Sesso in chiesa: un precedente illustre

PARENTAL ADVISORY: QUESTO POST NON È ADATTO AI MINORI

Quando giorni fa (martedì scorso, il 16 aprile: ma sembra un’eternità, perché nel frattempo abbiamo assistito al collasso del PD e al contempo della fiducia nella democrazia italiana) ho riportato la storia della coppia di Rosignano colta a copulare in un confessionale del duomo di Cecina (certe cose non si fanno nella propria parrocchia, va da sé: è una questione di buon gusto; e il locale cronista de Il Tirreno ci tiene a farci sapere che non era gente di Cecina, che certe cosacce in chiesa non le fa, o se le fa le va a fare, che ne so, nella pieve di San Pietro in Palazzi o nella parrocchiale di Vada) …

Ma sto divagando. Dicevo: quando giorni fa ho riportato la storia accaduta nel duomo di Cecina, l’ho fatto perché leggendola è risuonato nella mia memoria un ricordo lontano, qualche cosa che avevo letto su Johann Sebastian Bach, sul suo viaggio a Lubecca per ascoltare Dietrich Buxtehude, sulla sua permanenza che era prevista in pochi giorni (nonostante il lungo viaggio a piedi) e si era invece protratta per 4 mesi, in un suo ritorno precipitoso …

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Ricordavo confusamente e in modo impreciso, come accade nel caso di letture ormai remote. Tra le varie fortune che ho avuto nella vita (ho avuto anche la mia buona dose di sfighe e disgrazie, ma non è questa la sede né per bilanci, né per recriminazioni), una è stata quella di poter seguire il ciclo di conferenze su Bach che Giulio Confalonieri tenne alla Piccola Scala di Milano (ne ho già parlato qui, ma non sono riuscito a trovare nulla sul web: qualcuno mi aiuta a ricostruire che anno fosse?). La storia di questo ragazzo poco più che ventenne (l’età di Bach in quell’autunno del 1705; io ne avevo una quindicina, forse) che si fa 400 km a piedi per andare da Arnstadt a Lubecca per ascoltare il grande organista Dietrich Buxtehude suonare quello che allora era forse il migliore e più grande organo al mondo in una favolosa cattedrale di mattoni rossi e che – con un permesso di 4 settimane – ci si ferma 4 mesi è di quelle che restano impresse. Alla narrazione originaria di Confalonieri si erano aggiunte nel tempo altre letture bachiane – dalla monumentale Frau Musika di Alberto Basso al Bach di Piero Buscaroli. Nella mia memoria, il Bach ventenne, arrivato a Lubecca, non soltanto aveva ascoltato Buxtehude, ma l’aveva incontrato, ne era stato allievo in una sorta di master class, si era visto offrire il posto di organista nella Marienkirche (Buxtehude aveva quasi 70 anni) ma a patto che Bach ne sposasse la figlia (più grande del nostro e, s’immagina, non particolarmente attraente, se anche Handel e Mattheson declinarono cortesemente l’affare).

In più ricordavo, vagamente, uno scandalo sessuale: Bach sorpreso dallo stesso Buxtehude insieme a una giovane coetanea sul panchetto dell’organo, intento a un genere d’esercizi diverso dalle scale e dagli accordi. «Ohibò,» avrebbe esclamato il vecchio organista, «sotto la cupola non si copula!» [scusate la licenza, e la citazione di una battuta – mi pare – di Roberto Benigni: la Marienkirche, come potete ben vedere, non ha cupola]

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L’invenzione di una mente lubrica come la mia? Nulla di più probabile (mi conosco abbastanza bene). Eppure …

Eppure, tanto per cominciare, Giulio Confalonieri non era estraneo allo stesso tipo di miscuglio tra sacro e profano, tra crasso ed elevato, tra nobile e popolaresco: e può dunque essere che una battuta nelle sue dotte conferenze l’abbia fatta, marcando a fuoco la memoria di un adolescente metaforicamente brufoloso com’ero all’epoca.

E poi, qualche cosa di non troppo diverso nella biografia di Bach è registrato. Pochi giorni dopo il rientro da Lubecca, il 21 febbraio 1706 il concistoro di Arnstadt chiama Bach a giustificare un’assenza protrattasi ben oltre i termini concordati. Era già il secondo richiamo, dopo un’inchiesta per rissa sfociata in un processo in 4 sedute (5, 14, 19 e 21 agosto 1705) e una severa ammonizione al giovane organista, colpevole di essere venuto alle mani con Johann Heinrich Geyersbach, un collega musicista che Bach aveva insultato pubblicamente chiamandolo Zippelfagottist, “suonatore di fagotto da strapazzo”. Ve ne fu un terzo, l’11 novembre 1706, in cui il concistoro fece osservare a Bach «che recentemente egli ha permesso che una giovane straniera facesse musica con lui nel coro.»

Piero Buscaroli non avanza esplicitamente l’ipotesi che la giovane straniera fosse la cugina di secondo grado Maria Barbara, che Bach avrebbe sposato di lì a poco. Fatto sta, però, che di lì a 20 giorni Bach avrebbe abbandonato l’impiego di Arnstadt per assumere quello di Mühlhausen (a uno stipendio inferiore, cosa decisamente inconsueta per l’oculato Bach). Lì, il 17 ottobre 1707, il nostro finalmente impalmò la cugina, che gli avrebbe dato 7 figli (di cui 3 morti in tenera età.

Lo dico per scrupolo: non si tratta della medesima Barbara Bach che – in epoca più recente – fu una Bond girl e poi sposò Ringo Starr.

