non so se il significato di questa parola ti è … proporrei di sostituirla con “cordiale” se ancora una volta non si corresse il pericolo di banalizzare con superficialità … [...] Un gin, mia diletta! … Per farmi contento, questo volevo dire. Un gin di Schiedam, Emerenzina. Spicciati e portamene uno!» [p. 819. Le note, a p. 1320, oltre ad accennare alla storia del genever di Schiedam, tracciano un interessante nesso tra questa scena a chiave e i misteri eleusini]

«[...] Sacre esigenze della vita, che è femmina [...]» [p. 819. Ancora una volta, per capire il riferimento di Peeperkorn, occorre andare alla nota di p. 1325: "Peeperkorn pronuncia una massima che deriva dall'aforisma 339 della Gaia scienza di Friedrich Nietzsche intitolato Vita femina: «Voglio dire che il mondo è stracolmo di cose belle, ma che ciò nonostante è povero, molto povero di attimi belli e disvelamenti di siffatte cose. E forse è questa la più potente magia della vita: c'è su di essa, intessuto d'oro, un velo di belle possibilità, colmo di promesse, di ritrosie, di pudori, d'irrisioni, di pietà, di seduzione. Sì, la vita è una donna» (KSA III, p. 569; trad. it. p. 201).]

«[...] Ci sono tante diverse specie di stupidità, e l’assennatezza non è delle migliori … [...]» [p. 866; è Hans Castorp che parla]

«[...] Passione è vivere per amore della vita. Tutti sanno che voi invece vivete per fare delle esperienze. Passione è dimenticare se stessi. A voi interessa invece arricchire voi stessi. C’est ça. [...] [p. 884; è Clawdia Chauchat che parla, e si riferisce apparentemente agli uomini, o ai tedeschi, o agli uomini tedeschi, che finiranno per essere considerati "nemici dell'umanità"]

A nostro avviso ha un senso sotto il profilo analitico, ma – per riprendere l’espressione di Hans Castorp – sarebbe «estrememente goffo» e addiritttura ostile alla vita se volessimo distinguere «nettamente», quando si tratta di amore, tra amor sacro e passione. Che significa, poi, nettamente! Che significano oscillazione e ambiguità! Detto francamente, noi ce ne infischiamo. Non è forse cosa grande e giusta che la lingua possieda una sola parola per tutto ciò che si può definire amore, dalle cose più sacre a quelle più carnali e voluttuose? Vi è, nell’ambiguità, una perfetta univocità perché l’amore, anche nella devozione più estrema, non può essere incorporeo, e anche nella più estrema carnalità non può essere totalmente privo di devozione, l’amore non è altro che amore, come scaltro attaccamento alla vita o come la più elevata delle passioni, esso è simpatia per l’elemento organico, il commovente e voluttuoso stringere in un abbraccio ciò che è destinato a putrefarsi … e la charitas è certamente presente nella più mirabile non meno che nella più furiosa delle passioni. Oscillazione? Ma in nome di Dio, lasciate che il senso dell’amore resti oscillante! Se è oscillante è perché tali sono la vita e l’umanità, e preoccuparsi del suo essere oscillante equivale a una sconcertante mancanza di scaltrezza.
Mentre dunque le labbra di Hans Castorp e dela signora Chauchat si incontrano in un bacio russo [...] [pp. 892-893]

[...] una forma orgiastica di libertà, aggiungiamo, nel mentre ci poniamo il quesito se la libertà possa avere altra forma o natura che non sia questa. [p.1055]

Alemanno e i cattivi (retro)pensieri

Si attribuisce comunemente a Giulio Andreotti l’affermazione: “A pensar male degli altri si fa peccato ma spesso ci si indovina.”

In questa tradizione, mi chiedo: e se poi dietro tutti questo pasticcio ci fosse semplicemente una questione di prestigio istituzionale tra Comune di Roma capitale e Dipartimento della Protezione Civile? Quello, cioè, che in termini anglosassoni si definisce un pissing contest?

