The King’s Singers and Sarband – Sacred Bridges

Le 5-600 persone che venerdì 30 marzo erano presenti in una Sala Sinopoli semivuota hanno assistito a un concerto straordinario. I King’s Singers (un eclettico gruppo vocale a cappella inglese, costituitosi nel 1968 tra studenti del King’s College di Cambridge) e Sarband (un gruppo strumentale fondato nel 1986 da Vladimir Ivanoff e rotto a molte contaminazioni tra musica antica e prassi esecutive attuali, e tra tradizioni musicali di Paesi diversi; sarband è una parola persiana che significa “connessione” e in particolare la fusione di due composizioni musicali, una suite o un medley) eseguivano salmi di Davide, musicati da autori della tradizione cristiana occidentale, della tradizione ebraica e della tradizione islamica turco-ottomana.

Molti commenti – anche il comunicato stampa dell’Accademia di Santa Cecilia – sottolineano il carattere sacro della musica eseguita, e da questo fanno discendere la possibilità stessa dell’operazione artistica, la sua valenza di ponte gettato tra tre tradizioni e tre culture e anche le sue implicazioni politiche (“A dimostrare come i Salmi possano essere occasione di spiritualità, utile strumento politico, fecondo legame fra tradizione e modernità e soprattutto ponte che unisce tutti gli esseri umani senza distinzione, ecco Sacred Bridges“). A me non sembra del tutto vero: penso che il tratto unificante, quello che rende possibile e fruttuosa un’operazione di contaminazione come questa, debba essere un fattore comune, culturale e stilistico, preesistente. Non tanto i salmi, in questo caso, quanto il connettivo offerto dalla polifonia occidentale. Dei tre autori rappresentati nel concerto e nel disco omonimo, uno (Salomone Rossi Hebreo, 1570-1630 circa) è un veneziano coevo di Claudio Monteverdi e come lui operante alla corte mantovana di Vincenzo Gonzaga, l’altro (Jan Pieterszoon Sweelinck) è un olandese di Amsterdam di tradizione calvinista e ha pubblicato i suoi salmi nel 1602, il terzo (Ali Ufki, 1610-1675) è in realtà un musicista polacco (Wojciech Bobowski) convertito all’Islam dopo essere stato fatto prigioniero dai turchi e rielabora anche lui il Salterio di Ginevra, come Sweelinck. Eminenza? questa volta le comuni radici delle tre religioni del libro c’entrano ben poco!

Il che non toglie che il concerto sia stato bellissimo: sette cantanti e tre strumentisti in scena accompagnati – in due occasioni – da due dervisci rotanti. Quasi un’ora e mezza di musica compatta e ipnotica, in cui il passaggio da un brano all’altro, da un mondo all’altro, da un modo di cantare, di ritmare, di fare polifonia all’altro era fluido e convincente. Tra l’altro, Boris trova la polifonia a cappella mostruosamente sensuale: provate a tenere in sottofondo un disco dei Tallis Scholars mentre fate all’amore, e sappiatemi dire. Alla fine quattro bis, di cui il primo è stato Blackbird dei Beatles, dall’album bianco (ho cercato sul giornale se i Neri per caso, o i Manhattan Transfer se è per quello, avevano annunciato il loro ritiro dalle scene).

Clamorosi applausi e grande emozione. In due occasioni, il pubblico è entrato spontaneamente in “Strogatz” (che cos’è uno Strogatz? Ve lo racconterò un’altra volta! E tu, Il barbarico re, non mi rovinare la sorpresa!).

Tre suggerimenti in materia di contaminazioni. Due hanno a che fare con la connessione (sarband) tra blues e sue radici griot maliane: Talking Timbuktu di Ali Farka Toure con Ry Cooder e Kulanjan di Taj Mahal e Toumani Diabate. Il terzo è un incontro tra polifonia e jazze con qualche somiglianza con quello di cui parliamo oggi: Officium, di Jan Garbarek e The Hilliard Ensamble.

Questi Sarband sono da ascoltare anche da soli: vi farò sapere.

3 Risposte to “The King’s Singers and Sarband – Sacred Bridges”

  1. morgaine Says:

    Il sito dei sarband è bellissimo e ci sono nche un sacco di tracce musicali per capire cosa fanno. Io che sono una fanatica della contaminazione li trovo veramente affascinanti e sono grata ai Kings Singers per avermeli fatti conoscere, perché da soli a S. Cecilia non ci sarebbero approdati.

  2. Marot e il Salterio di Ginevra « Sbagliando s’impera Says:

    […] si può prendere la scossa e, a volte, andare a fuoco) ha a che fare con il concerto di ieri sera. Tanto Ali Ufki quanto Sweelinck fanno riferimento alla più famosa traduzione in francese dei […]

  3. John Zorn: Complete Masada (3) « Sbagliando s’impera Says:

    […] Masada String Trio: Mark Feldman, violino; Erik Friedlander, violoncello; Greg Cohen, contrabbasso. John Zorn, seduto su un cuscino per terra, dirigeva. Un’interpretazione libera e attenta, acustica, “classica” con venature di musica antica, dei temi di Masada. A tratti assolutamente ipnotico. Mi ha fatto venire in mente, per le venature orientali e le sonorità arcaiche, il concerto di Sarband con i King’s Singers. […]


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