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Alberto Basso non ha dubbi e ci ricama un po’ di più:

La «giovane straniera» era la cugina Maria Barbara: undici mesi dopo, la coppia protagonista dello scandaloso episodio – solo agli uomini e alle voci bianche competeva il servizio musicale nel tempio – si sarebbe unita in matrimonio. È verosimile che già da qualche tempo, forse un anno o due, Bach conoscesse la cugina sua coetanea (Maria Barbara era nata a Gehren il 20 ottobre 1684); e quella conoscenza, destinata a dare un primo saldo volto al mondo degli affetti bachiani, si era formata non occasionalmente e non superficialmente nella dimora del borgomastro di Arnstadt, Martin Feldhaus, nella cui abitazione Bach aveva preso alloggio. Maria Barbara […] doveva aver trovato nella casa del borgomastro di Arnstadt un tetto famigliare e ospitale: Feldhaus […] aveva sposato una Margarethe Wedermann, sorella della madre di Maria Barbara. Il grande passo verso la soluzione nuziale fu reso facile, forse scontato, da una coabitazione che gli offrì i mezzi più certi per valutare, attraverso i gesti e le reazioni, il pensiero e le parole, i gusti e le inclinazioni, gli atteggiamenti assunti dalla cugina davanti al vivere quotidiano.
[…] La tensione, dopo l’incivile eppur legittimo rimprovero che gli si muoveva a causa della cugina, dovette giungere a livelli insostenibili. [Basso 1979, Frau Musika, I, pp. 256-257]

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Ma chi elabora l’episodio fino a farne uno dei 10 racconti ispirati alla vita di Bach che costituiscono il suo Bravo, Sebastian è il fisico-letterato Andrea Frova. Fingendo di utilizzare come fonte le memorie di un improbabile discendente del maestro di Eisenach, Franz Ottokar Bach (recensendo il libro trovato su un banchetto, Susanna Schwarz racconta di aver chiesto all’autore se Franz Ottokar Bach fosse realmente esistito e di averne ricevuto risposta recisamente negativa), Frova trasforma l’episodio in un tour de force dell’ars amandi di un focoso Sebastian, descritto con tutti i canoni e le convenzioni della letteratura erotica.

Come gli amanti di Cecina (verosimilmente ignari di tanto illustre precedente) anche Sebastian e la cugina vengono sorpresi, ma fortunatamente non interrotti, dall’autorità costituita.