Il dubbio mi viene leggendo un articolo dello schema di (secondo) decreto legislativo su Roma Capitale (quello che fu il primo atto dell’esecutivo Monti e provocò le proteste della Lega), e precisamente l’articolo 10 (Funzioni e compiti in materia di protezione civile):

A Roma capitale, nell’ambito del proprio territorio e senza nuovi o maggiori oneri per il bilancìo dello Stato, sono conferiti le funzioni e i compiti amministrativi relativi alla emanazione di ordinanze per l’attuazione di interventi di emergenza in relazione agli eventi di cui all’articolo 2, comma 1, lettere a) e b), delta legge 24 febbraio 1992, n. 225, al fine di evitare situazioni di pericolo, o maggiori danni a persone o a cose e favorire il ritomo alle normali condizioni di vita nelle aree colpite da eventi calamitosi. Restano ferme le funzioni attribuite al Prefetto di Roma dall’articolo 14 della legge 24 febbraio 1992, n. 225.

Alemanno davanti a Palazzo Chigi

comune.roma.it

A capire meglio il significato di questo testo ci viene in aiuto lo stesso sito istituzionale del Comune di Roma (pardon, Roma Capitale):

Roma Capitale, approvato secondo decreto: nuove funzioni e competenze

Roma, 24 novembre – Via libera da Palazzo Chigi al secondo decreto legislativo su Roma Capitale, in attuazione della legge sul federalismo fiscale: il Consiglio dei Ministri lo ha approvato nell’ultimo giorno utile per l’esercizio della delega. Il decreto passa ora all’esame delle compenti Commissioni parlamentari e delle Conferenze Stato-Regioni e Stato-Città, per i pareri previsti, quindi tornerà al Consiglio dei Ministri per l’approvazione definitiva. Il secondo decreto determina i poteri e le funzioni che vengono trasferiti dallo Stato a Roma Capitale. Ecco, in sintesi, le funzioni amministrative che passano al Campidoglio:
[...]
In materia di protezione civile, Roma Capitale emana le ordinanze per interventi di emergenza e dichiara, su richiesta della Regione Lazio, lo stato di “eccezionale calamità naturale”.

È in questa luce che la prosa dell’ordinanza del sindaco n. 291 del 14 dicembre 2011 Disposizioni per l’ emergenza di caduta neve, formazione di ghiaccio e ondate di grande freddo 2011 – 2012 (sarà questo il famoso “piano neve”?) assume tutta un’altra pregnanza:

il sindaco … adotta provvedimenti contingibili e urgenti

gravi pericoli che minacciano l’incolumità dei cittadini

nel territorio di Roma Capitale possono verificarsi, come già avvenuto in passato, precipitazioni nevose, formazione di ghiaccio ed ondate di grande freddo

a causa delle diminuzione delle temperature al di sotto di zero gradi centigradi si sono registrati, nelle passate stagioni invernali, numerose situazioni di disagio alla cittadinanza [sgrammaticature e concordanze errate sono nell'originale]

il traffico veicolare nella città ne risente negativamente

ridurre i rischi connessi a detto evento, specialmente a salvaguardia della pubblica incolumità

in caso di precipitazioni nevose e fino a che le condizioni della rete viaria lo richiedano, tutti i veicoli di proprietà capitolina … dovranno circolare provvisti di catene o pneumatici da neve da utilizzare in caso di necessità

tutti i conducenti di taxi saranno autorizzati a protrarre i rispettivi turni di servizio [autorizzati, non obbligati]

rammenta a tutti i proprietari di stabili … di tenere sgomberi dalla neve, dalle ore 8.00 alle ore 20.00, i marciapiedi antistanti gli stabili stessi per una larghezza di metri due (cioè due metri davanti al portone, e sul resto si scivola; oppure per tutto lo spazio antistante allo stabile, per una profondità di 2 metri, ammesso che il marciapiede ci sia e sia così profondo?]

raccomanda a tutti gli utenti del servizio di acqua potabile … di tenere aperto, nel caso di brusco abbassamento della temperatura, al di sotto dello zero gradi centigradi, il rubinetto di utilizzazione più vicino al contatore …

