Quelli che… Non abbia paura, guardi che è buonissimo

Combino in me due caratteri non proprio originalissimi: ho paura dei cani (da sempre: con qualche coloritura isterica, forse, ma con un solido fondamento razionale) e ho l’abitudine quotidiana di camminare di buon passo la mattina presto (da poco: per darmi delle arie ed essere à la page dovrei dire che pratico fitness walking). Una combinazione non particolarmente originale e, in genere, priva di problemi.

In genere, e quasi dappertutto, penso. Non in Italia, quanto meno non a Roma, dove alla mattina presto vige una sorta di happy hour, dedicata al latrato libero e aggressivo. Nei giardinetti della zona i cani scorrazzano senza freni, e anche senza museruola e senza guinzaglio, se è per quello. Ogni area verde è un cacatoio a cielo aperto (rarissimi i proprietari che raccolgono la deposizione con guanti, paletta e apposito contenitore). Ogni animale che si muova – altro cane, piccione, cornacchia, attempato camminatore come me – è un potenziale bersaglio, con tutto il corredo dell’aggressività canina: pelo irto e bocca spalancata con i denti in bella mostra, come ben descrive Ludovico Ariosto nel Canto II dell’Orlando Furioso:

Come soglion talor duo can mordenti,
o per invidia o per altro odio mossi,
avicinarsi digrignando i denti,
con occhi bieci e più che bracia rossi;
indi a’ morsi venir, di rabbia ardenti,
con aspri ringhi e ribuffati dossi [...]

Eppure una norma recente, del 2009, ha confermato gli obblighi dei proprietari:

Ministero del lavoro, della salute e delle politiche sociali
Ordinanza 03 marzo 2009
Ordinanza contingibile ed urgente concernente la tutela dell’incolumità pubblica dall’aggressione dei cani.
(G.U. Serie Generale, n. 68 del 23 marzo 2009)
[…]

Art. 1.
1. Il proprietario di un cane è sempre responsabile del benessere, del controllo e della conduzione dell’animale e risponde, sia civilmente che penalmente, dei danni o lesioni a persone, animali e cose provocati dall’animale stesso.
2. Chiunque, a qualsiasi titolo, accetti di detenere un cane non di sua proprietà ne assume la responsabilità per il relativo periodo.
3. Ai fini della prevenzione dei danni o lesioni a persone, animali o cose il proprietario e il detentore di un cane devono adottare le seguenti misure:
a) utilizzare sempre il guinzaglio ad una misura non superiore a m 1,50 durante la conduzione dell’animale nelle aree urbane e nei luoghi aperti al pubblico, fatte salve le aree per cani individuate dai comuni;
b) portare con sé una museruola, rigida o morbida, da applicare al cane in caso di rischio per l’incolumità di persone o animali o su richiesta delle Autorità competenti;
c) affidare il cane a persone in grado di gestirlo correttamente;
d) acquisire un cane assumendo informazioni sulle sue caratteristiche fisiche ed etologiche nonché sulle norme in vigore;
e) assicurare che il cane abbia un comportamento adeguato alle specifiche esigenze di convivenza con persone e animali rispetto al contesto in cui vive.
[…]

Dunque, i proprietari. Dove sono i proprietari? Stanno in branco anche loro. Forse non dovrei dire branco, ma muta: però stanno insieme per chiacchierare, e dunque il termine mi pare inappropriato. Guai a disturbarli, per chiedere aiuto o protestare. Prima ti guardano sorpresi. Poi, se osi protestare e richiamarli all’obbligo di guinzaglio e museruola, ti fanno osservare: «A quest’ora?» «A qualunque ora in cui manifestino la loro aggressività verso i malcapitati passanti,» rispondi. E a questo punto ti deridono: «Ma che, ci hai paura? [ti dànno del tu, come se foste vecchi compagni di bisbocce] Ma se non ha mai fatto male a nessuno!»

wikimedia.org/wikipedia/commons

Eh già. Non ha mai fatto male a nessuno.

Ma io non voglio essere il primo.

Fateci caso, ogni volta che un cane ferisce un passante o ammazza un bambino, il proprietario dichiara che era sempre stato un cane buonissimo e non aveva mai dato segni di aggressività.

L’ultimo caso è successo ieri a Lavinio, a pochi km da Roma (riprendo la notizia da RomaToday).

Lavinio: bimba di 15 mesi azzannata dal cane di famiglia

La piccola è stata trasportata in elisoccorso al Policlinico Gemelli e sottoposta ad intervento chirurgico. Il cane affidato al servizio veterinario locale

Una bimba di 15 mesi è in gravissime condizioni dopo essere stata azzannata dal cane di famiglia, un pastore maremmano. L’episodio è accaduto nella serata di ieri a Lavinio, sul litorale romano. Subito dopo, la bimba è stata trasportata in elisoccorso al Policlinico Gemelli di Roma, dove è stata sottoposta ad un intervento chirurgico.

AZZANNATA NEL GIARDINO – La bimba é stata azzannata dal cane alla testa e al collo mentre si trovava nel giardino di casa in braccio alla madre, che le stava dando da mangiare. Il cane, un pastore maremmano di cinque anni che era libero nel giardino, forse per gelosia si è scagliato su di lei. La mamma della bambina, una romana di circa 30 anni che durante l’episodio era in compagnia della nonna della piccola, ha subito chiamato i soccorsi. Il padre, convivente della donna, non era in casa durante l’episodio.

INDAGINI - Al momento il cane, che fino ad allora non aveva mai dato segni di particolare aggressività, è stato affidato al servizio veterinario locale. Sulla vicenda indagano i carabinieri della stazione di Lavinio.

Eccolo là, nella penultima riga: «il cane […] fino ad allora non aveva mai dato segni di particolare aggressività».

Mi auguro che i cani che dànno ripetuti e continui segni di particolare aggressività siano abbattuti tutti e subito. Senza farli soffrire, ma messi in condizione di non nuocere. Con buona pace dei miei amici specisti.

Il Signor Bonaventura e il parco avventura

Mi sono chiesto più d’una volta, nelle mie passeggiate mattutine all’Eur, chi sia Carlo Ciocci e quali suoi meriti abbiano indotto il servizio di toponomastica comunale a dedicargli il parco incuneato tra la via Cristoforo Colombo, viale dell’Umanesimo, piazza Pakistan (il Fungo, per capirsi), viale Iran e viale Libano. Una collinetta lunga e stretta, ma non certo piccola, e ricca di alberi d’alto fusto, soprattutto pini marittimi.

Sulla targa, che vedete qui sotto, c’è scritto: Carlo Ciocci, benefattore.