Sebastian guardava sua cugina Barbara distesa sui soffici cuscini rosso porpora del coro. Era pallida, gli occhi chiusi, le gote irrorate di lacrime. Ve l’aveva adagiata delicatamente, dopo averla tenuta abbracciata – svenuta così come appariva – per qualche minuto. Da quando si erano trovati soli nella sagrestia, Sebastian aveva avvertito una pressione crescente nella zona del basso ventre, che si irradiava su ambo i lati e gli imponeva il desiderio di uno sfogo liberatorio. Era certo stato sotto la spinta di questa carica fisiologica – rifletté Sebastian – che verso la fine del suo racconto si era lasciato trasportare dalla foga dell’improvvisazione. Era andato ben al di là di quanto si fosse mai prospettato! Però ne aveva tratto un gusto profondo, simile – benché più asciutto e concreto – alla frenesia gioiosa che gli provocavano le acrobazie virtuosistiche sulle tastiere dell’organo. Ma ora, non era il caso di negarlo, provava una certa apprensione.
Maria Barbara era sempre immobile, ma le sue guance andavano riprendendo il naturale colorito. – Com’è bella – mormorò Sebastian a fior di labbra, provando un’intensa attrazione fisica. Si rassicurò notando che Joachim non aveva ancora smesso di suonare. – Sarebbe un guaio se anche lui decidesse di venire ad ammirare le bellezze del coro – ragionò. Un pensiero l’assalì: – Ti sei cacciato in una situazione difficile, caro Johann Sebastian, illustre organista della Neue Kirche! Ma perché hai voluto ingrandire il senso di questo rapporto? –. Ripeté, questa volta ad alta voce: – Adorabile creatura, come sei bella!
Fissò per lunghi istanti il corpo interamente abbandonato di Barbara. Le carezzò con un gesto morbido una guancia e la piccola bocca carnosa. Le passò una mano sui capelli corvini, che le attraversavano il mento e si mescolavano sul collo. Notò che il volto di lei aveva assunto un aspetto sereno che ricordava quello degli angeli in certe pitture italiane. – Mia piccola deliziosa Barbara! – Esclamò. Le ripassò le dita sulle labbra, che risposero con una minuscola contrazione. La guardò di nuovo, poi si chinò su di lei, così vicino. da percepirne il fiato.
Fu allora che la mano di Sebastian si mosse. Si mosse quasi da sola. Con un gesto veloce raggiunse il corsetto di Maria Barbara, e prese a slacciare cautamente il nastro che lo stringeva. Quando il corsetto fu libero, lo divaricò in modo da mettere a nudo, una dopo l’altra, le piccole mammelle. L’armonia delle curve, l’equilibrio delle proporzioni, l’esatta simmetria, erano all’altezza dei violini più belli. Erano solide come acini d’uva e pulsavano con il ritmo del respiro, spingendo su e giù i capezzoli rosa, vellutati e appena turgidi, come per segnare il tempo di una musica silenziosa. Egli iniziò a carezzarle con il palmo delle mani, leggero leggero, e subito sentì la sua parte virile impennarsi in uno strappo deciso.
Sebastian non si era accorto che Barbara aveva avuto un fremito, ma vide molto bene il momento in cui la cugina aprì gli occhi. Guardava lontano, oltre il volto di Sebastian, come se egli non fosse presente. Spalancò le braccia e lo tirò sopra di sé, stringendolo con tutta la sua forza e lasciandosi andare a un pianto sommesso. Il bacio fremente che Sebastian le impresse sulla bocca aveva assai poco del garbo che egli aveva sempre usato nei riguardi di Maria Barbara.
– Ma come sono potuto giungere a tanto? – non aveva potuto fare a meno di chiedersi un istante più tardi. – Che azione indegna! Nella casa del Signore! Ma lei, in nome del cielo … lei … perché non mi ferma, perché mi ha seguito fino a questo punto?
Le stava sopra con tutto il peso, togliendole il fiato con i suoi movimenti convulsi, baciandole il volto, le spalle, il seno, toccandole freneticamente le altre parti del corpo. Sebastian non aveva mai raggiunto, con una donna, un simile grado di intimità fisica. E nondimeno, dopo l’ultima timorosa esitazione, aveva messo al bando ogni pensiero, agendo come se seguisse un percorso conosciuto da sempre. Con un gesto improvviso, aveva sollevato la massa voluminosa della gonna e con la mano andava carezzando la stoffa umida e calda sopra l’incavo delle cosce. Attraverso il fine tessuto, egli provava sensazioni del tutto nuove. I suoi polpastrelli, abituati a scorrere sul rigido avorio delle tastiere, percepivano ora i rilievi molli e cedevoli della carne di Barbara. Ella appariva docile, sotto le mani di Sebastian, come se non avesse scelta. Però, quando egli cercava di vederla in viso, affondava il mento nel collo di lui e gli si stringeva addosso ancor più tenacemente.
Sebastian si rese conto che la parrucca, intrisa di sudore, gli era di grosso impiccio. Risolse di strapparsela di dosso e la fece volare al di là del leggio. Cadde proprio davanti all’organo da cappella e rimase a terra sparpagliata. Poi, con una mossa energica, afferrò presso l’ombelico le brache leggere che vestivano Barbara dalla vita in giù e le tirò verso il basso. L’indumento scese per un tratto, poi si squarciò di netto. Sebastian finì per lacerarlo del tutto, scaraventando la parte che gli era rimasta in mano nella stessa direzione della parrucca.
Il forte odore femminile che d’improvviso era giunto alle sue narici, aveva avuto l’effetto di eccitarlo ancor più, infondendogli una sorta di ebbrezza sulla quale aveva scarso controllo. Le sue dita furono attratte nella nicchia calda e umida, lasciata senza difesa. Egli le fece ondeggiare a lungo, usando la stessa delicata pressione con cui avrebbe fatto trillare le corde del violoncello. Come un violoncello, Maria Barbara vibrava in tutta la persona. Ansimava, emettendo di quando in quando dei suoni soffocati, e si avvinghiava convulsamente al collo di Sebastian, fino a fargli male. Egli sentiva che il fondo del ventre era divenuto esplosivo e lo tirava verso il basso. Quando Barbara raggiunse il delirio, Sebastian si scoprì. Spinse con decisione, ma senza vera violenza. Ella fece un solo piccolo grido: – Mio Dio! – Sebastian era penetrato tra i lembi vivi di lei quasi all’istante.
La sensazione di subitaneo calore che aveva avvertito lo aveva spinto vicino alla soglia dell’orgasmo. Ciò lo fece tornare alla realtà: si impose di restare immobile e di prendere qualche istante per assaporare l’emozione che provava.
–  L’avrei mai creduto possibile? Barbara … mia … Barbara … e tra noi si è sempre parlato soltanto di musica, di arte, di nobili sentimenti di amicizia e di stima! Eppure tutto è stato così naturale, come se lo avessimo atteso da sempre! –. Un pensiero lo colse: – Ma lei, lei cosa prova? Saprà affrontare il domani o mi disprezzerà?
Quando prese a muoversi su e giù ritmicamente, fu subito in preda al piacere e ciò ebbe l’effetto di spazzare via d’un colpo i suoi pensieri. Si strinse a lei, e lei a lui, mentre il loro movimento diveniva sempre più sfrenato. Le loro bocche impazzite si cercavano, i loro capelli intrisi di sudore si confondevano. La musica nella cattedrale, che per qualche tempo aveva accompagnato sordamente la danza dei loro corpi, era ora cessata, senza che essi se ne fossero accorti. Sebastian avvertiva soltanto, e molto confusamente, che i muri della sagrestia facevano eco ai rumori scomposti del loro ardore.
Al momento dell’orgasmo, sembrò a Sebastian che il mondo si disperdesse, e tutta la sua attenzione si focalizzò nel punto dove lui e Barbara erano congiunti. Le spinte di lei raggiunsero un’intensità così alta, che Sebastian si sentì sollevato di peso, quasi che sua cugina avesse d’improvviso scoperto forze sconosciute al suo esile corpo di fanciulla. Gridarono entrambi, senza ritegno, e infine si arresero, abbandonandosi l’uno sull’altra, madidi di sudore, senza più energie.
Passarono lunghi minuti in un totale silenzio, senza che i due cugini rientrassero nella realtà. D’un tratto Sebastian udì un rumore secco, come d’una porta che sbatteva. Si alzò di scatto e volse lo sguardo verso l’ingresso della sagrestia: immobile, eretto in una posa minacciosa, li fissava il sovrintendente della Neue Kirche, con accanto il vice-diacono e poco più indietro il nipote Joachim Nepomuk, rosso in volto fino alla base della parrucca. Anche Maria Barbara si era rimessa in piedi e si affrettava in qualche modo a ricomporre la veste disastrata. Sebastian afferrò un cuscino e le coperse il petto. La guardò: si sbagliava, o negli occhi sbarrati di lei, tra i segni della costernazione, aveva visto balenare un guizzo luminoso? [Frova 1989, Bravo, Sebastian, pp. 54-58]
Mi spiace, caro Frova, ma non ti è venuto benissimo. Le scene erotiche sono difficilissime. E qui, oltre ai luoghi comuni del genere (la stoffa umida e calda sopra l’incavo delle cosce, il forte odore femminile, nicchia calda e umida lasciata senza difesa, penetrato tra i lembi vivi di lei, prese a muoversi su e giù ritmicamente, le loro bocche impazzite, la danza dei loro corpi, madidi di sudore senza più energie, …) c’è l’effetto inesorabilmente comico delle metafore musicali che Frova ci ha voluto intercalare: i seni di Maria Barbara sono “all’altezza dei violini più belli” e pulsano “con il ritmo del respiro, […] come per segnare il tempo di una musica silenziosa”; dal canto loro, i polpastrelli di Bach, “abituati a scorrere sul rigido avorio delle tastiere, percepivano ora i rilievi molli e cedevoli della carne di Barbara”; il nostro, avvedutosi che Barbara non è d’avorio, cambia tecnica e strumento, ” usando la stessa delicata pressione con cui avrebbe fatto trillare le corde del violoncello” e Barbara prontamente risponde “come un violoncello”, vibrando “in tutta la persona”. Per fortuna, dopo aver citato l’organo da cappella, ai piedi del quale si accumulano parrucche sudaticce e brachette strappate, hai resistito alla tentazione della cappella dell’organo. Io, come vedi, non ci sono riuscito.