A questa bella grida manzoniana seguono, nello stesso documento, le Procedure di pronto intervento per caduta neve e formazione ghiaccio (che vi invito a leggervi da soli, anche perché il formato immagine mi costringerebbe a ribattere tutto), dove apprendiamo che abbiamo uno stato di attenzione, uno stato di pre-allarme e uno stato di allarme (no, lo stato di panico e terrore non è previsto) cui segue (si spera) l’avviso di cessato allarme; e che si costituisce un Comitato Operativo Comunale (“di seguito denominato COC”), composto di una serie di soggetti scrupolosamente elencati “oltre a quelli che saranno ritenuti occasionalmente necessari”; che presso i Municipi si costituiscono le Unità di Crisi Municipali, in collagamento con il COC.

Le cose da fare, già dalla proclamazione dello stato di attenzione, sono rassicuranti e dimostrano una grande attenzione anche ai dettagli, dal controllo delle alberature al benessere degli animali. Non vedo che cosa ci sia da lamentarsi o protestare …

Alemanno e il generale prussiano Hammerstein

In queste ore, in cui a Roma si ride e si piange e ci si incazza per l’assenza di qualunque azione comunale che non sia il delirio mediatico, e in cui si ride soltanto in tutto il resto d’Italia (e tra un po’ del mondo, che dopo Schettino non aveva proprio bisogno di un altro esempio preclaro di inettitudine da cui trarre conclusioni frettolose ma non del tutto inappropriate sulle caratteristiche genetico-culturali degli italiani tutti).

Gianni Alemanno

wikipedia.org

In queste ore, dicevo, anch’io vorrei dare il mio contributo. Ma invece di scherzare su Aledanno o sul lupo alemannaro (tutta invidia, naturalmente, perché sono calembour che vorrei avere scovato io) riprenderò una citazione che ho già riportato su questo blog, lasciando a voi il piacere di decidere a quale delle 4 categorie appartenga il sindaco di Roma Capitale. Roma Capitale: eh già, perché forse non tutti sanno che l’articolo 24 della legge sul federalismo fiscale, ancora in parte inattuato, ha però dato luogo (con il decreto legislativo 156/2010 e il recentissimo schema di decreto legislativo recante ulteriori disposizioni in materia di ordinamento di Roma capitale, approvato dal Governo e attualmente all’esame della Camera dei deputati) al cambio di denominazione di Roma in Roma Capitale e delle sue istituzioni con l’aggiunta dell’aggettivo “capitolino/a”, come si può leggere sulla livrea tempestivamente rinnovata del parco macchine della polizia municipale e degli uffici comunali.

Allora, Hans Magnus Enzensberger nel suo bel libro sul generale prussiano Kurt Freiherr von Hammerstein-Equord (che ho recensito su questo blog il 7 giugno 2009) racconta l’aneddoto che segue:

Un giorno, quando gli chiesero da quale punto di vista valutasse i suoi ufficiali, disse: «Li divido in quattro tipi. Ci sono ufficiali intelligenti, laboriosi, stupidi e pigri. Il più delle volte due di queste caratteristiche coincidono. Se sono intelligenti e laboriosi, devono entrare nello Stato maggiore generale. Poi ci sono gli stupidi e pigri che costituiscono il 90 per cento di ogni esercito e sono adatti per compiti di routine. Chi è intelligente e insieme pigro si qualifica per gli incarichi di comando più elevati, perché dispone della chiarezza mentale e della stabilità emotiva per prendere decisioni difficili. Bisogna guardarsi da chi è stupido e laborioso e non affidargli responsabilità, perché combinerà solo disastri».