IMG_0191

Una mia prima ricerca mi aveva indotto a credere che si trattasse di Carlo Alberto Ciocci, democristiano di lungo corso e romano, per 4 mandati (1971, 1976, 1981 e 1985) consigliere comunale e per una legislatura (la X, 1987-1992) deputato alla Camera. Nella sua carriera parlamentare si registrano 6 interventi in aula (non so, per la verità, se si debba dire in tal caso soltanto 6 interventi o ben 6 interventi: quali sono i valori registrati per il deputato tipico?): 2 nel 1989, 3 nel 1990, 1 nel 1991, nessuno nel primo e nell’ultimo anno della sua carriera. Tra i suoi interventi, quello che mi ha colpito di più – se escludo un’interrogazione, insieme all’onorevole Silvia Costa, «in merito alla notizia secondo la quale l’amministratore di un condominio ad Asti avrebbe negato la sistemazione di una motocarrozzella nell’androne del palazzo» che testimonia della sua sensibilità ai temi della disabilità – è una veemente difesa del sindaco Pietro Giubilo (uno dei peggiori che Roma abbia mai avuto) e l’orgogliosa vanteria «di essere romano da sette generazioni» in un torrido 31 luglio 1989.

IMG_0121.JPG (2)

dati.camera.it

Carlo Alberto Ciocci sarebbe stato perfetto per la storia che voglio raccontare. Ma le date non tornano: Carlo Alberto Ciocci è nato nel 1932 e morto nel 2007, il nostro misterioso benefattore è nato nel 1903 e morto nel 1974. E non ci aiuta neppure il servizio toponomastica del Comune di Roma (Capitale), che registra la dedica del parco al suo nome (con delibera della Giunta comunale n. 131 del 17 marzo 2004), ma non riporta alcuna notizia su chi fosse il signor Ciocci e su quali buone azioni gli abbiano meritato l’assegnazione di un toponimo e la memoria in qualità di benefattore.

Il parco, come dicevo, è bello. Ma non era ben frequentato, almeno fino a qualche mese fa, perché le strade che lo circondano e le pendici che scendono verso la Colombo sono da anni territorio dei trans (non sono in grado di dire se transessuali o transgender o transché: credetemi, non ho mai avuto voglia o ritenuto opportuno approfondire l’argomento). Di notte, beninteso, perché di giorno qualunque cittadino poteva goderne.

Dalla metà di febbraio sono iniziati dei lavori. Inizialmente soltanto di recinzione, poi (apparentemente) di sistemazione del giardino, poi di costruzione di diverse strutture. Un giorno mi sono fermato a leggere il cartello che era stato affisso dietro nuova recinzione.

IMG_0190

Non sono servite grandi doti da investigatore o da giornalista d’assalto per scoprire qualche cosa. La Verde Verticale snc è un’impresa specializzata nella realizzazione «di parchi avventura e di percorsi acrobatici in altezza», fondata da Alessandro Ruffi (che qui figura anche come direttore del cantiere) e da Paola Freschi. A un primo sguardo hanno un curriculum di tutto rispetto e hanno realizzato parchi avventura un po’ in tutta Italia (anche se, mi pare di capire, non in ambito urbano).

Eurpark, che gestirà il parco, è un’impresa che opera sul mercato e dunque per il profitto. Onestamente, so ben poco di più. Posso dire che la musica che parte non appena ci si connette al sito è fastidiosissima (non ho capito se e come si disattiva e ho dovuto togliere il volume) e, per i miei pur ecumenici gusti, molto brutta. Anche il testo promozionale del parco (da mesi il sito induce a credere che il parco sia già operativo, anche se non lo è) mi pare discutibile. Ma giudicate voi stessi.

Eur Park è un meraviglioso parco avventura che propone divertenti ed emozionanti attrazioni sugli alberi e immerse nella natura, è il parco avventura unico su Roma e fra i parchi a tema più grandi in Italia, con i suoi 9 percorsi garantisce divertimento per bambini, ragazzi ed adulti in totale sicurezza ed immersi in un ambiente incontaminato ed adrenalinico. Cavi, passerelle, reti sospese, carrucole, ponti di tutti i tipi, tunnel, pareti d’arrampicata e molto altro sono solo alcune delle attrazioni che fanno di Eur Park una meta unica ed ambita per trascorrere una giornata fuori dal comune. All’Eur Park tutti possono sentirsi Tarzan, Rambo o un Avatar che si muove agile fra gli alberi. Il grande numero dei percorsi e la variegata tipologia di giochi consente un divertimento sia ai principianti sia ai più temerari. Percorsi ed attrazioni 3 percorsi per bambini, 6 per ragazzi ed adulti, un’area playground per i più piccini, 1 meraviglioso percorso paramiliare a terra che riproduce immerso nel bosco l’addestramento dei marines, 1 parete d’arrampicata di 10 mt con scuola di roccia per mettere alla prova anche le doti dei più atletici. Servizi Per chi non accede ai percorsi, o per i momenti a terra, tanti, tanti servizi: Area Relax, Connessione WiFi ad internet, Area Pic-nic ed un fornitissimo Bar. Sicurezza La sicurezza nell’accedere ai percorsi è garantita da attrezzature professionali da alpinismo e dalla presenza di Istruttori esperti che curano con attenzione, cortesia e simpatia tutta la preparazione, l’istruzione e l’attività sui percorsi. Famiglie, gruppi e molto ancora! Ideale per gite di famiglia o di gruppo, Eur Park propone un’intera giornata di divertimento no limits con la possibilità di testare i vostri limiti in un’attività divertente, sana ed entusiasmante. Per i gruppi organizzati (ospitiamo fino a un massimo di 200 persone) diamo anche la possibilità di provare una delle nostre attività ausiliarie quali una divertentissima gara di orientering (caccia al tesoro naturalistica) ed un istruttivo percorso didattico nel circostante Parco (il più grande di Roma che con quasi 1 ettaro di verde da spazio a tutta la Vs. fantasia). Compleanni Se c’è una cosa che ci riesce bene è regalare a voi e ai vostri cari una festa di compleanno davvero indimenticabile! Massima elasticità e il divertimento assicurato sono il nostro motto. Addii al Celibato/Nubilato Qual’è la più grande avventura della vita? Il matrimonio! E la seconda? Un addio al Celibato o un addio al nubilato all’Eur Park ! Gite scolastiche Oltre 100 scuole all’anno scelgono di fare un’esperienza divertente e formativa nel nostro parco avventura. Il nostro parco fa riscoprire giocando sensazioni che fanno parte di noi e ci mettono alla prova con un divertimento attivo che ci fa superare i nostri limiti e le nostre paure in modo sano ed emozionante. Rendete la vostra gita un successo, organizzatela all’Eur Park in un mix di divertimento, avventura, natura e cultura. Eventi Aziendali e Team Building Costruire e fortificare un team di lavoro non è cosa facile. La fiducia va cementata, le gerarchie vanno per un attimo dimenticate e si deve attuare il difficile passaggio mentale di sapersi divertire con persone con cui normalmente si lavora. Tutto questo è possibile e facilmente realizzabile organizzando un evento aziendale o una giornata di Team Building all’Eur Park. Il nostro parco saprà risvegliare lo spirito di squadra che c’è in voi. Mettervi alla prova in situazioni ludiche ma impegnative implementerà enormemente l’empatia ed i rapporti umani di uno staff di lavoro, aumenterà la cooperazione e creerà legami che trascenderanno la singola giornata e si riverbereranno positivamente sul quotidiano dell’azienda.