Come smettere di preoccuparsi?

Pare che le considerazioni che seguono siano da attribuirsi a Mark Twain.

Il percorso con cui le ho scoperte è molto tortuoso: partono da un post di Maria Popova, How Not To Worry: A 1934 Guide to Mastering Life, che parla di un libro di James Gordon Gilkey (You Can Master Life) che a sua volta cita la Tavola delle preoccupazioni (Worry Table) predisposta da “un grande umorista” che, secondo Maria Popova, è Mark Twain, accreditato anche di aver detto:

I’ve had a lot of worries in my life, most of which never happened.

Ecco la tavola delle preoccupazioni, nella mia traduzione (per l’originale vi rimando al post di Brain Pickings How Not To Worry: A 1934 Guide to Mastering Life:

  1. Preoccupazioni relative a disastri che, con il senno di poi, non sono mai accaduti. Circa il 40% delle mie ansie.
  2. Preoccupazioni relative alle conseguenze di decisioni prese nel passato e rispetto alle quali, naturalmente, adesso non posso farci più niente. Circa il 30% delle mie ansie.
  3. Preoccupazioni relative a possibili malattie fisiche o mentali che, con il senno di poi, non si sono mai materializzate. Circa il 12% delle mie ansie.
  4. Preoccupazioni relative ai miei cari e ai miei amici, preoccupazioni che scaturiscono dall’aver dimenticato che si tratta di persone dotate di una normale dose di buon senso. Circa il 10% delle mie ansie.
  5. Preoccupazione con un reale fondamento. Forse l’8% delle mie ansie.

In sostanza, commenta Gilkey, per ridurre l’ansia è sufficiente concentrarsi sull’8% di preoccupazioni con un fondamento reale, trascurando il 92% di preoccupazioni infondate. In questo modo si può ridurre l’ansia del 92% oppure – guardando le cose da un altro punto di vista – essere liberi da preoccupazioni per il 92% del tempo.

Worry Table

Il ragionamento di Gilkey-Twain richiama l’opera di un artista americano, Andrew Kuo, di cui aveva parlato Brain Pickings in un’altra occasione, con questa didascalia:

Andrew Kuo presents his inner worries, arguments, counterarguments, and obsessions in the form of charts and graphs. In the three-tiered graph my Wheel of Worry, originally published in the May 16. 2010, New York Times Magazine, Kuo illustrates the things in his life that concern him and his specific feelings about each. On the graph’s innermost ring Kuo shows what causes him anxiety in the moments before sleep (loneliness, death, money, bedbugs, and the new York Knicks); in the middle ring he charts his very specific reactions to his credit card statement; on the outermost ring, what he thinks about as he scratches a lottery ticket. In this chart and others, Kuo brings the graphic language of scientific fact to the irrational emotions associated with everyday life.

brainpickings.org

Naturalmente questo post è affettuosamente dedicato a una persona, di cui non farò il nome ma che non farà fatica a riconoscersi.

Califano santo subito? La realtà supera la fantasia

Ringrazio Adam per la segnalazione.

Via dell’Arco di San Califfo a Trastevere (foto Blitz quotidiano)

Califano santo subito?

È in corso il processo di beatificazione di Franco Califano, che alcuni hanno osato incautamente paragonare al grandissimo e geniale Enzo Iannacci.

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Non capisco, naturalmente. Ma altrettanto naturalmente mi adeguo. E offro il mio modesto contributo, con un autentico Califano apocrifo.

Tu stai c’a vestaja e ch’i cosi….ch’i bigodini ‘n testa,
sei così brutta… che er sangue me s’aresta.
Noi stamio ‘nsieme da ‘na cifra d’anni…
in reartà…semio sposati… da un eternità….

…ma nun lo so, ogni vorta che te vedo…
me sento rinasce n’antra vorta,
è segno che l’ismania…ancora nun è morta,
….e ‘gni vorta che me scatafromboli sotto l’occhi….
tutto….tutto quer decortè… me sento n’omo novo….
e ce lo sai che d’è….

Me so’ngrifato… perchè me piaci ‘n frego e mezzo….
Me so’ngrifato… mo’ vojo batte er pezzo…
Me so’ngrifato… e tu che sei mi’ moje ce lo sai…
che pa’ngrifasse… no,nun è tardi mai………

Ma mo’ che d’è? Ma che m’hai combinatio?
So’ vere quelle storie… che la gente m’hanno ariccontato?
Nun ti abbastava ciò ch’io ti davo…
Amore e sesso….
Nun ti abbastaveno….
Mo’ co’ Giulio me fai fesso……….

Nun ce lo so….le sveje che t’ho dato…
nun ce voi sta’… nun voi ammette ch’hai scajato…
vattene via, scomparisci da davanti all’occhi mia…
me so’ncazzato… e tu vattene via……….

Me so’ covatio ‘na serpe ‘n seno tutti st’anni ma…..
so che la donna…no, nun si tocca….
ma a te ti carcio a carci ‘nbocca….
brutta troia!

Lillo- Scusa hai detto gioia?

Nooo… nun ho detto gioia…ma troia, troia, troia !!!!

Il piano segreto di Napolitano

Nel caso dovesse fallire il tentativo dei 10 saggi, il presidente Napolitano ha pronto il piano segreto: il pazzariello.

I 10 saggi e The Wizard of Id

Commentando la scelta dei 10 saggi operata dal presidente Napolitano, il professor Sigmund Freud ha innanzitutto citato sé stesso, riprendendo un celeberrimo brano del suo Das Ich und das Es (citiamo qui dalla traduzione inglese, The Ego and the Id):

Now I think we shall gain a great deal by following the suggestion of a writer who, from personal motives, vainly asserts that he has nothing to do with the rigours of pure science. I am speaking of Georg Groddeck, who is never tired of insisting that what we call our ego behaves essentially passively in life, and that, as he expresses it, we are “lived” by unknown and uncontrollable forces. We have all had impressions of the same kind, even though they may not have overwhelmed us to the exclusion of all others, and we need feel no hesitation in finding a place for Groddeck’s discovery in the structure of science. I propose to take it into account by calling the entity which starts out from the system Pcpt. and begins by being Pcs. the “ego”, and by following Groddeck in calling the other part of the mind, into which this entity extends and which behaves as though it were Ucs., the “id”. (Freud 1927/1961, 13).

wikimedia.org/wikipedia

Ha poi proseguito affermando che molti dei saggi individuati dal presidente Napolitano si caratterizzano per un’ipertrofia dell’ego («the Wizards of Ego», li ha chiamati il padre della psicoanalisi) e che appare opportuno riequilibrare il gruppo con un saggio dell’id («the Wizard of Id», suggerisce il professor Freud).

johnhartstudios.com

Che cosa hanno in comune Bersani e Boris

Oltre alla B, rispettivamente del cognome e del nome, anche la B di Blasco.

