Andrés Neuman – Parlare da soli

Neuman, Andrés (2012). Parlare da soli (trad. Silvia Sichel). Firenze: Ponte alle Grazie. 2012. ISBN 9788862208130. Pagine 197. 9,99 €

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Vorrei sgombrare subito il campo da ogni possibile equivoco: stiamo parlando di un romanzo molto triste. La trama – se possiamo chiamarla così – è di una semplicità disarmante: Mario è molto malato e gli resta poco da vivere; il figlio Lito ha appena compiuto 10 anni; fanno insieme un viaggio in camion, un modo di stare insieme; la moglie, Elena, resta a casa.

Quello che è particolare di questo romanzo, dal punto di vista tecnico, è che i 3 protagonisti parlano da soli, a capitoli alterni (per quelli più pedanti di me: sì, l’ho controllato sul Vocabolario Treccani, lo si può dire anche se ad avvicendarsi sono in tre, e non soltanto in due, nonostante l’etimologia). Tre voci differenti, tre monologhi interiori, che vanno a formare una storia che le singole voci prima delineano e poi arricchiscono e completano.

E infatti, quello che ho trovato speciale in questo romanzo, pure così triste, è che nella vita di persone che si amano, anche se imperfettamente come si amano queste tre persone e come anche noi nelle nostre quotidiane esperienze ci amiamo (imperfettamente nella migliore delle ipotesi, perché nella peggiore non ci amiamo per niente), la diversità delle prospettive e dei punti di vista arricchisce e completa. E, se ci pensate, è per questo che in molti casi non stiamo da soli, ma costruiamo un nucleo in cui ci specchiamo e ci confrontiamo. Questo, secondo me, è quello che c’è di naturale nella famiglia come nucleo delle società umane, non una composizione standard sancita da qualche autorità superiore. La vita di queste tre persone (e il romanzo che ce la racconta) si dispiega così, nel contrappunto delle voci anche nella drammaticità e nella rassegnata tristezza di una storia come questa, in cui l’amore (imperfetto) finisce per la più irrimediabile delle ragioni, la morte di uno dei protagonisti.

Ed è il modo di raccontare di questo giovane scrittore argentino (posso chiamare giovane uno scrittore nato nel 1977? o sono io che invecchiando sposto l’asticella?) che rende questo romanzo veramente speciale, perché la storia – le dinamiche tra padre, madre e figlio – è quasi un luogo comune narratologico, da In viaggio con Pippo all’Ulysses di Joyce.

A parte gli scherzi, questo è un libro serissimo e molto bello. Vi consiglio vivamente di leggerlo (magari non in una grigia giornata di pioggia).

Prima di lasciare la parola a Neuman, vorrei segnalare l’uso che Elena, che è un’insegnante, fa delle letture che punteggiano le sue giornate, sottolineando dei brani e commentandoli con la sua voce, riportandoli alla sua vita e alle sue sensazioni di quel momento:

«La malattia, come la scrittura, ci viene imposta», sottolineo nel diario [di Juan Gracia Armendáriz]. «Perciò gli scrittori si sentono a disagio quando li si interroga circa la loro condizione», a noi professori, in un certo senso, capita il contrario, sembra sempre che sventoliamo il nostro ruolo come una bandiera, viviamo in un’aula. Immagino sia così anche per i medici, anzi ben peggio: per gli altri, sono sempre e soprattutto medici. «Però, se si domanda loro quali siano le tecniche preferite, o gli scrittori che amano di più, non smetteranno di parlare, proprio come gli ammalati che diventano particolarmente loquaci quando mostriamo interesse per i loro acciacchi», la differenza sarebbe che gli scrittori non possono evitare di parlare di ciò che li salva, mentre i malati non possono evitare di parlare di ciò che più odiano. [159]

Naturalmente non è tanto un vezzo di Elena, quanto una tecnica che Neuman usa per dare spessore alla dimensione filosofica del suo racconto e per aggiungere (molte) altre voci alle tre principali. E curiosamente (curiosamente almeno per me, cui è capitato di leggere fortuitamente questo romanzo a ridosso di Inventario sentimentale) è l’esatto opposto di quello che fa Giacomo Papi, che invece i riferimenti non li dissimula, ma li pone sotto i riflettori. E però sono del tutto inventati.

* * *

Qualche piccolo assaggio, per farvi capire come Neuman sia capace di far parlare le sue tre voci (consueti riferimenti alla posizione Kindle):

A volte ho la sensazione che i medici non ci parlino per farci capire cosa sta succedendo, ma perché impieghiamo ancora di più a capirlo. Nel frattempo, se si è fortunati, si guarisce dalla malattia. E, se non si guarisce, il medico almeno si sarà risparmiato la bega di anticipare gli eventi. [171: questa è Elena]

Il tappeto puzza di sigaretta. Ha dei buchi più grandi dei miei piedi. Ci si potrebbe giocare al minigolf [726: questo è Lito]

Il futuro: non la sua previsione, ma la semplice possibilità che esista. È questo che la malattia uccide, ancor prima di uccidere il malato. [726: questo è Mario]

L’amore non può entrare in noi che siamo disabitate. [948]

«L’immagine che costruisce Mallarmé parla della malattia come rassegnazione a vivere. E per evitare lo sfacelo gli oppone invano la lettura e il sesso». [996]

Quando muore una persona con cui sei andata a letto, cominci a dubitare del suo corpo e del tuo. Il corpo che avevi toccato si allontana dall’ipotesi di un nuovo incontro, diventa inverificabile, forse non è nemmeno esistito. Il tuo corpo stesso perde materialità. [1344]

L’amore fraterno è un legame sconcertante. In un secondo, può trasportarci dal più bieco distacco a una totale identificazione, e viceversa. [1667]

Giacomo Papi – Inventario sentimentale

Papi, Giacomo (2013). Inventario sentimentale. Bari-Roma: Laterza. 2013. ISBN 9788858108505. Pagine 188. 8,99 €

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Chi mi conosce nella vita reale oppure è un lettore assiduo od occasionale di questo blog sa, e ha toccato almeno metaforicamente con mano, la mia dabbenaggine. Fin dalle prime pagine e via via in misura crescente al procedere della lettura, mi chiedevo: ma come ho fatto a comprare questo libro? come sono caduto nella trappola dell’acquisto e della lettura di un genere letterario che sta molto in basso nella mia scala (pur onnivora) delle preferenze letterarie? un genere, che a essere sincero, un po’ disprezzo?

Ricordavo, piuttosto vagamente, un consiglio. Un consiglio non personale, piuttosto un articolo che avevo letto. Forse su Facebook un “amico” (sì, inutile sottolinearlo, sono scare quotes)? Un amico in carne e ossa mi sentivo di escluderlo. Più probabilmente una recensione: La Lettura del Corriere? Tuttolibri della Stampa? Poi mi si è accesa la lampadina: Il post! Ma certo! Un articolo su Il Post: Le madeleines di Giacomo Papi, di Giacomo Pai stesso, nella pagina della cultura, proprio il 25 aprile scorso. E d’impulso – perché se metti insieme che stai leggendo sull’iPad e che puoi acquistare l’e-book da Amazon con 1 click, letteralmente, non puoi che acquistare d’impulso – l’ho comprato.

Non l’ho letto immediatamente: avevo altro da fare e altri libri da finire. Quando l’ho finalmente preso in mano non ricordavo più molto bene le circostanze dell’acquisto e comunque il danno era fatto.

Perché Papi, a modo suo, è innocente. Nel suo articolo su Il Post lo dice addirittura già alla sesta riga:

Per tre anni ho scritto su «D di Repubblica» una rubrica intitolata Cose che non vanno più di moda (questo libro nasce così).

Certo, che il libro nasca così è una mezza verità, che potrebbe far pensare a uno sprovveduto (com’io sono e fui) che Papi abbia proceduto a una qualche rielaborazione o riscrittura, a una riorganizzazione dei materiali. Niente di tutto questo. Sono un centinaio di articoletti riprodotti tal quale: il colophon del volume, più onestamente, afferma che «[i] testi qui pubblicati, rivisti e modificati, sono apparsi su D di Repubblica tra il 2010 e il 2012». Il che mi fa pensare, dal momento che in 2 anni ci sono per l’appunto 104 settimane, che il nostro Papi non abbia fatto nessuna scrematura o abbia fatto una cernita quasi plebiscitaria: non si butta niente, come nel maiale.