La mia tentazione è stata quella di smettere alla seconda o terza riga («parco avventura unico su Roma», «ambiente incontaminato ed adrenalinico»: ambiente adrenalinico? ma che cos’è, un’avventura nel parco delle ghiandole surrenali?). Se avete la stessa tentazione, vi incito a farvi forza e andare avanti. Sarete ricompensati da questa boiata, con tanto di apostrofo a «qual è»:

Qual’è la più grande avventura della vita? Il matrimonio! E la seconda? Un addio al Celibato o un addio al nubilato all’Eur Park!

eurpark.it

OK, si sarà capito ormai che il parco avventura non è il mio tipo di svago. Ma naturalmente ciascuno è libero di trascorre il suo tempo libero come crede. La mia unica obiezione è che una vasta area (quasi un ettaro, per esplicita ammissione dei beneficiari) è ora sottratta al libero utilizzo ricreativo da parte dei cittadini e resa “fruibile” (brutta parola, lo so), sia pure con servizi aggiuntivi, al prezzo di 16€ nei giorni infrasettimanali e 18€ il sabato e la domenica. Responsabilità non di Verde Verticale o di Eurpark, ma di Eur SpA, sul cui sito non sono riuscito a trovare nessuna documentazione sulla privatizzazione di questo parco pubblico.

Catoblepa

Ieri l’Italia si è svegliata con sulle labbra una parola nuova, catoblèpa. Un animale fantastico africano – secondo la Storia naturale di Plinio il Vecchio – dalle forme indefinite, ma con 2 caratteristiche note:

  1. il suo sguardo è mortale
  2. e tuttavia la probabilità di esserne uccisi è bassa, perché la pesantezza della testa lo costringe a tenere sempre lo sguardo volto a terra.

wikimedia.org/wikipedia/commons

Claudio Eliano, tornando sull’argomento nella sua opera Sulla natura degli animali, lo identifica praticamente con lo gnu. Il suo sguardo non è più mortale, ma in compenso uccide con un rutto o una fiatata letale, perché si nutre di erbe velenose.

wikimedia.org/wikipedia/commons

Mi fermo qui, perché tanto sul significato della parola e sul lemma del Vocabolario Treccani si sono dilungati a sufficienza i quotidiani.

Il motivo dell’improvvisa popolarità di un vocabolo per il resto piuttosto oscuro è l’uso che ne fa Fabrizio Barca nella sua “memoria politica” (Un partito nuovo per un buon governo, Memoria politica dopo 16 mesi di governo), con riferimento però a Raffaele Mattioli e non a Plinio il Vecchio.

E tutti a dargli addosso, a Fabrizio Barca: perché usa una parola difficile, perché scende in campo o sale in politica non con un videospot, con o senza calza a nascondere le rughe, o con 8 punti di 149 caratteri l’uno, ma con un documento di 55 pagine, con ragionamenti a volte complessi e addirittura qualche riferimento bibliografico. Tutti a dargli addosso e tutti a proporre bignamini del barca-pensiero [uno per tutti: Il documento di Barca, corto. Le 55 pagine presentate oggi dal ministro uscente riassunte in 8 punti e un haiku, per chi non ha tempo (e cosa c'entra il catoblepa), di Gianni Zagni su ilpost del 12 aprile 2013].

Fabrizio Barca non ha certo bisogno di essere difeso da me. Ma se i suoi improvvisati biografi si fossero presi la briga di consultarne la biografia – niente di più arduo che googlarne la biografia sul sito del Governo o la voce di Wikipedia – avrebbero scoperto che, prima di prendere il master in economia a Cambridge, si è laureato in statistica alla Sapienza di Roma.

Mi piace immaginare che questo passaggio formativo nella sua biografia abbia lasciato un segno nel modo di pensare di Fabrizio Barca. Perché, se io dovessi provare a riassumere in poche parole l’essenza della statistica come scienza dell’informazione, direi che è la scienza di semplificare fenomeni complessi conservandone gli aspetti rilevanti, al costo di una perdita d’informazione e dell’introduzione consapevole di errori, in un processo controllato. Insomma, quello che viene spesso espresso in una citazione falsamente attribuita ad Albert Einstein:

Everything should be made as simple as possible, but no simpler.

In realtà la cosa più vicina a questo che Einstein abbia mai scritto la riporto qui sotto, ma anche la forma apocrifa è corretta ed efficace, e va bene anche se non l’ha scritta un grande scienziato ma – putacaso – un bravo giornalista come Donato Speroni.

It can scarcely be denied that the supreme goal of all theory is to make the irreducible basic elements as simple and as few as possible without having to surrender the adequate representation of a single datum of experience. [Albert Einstein, "On the Method of Theoretical Physics" The Herbert Spencer Lecture, delivered at Oxford (10 June 1933); also published in Philosophy of Science, Vol. 1, No. 2 (April 1934), pp. 163-169., p. 165]

Insomma, se il ragionamento politico di Barca aveva bisogno di 55 pagine di considerazioni anche difficili, ha fatto bene a non farsi condizionare dalle mode dei cinguettii e degli slogan. Se poi sono d’accordo con lui, lo dirò solo dopo averle lette, e non frettolosamente, quelle 55 pagine, che meritano comunque rispetto e non giudizi sommari (e somari).

Ma abbassiamo i toni, come si suol dire. Ricordiamo piuttosto che il catoblepa compare anche in una canzone di EELST del 1992, Supergiovane (e questo l’hanno scritto in molti) e in una storia del grande Don Rosa.

Scatta Supergiovane e derapa soccorrendo il Catopel il Canopeta il Capotel il Catop Catoblepa Catoblepa. Supergiovane derapa soccorrendo il Catoblepa, che purtroppo sta tirando le cuoia. “Addio Supergiovane. Per me ormai è finita” “No!” “L’analcolico moro è entrato in circolo” “Non dire così amico catoblepa. Ecco, prendi questo!” “No, ma… cosa…?” “Ah” “Ah” “Sss” “Ah h h ” “Ah… Catoblepa?! Catoblepa. No. Assassini. No. Governo bastardo.”