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Riprendo da ilPost di oggi 1° marzo 2013 l’articolo di Luigi Zagni Bersani e l’orgoglio:

Oggi il segretario del Partito Democratico Pier Luigi Bersani, in un’intervista con Massimo Giannini di Repubblica, dice che gli insulti di Grillo a lui rivolti non lo “impressionano”. Bersani è noto da tempo per la sua passione per Vasco Rossi.

Ma se Grillo le risponde picche, e le ripete che lei è un “morto che cammina” che si fa?
«Mi aspettavo che Grillo rispondesse così. Ma sbaglia di grosso, se pensa di aver davanti uno che si impressiona. A Grillo voglio solo dire che accolgo il suggerimento di Vasco Rossi: “fottitene dell’orgoglio”»

La canzone di Vasco Rossi cui Bersani cita un verso è Giocala ed era nell’album Bollicine, del 1983. Confesso di saperne quasi a memoria le parole e di averla usata come un mantra in più di un momento difficile. Ma vedi tè, direbbe Vasco.

Che cosa c’è
ti sei pentita
vorresti ritornare indietro
e dirgli cosa
che sei cambiata
che sei diversa
che in questi quattro soli giorni
sei cresciuta
ma c’è qualcosa che ti frena
si chiama orgoglio
quello che ti frega
corri e fottitene
dell’orgoglio
ne ha rovinati più lui
che il petrolio
ci fosse anche solo
una probabilità
giocala…giocala…giocala
giocala…giocala…giocala

ma c’è qualcosa che ti frena
certo è il tuo orgoglio
che ti frena
corri e fottitene
dell’orgoglio
ne ha rovinati più lui
che il petrolio
ci fosse anche solo
una probabilità
prendila…prendila…prendila
prendila…prendila…prendila
prendila

che cosa c’è
ti sei pentita
vorresti ritornare indietro
e dirmi cosa
che sei cambiata
che sei diversa
che in questi quattro soli giorni
sei cresciuta
ma c’è qualcosa che ti frena
è sempre il solito orgoglio
che ti frega
corri e fottitene
dell’orgoglio
ne ha rovinati più lui
che il petrolio
ci fosse anche solo
una probabilità
giocala…giocala…giocala…
prendila…prendila…prendila…
prendila

Gli ultimi uomini e la caduta degli dei

Soltanto nel corso degli anni Trenta gli occidentali scoprirono che le montagne all’interno della Nuova Guinea, finora ritenute inospitali e disabitate, erano invece la patria di numerose bande e tribù di aborigeni. Lo racconta Jared Diamond nel suo nuovo libro, The World Until Yesterday: What Can We Learn from Traditional Societies?.

Diamond ci invita anche ad assumere la prospettiva non degli esploratori occidentali, ma degli aborigeni stessi, che fino a quel momento avevano ritenuto di essere l’unico popolo esistente e non avevano neppure sospettato che potessero esistere altri uomini. La prima reazione fu di spavento e terrore, come reagiremmo noi se sbarcassero degli extraterrestri da un’astronave. Anzi, molto di più: perché noi almeno alla possibilità che gli extraterrestri esistano e possano un giorno arrivare qui siamo preparati da migliaia di narrazioni.

smh.com.au

Alcuni dei resoconti (uno per tutti: First Contact di Rob Connolly e Robin Anderson) hanno intervistato, molti anni dopo, alcuni dei protagonisti. Uno di loro racconta che, oltre a credere di essere soli al mondo, il suo popolo credeva che dopo la morte la pelle degli uomini diventasse bianca ed essi si trasferissero «in quell’altro posto», la terra dei morti. E che quindi gli esploratori occidentali, grossi e bianchi, fossero – si direbbe a Roma – “l’anime de li mortacci loro”. Probabilmente a questa credenza gli esploratori dovettero la vita.

Gli aborigeni cercarono dunque per prima cosa di collocare i visitatori all’interno del loro sistema di credenze e di categorie: sono umani come noi? che cosa sono venuti a fare qui? sono gli esseri immortali che vivono in cielo? sono spiriti? sono i fantasmi degli antenati?

A questo scopo, ne osservarono attentamente il comportamento e le abitudini e – dopo che se ne erano andati – passarono al setaccio tutto quello che avevano lasciato al loro campo. Nelle latrine, gli escrementi erano perfettamente uguali a quelli degli abitanti del villaggio. Alcune giovanette che si erano accompagnate sessualmente con gli esploratori riferirono che anche i genitali erano simili a quelli degli uomini della tribù. “Non sono dei o spiriti, sono uomini come noi,” conclusero saggiamente gli anziani.

Richard Nixon (9 gennaio 1913-22 aprile 1994)

Se fosse ancora vivo, Richard Nixon compirebbe oggi 100 anni.

Fu da me odiato all’epoca: era difficile essere – nel 1968, per di più! – il primo presidente repubblicano dopo che Kennedy, che lo aveva sconfitto nel 1960, e Johnson ci avevano fatto sperare in un progresso illimitato – ancorché troppo lento per le nostre impazienze – della prosperità e dei diritti.

Ha avuto un momento di grandezza (e forse un raro sprazzo di sincerità, lui che era chiamato Tricky Dicky) nel discorso con cui si dimise, alle 9:01 di sera dell’8 agosto 1974.

wikimedia.org/wikipedia/commons

Ecco il testo:

Good evening.

This is the 37th time I have spoken to you from this office, where so many decisions have been made that shaped the history of this Nation. Each time I have done so to discuss with you some matter that I believe affected the national interest.