Il genere è quello dell’elzeviro da terza pagina: cioè quello che, con rarissime eccezioni, mi sento di indicare come al tempo stesso sintomatico e responsabile del declino delle patrie lettere. Con l’aggravante di essere stato scritto per una di quelle riviste patinate che si allegano ai quotidiani per poter vendere pubblicità e i cui testi non pubblicitari spaziano tra l’assoluta irrilevanza e la tossicità.

Va detto a suo parziale merito che Giacomo Papi non è il peggiore, se lo paragoniamo ad esempio a Luca Goldoni che scriveva sul Corriere quando ero ragazzo e che mi irritava come la sabbia nelle brachette del costume da bagno, o alle platitude dell’immancabile e inarrivabile articolo del lunedì di Francesco Alberoni. Ma d’altro canto, leggere di seguito 100 componimenti scritti originariamente per essere letti, o meglio scorsi, a distanza di una settimana l’uno dall’altro non aiuta a gustare il libro. Ache se è prezioso per capire le tecniche narrative dell’autore: la descrizione dell’abitudine o della cosa che non c’è più, una dose di rimpianto un po’ crepuscolare (nel senso letterario, gozzanian-gucciniano, del termine), una spiegazione economico-sociologica sul perché le cose siano cambiate (naturalmente in peggio, come è sempre alla radice di ogni pensiero reazionario), qualche aforisma, e poi …

E poi il piccolo colpo di genio di Giacomo Papi, quello che alla fine lo salva dalla bocciatura senza esame di riparazione.

Poi la citazione, o l’aneddoto, di un personaggio rigorosamente inventato, di cui alla fine del volume si presenta una “bibliografia fantastica.” E, raffinatamente, come quei seduttori che sanno che la bellezza più preziosa è quella che rivela una minuscola imperfezione, accanto al raffinato poeta francese Jean-Pierre-Albert Bitouz e al monaco bizantino Esichio Cerulario, compare [posizione 279 sul Kindle] l’improbabile gesuita tolemaico ferrarese Giovanni Riccioli, che è invece un personaggio storico!

* * *

Alcune citazioni, divertenti se prese a piccole dosi:

Alle cabine telefoniche sono cresciute le ruote e si sono tramutate in automobili. [626]

[…] il dandy di massa […] [772]

L’esorcismo contro l’entropia e il caos si compie attraverso la sostituzione più che con la manutenzione. [826]

Il bello è il ridicolo visto di spalle. [1193]

Il tempo lungo della proprietà lascia spazio alla gioia breve dell’acquisto. [1230]

[…] brasarsi il cervello […] [1401]

Conoscere è un’attività, l’informazione invece si riceve. [1412]

Se ne può ricavare una specie di regola: se le macchine fanno un lavoro da uomini, tendono a comportarsi in modo umano; ma quando gli uomini fanno lavori da macchine, tendono a comportarsi da automi. [1904]

[…] fatichiamo ad accettare che la vita è una sola, non molte. Esistono più desideri di quanti possa contenerne un’esistenza […] [2217]

«Settembre, è l’ultima pesca, l’eterno si sgretola». [2237]

La vanità è una forza che non coincide con la stupidità, però le assomiglia parecchio, perché costituisce sempre un impedimento all’esercizio dell’intelligenza. [2342]

«Dicono che i giovani guardano lontano perché sono nani sulle spalle dei giganti (se fossero i giganti a sedersi sui nani sarebbe peggio)», annota nel 1937 Jules Les Jour in Je n’existe pas. «In verità siamo bruchi che sfottono farfalle, siamo farfalle che sfottono bruchi». [2681]

Jared Diamond – The World Until Yesterday: What Can We Learn from Traditional Societies?

Diamond, Jared ( 2012). The World Until Yesterday: What Can We Learn from Traditional Societies?. New York: Viking. 2012. ISBN 9781101606001. Pagine 512. 13,61 €

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Superato il traguardo dei 75 anni, Jared Diamond ha sentito il bisogno di scrivere una summa delle sue ricerche, ma anche delle sue convinzioni. O almeno così penso io, sia perché è una tentazione abbastanza frequente tra gli scienziati e gli accademici al momento di lasciare l’insegnamento e la ricerca attiva, sia perché – benché il filo conduttore del sottotitolo, Che cosa possiamo imparare dalle società tradizionali?, faccia da collante tra i vari capitoli – ognuno dei temi del libro avrebbe potuto costituire a pieno titolo un saggio a sé stante.

D’altro canto, Diamond ci ha sempre sorpreso per la vastità e l’apparente dispersione dei suoi interessi: dopo essersi addottorato in fisiologia sull’assorbimento del sale nella vescica, ha studiato sul campo (e continua a farlo) gli uccelli della Nuova Guinea e delle isole del Pacifico, ma la sua fama è legata soprattutto ad Armi, acciaio e malattie, un’originale sintesi di storia e geografia che gli ha valso un premio Pulitzer per la saggistica e fama mondiale. Lascio che sia la voce di Wikipedia a riassumerne i contenuti per voi:

Il libro è incentrato sulla ricerca di una risposta alla domanda che Yali, un abitante della Nuova Guinea, fece all’autore nel luglio del 1972: “Come mai voi bianchi avete tutto questo cargo e lo portate qui in Nuova Guinea, mentre noi neri ne abbiamo così poco?”, dove per Cargo si intendono tutti quei beni tecnologici di cui i guineani erano privi prima dell’arrivo dei coloni. In pratica l’autore cerca di rispondere alle seguenti domande: perché sono stati gli europei e gli americani del nord a sviluppare una civiltà tecnologicamente avanzata e non, ad esempio, i cinesi o i sumeri? Perché gli europei sono partiti alla conquista degli altri popoli (ottenendo evidenti successi, spesso con tragiche conseguenze per i “conquistati”), e non è avvenuto il contrario? Come mai i fieri guerrieri nativi americani sono stati spodestati dall’invasione di un popolo di agricoltori?

Riunendo in un unico libro cognizioni dalle più svariate discipline, Diamond sviluppa un quadro d’insieme sulla storia delle varie società umane a partire dalla fine dell’ultima glaciazione, avvenuta circa 13.000 anni fa. Per la prima volta, si riunisce nella visione storica un quadro formato da archeologia, antropologia, biologia molecolare, ecologia, epidemiologia, genetica, linguistica e scienze sociali, per non parlare della teoria del caos.

In pratica l’autore cerca di dare una sorta di metodo d’indagine scientifico ad una disciplina considerata finora “letteraria” e di respingere spiegazioni razziste della storia dell’umanità, non tanto per motivi ideologici, ma piuttosto, appunto, scientifici. Consapevole del suo ruolo di iniziatore, precisa che la sua è solo una visione generale, i cui dettagli vanno indagati più approfonditamente.

Non riesco a ricordare in che modo sono venuto a conoscenza di Guns, Germs, and Steel. Ho la prima edizione britannica (Jonathan Cape) e ho la certezza (e la prova) di averlo comprato all’Anglo American Book Co. di via della Vite, a Roma. Ricordo di esserne stato conquistato fin dalla prima pagina del Prologo, quella in cui Yali pone la famosa domanda sul cargo (sapevo già qualcosa sui cargo cults delle isole del Pacifico) e di averlo divorato (il libro, non il cargo).

Subito dopo sono andato a cercare gli altri libri di Diamond: The Rise And Fall Of The Third Chimpanzee (Il terzo scimpanzé. Ascesa e caduta del primate homo sapiens) e Why Is Sex Fun? (Perché il sesso è divertente?). Del primo ho la prima edizione britannica in brossura (Vintage): l’edizione è del 1992, ma io possiedo l’undicesima ristampa e sono certo di aver letto il libro dopo Guns, Germs, and Steel. Non ricordo dove l’ho comprato, ma nell’ultima pagina del testo c’è ancora, come segnalibro, un biglietto della metropolitana di Lisbona del 14 agosto 1998: ne desumo che non posso che averlo letto, o almeno finito, dopo quella data. Sul secondo qualche certezza in più: ho di nuovo la prima edizione, questa volta americana (BasicBooks) e l’ho certamente acquistato su Amazon il 4 giugno 1998: Amazon.com tiene traccia di tutto, e quindi posso raccontarvi che è stato in assoluto il mio primo avventuroso ordine su Amazon; che insieme al libro di Diamond mi sono fatto mandare Girlfriend in a Coma di Douglas Coupland, Visual Explanations: Images and Quantities, Evidence and Narrative di Edward R. Tufte e Timequake di Kurt Vonnegut; e che ho speso in totale, compresi i costi di spedizione, $ 109,87.