Catoblepa catoblepa, io ti dono le mie Tepa per il viaggio che conduce all’aldilà. Catoblepa, catoblepa, catoblepa, catoblepa. Catoblepa, tu mio amico morto, io vendicherotti, tu. E Supergiovane dà fuoco a uno spinello col quale affumica il governo, che, all’istante, passa all’uso di eroina e muore pieno di overdose.

La storia di Don Rosa (da molti considerato l’erede di Carl Barks) compare sul n. 96/1997 di Zio Paperone con il titolo “Paperino e il serraglio mitologico” (l’originale era comparso su Walt Disney’s Comics and stories n. 523 del 1990 con il titolo “Donald Duck. Mythological Managery”). Zio Paperino, per dimostrare la sua (presunta) superiorità sulle Giovani Marmotte, costruisce animali fantastici addobbando di trovarobato posticcio gli animali della fattoria di Nonna Papera, ma Qui Quo e Qua sono comunque più bravi di lui. L’immagine che presento è una scansione della mia copia del giornalino e spero che tanto basti a convincere gli agguerriti legali della WD della mia buona fede.

catoblepa_r

Nello stesso numero di Zio Paperone trovo anche un articolo di Luca Boschi (“Fra mito e realtà”) in cui si cita come possibile fonte il Manuale di zoologia fantastica di Jorge Luis Borges e Marguerita Guerrero (tradotto per Einaudi dal grande Franco Lucentini):

Plinio (VIII, 32) narra che ai confini dell’Etiopia, non lontano dalle fonti del Nilo, abita il catoblepa, «fiera di media statura e andatura pigra. La testa è di peso considerevole, e l’animale fa molta fatica a portarla; la tiene sempre chinata a terra. Se non fosse per questa circostanza, il catoblepa annienterebbe il genere umano, perché qualunque uomo gli vede gli occhi, cade morto».
Catoblepas, in greco, vuol dire «che guarda in basso ». Cuvier stimò che fosse stato ispirato agli antichi dallo gnu (contaminato col basilisco e con le gorgoni). In una delle ultime pagine della Tentazione di Sant’Antonio [di Gustave Flaubert; nota mia] si legge:
Il catoblepa (bufalo nero, con una testa di maiale che gli ciondola fino a terra, attaccata com’è alle spalle mediante un collo sottile, lungo e floscio come un budello vuoto. Sta appiattato nel fango, le zampe appena visibili sotto la gran criniera di peli duri che gli copre il muso):
– Grosso, melanconico, fosco, me ne sto sempre così: a sentire sotto il ventre il tepore del fango. Ho la testa così pesante che m’è impossibile tenerla alzata. La muovo lentamente attorno, e, a mascelle socchiuse, strappo con la lingua le erbe velenose inumidite dal mio fiato. Una volta, mi sono divorato le zampe senza accorgermene.
– Nessuno, Antonio, m’ha visto mai gli occhi; o chi li ha visti è morto. Se alzassi le palpebre, queste mie palpebre rosate e gonfie, tu moriresti all’istante.

ROMA FA SCHIFO: Il nuovo nodo MetroA\MetroB della Stazione Termini ancora deve inaugurare. In compenso già ci piove dentro. Ma di brutto eh!

Sono particolarmente contento che qualcun altro – oltre a me che l’ho fatto più volte, qui, qui, qui e qui – segnali il problema della pioggia nei mezzanini del nuovo nodo Termini.

Qui il link e tutte le foto (che ho preso dall’articolo e sono di Ale77):

ROMA FA SCHIFO: Il nuovo nodo MetroA\MetroB della Stazione Termini ancora deve inaugurare. In compenso già ci piove dentro. Ma di brutto eh!.

Eterogenesi dei fini parte seconda, ovvero le dure lezioni della realtà

Sono sempre troppo ottimista. Sono passato di nuovo, nelle mie passeggiate di salute (ma chiamarlo brisk walking fa più figo), davanti al civico 1 di viale del Ciclismo, nel quartiere dell’Eur a Roma. Campeggiava sul portone il cartello che proponeva l’acquisto o l’affitto di un prestigioso appartamento del 270 m2. Svelato l’arcano. Altro che eterogenesi dei fini, siamo davanti a una dura lezione della realtà.

Ora non ci resta che immaginare che il Defender dei Carabinieri stia diffondendo il suo puzzolente miscuglio di particolato, monossido di carbonio e altri gas di scarico in qualche altro quartiere di Roma o di qualche altra città.

fiammeblu.it

Caso Meredith: la prospettiva di un nuovo processo scatena la stampa americana contro il nostro sistema giudiziario

salon.com

Salon, in un articolo del 27 marzo 2013 a firma di Victor L. Simpson, intitolato Knox case means more scrutiny for Italian justice system. A decision by the country’s highest criminal appeals court raises questions about how justice works in Italy, esordisce così:

Roma (AP) – Quando il finanziere americano Bernie Madoff fu condannato a New York, il Corriere della sera (il più autorevole quotidiano italiano) pubblicò una vignetta che prendeva in giro il sistema giudiziario.

In una corte americana, un giudice condannava l’imputato a 150 di galera dopo 6 mesi di processo. In una corte italiana, il giudice condannava a 6 mesi di reclusione dopo un processo durato 150 anni. In questo modo il più importante quotidiano del Paese metteva alla berlina il lentissimo, e a volte inconcludente, sistema giudiziario italiano.

giann472-550

Adesso, la decisione della Corte di cassazione – annullamento delle assoluzioni di Amanda Knox e del suo ex-fidanzato italiano e conseguente necessità di celebrare un nuovo processo per l’omicidio della sua compagna di stanza accaduto nel 2007 – suscita all’estero e all’interno nuove preoccupazioni sul funzionamento della giustizia in Italia.

È un sistema in cui le persone assolte dall’accusa di aver commesso reati gravi vivono per anni sotto la minaccia della reclusione [nel caso in cui vi sia un nuovo processo che si chiude con una sentenza di condanna – nota mia], mentre potenti politici come l’ex-premier Silvio Berlusconi possono evitare di essere condannati a una pena detentiva ricorrendo in appello quasi indefinitamente, fino allo scattare della prescrizione.

Potete leggere integralmente l’articolo in originale qui: Knox case means more scrutiny for Italian justice system – Salon.com.

Soltanto un commento: vi irrita, o peggio, un giudizio così sbrigativo sul nostro sistema giudiziario? Ritenete arrogante e affetta da complesso di superiorità la stampa statunitense? Considerereste un affronto alla nostra magistratura e al nostro Paese una campagna per sottrarre Amanda Knox a un nuovo processo in Italia, come stabilito dalla Cassazione?