In all the decisions I have made in my public life, I have always tried to do what was best for the Nation. Throughout the long and difficult period of Watergate, I have felt it was my duty to persevere, to make every possible effort to complete the term of office to which you elected me.

In the past few days, however, it has become evident to me that I no longer have a strong enough political base in the Congress to justify continuing that effort. As long as there was such a base, I felt strongly that it was necessary to see the constitutional process through to its conclusion, that to do otherwise would be unfaithful to the spirit of that deliberately difficult process and a dangerously destabilizing precedent for the future.

But with the disappearance of that base, I now believe that the constitutional purpose has been served, and there is no longer a need for the process to be prolonged.

I would have preferred to carry through to the finish whatever the personal agony it would have involved, and my family unanimously urged me to do so. But the interest of the Nation must always come before any personal considerations.

From the discussions I have had with Congressional and other leaders, I have concluded that because of the Watergate matter I might not have the support of the Congress that I would consider necessary to back the very difficult decisions and carry out the duties of this office in the way the interests of the Nation would require.

I have never been a quitter. To leave office before my term is completed is abhorrent to every instinct in my body. But as President, I must put the interest of America first. America needs a full-time President and a full-time Congress, particularly at this time with problems we face at home and abroad.

To continue to fight through the months ahead for my personal vindication would almost totally absorb the time and attention of both the President and the Congress in a period when our entire focus should be on the great issues of peace abroad and prosperity without inflation at home.

Therefore, I shall resign the Presidency effective at noon tomorrow. Vice President Ford will be sworn in as President at that hour in this office.

As I recall the high hopes for America with which we began this second term, I feel a great sadness that I will not be here in this office working on your behalf to achieve those hopes in the next 21/2 years. But in turning over direction of the Government to Vice President Ford, I know, as I told the Nation when I nominated him for that office 10 months ago, that the leadership of America will be in good hands.

In passing this office to the Vice President, I also do so with the profound sense of the weight of responsibility that will fall on his shoulders tomorrow and, therefore, of the understanding, the patience, the cooperation he will need from all Americans.

As he assumes that responsibility, he will deserve the help and the support of all of us. As we look to the future, the first essential is to begin healing the wounds of this Nation, to put the bitterness and divisions of the recent past behind us, and to rediscover those shared ideals that lie at the heart of our strength and unity as a great and as a free people.

By taking this action, I hope that I will have hastened the start of that process of healing which is so desperately needed in America.

I regret deeply any injuries that may have been done in the course of the events that led to this decision. I would say only that if some of my Judgments were wrong, and some were wrong, they were made in what I believed at the time to be the best interest of the Nation.

To those who have stood with me during these past difficult months, to my family, my friends, to many others who joined in supporting my cause because they believed it was right, I will be eternally grateful for your support.

And to those who have not felt able to give me your support, let me say I leave with no bitterness toward those who have opposed me, because all of us, in the final analysis, have been concerned with the good of the country, however our judgments might differ.

So, let us all now join together in affirming that common commitment and in helping our new President succeed for the benefit of all Americans.

I shall leave this office with regret at not completing my term, but with gratitude for the privilege of serving as your President for the past 51/2 years. These years have been a momentous time in the history of our Nation and the world. They have been a time of achievement in which we can all be proud, achievements that represent the shared efforts of the Administration, the Congress, and the people.

But the challenges ahead are equally great, and they, too, will require the support and the efforts of the Congress and the people working in cooperation with the new Administration.

We have ended America’s longest war, but in the work of securing a lasting peace in the world, the goals ahead are even more far-reaching and more difficult. We must complete a structure of peace so that it will be said of this generation, our generation of Americans, by the people of all nations, not only that we ended one war but that we prevented future wars.

We have unlocked the doors that for a quarter of a century stood between the United States and the People’s Republic of China.

We must now ensure that the one quarter of the world’s people who live in the People’s Republic of China will be and remain not our enemies but our friends.

In the Middle East, 100 million people in the Arab countries, many of whom have considered us their enemy for nearly 20 years, now look on us as their friends. We must continue to build on that friendship so that peace can settle at last over the Middle East and so that the cradle of civilization will not become its grave.

Together with the Soviet Union we have made the crucial breakthroughs that have begun the process of limiting nuclear arms. But we must set as our goal not just limiting but reducing and finally destroying these terrible weapons so that they cannot destroy civilization and so that the threat of nuclear war will no longer hang over the world and the people.

We have opened the new relation with the Soviet Union. We must continue to develop and expand that new relationship so that the two strongest nations of the world will live together in cooperation rather than confrontation.

Around the world, in Asia, in Africa, in Latin America, in the Middle East, there are millions of people who live in terrible poverty, even starvation. We must keep as our goal turning away from production for war and expanding production for peace so that people everywhere on this earth can at last look forward in their children’s time, if not in our own time, to having the necessities for a decent life.

Here in America, we are fortunate that most of our people have not only the blessings of liberty but also the means to live full and good and, by the world’s standards, even abundant lives. We must press on, however, toward a goal of not only more and better jobs but of full opportunity for every American and of what we are striving so hard right now to achieve, prosperity without inflation.

For more than a quarter of a century in public life I have shared in the turbulent history of this era. I have fought for what I believed in. I have tried to the best of my ability to discharge those duties and meet those responsibilities that were entrusted to me.

Sometimes I have succeeded and sometimes I have failed, but always I have taken heart from what Theodore Roosevelt once said about the man in the arena, “whose face is marred by dust and sweat and blood, who strives valiantly, who errs and comes short again and again because there is not effort without error and shortcoming, but who does actually strive to do the deed, who knows the great enthusiasms, the great devotions, who spends himself in a worthy cause, who at the best knows in the end the triumphs of high achievements and who at the worst, if he fails, at least fails while daring greatly.”

I pledge to you tonight that as long as I have a breath of life in my body, I shall continue in that spirit. I shall continue to work for the great causes to which I have been dedicated throughout my years as a Congressman, a Senator, a Vice President, and President, the cause of peace not just for America but among all nations, prosperity, justice, and opportunity for all of our people.

There is one cause above all to which I have been devoted and to which I shall always be devoted for as long as I live.