Poi ho dovuto aspettare il 2005 per leggere Collapse (Collasso. Come le società scelgono di morire o vivere): di nuovo una prima edizione americana (Viking), di nuovo un acquisto (ormai meno avventuroso) su Amazon.com, il 19 gennaio 2005. Il segnalibro all’ultima pagina è il tagliando di un concerto all’Auditorium Santa Cecilia del Parco della musica di Roma: un Requiem di Brahms diretto da Antonio Pappano il 9 maggio 2005.

Ormai siamo all’epoca contemporanea: perché di Natural Experiments of History, curato da Jared Diamond e James A. Robinson ho scritto una recensione su questo blog qualche mese fa.

Tornando a The World until Yesterday – fatta la doverosa premessa che il libro è sempre ben argomentato e interessante e che la voce di Jared Diamond è inconfondibile e convincente – ho due problemi: il primo è che non tutti i temi affrontati sono, almeno per me, dello stesso interesse; il secondo è che, nel tentativo di rispondere alla domanda Che cosa possiamo imparare dalle società tradizionali?, Diamond a volte dà risposte che nemmeno il compianto Massimo Catalano. Ad esempio: dobbiamo seguire l’esempio delle società tradizionali che rispettano gli anziani (anche perché sono merce rara, mentre da noi sono inflazionati), ma non quello delle società tradizionali in cui si usa abbandonare i vecchi a morire d’inedia o strangolarli direttamente prima di lasciare il campo: «!Jul’joh/ansi, controlla di aver spento il nonno e il fuoco». Ancora: dobbiamo seguire l’esempio delle società tradizionali in cui il bambino non perde mai il contatto con la mamma per i primi 4 anni di vita  (per fortuna i miei ormai sono grandi, se no sai che palle), ma non quello delle società tradizionali in cui si pratica l’infanticidio dell’eventuale gemello o del fratellino nato troppo a ridosso del precedente (eppure io, che sono il primogenito e ho una sorella nata 14 mesi dopo di me, quelle pratiche tradizionali le comprendo, anche se non le approvo). Il problema – lo avevamo visto anche nei libri precedenti – è che Diamond è scrupoloso e rigoroso al limite della pedanteria (per quello mi piace!), e ritiene suo preciso dovere fare un sunto degli argomenti e delle argomentazioni alla fine di ogni capitolo, senza lasciare alcun filo pendente …

Tornando al primo dei problemi che ho individuato, penso sia utile elencare i diversi argomenti trattati nei diversi capitoli:

  1. Amici, nemici, stranieri e persone con cui si commercia
  2. Guerra e pace
  3. Cura della prole
  4. Trattamento degli anziani
  5. Risposta ai pericoli
  6. Religione
  7. Lingue
  8. Salute e abitudini di vita

Personalmente, ho trovato di particolare interesse i primi 2 argomenti, il quinto e il sesto e, in parte il settimo.

Sopra tutto, ho apprezzato in modo particolare i racconti autobiografici tratti dalle sue esperienze dirette (Jared Diamond ha fatto una vita veramente interessante e avventurosa la sua parte, anche se non so fino a che punto invidiarlo), mentre sono rimasto freddo ai consigli utili, soprattutto quando si confondono con un salutismo e una political correctness un po’ New Age (guarda un po’: ero convinto che Diamond vivesse nella hippieggiante California, non nell’austero New England).

Ma la cosa veramente importante da portare a casa di questo libro è il concetto (e il principio) della constructive paranoia, di cui si parla spesso, ma segnatamente nel capitolo dedicato alla risposta ai pericoli.

* * *

Le solite citazioni (riferimento alle posizioni Kindle). Potete saltarle, se credete, ma se volete leggerle, armatevi di pazienza, perché sono parecchie.

[…] “constructive paranoia.” […] [665: la prima volta che ne parla è qui]

Traditional societies represent thousands of millennia-long natural experiments in organizing human lives. We can’t repeat those experiments by redesigning thousands of societies today in order to wait decades and observe the outcomes; we have to learn from the societies that already ran the experiments. [703]

Evidently, traditional trade has social and political as well as economic functions: not merely to obtain items for their own sake, but also to “create” trade for advancing social and political goals. [1368]

Citizens are dissuaded in two ways from resorting to private violence: by fear of the state’s superior power; and by becoming convinced that private violence is unnecessary, because the state has established a system of justice perceived to be impartial (at least in theory), guaranteeing to citizens the safety of their person and their property, and labeling as wrong-doers and punishing those who damage the safety of others. If the state does those things effectively, then injured citizens may feel less or no need to resort to do-it-yourself justice, New Guinea–style and Nuer-style. (But in weaker states whose citizens lack confidence that the state will respond effectively, such as Papua New Guinea today, citizens are likely to continue traditional tribal practices of private violence.) [1720]

One example is the so-called Soccer War of June–July 1969 between El Salvador and Honduras. At a time when tensions between the two countries were already high over economic disparities and immigrant squatters, their soccer teams met for three games in a qualifying round for the 1970 World Cup. Rival fans began fighting at the first game on June 8 in the Honduran capital (won 1–0 by Honduras), and the fans became even more violent at the second game on June 15 in the El Salvador capital (won 3–0 by El Salvador). When El Salvador won the decisive third game 3–2 in overtime on June 26 in Mexico City, the two countries broke diplomatic relations, and on July 14 the El Salvador army and air force began bombing and invading Honduras. [2433]

I sympathize with scholars outraged by the mistreatment of indigenous peoples. But denying the reality of traditional warfare because of political misuse of its reality is a bad strategy, for the same reason that denying any other reality for any other laudable political goal is a bad strategy. The reason not to mistreat indigenous people is not that they are falsely accused of being warlike, but that it’s unjust to mistreat them. The facts about traditional warfare, just like the facts about any other controversial phenomenon that can be observed and studied, are likely eventually to come out. When they do come out, if scholars have been denying traditional warfare’s reality for laudable political reasons, the discovery of the facts will undermine the laudable political goals. The rights of indigenous people should be asserted on moral grounds, not by making untrue claims susceptible to refutation. [2694]

Richard Wrangham argues that two features distinguish those social species that do practise war from those that don’t: intense resource competition, and occurrence in groups of variable size such that large groups sometimes encounter small groups or individual animals which they can safely attack and overwhelm by numbers with little risk to the aggressors. [2716]

Surveys by Louis Harris and Associates showed that American people believe that the elderly are bored, closed-minded, dependent, isolated, lonely, narrow-minded, neglected, old-fashioned, passive, poor, sedentary, sexually inactive, sick, unalert, unproductive, morbidly afraid of death, in constant fear of crime, living the worst years of life—and spending a good deal of their time sleeping, sitting and doing nothing, or nostalgically dwelling upon their past. [3905]

[…] Iban of Borneo […] [3927: una popolazione particolarmente interessante, come i Pin di Celebes e gli Userid di Komodo]

One obvious negative consequence of those demographic facts is that society’s burden of supporting the elderly is heavier, because more older people require to be supported by fewer productive workers. That cruel reality lies at the root of the much-discussed looming crisis of funding the American Social Security system (and its European and Japanese counterparts) that provides pensions for retired workers. If we older people keep working, we prevent our children’s and our grandchildren’s generation from getting jobs, as is happening right now. If, instead, we older people retire and expect the earnings of the shrinking younger cohort to continue to fund the Social Security system and pay for our leisure, then the financial burden of the younger cohort is far greater than ever before. And if we expect to move in with them and let them privately support and care for us in their homes, they have other ideas. One wonders whether we are returning to a world where we shall be reconsidering choices about end of life made by traditional societies—such as assisted suicide, encouraged suicide, and euthanasia. In writing these words, I am certainly not recommending these choices; I am instead observing the increasing frequency with which these measures are being discussed, carried out, and debated by legislators and courts. [3997: certo che questo getta una luce diversa sul dibattito attualmente in corso in Italia]

All of us kept shouting “Tolong!” (Indonesian for “help”), but we were far out of hearing range of the sailing canoes in the distance. [4364: quindi il "Tolong, tolong, tolong, tolong" della leggendaria Mucca Carolina era un disperato grido d'aiuto?]