Benissimo: rispetto qualsiasi opinione. Però, per favore, adesso andate a rileggere che cosa hanno scritto i nostri giornalisti sull’eventualità che sia la magistratura indiana a celebrare il processo ai 2 marò.

Deportee

Nel mio piccolo, anch’io…

wikimedia.org/wikipedia/commons

Bob Dylan e Joan Baez, live, nel tour Rolling Thunder Revue (1976). Il video non c’è più su YouTube, ma lo trovate qui.

PLANE WRECK AT LOS GATOS (DEPORTEE)
Words by Woody Guthrie – Music by Martin Hoffman

The crops are all in and the peaches are rott’ning
The oranges piled in their creosote dumps
They’re flying ‘em back to the Mexican border
To pay all their money to wade back again

Goodbye to my Juan goodbye Rosalita
Adios mis amigos Jesus y Maria
You won’t have your names when you ride the big airplane
All they will call you will be “Deportees”

My father’s own father he waded that river
They took all the money he made in his life
Six hundred miles to that Mexican border
They chase us like outlaws like rustlers like thieves

Goodbye to my Juan goodbye Rosalita
Adios mis amigos Jesus y Maria
You won’t have your names when you ride the big airplane
All they will call you will be “Deportees”

The skyplane caught fire over Los Gatos Canyon
A fireball of lightning and shook all our hills
Who are all these friends all scattered like dry leaves
The radio says “They are just Deportees”

Is this the best way we can grow our big orchards
Is this the best way we can grow our good fruit
To fall like dry leaves to rot on my topsoil
And be called by no name except “Deportees”

Goodbye to my Juan goodbye Rosalita
Adios mis amigos Jesus y Maria
You won’t have your names when you ride the big airplane
All they will call you will be “Deportees”

Però c’è la bellissima versione che canto Bruce Springteen vent’anni dopo, nel 1996, in occasione della proclamazione dell’inserimento di Woody Guthrie nella Rock & Roll Hall Of Fame. La storia la racconta Andrea Falcone, che ha postato il brano su YouTube.

Nel 1996 Woody Guthrie venne accolto nella “Rock & Roll Hall Of Fame” e la sera della proclamazione, alla “Severance Hall” di Cleveland, alcuni grandi artisti suoi discepoli gli resero omaggio e accertarono la sua influenza a trent’anni ormai dalla morte. Fu un bellissimo show, con musicisti di varie e lontane generazioni: da Ramblin’ Jack Elliott che già negli anni Cinquanta agognava al ruolo di “figlio putativo di Woody” al figlio reale, Arlo, dai vecchi fan country Joe McDonald e Bruce Springsteen, a più giovani aficionados come Ani DiFranco e Dave Pirner, il leader dei “Soul Asylum”. Nel 2000, cioè quattro anni dopo, quel memorabile show esce dai cassetti e dalla circoscritta esperienza dei duemila spettatori e diventa disco, grazie all’amore e alla tenacia di Ani DiFranco e della sua etichetta “Righteous Baby”. Il CD si titola ” ‘Til We Outnumber ‘Em ” (e ha come sottotitolo “The Song Of Woody Guthrie”), vede l’interpretazione stupenda di Ani DiFranco in “Do Re Mi” e quella di Springsteen in “Plane Wreck At Los Gatos – Deportee” che vi propongo. Lo Springsteen che sceglie questa canzone è lo stesso che di lì a poco, in “The Ghost Of Tom Joad”, racconterà nella “trilogia del confine” storie analoghe dei tempi nostri, di immigrati messicani clandestini e ammazzati in California.

Los Gatos è uno di quei posti sperduti in fondo alla California che Jack Kerouac nomina di sfuggita senza fermarsi in “On The Road”, ma che per Woody Guthrie era carico di significato, perchè qui un aereo carico di braccianti messicani stagionali rispediti a casa a fine raccolto, precipitò uccidendoli tutti, e la radio commentò che in fondo erano “Just Deportees”, nient’altro che clandestini senza permesso di soggiorno, giustamente rispediti a casa loro quando non servivano più. E fu proprio durante gli anni Quaranta, il decennio più attivo per Guthrie, che scrisse “Plane Wreck At Los Gatos – Deportees” : è la voglia di Guthrie di affrontare temi difficile, la voglia di gridare la rabbia, il dolore. La voglia di essere la voce dei più deboli. Lui che veniva dalla campagna e dalla sua durezza e che aveva vissuto i picchetti degli operai, il crumiraggio, le angherie e la violenza dei padroni e dei proprietari terrieri, volle diventare il cantore, il testimone, dei più indifesi. Cantò la povertà, l’emarginazione, la fame e usò sempre il linguaggio della gente più povera, il linguaggio che aveva imparato da giovane e poi nei suoi vagabondaggi con gli altri hobos. Raccontava frammenti di vita, istantanee, singole immagine come solo una canzone può fare. Gridando il dolore e la disperazione ma senza vere velleità politiche come invece molti pensarono. La sua era una protesta che nasceva dalla conoscenza e dal dolore e che soprattutto nella prima fase delle sue canzoni non aveva, non poteva avere, una linea politica organica. Fu una voce ruvida e una chitarra elementare e non sempre accordata. Questo era Woody Guthrie con il suo talkin’ blues a metà tra la tradizione bianca e la tradizione nera della musica, una strada tutta sua con al centro i testi, le parole. Mai sconfitto cantò l’orgoglio degli sconfitti.

Eterogenesi dei fini

Non so chi abiti, a Roma, al civico 1 di viale del Ciclismo, nel quartiere dell’Eur. Non mi interessa neanche tanto, e dico fin da subito – a scanso di equivoci e di possibili attenzioni poliziesche o giudiziarie – che la mia è una semplice osservazione / considerazione da cittadino che si trova a passare di lì nello svolgimento di attività salutistico-sportive.

Ho immaginato che si tratti (o si trattasse) di una personalità, e più esattamente di una personalità elettiva. Davanti a quella bella palazzina o villa unifamiliare (anche questo lo ignoro, dal momento che oltre alla recinzione metallica e alla siepe, l’abitazione è nascosta alla vista da un’impenetrabile staccionata in pannelli di legno) ha stazionato per mesi, 24 ore su 24, un Defender dei Carabinieri (a volte un diverso mezzo, e non posso escludere che a volte si sia trattato persino della Polizia di Stato). Sempre con il motore acceso. Sempre.

Non so per la verità da quanto tempo, dal momento che la mia attività sportiva, ancorché assidua, è piuttosto recente. Ma che il motore fosse sempre acceso (di notte e d’inverno per il freddo, suppongo; di giorno e d’estate per il caldo; nelle ore e nelle stagioni intermedie per noia o distrazione, chissà) ne sono certo.