Kurt Hammerstein

wikipedia.org

Il medesimo aneddoto è ripreso dal nostro Gianrico Carofiglio nel suo romanzo Le perfezioni provvisorie (che ho recensito il 27 febbraio 2010). Merita di essere letto in questa versione per la perfezione (provvisoria, sicuramente) delle scelte lessicali:

Ha detto qualcuno che gli uomini si dividono nelle categorie degli intelligenti o dei cretini, e dei pigri o degli intraprendenti. Ci sono i cretini pigri, normalmente irrilevanti e innocui, e ci sono gli intelligenti ambiziosi, cui possono essere assegnati compiti importanti, anche se le più grandi imprese, in tutti i campi, vengono quasi sempre realizzate dagli intelligenti pigri. Una cosa però va tenuta a mente: la categoria più pericolosa, da cui ci si possono aspettare i più gravi disastri e da cui bisogna guardarsi con la massima circospezione, è quella dei cretini intraprendenti.

A voi il piacere di individuare la categoria cui apparterrebbe il sindaco Alemanno.

Ma io non resisto alla tentazione di riprodurre quello che Daniele Luttazzi raccontava di Francesco Storace, ma che secondo alcune correnti storico-biografiche sarebbe applicabile anche a Gianni Alemanno:

“Una volta Storace mi ha salvato la vita. Dei naziskin mi stavano pestando a sangue, è passato lui e ha detto «Ragazzi, può bastare».”

Thomas Mann – La montagna magica

Mann, Thomas  (1924). La montagna magica (Der Zauberberg). Milano: Mondadori. 2010.

La montagna magica

libon.it

Piccolo dilemma, di cui verosimilmente non importa niente a nessuno tranne che a me: che io recensisca capolavori classici universalmente e da tempo acclamati è probabilmente, oltre che inutile, un atto di hỳbris; d’altra parte, ho promesso a me stesso, e ho detto anche a voi (i proverbiali 25 lettori) che avrei recensito, non sempre tempestivamente, tutti i libri che avessi letto.

Dunque, eccomi qui. Me la caverò menando il can per l’aia: non recensendo il libro, ma parlandone un po’ in relazione a me e alle vicende che mi riguardano personalmente.

Il primo romanzo di Thomas Mann che ho letto fu I Buddenbrook, su suggerimento di mio padre: a casa mia – privilegio di cui non smetterò mai di essere grato ai miei – si parlava sempre a tavola “dei massimi sistemi” e dunque spesso di letteratura. Ero adolescente, non alle medie, suppongo, ma al ginnasio direi. Anche perché rimasi molto colpito dal modo in cui Mann descrive l’insorgere del tifo del piccolo Hanno. E perché ricordo di averne discusso con G. M., amico fin dalla prima elementare, di madre amburghese e quindi fonte preziosa di quelle atmosfere (soprattutto di Travemünde, dove se non ricordo male andavano anche in villeggiatura i cammellini di peluche del professor Kranz di Paolo Villaggio).

Qualche anno dopo ho letto (come tutti all’epoca) La morte a Venezia: il film di Luchino Visconti – senza l’articolo! – è del 1971, ma restò più memorabile, per me, per la scoperta dell’Adagietto dalla 5ª Sinfonia e dello stesso Gustav Mahler, che fino ad allora avevo appena sfiorato. Nel film l’orchestra dell’Accademia nazionale di Santa Cecilia era diretta da Franco Mannino.

Poco dopo – erano dunque gli anni dell’università – arrivò la lettura di Doktor Faustus, legato anch’esso a una scoperta musicale (anche qui, più il Beethoven della Sonata op. 111 che la dodecafonia e la Scuola di Vienna). Oltre alla stupenda interpretazione di Sviatoslav Richter che vi propongo qui sotto, vi segnalo anche la bella lezione di Roman Vlad che trovate su Rai Educational.

Per molto tempo ho rinviato la lettura de La montagna incantata (all’epoca era tradotto così il titolo originale – Paolo Mauri racconta tutta la vicenda su la Repubblica), fino a quando la nuova edizione e traduzione non mi ha deciso al grande passo.

È un bel libro? Certamente sì.