[…] traditional people have none of the means of passive entertainment to which we devote inordinate time, such as television, radio, movies, books, video games, and the Internet. Instead, talking is the main form of entertainment in New Guinea. [4685]

But there are two other big differences between environmental hazards in modern societies and in traditional societies besides the particular hazards involved. One difference is that the cumulative risk of accidental death is probably lower for modern societies, because we exert far more control over our environment even though it does contain new hazards of our own manufacture such as cars. The other difference is that, thanks to modern medicine, the damage caused by our accidents is much more often repaired before it kills us or inflicts life-long incapacity.
[…]
Those two differences are part of the reason why traditional people so willingly abandon their jungle lifestyle, admired in the abstract by Westerners, who don’t have to live that lifestyle themselves.
[…]
“Rice to eat, and no more mosquitoes!” was their short explanation. [4769-4774-4779]

The adoption of agriculture enabled formerly nomadic hunter-gatherers to settle down in crowded and unsanitary permanent villages, connected by trade with other villages, and providing ideal conditions for the rapid transmission of microbes. Recent studies by molecular biologists have demonstrated that the microbes responsible for many and probably most of the crowd diseases now confined to humans arose from crowd diseases of our domestic animals such as pigs and cattle, with which we came into regular close contact ideal for animal-to-human microbe transfer only upon the beginnings of animal domestication around 11,000 years ago.
[…]
They do have infectious diseases, but their diseases are different from the crowd diseases in four respects. First, the microbes causing their diseases are not confined to the human species but are shared with animals (such as the agent of yellow fever, shared with monkeys) or else capable of surviving in soil (such as the agents causing botulism and tetanus). Second, many of the diseases are not acute but chronic, such as leprosy and yaws. Third, some of the diseases are transmitted inefficiently between people, leprosy and yaws again being examples. Finally, most of the diseases do not confer permanent immunity: a person who has recovered from one bout of a disease can contract the same disease again. These four facts mean that these diseases can maintain themselves in small human populations, infecting and re-infecting victims from animal and soil reservoirs and from chronically sick people. [5043-5048]

[…] kwashiorkor […] [5114: una malattia dovuta alla deficienza di proteine]

The significance of sex and food is reversed between the Siriono and us Westerners: the Sirionos’ strongest anxieties are about food, they have sex virtually whenever they want, and sex compensates for food hunger, while our strongest anxieties are about sex, we have food virtually whenever we want, and eating compensates for sexual frustration. [5123]

A similar modern case of field scattering by Andean peasant farmers near Lake Titicaca, studied by Carol Goland, provoked development experts to write in exasperation, “The peasants’ cumulative agricultural efficiency is so appalling…that our amazement is how these people even survive at all…. Because inheritance and marriage traditions continually fragment and scatter a peasant’s fields over numerous villages, the average peasant spends three-quarters of his day walking between fields that sometimes measure less than a few square feet.” The experts proposed land-swapping among farmers in order to consolidate their holdings.
But Goland’s quantitative study in the Peruvian Andes showed that there really is method to such apparent madness. In the Cuyo Cuyo district, the peasant farmers whom Goland studied grow potatoes and other crops in scattered fields: on the average 17 fields, up to a maximum of 26 fields, per farmer, each field with an average size of only 50 by 50 feet. Because the farmers occasionally rent or buy fields, it would be perfectly possible for them in that way to consolidate their holdings, but they don’t. Why not?
A clue noticed by Goland was the variation in crop yield from field to field, and from year to year. Only a small part of that variation is predictable from the environmental factors of field elevation, slope, and exposure, and from work-related factors under the peasants’ control (such as their effort in fertilizing and weeding the field, seed density, and planting date). Most of that variation is instead unpredictable, uncontrollable, and somehow related to the local amount and timing of rain for that year, frosts, crop diseases, pests, and theft by people. In any given year there are big differences between yields of different fields, but a peasant can’t predict which particular field is going to produce well in any particular year.
What a Cuyo Cuyo peasant family has to do at all costs is to avoid ending up at the end of any year with a low harvest that would leave the family starving. In the Cuyo Cuyo area, farmers can’t produce enough storable food surpluses in a good year to carry them through a subsequent bad year. Hence it is not the peasant’s goal to produce the highest possible time-averaged crop yield, averaged over many years. If your time-averaged yield is marvelously high as a result of the combination of nine great years and one year of crop failure, you will still starve to death in that year of crop failure before you can look back to congratulate yourself on your great time-averaged yield. Instead, the peasant’s aim is to make sure to produce a yield above the starvation level in every single year, even though the time-averaged yield may not be highest. That’s why field scattering may make sense. If you have just one big field, no matter how good it is on the average, you will starve when the inevitable occasional year arrives in which your one field has a low yield. But if you have many different fields, varying independently of each other, then in any given year some of your fields will produce well even when your other fields are producing poorly.
To test this hypothesis, Goland measured the yields of all the fields of 20 families—488 individual fields in all—in each of two successive years. She then calculated what each family’s total crop yield, pooled over all their fields, would have been if, while still cultivating the same total field area, they had concentrated all their fields at one of their actual locations, or if instead they had scattered their fields at 2, 3, 4, etc. up to 14 different ones of the actual locations. It turned out that, the more numerous were the scattered locations, the lower was the calculated time-averaged yield, but also the lower was the risk of ever dropping below the starvation yield level. For instance, a family that Goland labeled family Q, which consisted of a middle-aged husband and wife and a 15-year-old daughter, was estimated to need 1.35 tons of potatoes per acre of land per year in order to avoid starvation. For that family, planting at just a single location would have meant a high risk (37%!) of starving in any given year. It would have been no consolation to family Q, as they sat starving to death in a bad year such as arrives about once in every three years, to reflect that that choice of a single location gave them the highest time-averaged yield of 3.4 tons per acre, more than double the starvation level. Combinations of up to six locations also exposed them to the risk of occasional starvation. Only if they planted seven or more locations did their risk of starvation drop to zero. Granted, their average yield for seven or more locations had dropped to 1.9 tons per acre, but it never dropped below 1.5 tons per acre, so they never starved.
On the average, Goland’s 20 families actually planted two or three more fields than the number of fields that she calculated that they had to plant in order to avoid starvation. Of course, that field scattering did force them to burn more calories while walking and transporting things between their scattered fields. However, Goland calculated that the extra calories thereby burned up were only 7% of their crop calorie yields, an acceptable price to pay for avoiding starvation. [5193-5226]

Far too many American investors forget the difference, recognized by peasant farmers around the world, between maximizing time-averaged yields and making sure that yields never drop below some critical level. If you are investing money that you are sure you won’t need soon, just to spend in the distant future or for luxuries, it’s appropriate to aim to maximize your time-averaged yield, regardless of whether yields become zero or negative in occasional bad years. But if you depend on your investment earnings to pay current expenses, your strategy should be that of the peasants: make sure that your annual earnings always remain above the level necessary for your maintenance, even if that means having to settle for a lower time-averaged yield. [5239]

My childhood was repeatedly punctuated by explosions of the antiquated pressure cooker in which my mother boiled produce before jarring it, spraying vegetable mush over our kitchen ceiling. [5349: a me è successo una volta sola, ma non mi sono mai ripreso]

Finally, one can achieve the purpose of storing surplus food by converting it into some non-food item that is convertible back into food during a subsequent hungry season. [5356]

To borrow a phrase from economists, religion thus incurs “opportunity costs”: those investments of time and resources in religion that could have been devoted instead to obviously profitable activities, such as planting more crops, building dams, and feeding larger armies of conquest. If religion didn’t bring some big real benefits to offset those opportunity costs, any atheistic society that by chance arose would be likely to outcompete religious societies and take over the world. [5513]

“Religion is a set of traits distinguishing a human social group sharing those traits from other groups not sharing those traits in identical form. Included among those shared traits is always one or more, often all three, out of three traits: supernatural explanation, defusing anxiety about uncontrollable dangers through ritual, and offering comfort for life’s pains and the prospect of death. Religions other than early ones became co-opted to promote standardized organization, political obedience, tolerance of strangers belonging to one’s own religion, and justification of wars against groups holding other religions. [6271]

“A language is a dialect backed up by its own army and navy.” [6359]