Due o tre giorni dopo le elezioni, il mercoledì o il giovedì, la scorta e l’automezzo sono spariti. Naturalmente, mi sono figurato che il nostro sia uno dei tanti non eletti. Ma non ne sono certo e mi rallegro soltanto per l’alleviamento della sua impronta ecologica…

fiammeblu.it

Se vi state chiedendo il perché del titolo di questo post, posso riassumere così (da Wikipedia):

L’espressione eterogenesi dei fini, in tedesco Heterogonie der Zwecke, fu coniata dal filosofo e psicologo empirico Wilhelm Wundt. Con essa si fa riferimento a un campo di fenomeni i cui contorni e caratteri trovano più chiara descrizione nell’espressione «conseguenze non intenzionali di azioni intenzionali».

Eur, parco delle cascate

Stamattina all’alba il quartiere romano dell’Eur era bellissimo. [Per i pignoli e gli amanti di Robert Musil, erano le 6:50 del 27 febbraio 2013.] Il cielo era sereno, azzurro intenso, striato di cirri delicatamente tinti di rosa dalle dita di Aurora. Ho iniziato la mia passeggiata mattutina infreddolito ma beato e pieno di ottimismo. Nel cratere lasciato dalla sciagurata distruzione del velodromo olimpico (ne abbiamo parlato qui e qui) ristagnava candida e batuffolosa la nebbia.

Poco più avanti, anche sul laghetto dell’Eur si muovevano pigramente alcuni fiocchi di nebbia. Ho cominciato a percorrere la Passeggiata del Giappone, che fa il periplo del lago e che prende il nome “[dal]l’impianto in massa di Prunus da fiore donati dalla città di Tokyo” [La Passeggiata del Giappone all’Eur]: donati, penso (ma non sono riuscito a trovarne attestazione), in occasione delle Olimpiadi romane del 1960, come ideale staffetta verso le Olimpiadi di Tokyo del 1964. Le bocchette dell’acqua che alimenta il lago fumavano nell’aria gelida, dando al paesaggio un vago sentore newyorchese.

wikimedia.org/wikipedia/commons

Manco del necessario lirismo per descrivere l’incanto della passeggiata e lo stato di grazia in cui mi trovavo stamattina. Per mia fortuna, parole sufficientemente alate non difettano a Francesco Tonini, il blogger che ho già citato poco fa:

Percorrere i vialetti di questa area è molto piacevole, un continuo avvicendarsi di quinte chiuse ed aperte si susseguono tra percorsi sinuosi contornati da specie vegetali sempre diverse, tra sali scendi che permettono di apprezzare visuali diverse dei grattacieli dell’eur, il tutto immersi in un clima rilassato ed isolato dal traffico cittadino.
Il successo della Passeggiata è evidente: centinaia di persone la percorrono ad ogni ora per passeggiare, fare jogging e sostare sulle panchine all’ombra degli alberi con serenità.[La Passeggiata del Giappone all’Eur]

Il percorso, oltrepassato il primo dei 2 ponti sotto via Cristoforo Colombo (se pensate che l’espressione “dormire sotto i ponti” sia una trita metafora, mettetevi nei panni di quel poveretto che, infagottato, ci dorme davvero), arriva alla sezione di passeggiata che si chiama Parco delle cascate.

wikimedia.org/wikipedia

Ecco, la vedete al centro dell’immagine: quella è la passerella realizzata pochi anni fa per consentire il periplo completo del lago (al momento, per la verità, reso di nuovo impraticabile dai lavori per la costruzione del nuovo acquario Mare Nostrum, sulla sponda opposta). Ma lasciamo parlare ancora una volta Francesco Tonini:

Per permettere la connessione integrale del periplo del lago dell’Eur composto dalla Passeggiata del Giappone, tra 2006 e 2007 Eur SPA ha realizzato due progetti di Franco Zagari, quello della terrazza galleggiante Cythera e quello della passerella Hashi. Entrambe le opere sono contraddistinte da composizioni di materiali che ne tracciano la presenza nella contemporaneità, acciaio, vetro e legno.
La passerella è posizionata esattamente in corrispondenza dell’asse di caduta dell’acqua e promette uno spettacolo unico nei momenti di funzionamento della cascata. Per la descrizione dell’opera ci affidiamo nuovamente alle sognanti parole di Franco Zagari:
“HASHI” è una nuova passerella pedonale posta sulla cascata centrale del Lago dell’Eur. Il nome significa “ponte” in giapponese, nel suo doppio senso di passaggio e limite. La dedica è alla Passeggiata del Giappone, vi era infatti – dopo il passaggio a Ovest reso possibile da Cythera – ancora una discontinuità del percorso in corrispondenza della cascata centrale, aggirabile solo con un lungo sentiero che obbligava ad entrare in profondità nel giardino, in una zona per il momento non aperta al pubblico se non per avvenimenti eccezionali. Quattro nuovi cancelli colorati introducono al Giardino delle Cascate, in previsione della ricostituzione della recinzione originaria di rose rampicanti lungo i due rami del viale Cristoforo Colombo. La passerella connette direttamente le due rive della cascata centrale, scendendo e risalendo con pendenze progressive molto comode (dal centro verso le estremità dallo 0,0 al 4,0%), in modo di avere un impatto visivo contenuto. In questo modo si raggiunge la quota minima del calpestio al centro della passerella, appena fuori dal pelo dell’acqua. Per dare un riscontro armonico alla geometria voluta da De Vico, un elegante disegno a forma di diapason, si è adottato un profilo in curva anche in pianta, accorgimento che permette anche di rispettare meglio la visibilità del filo della cataratta. La doppia curvatura, in pianta e sezione longitudinale, conferisce alla passerella una particolare eleganza, con un continuo cambiamento di prospettiva nell’incedere di chi passa. La struttura portante, tutta in acciaio inox, ha un’anima centrale con mensole a sbalzo che sostengono il piano di calpestio. Il pavimento è in doghe di legno esotico pregiato, sui due lati, e in vetro serigrafato in corrispondenza del passaggio sull’acqua. Le balaustre sono in rete inox per la parte che corre sulla cataratta, garantendo il massimo della trasparenza (la stessa soluzione della terrazza galleggiante), mentre i raccordi in corrispondenza delle rive sono in lamiera traforata per adattarsi meglio alla conformazione del suolo e favorire attraverso i fori la crescita della vegetazione delle ripe. Hashi, pur essendo in fondo solo una breve passerella, ha una notevole qualità tecnologica, che ha permesso di ottenere una particolare leggerezza e trasparenza.
Ho trovato sufficientemente interessante percorrere la passerella, che sembra progettata per essere ben inserita nel contesto, anche se per il momento ci sono segni inequivocabili che indicano ancora un po’ di tempo per il completamento dei lavori. Sono sicuro che non appena l’opera sarà totalmente assorbita dalla vegetazione e dall’acqua della cascata, la Passeggiata del Giappone troverà in questo punto un luogo indimenticabile. [Hashi, la passerella di completamento della Passeggiata del Giappone]

paesaggiocritico.com / foto di Francesco Tonini

Malimor…, come si dice a Roma. Luogo indimenticabile di sicuro. E non certo per responsabilità di Francesco Tonini, il cui parere estetico condivido e che comunque sul posto, a giudicare dalla data dei suoi post, c’è andato alla fine di maggio di quasi 3 anni fa. Per responsabilità di quella mente eccelsa, di quel visionario professionista che tutto il mondo ci invidia, Franco Zagari.