È un bel romanzo? Non so. Opinione personalissima, e probabilmente una bestemmia per i veri esperti, e non posso escludere nemmeno che se lo rileggessi, magari in momenti e circostanze diverse …

Insomma, non sono sicuro che in quanto romanzo sia sopravvissuto bene agli anni: sarà che il linguaggio e il fraseggio così “classici” anestetizzano i grandi temi che sono il “vero” contenuto del romanzo, sarà che ci siamo abituati ai romanzi-saggio in cui la contrapposizione delle idee non ha bisogno di incarnarsi fisicamente in personaggi (e vicende), sarà che Davos ormai non ci fa nemmeno pensare alle gare di sci ma al forum di qualche decina di esperti strapagati che discettano del nostro destino, sarà che 1000 pagine sono tante per un romanzo e poche per un saggio che mette tutta quella carne al fuoco, sarà la musica che gira intorno, saremo noi che abbiamo nella testa un maledetto muro …

100 anni in 10 minuti

Il filmato non è male, anche se forse troppo concentrato sulla “histoire événementielle“. Ma avrebbe potuto essere altrimenti, volendo fare un filmato?

Ma ascoltatelo senza volume, perché la roboante colonna sonora è al limite della sopportabilità.

Perché gli scarabei “danzano” sulla loro pallina di cacca?

Chi mi segue sa da tempo che il letame “allieta” i campi e non dovrebbe stupirsi che gli scarabei mostrino al suo cospetto tanta contentezza da ballarci sopra.

E anche chi conosce un minimo di mitologia egizia (o ha letto Perdido Street Station di China Miéville) sa che Khepri, lo scarabeo sacro, dio del sol levante, ha l’importante ma defatigante compito di far rotolare la pallina (merdosa) del sole tramontato per tutti gli inferi, fino a spingerlo di nuovo sopra l’orizzonte all’alba.

Scarabaeus nigroaeneus

newscientist.com

Ora un gruppo di ricercatori dell’Università di Lund in Svezia, guidato da Emily Baird, conferma che gli egizi non erano del tutto fuori strada.

Why scarab beetles dance on a ball of dung – life – 18 January 2012 – New Scientist

Fare una pallina di sterco è attività che consuma tempo ed energie. Gli altri scarabei potrebbero essere tentati di rubare una pallina già fatta invece di farne una loro. La competizione è forte.Allora conviene allontanarsi il più rapidamente possibile dalla “miniera” di cacca e nascondersi in un posto tranquillo per consumare in pace la propria pallina. Per questo è essenziale seguire una linea retta e non perdere la rotta: la “danza” dello scarabeo servirebbe dunque a orientarsi con il sole, ogni volta che perde la bussola.

1400092469001-beetle-orients-itself-by-dancing-on-dung.html

NAturalmente, il riferimento alla “pallina che s’indovina” è irresistibile. Io l’avevo sentita raccontata da Walter Chiari, ma scopro che ha una più antica (e ben più nobile) origine milanese, direttamente dai magnanimi lombi di Carlo Porta

Appenna l’è dessora, la ghe dis,
Coss’hin mò sti balett d’induvinà?
Lù el respond: Hin balette de Paris,
che s’induvina tutt domà a fregà
con dò, o trè de quist i man, o el mostacc;
se ne comanda, hin a bon prezzi affacc.

Anzi, a chi voeur provà specci dopò
a fam pagà, che l’abbia induvinaa.
Comè l’è inscì, la dis, là demen dò.
Ma usmand i man dopo avei ben fregaa,
questa l’è m…, la repia, o catto;
lù scapand el respund: L’ha indivinato.

[Appena sono di sopra, le gli chiede: Che cosa sono mai queste palline che s'indovina? Lui risponde: Sono palline di Parigi, che s'indiìovina tutto solo a sfregare due o tre di queste tra le mani, o sui baffi; se ne ordina, sono a buon prezzo.
Anzi, per chi vuol provere, aspetto a farmi pagare che abbia indovinato. Quand'è così, dice lei, me ne dia due. Ma fiutandosi le mani dopo averle ben ben sfregate, esclama: ma questa è merda, ohibò. E lui scappando: Vede, ha indovinato!]

[Carlo Porta, Febrar. In Claudio Beretta. Letteratura dialettale milanese. Milano:Hoepli. 1993]

Follow

Get every new post delivered to your Inbox.