[…] “coca-colonization.” […] [7568]

A possible victim of this cryptic epidemic of diabetes that I postulate in Europe was the composer Johann Sebastian Bach (born in 1685, died in 1750). While Bach’s medical history is too poorly documented to permit certainty as to the cause of his death, the corpulence of his face and hands in the sole authenticated portrait of him (Plate 28), the accounts of deteriorating vision in his later years, and the obvious deterioration of his handwriting possibly secondary to his failing vision and/or nerve damage are consistent with a diagnosis of diabetes. The disease certainly occurred in Germany during Bach’s lifetime, being known there as honigsüsse Harnruhr (“honey-sweet urine disease”). [7684]

We’ve seen that NCDs are overwhelmingly the leading causes of death in Westernized societies, to which most readers of this book belong. Nor is it the case that you’ll have a wonderful carefree healthy life until you suddenly drop dead of an NCD at age 78 to 81 (the average lifespan in long-lived Western societies): NCDs are also major causes of declining health and decreased quality of life for years or decades before they eventually kill you. [7696]

Another simple change is to eat more slowly. Paradoxically, the faster you wolf down your food, the more you end up eating and hence gaining weight, because eating rapidly doesn’t allow enough time for release of hormones that inhibit appetite. [7717]

[…] you can enjoy some of the world’ greatest cooking and live peacefully and avoid those diseases, by incorporating three enjoyable habits into your life: exercising; eating slowly and talking with friends while you eat, instead of gulping down your food by yourself; and selecting healthy foods like fresh fruits, vegetables, low-fat meat, fish, nuts, and cereals, while avoiding foods whose labels show that they’re high in salt, trans fats, and simple sugars. [7908]

Levitt-Dubner – Superfreakonomics

Levitt, Steven D. and Stephen J. Dubner (2009). Superfreakonomics: Global Cooling, Patriotic Prostitutes and Why Suicide Bombers Should Buy Life Insurance. London: Allen Lane. 2009. ISBN 9780713999914. Pagine 256. 14.99 £

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Moltissimi anni fa, pochi giorni prima della morte del Grande Timoniere (quindi doveva essere la fine d’agosto o l’inizio di settembre del 1976), in viaggio alla volta della Sardegna con gli zii, ci fermammo a mangiare da quello che all’epoca era il più reputato ristorante di Castiglion della Pescaia. Mi pare si chiamasse Romano (non esiste più da tempo). Ci servì di secondo dei gamberoni, o delle mazzancolle, spettacolari, fritti con una spolverata di pan grattato. Chiedemmo il bis. Il secondo piatto faceva schifo, tanto che accusammo Romano di aver riutilizzato lo stesso olio.

I sequel, nei libri ancor più che nei film e nei ristoranti, sono in genere peggiori dell’originale. Penso che la ragione vada divisa, ma non in parti eguali, tra autore e lettore. Al lettore manca l’effetto sorpresa: sa già quello che si deve aspettare, i punti di forza del modo di scrivere e di argomentare dell’autore li dà per scontati, i punti deboli e le cadute di stile li trova ormai, più che irritanti, insopportabili. Ma le responsabilità principali le ha in genere l’autore che, spinto dal successo del libro precedente, dai diritti che gli intasano il conto bancario e dalle pressioni della casa editrice, ti propina more of the same. E questo more of the same è, magari, qualche cosa che (saggiamente) l’editor aveva espunto dal primo volume, o una compilation frettolosa di articoli pubblicati sui quotidiani sull’onda del successo.

L’unico capitolo che meriti di essere letto, secondo me, è il quinto, “What do Al Gore and Mount Pinatubo have in common?”

* * *

Pochissime citazioni:

And yes, just as your grandmother always told you, practice does make perfect. But not just willy-nilly practice. Mastery arrives through what Ericsson calls “deliberate practice.” This entails more than simply playing a C-minor scale a hundred times or hitting tennis serves until your shoulder pops out of its pocket. Deliberate practice has three key components: setting specific goals; obtaining intermediate feedback; and concentrating as much on technique as on outcome [p. 61]

To build this fast, flexible, muscular, encyclopaedic system, Feied and Smith turned to their old crush:object-oriented programming. They set to work using a new architecture that they called “data-centric” and “data-atomic.” Their system would deconstruct each piece of data from every department and store it in a way that allowed it to interact with any other piece of data, or any other 1 billion pieces. [p. 72]

[…] “Are people really altruistic?” is the wrong kind of question to ask. People aren’t “good” or “bad”. People are people, and they respond to incentives. [p. 125]

To solve this puzzle, Semmelweis became a data detective. [p. 135]

[…] “McNamara is selling safety but Chevrolet is selling cars.” [p. 158]

Indeed, if we hadn’t played with Mother Nature by using ammonium nitrate to raise our crop yields, many readers of this book wouldn’t exist today. (Or they would at least be too busy to read, spending all day scrounging for roots and berries.) [p. 160]

Because cows – as well as sheep and other cud-chewing animals called ruminants –are wicked pollutants. Their exhalation and flatulence and belching and manure emit methane, which by one common measure is twenty-times more potent as a greenhouse gas than the carbon dioxide released by cars (and, by the way, humans).  The world’s ruminants are responsible for about 50 percent more greenhouse gas than the entire transportation system. [p. 167: poco sotto spiega perché il movimento "locavore" peggiora il problema, dal momento che la fase di produzione pesa per l'80% delle emissioni e i piccoli produttori sono molto più inefficienti dei grandi, mentre la fase di trasporto pesa soltanto per l'11%; però, ci spiega Mary Roach in Gulp, gli erbivori non ruttano]

Mary Roach – Gulp: Adventures on the Alimentary Canal

Roach, Mary (2013). Gulp: Adventures on the Alimentary Canal. New York: W. W. Norton. 2013. ISBN 9780393240306. Pagine 353. 10,45 €

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Se avete lo spirito di un bambino – cioè se siete curiosi come scimmie, ma con una forte inclinazione per le spiegazioni scientifiche che non vi permette di accontentarvi delle just-so story, e siete affascinati da tutte le funzioni corporali, soprattutto quelle che gli adulti considerano disgustose – questo libro è per voi. Io, modestamente, ho esattamente quello spirito e sono andato a colpo sicuro.

Se voi, invece, come è statisticamente probabile, siete adulti di quelli che considerano le funzioni corporali disgustose, soprattutto quelle che hanno a che fare con le escrezioni del tubo digerente e trovate che si tratti di argomenti da evitare in una conversazione educata, soprattutto a tavola, questo libro non fa per voi. Vedete, noi – noi bambini curiosi affascinati dalle funzioni corporali – non riusciamo nemmeno a capire il vostro disgusto, e facciamo molta fatica a trattenerci dal raccontarvi cose che noi troviamo interessantissime: per esempio, quella volta che un mio amico ha inghiottito un dente d’oro e poi lo ha recuperato …

Visto? Non lo volete sapere, veramente. E io sono diventato abbastanza educato da non raccontarlo: non sono canuto inutilmente e la mia fronte spaziosa è segnale di intelligenza oltre che di calvizie.

Con Mary Roach sono sicuro che andrei d’accordo subito. Potrei persino farle una corte serrata, se non sapessi che ama talmente il marito da essersi, insieme a lui, sottoposta a una ecografia durante il coito (lo racconta nel suo Godere, pubblicato da Einaudi nel 2008).

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Il libro è scorrevole e divertente, anche se non un assoluto capolavoro. Mary Roach preferisce raccontare i suoi incontri con gli studiosi delle ricerche di cui riferisce, piuttosto che aderire a un approccio divulgativo o meglio di public understanding of science. Questo per me è un difetto, ma per altri potrebbe essere un pregio. per me, tuttavia, questi esercizi, più vicini a un genere letterario che a un sincero tentativo di migliorare la cultura scientifica, divertono ma non entusiasmano. Anche se Mary Roach, per la verità, è convinta di dare (anche) un contributo serio alla diffusione dell’approccio scientifico e naturalistico, e questo lo apprezzo senz’altro:

Make no mistake, good science writing is medicine. It is a cure for ignorance and fallacy. Good science writing peels away the blindness, generates wonder, and brings the open palm to the forehead: ‘Oh! Now I get it!’ [trascrizione di un'intervista radiofonica rilasciata a The Morning News]

Inoltre – per quanto strano questo possa suonare a chi conosce la persona reale che si nasconde dietro Boris Limpopo – trovo un po’ fastidioso che Mary Roach non ci risparmi nessuna freddura, ma che sia disposta a fare un largo giro pur di essere in grado di propinarcene una.