When I first took the oath of office as President 51/2 years ago, I made this sacred commitment, to “consecrate my office, my energies, and all the wisdom I can summon to the cause of peace among nations.”

I have done my very best in all the days since to be true to that pledge. As a result of these efforts, I am confident that the world is a safer place today, not only for the people of America but for the people of all nations, and that all of our children have a better chance than before of living in peace rather than dying in war.

This, more than anything, is what I hoped to achieve when I sought the Presidency. This, more than anything, is what I hope will be my legacy to you, to our country, as I leave the Presidency.

To have served in this office is to have felt a very personal sense of kinship with each and every American. In leaving it, I do so with this prayer: May God’s grace be with you in all the days ahead.

Di seguito, il video della prima parte del discorso (fino a quando dice: «Therefore, I shall resign the Presidency effective at noon tomorrow.»).

1Q84 e Lohengrin

Del mio amore per Richard Wagner in questo blog si trovano molti indizi, soltanto a volerli cercare. Solamente per fare un esempio, trovate qui un post di 5 anni fa, motivato da un’altra inaugurazione wagneriana della stagione scaligera, il memorabile Tristano e Isotta di Daniel Baremboim (direttore) e Patrice Chéreau (regista) con la grandissima (e bellissima e intensissima) Waltraud Meier.

Lohengrin

wikimedia.org/wikipedia/commons

Non avevo mai fai un coming out esplicito (in alcuni ambienti essere wagneriano è qualche cosa di un po’ vergognoso, don’t ask don’t tell, si cambia discorso immediatamente, con un filo d’imbarazzo, e tutti ripetono la battuta di Woody Allen sull’invasione della Polonia). È arrivato il momento di farlo, perché ieri sera, seguendo alla televisione il Lohengrin

Un inciso: la regia non mi è piaciuta neanche un po’, con Lohengrin che sembrava un eroinomane che ti chiede le proverbiali ciento lire grattandosi nervosamente il collo ed Elsa che cadeva continuamente per terra, in un’ambientazione ottocentesca che scopiazzava la celebre edizione dell’Anello del nibelungo di Patrice Chéreau e Pierre Boulez).

Ieri sera, dicevo, ho avuto una modesta illuminazione: ho capito il senso del Lohengrin, che mi sfuggiva, o almeno un possibile senso del Lohengrin grazie a 1Q84 di Murakami Haruki.

Per prima cosa, però, devo spiegare che cosa in Lohengrin mi ha sempre lasciato perplesso. Lohengrin non è considerata una della grandi opere wagneriane, è un’opera di transizione tra le prove giovanili e la concezione (musicalmente e drammaturgicamente rivoluzionaria) della maturità. Musicalmente, l’invenzione secondo me più bella è quella del preludio del primo atto, con quei leggerissimi violini nel registro acuto, che entusiasmaronno (tra gli altri) Charles Baudelaire:

Mi sentii liberato dai legami di pesantezza e ritrovai la straordinaria voluttà che circola nei luoghi alti. Dipinsi a me stesso lo stato di un uomo in preda ad un sogno in una solitudine assoluta, con un immenso orizzonte e una larga luce diffusa. Un’immensità con il solo sfondo di se stessa. Allora concepii l’idea di un’anima mossa in un ambiente luminoso, ondeggiante al di sopra e molto lontano dal mondo naturale.

Questa è l’interpretazione dei Berliner Philharmoniker diretti da Herbert von Karajan (forse, la versione che avevo affisso prima non è più disponibile):

Quello che lascia perplessi, del Lohengrin, è che la storia è insensata. In epoca storica, nel IX secolo, un re tedesco, Enrico l’Uccellatore (una volta i re si chiamavano così, chissà se questo era dedito alla caccia o al bunga bunga) sta facendo una cosa politico-militare assolutamente prosaica: reclutare un esercito per combattere gli ungheresi. Va in Belgio, o comunque si chiamasse allora, nella regione del Brabante, e trova una situazione un po’ strana ma anch’essa tutto sommato credibile: il vecchio re o duca che sia è morto lasciando due figli in tenera età, Elsa e Goffredo, e lasciando detto che fino alla maggiore età della figlia il trono sia retto dal conte Federico di Telramondo. Ma, appena arrivato Enrico, Federico accusa Elsa di aver ucciso il fratellino: per questo non l’ha sposata, maritando invece una certa Ortruda, anche lei di antica schiatta, ma pagana e un po’ fattucchiera. Enrico, un po’ scocciato (ma guarda un po’ se per reclutare un plotone in più mi dovevo trovare in queste beghe dinastiche di provincia, si sarà detto) manda a chiamare Elsa e, dopo aver constatato che straparla, ordina un giudizio di dio: Federico, l’accusatore, si batterà in duello con un campione di Elsa e chi vincerà avrà detto la verità. Il problema è che nessuno vuole battersi per Elsa. Allora arriva una barchetta trainata da un cigno, ne scende un bellissimo misterioso cavaliere (avete indovinato, è Lohengrin) e dice che sarà il campione di Elsa e che dopo aver vinto (cosa su cui non ha nessun dubbio) la sposerà pure e vivranno sempre felici e contenti, ma a una sola precisa condizione: Elsa non dovrà chiedergli mai, ma proprio mai, chi è e da dove viene:

Nie sollst du mich befragen,
noch Wissens Sorge tragen,
woher ich kam der Fahrt,
noch wie mein Nam und Art!

Mai devi domandarmi
né a palesar tentarmi
ond’io ne venni a te
e il nome mio qual è!