Perché ce l’ho con lui? – mi precipito a dirlo prima che scatti la denuncia nei miei confronti. Ce l’ho con lui perché io oggi ci sono rovinosamente caduto, sulla sua passerella. E non soltanto per mia imperizia e imprudenza (una modica quantità gliela posso concedere, che non si nega a nessuno, come il concorso di colpa che appioppano al povero pedone travolto sulle strisce pedonali mentre attraversava con il semaforo verde), ma perché il suo progetto di passerella è demenziale. E per di più – come potete ben vedere qui sotto – ride, ride, come quell’infame di Franti.

ilsole24ore.com

Ci sono rovinosamente caduto perché oggi la passerella, nella sua parte vitrea, ancorché serigrafata, era una perfetta lastra di invisibile ghiaccio. E io ci sono scivolato, nonostante mi sia reso conto per un interminabile istante del guaio in cui mi stavo cacciando e abbia tentato in extremis di aggrapparmi alle inutili «balaustre in rete inox». Ora io posso capire che le giornate di gelo di Roma (25-30 all’anno secondo i dati climatologici) possano sembrare poche al professor Zagari; oppure il prof. Zagari si immagina che i giardinieri dell’Eur verifichino ogni mattina le condizioni della passerella e collochino, zelanti come addetti alle pulizie dei bagni dell’autogrill o dell’aeroporto, apposita segnaletica di pericolo, oppure chiudano per precauzione i «quattro nuovi cancelli colorati» che dànno accesso al Giardino delle cascate.

safeatwork.ch

Ma oltre ai giorni di gelo – grosso modo 30 su 365 – il prof. Zagari si è interrogato sulle altre circostanze in cui la passerella «in doghe di legno esotico pregiato […] e in vetro serigrafato» avrebbe potuto essere bagnata, e dunque scivolosa? Praticamente sempre, caro professore: anche senza esami di meteorologia o di fisica dei fluidi, ma con un modicum di capacità di ragionamento e di osservazione si sarebbe potuto (e dovuto) giungere alla conclusione che un ponticello vicino a un lago e in prossimità dei 10 getti d’acqua della monumentale fontana (guardate, vi prego, la 2ª foto di questo post) sarebbe stato perennemente bagnato, soprattutto se si è avuta la lungimiranza di far raggiungere «la quota minima del calpestio al centro della passerella, appena fuori dal pelo dell’acqua».

Ma non basta, la passerella è in pendenza [«scendendo e risalendo con pendenze progressive molto comode (dal centro verso le estremità dallo 0,0 al 4,0%)»] e se non bastasse è in curva [«si è adottato un profilo in curva anche in pianta, accorgimento che permette anche di rispettare meglio la visibilità del filo della cataratta»].

Dunque il prof. Zagari è un sadico? Il suo ghigno è davvero quello infame di Franti? Non lo penso davvero, e non è certo questo il mio punto. La mia convinzione, in questo caso e in molti altri, è che il progettista abbia privilegiato i valori formali ed estetici [«La doppia curvatura, in pianta e sezione longitudinale, conferisce alla passerella una particolare eleganza, con un continuo cambiamento di prospettiva nell’incedere di chi passa»], trascurando del tutto, e colpevolmente, quelli pratici e funzionali.

Avrei potuto farmi molto male (ho rischiato di battere anche la nuca, oltre alla regione sacro-coccigea), e invece sono qui a ragionarne e a riderne con voi. Proprio una gran botta di culo!

francozagari.it

La biopalla, la politica e la cultura scientifica (non necessariamente in questo ordine)

Domani e dopodomani (24 e 25 febbraio 2013) si vota. Salvo clamorosi errori dei sondaggisti, una parte consistente dei votanti sceglierà il Movimento 5 stelle (di e con Beppe Grillo: non sono sicuro di saperlo molto bene, ma mi ha aiutato a capire qualche cosa il post di un blogger ben più popolare di me, Leonardo Tondelli: Grillo, il Movimento e i grillini). Le 5 stelle del movimento erano all’origine: Acqua, Ambiente, Trasporti, Connettività, Sviluppo (se uno googla «movimento 5 stelle», il primo risultato linka a www.beppegrillo.it/movimento/ e riporta il seguente breve testo: «Il MoVimento 5 Stelle è un movimento di liberi cittadini per un’Italia a 5 Stelle: Acqua, Ambiente, Trasporti, Connettività, Sviluppo.»). Però se uno va a leggere il programma elettorale (si può scaricare qui) trova un’articolazione i 7 punti («Stato e cittadini, Energia, Informazione, Economia, Trasporti, Salute, Istruzione») che si sovrappongono in minima parte alle 5 stelle, anche a voler fare qualche esercizio di fantasia. Il programma è una lista di circa 125 punti e il cambiamento che promette il Comunicato politico numero cinquantatre sarà (manco a dirlo) epocale: ma io qui non voglio persuadere nessuno. A me non convince, per eccesso di semplificazione. e per una certa tendenza a vedere dappertutto complotti (Nate Silver afferma nel suo The Signal and the Noise che «[a] conspiracy theory might be thought of as the laziest form of signal analysis» e cita il professore di Harvard H. L. “Skip” Gates, secondo cui «[c]onspiracy theories are an irresistible labor-saving device in the face of complexity.»). Questi, insieme al fatto che non mi piacciono le persone che urlano e sfuggono al confronto, sono i motivi per cui io non voterò Movimento 5 stelle. Ma ognuno faccia quello che crede e io cercherò di rispettare la sua opinione.

 

wikimedia.org/wikipedia/commons

Quello su cui voglio attirare oggi la vostra attenzione è la storia della biowashball. Non ne parlo per sputtanare Beppe Grillo: l’hanno già fatto in tanti, proprio su questo argomento. Per di più, Beppe Grillo è contrario alle vaccinazioni obbligatorie: un’opinione ben più irresponsabile e pericolosa, e questa è una cosa che meriterebbe una trattazione a sé (potete farvi un’idea delle sue implicazioni potete andare a leggere la voce di Wikipedia sull’argomento – ma naturalmente potete sempre farvi convincere da Grillo che è tutto un complotto). Il mio problema, come vedrete, sono quelli che prestano fede alle prediche di Grillo, tanto da decidere di votarlo, per portare i suoi candidati al parlamento e, se possibile, al governo.