Non ho molto da aggiungere, se non il suggerimento di seguire questa breve intervista che l’autrice ha rilasciato al New York Times:

Vi prego di notare come i tabù alimentari e digestivi siano diversi nelle diverse parti del mondo: qui Mary Roach ne infrange uno statunitense, quello sulla saliva, che da noi non è particolarmente tabù. Ma poi non osa scendere al di sotto dello stomaco, almeno nell’intervista. Nel libro è molto più coraggiosa.

* * *

Le solite citazioni (riferimento alle posizioni Kindle):

The same cultures that eat monkey meat have traditionally drawn the line at apes. [799]

The French Academy of Sciences sprang into inaction, appointing a committee to look into it. [938: "sprang into inaction, appointing a committee", grande in tutti i contesti]

Crispness and crunch appeal to us because they signal freshness. Old, rotting, mushy produce can make you ill. At the very least, it has lost much of its nutritional vim. So it makes sense that humans evolved a preference for crisp and crunchy foods. [1694]

[…] more like strangulation than suffocation. [2156: interessante distinzione, a proposito di come uccidono i pitoni]

“Cardio-vascular Events at Defecation: Are They Unavoidable?” [3648: un articolo di B. A. Sikarov da raccomandare agli Annals of Improbable Research]

I asked Khoruts what exactly is in the “probiotic” products seen in stores now. “Marketing,” he replied. Microbiologist Gregor Reid, director of the Canadian Research & Development Centre for Probiotics, seconds the sentiment. With one exception, the bacteria (if they even exist) in probiotics are aerobic; culturing, processing, and shipping bacteria in an oxygen-free environment is complicated and costly. Ninety-five percent of these products, Reid told me, “have never been tested in a human and should not be called probiotic.” [4009: la verità sui probiotici]

Periodontically speaking, an affair might be viewed as a form of bacteriotherapy. [4064: sul bacio come forma dolce di trapianto batterico]

Riccardo Romani – Le cose brutte non esistono

Romani, Riccardo (2013). Le cose brutte non esistono. Roma: 66thand2nd. 2013. ISBN 9788896538623. Pagine 203. 2,99 €

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Penso di non essere il solo a nutrire pregiudizi sui giornalisti, associando alla categoria nel suo complesso (lo so che ci sono delle eccezioni, ma se non generalizzassi che pregiudizio sarebbe?) una letale combinazione di sciatta cialtroneria e magniloquente ipertrofia dell’io. Naturalmente, so benissimo che non ci si nasce, ma ci si diventa, spesso dopo una lunga e precaria gavetta. Ma – come molti celenterati – dopo quest’avventurosa fase larvale, il giornalista individua un luogo adatto a un ancoraggio auspicabilmente definitivo, atrofizza i propri neuroni e si mette a diffondere a mezzo stampa i propri profondi pensieri. In vetta alla catena alimentare stanno gli editorialisti e gli elzeviristi, atti a pontificare sul nulla in stile compiaciuto e pomposo: due nomi mi vengono subito in mente, ma eviterò di farlo (chi è interessato può trovare qualche indizio qui e qui).

Ciclo vitale di una medusa: 1–3 La larva cerca un sito adatto 4–8 Crescita del polipo 9–11 Strobilazione 12–14 Fase della medusa [wikimedia.org/wikipedia/commons]

Oltre all’irritazione che si accompagna a questo pregiudizio, per i giornalisti provo anche un po’ d’invidia. Mi spiego. Spesso, almeno in Italia, i giornalisti scrivono romanzi e racconti (basti per tutti l’esempio preclaro di Dino Buzzati). Sarà una coincidenza, ma gli ultimi due romanzi che ho letto in italiano, questo e L’ira funesta, sono stati entrambi scritti da giornalisti. A partire da qui, mi è facile immaginare che i giornalisti – protetti da un albo professionale agguerrito e da casse di previdenza ben fornite – trascorrano un’esistenza lavorativa relativamente privilegiata e protetta, al riparo delle accuse di essere improduttivi e da complicati (e spesso cervellotici) meccanismi di valutazione delle performance che ormai avvelenano l’esistenza dei dirigenti pubblici, anche dei più defilati. Un tempo non era così, e i romanzieri per campare lavoravano in ambito commerciale (Fernando Pessoa, Italo Svevo) o assicurativo (Franz Kafka). Tra i dirigenti pubblici, soltanto ai magistrati (come De Cataldo o Carofiglio) è rimasto abbastanza tempo libero per scrivere romanzi.

Di Riccardo Romani non conosco l’opera giornalistica. Sul suo sito (www.riccardoromani.it), Romani scrive di sè questa breve biografia:

Riccardo Romani è reporter e scrittore che narra storie da oltre vent’anni. Dopo Milano, New York, Buenos Aires e Roma, oggi vive a Londra dove lavora per SkyTG24. I suoi reportage sono stati pubblicati in tutto il mondo. Ha collaborato con il regista Alfonso Cuaron al documentario “The possibility of Hope” (2007). Per Sky ha scritto e diretto “The Election Game”, sul sistema elettorale americano (2008), e il documentario “Coca Nostra” sul viaggio che la cocaina compie dal Sudamerica fino alle strade italiane (2011). Con Dario Torromeo ha pubblicato la biografia di Carlos Monzon. Il suo primo romanzo – Le Cose Brutte Non Esistono – è in libreria (Editore 66th and 2nd).

Ma ho anche scoperto (e vi giuro che non è stata un’indagine né difficile né pericolosa)che Riccardo Romani cura anche la rubrica La posta del cuore di marie claire, dove si presenta così:

Riccardo Romani, calciatore mancato, giornalista, sognatore curioso, aspirante fotografo, capricorno. Ha vissuto 15 anni a New York, raccontando storie in giro per il mondo. Oggi vive a Londra e confida nel grande amore. Collaboratore di Marie Claire, risponde a dilemmi sentimentali inviati (in sintesi) dalle lettrici.

Divertente, no? Il multiforme Romani. Ma tutto questo non ha quasi nulla a che fare con il bel romanzo che Romani ha scritto, Nonostante qualche piccolo cedimento (la guerra di Bosnia è un po’ inflazionata, non vi pare?) questo è un bel romanzo, maturo pur essendo un romanzo d’esordio. Il romanzo è ben costruito, non in una sequenza temporale lineare, ma in un succedersi di “scene” funzionali alla narrazione complessiva. Ma a mio parere, il pregio maggiore del libro è nella scrittura asciutta, “americana” viene da dire, ma senza essere manierata. Io l’ho letto d’un fiato, anche se non è un thriller o un page-turner, e non mi sono accorto (effetti dell’e-book) di aver letto 300 pagine. Ringrazio la persona che me ne consigliato la lettura e ne approfitto per segnalarvi questa nuova casa editrice, romana con radici newyorkesi, 66thand2nd, che propone traduzioni di autori americani poco conosciuti da noi e, ora, anche nuovi autori italiani.

Per quello che conta (se non lo leggerete, conoscere la vicenda è inutile; ma se intendete leggerlo, come io vi consiglio, sapere in anticipo di che parla toglie una parte della sorpresa), la storia è riassunta dall’editore quel tanto che basta per incuriosire:

Un ragazzo di provincia esce dal guscio di una giovinezza strozzata per costruirsi una vita tutta sua. Il difficile rapporto con il padre, i misteriosi viaggi di quest’ultimo, gli ammalianti racconti di Alfonso Duro, la ricerca della verità filtrata dall’amore travolgente per Senida lo porteranno a vagare per l’America dei grandi spazi dove sparire non è una conquista, specie quando il nulla ti esplode dentro.Cosa rimane di questo sogno rovesciato? Un ragazzo di provincia in un mondo stanco e in preda al caso.

Ma davvero il libro si gioca tutto sul modo di scrivere di Romani e le mie citazioni dovrebbero essere sufficienti a darvene un’idea (riferimenti alle posizioni Kindle).