Lo canta a 2’52″ del clip qui sotto:

È il brano che dà il titolo a una raccolta di saggi di Natalia Ginzburg ed era originariamente un articolo pubblicato su La Stampa del 18 maggio 1969 con il titolo Il nome di Lohengrin. Ne riporto un brano:

La prima opera di cui ebbi notizia nella mia vita, fu il Lohengrin. Me ne parlò mia madre; ed è stata l’unica opera la cui storia m’abbia commosso. Provai e provo ancora per la storditaggine commessa da Elsa un fortissimo dispiacere. Non chiedere niente era così facile. Sono quelle cose di cui non ci si consola mai, come, avendo letto Guerra e pace, non ci si consola mai che Natascia abbandoni il principe Andrej per fuggire con quello stupido di Anatol.
Riguardo alla vicenda di Elsa nel Lohengrin, rodendomi di rabbia pensavo, da bambina, che io mai avrei dato retta alla cattiva Ortruda, mai avrei chiesto a Lohengrin il suo nome. Mi stupivo che un nome potesse destare tanta curiosità (trascuravo il fatto che in me non destava curiosità semplicemente perché io già lo sapevo). Le parole di Lohengrin a Elsa, «Mai devi domandarmi», ancora oggi non posso udirle o sillabarle in me senza un brivido nella schiena. Esse vibrarono per me nell’infanzia del presagio che sarebbero state inutili; suonarono come un comando straziante perché conscio che non sarebbe stato obbedito, carico dell’annuncio d’una catastrofe che avrebbe separato quei due esseri, e di fronte alla quale il ritorno del fratello era una ben magra consolazione per Elsa e per tutti.
«Mai devi domandarmi – né a palesar tentarmi – ond’io ne venni a te – e il nome mìo qual è». La sciocca Elsa invece volle sapere come si chiamasse lui. Pensavo come aveva dovuto rimaner male dinanzi alla deludente rivelazione («Mio padre Parsifal in esso regna – io son Lohengrin suo figlio e cavalier»), dopo la quale s’erano scatenati disastri. Usavo ricostruire la storia dei due a modo mio. Elsa non chiedeva nulla e vivevano felicissimi Oppure lui, Lohengrin, rimaneva con lei nonostante lei gli avesse disobbedito. Perché a un certo punto il fatto che lui se ne andasse per così poco, mi apparve forse ancora più imbecille dell’insensatezza di lei.
Tuttavia capii a un tratto che, con un finale felice, quella storia crollava a terra, ne spariva ogni fuoco. Il segreto della tua grandezza vampeggiava nell’errore e nell’irrevocabilità dell’errore. Era una verità elementare, ma ne rimasi trasecolate, e l’istante in cui ne presi coscienza è stampato nella mia memoria, avendo io allora per la prima volta nella vita intraveduto una superiorità della sventura sulla felicità.
Quando andai a vedere il Lohengrin a teatro, rimasi delusa. Trovai che il cigno era piccolo, una specie di oca, Lohengrin vecchiotto e imbruttito da un elmo troppo grosso, Elsa bassa e vecchiotta e con due code gialle, per niente simile alla alata creatura che soggiornava nella mia immaginazione. Dissi a mia madre che non mi piaceva l’opera a teatro perché la musica copriva le parole. Preferivo quelle parole nella voce di mia madre.
In realtà quelle parole non le riconoscevo a teatro non solo a causa della musica, ma anche perché inghiottite dai gorgheggi e dai trilli. Le trecce d’oro di Elsa e le trecce nere di Ortruda continuarono a vivere in me per mio uso domestico, e persi la speranza di ritrovarle mai a teatro. È possibile che, all’origine del mio scarso interesse per le opere, vi sia quella antichissima delusione. Più tardi, mio marito mi disse che il Lohengrin è una grande opera ma non fra le più grandi. Non gli credetti. Conservo la persuasione che sia l’opera più grande di Wagner. Le parole «Mai devi domandarmi», che mia madre cantava bevendo il caffè al mattino, hanno il magico potere di riportarmi ai felici mattini della mia infanzia e a mia madre.

Resta inspiegato il motivo di questa proibizione. Lohengrin nella scena finale dice che se ne deve andare una volta noti il suo nome e la sua missione, in quanto cavaliere del Graal, ma non spiega un bel niente:

Anche colui che dal Gral è in lontano paese inviato,
ed eletto a campione in difesa della virtù,
non viene punto spogliato della sua santa forza,
finché quale suo cavaliere colà non sia riconosciuto.
Di tale augusta natura infatti è la virtù del Gral,
che, scoperto… ei deve fuggire agli occhi dei profani.
E perciò nessun dubbio dovete nutrire intorno al suo cavaliere;
ma se lo riconoscete… allora se ne deve da voi partire…
Ora udite, com’io ricompenso la vietata domanda!
Dal Gral fui io dunque presso di voi mandato:
Parsifal mio padre ne porta la corona,
e suo cavaliere io sono… chiamato Lohengrin.

Quello che invece ho capito ieri, grazie a 1Q84, è il perché della proibizione: il castello di Montsalvat, dove si conserva il sacro Graal, è in un universo parallelo, eguale al nostro se non per pochi, apparentemente insignificanti dettagli. Ma si tratta di un universo parallelo, collegato al nostro soltanto in uno stato di sovrapposizione quantica, come il gatto di Erwin Schrödinger:

Si possono anche costruire casi del tutto burleschi. Si rinchiuda un gatto in una scatola d’acciaio insieme alla seguente macchina infernale (che occorre proteggere dalla possibilità d’essere afferrata direttamente dal gatto): in un contatore Geiger si trova una minuscola porzione di sostanza radioattiva, così poca che nel corso di un’ora forse uno dei suoi atomi si disintegrerà, ma anche, in modo parimenti probabile, nessuno; se l’evento si verifica il contatore lo segnala e aziona un relais di un martelletto che rompe una fiala con del cianuro. Dopo avere lasciato indisturbato questo intero sistema per un’ora, si direbbe che il gatto è ancora vivo se nel frattempo nessun atomo si fosse disintegrato, mentre la prima disintegrazione atomica lo avrebbe avvelenato. La funzione \Psi dell’intero sistema porta ad affermare che in essa il gatto vivo e il gatto morto non sono stati puri, ma miscelati con uguale peso.

Il gatto di Schrodinger

wikimedia.org/wikipedia/commons

Elsa e Lohengrin (a differenza di Aomame e Tengo) possono coesistere nella stessa «scatola d’acciaio» soltanto finché essa non è aperta, cioè soltanto fino a che il nome e la natura di Lohengrin sono ignoti …

Se poi, a questo punto, vi è venuta voglia di vedere e sentire tutta l’opera, qui c’è l’edizione del 2011 di Bayreuth:

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