Allora, Beppe Grillo ha presentato molte volte nei suoi spettacoli-comizio (da un po’ sostituiti dai comizi-spettacolo) questa mirabolante palla che permetterebbe di lavare gli indumenti senza detersivo:

Penso che il video parli da solo. Intanto la pallina, che si chiama biowashball, non ha assolutamente niente di biologico: ma tant’è, bio fa verde, fa naturale, e tanto basta. È anche verde di colore, ma è plastica verde (una poliolefina, variante del diffusissimo ed esecratissimo polipropilene, derivato per sintesi dagli idrocarburi detestati da Grillo e dai suoi). Al suo interno ci sono delle palline di ceramica (naturale, dice Grillo: certo, naturale come l’acciaio e il cemento, cioè ottenuta per trasformazione industriale di materie prime presenti su questo pianeta). Le sue mirabolanti proprietà (che irraggi infrarossi, che frazioni l’idrogeno o le molecole d’acqua – non ho capito bene –, che si ricarichi con l’energia solare, che abbia poteri antibatterici se conservata in frigo) non hanno fondamento scientifico alcuno, non più della credenza che la combustione sia indotta dal flogisto e la peste dai miasmi delle paludi. Lo spiegano bene in tanti, soprattutto Paolo Attivissimo, che vi invito a leggere qui.

Beppe Grillo non soltanto continua a credere che sia possibile che una palletta di volgarissima plastica ripiena di palline di volgarissima ceramica possa detergere alcunché (più dell’acqua, cioè, che come tutti sanno bagna e lava anche da sola), ma se la prende con la consueta virulenza con chi osa mettere in dubbio l’efficacia di biowashball. Naturalmente chi osa farlo non è un essere pensante o almeno dubitante, ma un corrotto a libro paga delle multinazionali del detersivo, o al meglio un utile idiota. E naturalmente è una cospirazione, minimo una congiura del silenzio.

Nella trasmissione Mi manda Rai3 dedicata alla Biowashball mancavano i due milioni di persone che l’hanno usata e apprezzata.
Hanno mobilitato la Rai, la rivista il Salvagente targata Coop (la Coop che ama i detersivi) e alcune persone perché iscritte al Meetup di Beppe Grillo contrarie al prodotto (indovinate perché sono state invitate proprio e solo loro).
Mancava in studio la casalinga di Voghera, quella che sa cos’è il bucato e può fornire un parere professionale sulla Biowashball perché l’ha usata.
Se un prodotto non fa quello che dice e si chiedono soldi in cambio si chiama truffa. La società che la distribuisce in tutto il mondo in milioni di esemplari non ha processi in corso e in nessuno Stato dove è venduta la Biowashball è stato chiesto il ritiro del prodotto. Ho detto più volte che prima di dare un giudizio bisogna informarsi e verificare. Non vi ho detto però che per farlo bisogna guardare la televisione o leggere i giornali finanziati dallo Stato.
Io l’ho provata. La mia famiglia usa Biowashball da due mesi e anche le famiglie di alcuni miei amici. Per noi funziona. Prima di dare un giudizio vi consiglio di usarla, magari in prestito da un conoscente. In Rete ci sono centinaia di testimonianze di utenti italiani soddisfatti.
Dopo questa reazione dei media credo che sia ora di iniziare una battaglia contro i detersivi, uno degli strumenti di distruzione del pianeta, usati spesso senza necessità e quasi sempre in eccesso. Una battaglia difficile perché hanno i media (finanziati dalla loro pubblicità) come alleati.
Loro non molleranno mai (ma gli conviene?), noi neppure.

A me il pezzo che piace di più è quando a sostegno della tesi della bontà del prodotto viene portata l’argomentazione che 2 milioni di persone «l’hanno usata e apprezzata.» Io la chiamo l’argomentazione della mosca: miliardi di mosche l’hanno usata e apprezzata, dunque la merda è buonissima.

Ora, io capisco perfettamente che la biopalla non è al centro del programma elettorale di Grillo. Però, se i sondaggi non sono grossolanamente sbagliati, domani e dopodomani circa un elettore su 5 voterà per Grillo (sì, per Grillo, più che per il Movimento 5 stelle, come ha ben spiegato Leonardo). Cioè, 10 milioni di italiani affideranno il destino di questo sciagurato Paese nelle mani di uno che crede che una specie di sorpresa dell’ovetto Kinder piena di gnocchetti di terracotta come quelli che si mettono nella tortiera per non far gonfiare la pasta-frolla abbia il potere di avere insieme l’ambiente e i corsi d’acqua incontaminati e i panni puliti (perché dobbiamo tenere a mente che in un’economia di mercato, se i detersivi si vendono, non dipende soltanto dal diabolico strapotere delle multinazionali produttrici, ma anche dalla preferenza dei consumatori per i panni puliti e profumati). 10 milioni di italiani presteranno fede alle ricette miracolistiche di uno che pensa e dice che si può avere tutto e il contrario di tutto senza costi. La favola bella che ieri t’illuse, che oggi m’illude, o Ermione, domani e dopodomani illuderà 10 milioni di italiani. Che si sommeranno agli altri milioni che crederanno alla restituzione dell’IMU.

Temo di essere un irriducibile illuminista, ma temo che questo sia anche, anzi soprattutto, il frutto della pseudo-cultura oscurantista di questo povero Paese, dove è lecito vantarsi di non sapere nulla di matematica, di fisica, di chimica, di biologia. Dove credere ai miracoli, alle favole, alle teorie strampalate, all’ultima miracolistica dieta o pseudo-filosofia new age ti rende una persona bella e interessante.

10 milioni di credenti creduloni.

Intanto, il 20 e 21 febbraio, si svolgeva a Roma l’Undicesima conferenza nazionale di statistica, organizzata dal Sistema statistico nazionale e dall’Istat. Quasi 2.500 persone si sono confrontate per due giorni su come conoscere e misurare i fenomeni nuovi nell’economia, nella società e nella vita quotidiana; su come darsi degli obiettivi concreti e su come misurare i progressi verso il loro raggiungimento; su come i decisori politici possono fare le loro scelte sulla base di evidenze verificabili e come i cittadini possono valutarne quantitativamente l’operato; su come sottoporre a controllo preventivo e verifica successiva le diagnosi e le terapie proposte dalle parti politiche. 2.500 persone che, con una buona dose di ottimismo, possiamo ipotizzare convinte di questo programma: un programma di riforma, di riforma di metodo, prima che di merito.

2.500 persone contro 10 milioni. Consentitemi un po’ di pessimismo.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 77 follower