Ormai ho il sangue ingolfato di serotonina. [1005]

[…] una radiolina modulata su frequenze lontane. [1235]

Vorrei solo poter avere una seconda opportunità, anche se non ricordo quando mi sono lasciato sfuggire la prima. [1665]

Ho letto da qualche parte, preparando le mie lezioni, che per tenere i parassiti lontani da casa è meglio utilizzare tubi metallici anche per le linee elettriche. [1734]

Mi rivolge la parola come riprendendo una conversazione interrotta poco prima. Emana la sicurezza di chi si è preso cura di te da una vita. È diverso dal mio dottore. Noto che ha scelto di sedersi al mio fianco, non di fronte come fanno tutti. Non si rivolge a un paziente ma a una persona di famiglia. [1791]

«L’amore è solo una cospirazione. Un fastidio. Non ho mai capito come funziona, a dire il vero». [2040]

Non ho mai avuto amici veri. Non trovo plausibile che qualcuno intenda farmi del male. Se non ti aspetti di essere amato è difficile avere paura di essere odiato. [2208]

Ad un certo punto la vita prende una piega e tu ti pieghi insieme a lei. [2776]

È una donna alla quale si è smesso di chiedere l’età. [2896]

Ramez Naam – Nexus

Naam, Ramez (2013). Nexus. Nottingham: Angry Robots. 2013. ISBN 9780857662927. Pagine 460. 5,47 €

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Stiamo parlando di un romanzo di fantascienza, ambientato in un futuro abbastanza prossimo. Ma Ramez Naam non è uno scrittore di fantascienza. O meglio, scrivere di fantascienza non è il suo mestiere primario. Wikipedia lo qualifica come “professional technologist”.

Sul suo sito, Ramez Naam si presenta così:

Ramez Naam is an H.G. Wells Award-winning speaker, writer, and futurist on the impact of the rapid changes happening in technology, science, and the world all around us. Ramez was trained as a computer scientist and spent 13 years at Microsoft, leading teams working on email, web browsing, search, and artificial intelligence.
Ramez teaches at Singularity University on innovation, energy, and environment. He writes award-winning non-fiction about the future of humanity and the planet, and science fiction that explores the same. His work has appeared or been discussed in the New York Times, the Los Angeles Times, Business Week, the New Yorker, Scientific American, Popular Science, and PBS.
Topics he covers include: Innovation; Accelerating Technological Change; the challenges of Energy and Environment; Biotechnology; the Wired Brain; and Humanity 2.0.

Una cosa è certa: Naam ha un solido background come tecnologo e guru del software. Altrettante certamente, si vede come un evangelista della buona novella transumana: lo testimoniano il suo impegno nella Singolarity University fondata da Ray Kurzweil e il suo libro non-fiction More Than Human.

Nexus è un bel romanzo, anche se chiaramente a tema. L’unica cosa che a me infastidisce un po’ – ma negli Stati uniti è diventata una mania (cfr. la deriva di Neal Stephenson con Reamde e la saga di Mongoliadqui, qui e qui) – è la quota di sparatorie e combattimenti più o meno marziali. Ma, per fortuna, gli scontri sono abbastanza funzionali alla trama e scorrono via rapidi.

Alla base del romanzo, però, c’è un quesito filosofico: diventare transumani e postumani è inevitabile o comunque desiderabile? e se la risposta è affermativa, la possibilità deve essere offerta a tutti oppure essere tenuta riservata a un’élite oppure ancora repressa?

A complicare le cose, Nexus è una nanotecnologia, ma si assume come una sostanza psicotropa …

Ed è di questi giorni il rinnovato interesse per gli effetti del modafinil (commercializzato in Italia come Provigil), un medicinale utilizzato per la cura della narcolessia, nel miglioramento e potenziamento delle capacità cognitive e meta-cognitive.

Non racconto altro per non rovinarvi il gusto della lettura. Delle implicazioni filosofiche discuteremo dopo (il sequel è già annunciato per settembre …).

* * *

Senza violare la sorpresa della lettura, alcune citazioni (riferimento alle posizioni Kindle):

I’d rather lobotomize myself with a spoon […] [1039]

Propaganda is the first tool of government […] [1122]

“If drugs weren’t enjoyable, people wouldn’t abuse them. […]” [1276]

And eyes, once opened, seldom closed again. [1652]

DWITY. Do What I Tell You. The drug that turned humans into slaves. [1735]

Like Einstein, Kade thought. The problems we currently face can’t be solved at the level of thinking that created them. [2024]

“Scientists have to show respect for the law, Professor,” Franks replied.
“Perhaps the law should show respect for science instead, Doctor.” [2150]

We must all act within the choices we are given. [2834]

“Why didn’t I know that?”
“It was on a need-to-know basis.”
“And I didn’t need to know?” [3370]

She didn’t like feeling like a pawn. [3377]

Memories were narratives. They were stories. If he could master the right narrative, put it on like a mask, he could fool anyone. [3499]

[…] chameleonware […] [3737]

He was too hard to piss when it was his turn. He ran through prime numbers for ages until his hardness subsided, relieved himself, and came out to show them what he and Rangan had done. [4083]

The constant love of family and friends, a life in a world where curiosity and wonder were the drivers, not pain or fear or justice. [4395]

“Second, this mission looks good on a slate, but no plan survives contact with the enemy. […]” [5348]

Broad dissemination and individual choice turn most technologies into a plus. If only the elites have access, it’s a dystopia. [5532]

Shu swam in a luminous storm of data. [5708]

Evolution and human cleverness were cast against filter daemon cleverness. Bit by bit, crowdsourced evolution pulled ahead. [68032]

Businesses stalled. Stock markets crashed. Traffic jams erupted as smart routing turned dumb. Power grids went haywire. Automated factories and trains shut themselves down. Pilots took manual control of errant aircraft, swamped the few human air traffic controllers with the flood of requests for instructions. [6042]

* * *

Un paio di svarioni irritanti:

stationary and pen [3614: stationary vuol dire, anche in inglese, stazionario; l’autore intendeva stationery, cioè la carta da scrivere, la cancelleria).

Mah y na school of Buddhism [3844: questo probabilmente è un errore in cui è incorsa la composizione del testo a stampa, dal momento che la grafia corretta è mahāyāna)

Paolo Roversi – L’ira funesta: Il primo caso del maresciallo Valdes

Roversi, Paolo (2013). L’ira funesta: Il primo caso del maresciallo Valdes. Milano: Rizzoli. 2013. ISBN 9788858640647. Pagine 320. 11,99 €

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Paolo Roversi ha fatto carriera: è seguito da un’agenzia letteraria (la PNLA e associati, cioè la Piergiorgio Nicolazzini Literary Agency – giuro che non sto celiando) ed è passato dalle piccole case editrici di nicchia (come direbbe l’indimenticabile personaggio di Natalino Balasso) alla Rizzoli. D’altra parte, Roversi è un giornalista del Corriere della sera e la cosa, quindi, non deve sorprenderci più di tanto.

Di Roversi, su questo blog, abbiamo già avuto occasione di parlare qualche anno fa (qui, per l’esattezza). Avevo confessato, in quell’occasione, di non essere un appassionato di gialli e che, comunque, non mi pareva che Roversi fosse uno dei maestri del genere. E che però Roversi è un suzzarese, viene cioè dal paese in cui affondano le mie gucciniane radici e in cui ho passato molte estati. Per questo, quando il romanzo è ambientato da quelle parti e in quei climi, ne traggo un piacere tutto mio.

Roversi non fa un grande sforzo per mischiare le carte e il borgo dove si svolge la vicenda è piuttosto riconoscibile in Torricella (coincide persino la toponomastica). La storia è gradevole, raccontata con un umorismo un po’ sornione (come si usa da quelle parti), rispetta le regole canoniche del romanzo poliziesco (compresa quella, non scritta, che prevede almeno una scopata tra il poliziotto protagonista e una ragazza carina – in questo caso una giornalista: si vede che l’autore, giornalista di nera anche lui, sogna una torrida notte di sesso con un maresciallo dei carabinieri …) e chi sia il colpevole non lo si scopre fin dalle prime pagine.

Purtroppo, Roversi non è un grande scrittore e ha il vizio, tutto giornalistico, di ricorrere alle frasi fatte e di maniera. Per di più, quali che siano i servizi che gli ha fornito l’agenzia letteraria di Piergiorgio Nicolazzini, non dovevano essere inclusi quelli di un bravo editor. Già alla terza riga del romanzo incontriamo un “omone a dorso nudo”: “a dorso nudo” ci vanno i cavalli senza sella, e si può dire anche “a bisdosso“; per gli umani, e soprattutto per i lottatori, invece, si dice e si scrive “a torso nudo“. Memorabile, in proposito, il neologismo torsonudista coniato dall’avvocato Augusto Salvadori, assessore al decoro di Venezia:

Ripresa confidenza col ruolo che aveva lasciato tanti anni fa, quello di tutore del Decoro di Venezia riavuto in consegna da [Massimo] Cacciari, Augusto Salvadori ha ricominciato a mulinare il remo contro torsonudisti, saccopelisti, pediluvionisti e gli altri «isti» che sporcano l’immagine della Serenissima. Battaglie che, a partire da quella mitica contro i gondolieri che cantavano «‘O sole mio» trascurando «Nineta monta in gondola», avevano fatto di lui l’assessore più famoso del pianeta. [Gian Antonio Stella, Corriere della sera, 23 luglio 2005, p. 16, Cronache]

Quelli che Salvadori chiama «torsonudisti», con un neologismo ardito del quale rivendica la paternità, li ha scoperti personalmente lui, negli Anni Ottanta: «Salgo in vaporetto una mattina per andare in assessorato, tutti schiacciati come sardine. Mi si attaccano addosso due tizi a torso nudo, sudati, una cosa orrenda. Sono arrivato in ufficio e ho firmato l’ordinanza». [Anna Sandri, Stampa, 3 agosto 2007, p. 22, Cronache Italiane].

E non basta, perché troviamo anche (alla posizione Kindle 2372) “qualche raro mobile in legno assediato dalle tarme.” Roversi ha evidentemente dimenticato le sue origini rurali, se ignora che le tarme fanno i buchi nei tessuti di lana, mentre le gallerie nei mobili in legno le scavano i tarli.

Più avanti [3379] troviamo un ragazzo turbatio da un “bikini inguinale”: scusa la pignoleria, Roversi, ma inguinale si può dire di un’ernia o, se si vuol fare gli spiritosi, di una minigonna, per segnalare che è così corta da coprire a malapena le pudenda. Ma il bikini – nel suo pezzo di sotto – è inguinale per forza.

minigonne.eu

Fin qui gli strafalcioni accidentali. Tra quelli voluti, ho trovato divertenti quelli del Gaggina. Uno per tutti: «Il silenzio è coro.» [3216]

The Mongoliad: Book Three (The Foreworld Saga)

Stephenson, Neal, Joseph Brassey, Greg Bear, Erik Bear, Nicole Galland, Cooper Moo, Mark Teppo (2013). The Mongoliad: Book Three (The Foreworld Saga). Las Vegas: 47North. 2013. ISBN 1612182380. Pagine 804. 5,01 €

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Anche qui non ho molto da dire, rispetto alle recensioni che ho fatto al primo e al secondo volume della saga: una lettura piacevole, e poco più.

In questa terza parte si arriva a uno scioglimento, anche se molti fili restano penzolanti, ed è abbastanza evidente che gli autori si stanno lasciando aperta la possibilità di scrivere uno o più seguiti, gemmazioni, prequel, serie e di sfruttare – come si dice adesso – la franchise.

Tra i personaggi storici, è molto divertente il modo in cui è tratteggiato Federico II di Svevia; tra quelli non storici ma (quasi) credibili, il papa eletto Padre Rodrigo Bendrito, una specie di Albino Luciani ante litteram.

L’avanzata mongola – che nella storia raccontata sui libri di scuola si arresta per motivi in larga parte ignota – qui è interrotta dalle azioni dei nostri eroi, una via di mezzo tra il mucchio selvaggio del western e un’accolita di cavalieri jedi. Non si tratta quindi di una riscrittura integrale e ucronica della storia, ma di una sua piccola variante, di uno scarto in un universo parallelo in cui i sentieri che si dipartono nello svolgimento temporale canonico ritornano prima o poi a ricongiungersi alla strada principale (è la solita vecchia storia dell’ergodicità). Più che un Contro-passato prossimo alla Morselli un «para-passato remoto.»

* * *

Continuano a essere fastidiosissimi gli errori di latino. Ad esempio:

Quoniam fortiduo mea at refugium meum es tu. [2121; corsivo mio]

E, già che ci siamo, suppongo che quella che viene chiamata porta Flamina [7811] sia un refuso per Flaminia, che sia chiama peraltro Porta del Popolo. E quanto a the rounded dome of St. Peter’s Basilica [10531], nel 1241 non c’era nessuna cupola!

* * *

Ho imparato una nuova parola in inglese, che per la verità avevo già incontrato ma – avendone intuito il seno dal contesto – non ero andato a guardare sul vocabolario. Il Kindle, che ti dà la possibilità di raggiungere la definizione del lemma con un solo gesto sullo schermo, ti priva di ogni ragionevole alibi. Eccola:

widdershins:
adverb
chiefly Scottish
in a direction contrary to the sun’s course, considered as unlucky; anticlockwise:
she danced widdershins around him
Origin:
early 16th century: from Middle Low German weddersins, from Middle High German widersinnes, from wider ‘against’ + sin ‘direction’; the second element was associated with Scots sin ‘sun’

* * *

Come al solito, un piccolo florilegio di citazioni (riferimento alle posizioni Kindle):

[…] the palate of memory. [2037]

[…] the one whose hips are lower is the one who wins […] [2557]

They were prisoners, surely, but they were not broken men, not like some of the others who were so filled with bitterness and resentment that the very idea of rebellion was violently loathsome. But they were wary of being hopeful. It was a dangerous emotion, the kind that could get them killed. [2709]

“No,” she said, “the man with the huge sword speaks true. Were I as well-endowed as he, I would make sure to sheath such a weapon in every town I conquered. ’Tis only the basic rule of rapine, is it not? Take what isn’t yours. At sword point no less.” [3066: femminismo ante litteram in Vera!]

Gansukh waited a moment for Chucai to continue, but he wasn’t terribly surprised when the Khagan’s advisor said nothing. This was a not uncommon gambit on Chucai’s part: to start a conversation, and then let it peter into silence. He had infinite patience: as a hunter, he could probably outwait even the most cautious deer; as a veteran of the Khagan’s courts, there was no one more skilled than he at making silence excruciating. The more he learned from Lian, the more Gansukh had understood the merits of Chucai’s techniques. People were more likely to believe something they felt like they had a hand in creating. Order a man, and he will dutifully comply; let him possess an idea as his own, will he not leap to implement it with great enthusiasm? [5235]

“A man earns those things that he carries with him his entire life. Both his victories and his secrets. What he doesn’t earn haunts him, always.” [9256]

[…] I’m the most dedicated atheist alive.” [9458: è Federico II che parla]

Klein-Cathcart – Plato and a Platypus Walk into a Bar …: Understanding Philosophy Through Jokes

Klein, Daniel M. and Thomas Cathcart (2007). Plato and a Platypus Walk into a Bar …: Understanding Philosophy Through Jokes. London: Penguin Books. 2008. ISBN 9781436220217. Pagine 230. 6,49 €

amazon.com

Non ricordavo con esattezza che cosa mi avesse spinto a compare questo e-book il 10 dicembre 2011. Probabilmente ne avevo letto una recensione, mi andavo dicendo, oppure mi era venuta voglia di affrontare qualche cosa di leggero nella vacanze invernali. Ma poi mi è venuto in mente che il libro è citato più volte nel bello studio di Hurley-Dennett-Adams, Inside Jokes: Using Humor to Reverse-Engineer the Mind, che stavo leggendo proprio in quel periodo e che ho recensito qui.

Purtroppo, il libro di Klein e Cathcart non è altrettanto ben riuscito. A tratti è divertente, alcune delle battute sono buone, ma per lo più lo champagne è un po’ sgasato e la sequenza diventa stucchevole. Un merito, però, agli autori va riconosciuto: provano effettivamente a spiegare la filosofia attraverso le barzellette. Non è, cioè, semplicemente una raccolta di barzellette a sfondo filosofico.

Se vi rimane un po’ di curiosità, ecco la storiella che dà il titolo al libro:

[…] the other day Plato and a platypus walked into a bar. The bartender gave the philosopher a quizzical look, and Plato said, “What can I say? She looked better in the cave.” [2390]

nationalgeographic.com

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