Capatàz – Per non inciampare in un accattone

A Graziano Cioni, che si è inventato il problema e la soluzione (È possibile, anche se improbabile, inciampare in un accattone? Quindi, eliminiamo gli accattoni per ordinanza comunale – sempre meglio del lavoro coatto, direte voi: ma l’un provvedimento non esclude l’altro!), nell’impossibilità di potergli conferire un premio più consistente, dedico una vecchia canzone di Francesco De Gregori, Capatàz. Purtroppo non ho trovato il video su YouTube.

Non siamo nati mica ieri Capataz, non siamo nati mica ieri,
non siamo mica prigionieri dentro la stella di questa bella modernità.
Non siamo nati mica per morire qua.
Se provi a aprire la finestra Capataz,
e coi tuoi occhi guardi fuori, quante persone che non contano
e invece contano e ci stanno contando già,
stanno soltanto aspettando un segno, Capataz.
Questo vecchio segno, quando cambia il tempo,
quando cambia il tempo arriverà.
Questo vecchio legno, quando si alza il vento,
quando si alza il vento navigherà.
Non siamo nati mica ieri, Capataz.

Se provi a entrare nella mia testa, Capataz,
e coi miei occhi guardi fuori, quante persone e quanti cuori,
quanti colori al posto di quel grigio, quante novità.
C’è un altro tipo di futuro, Capataz.
Questo vecchio segno, quando cambia il tempo,
quando cambia il tempo arriverà.
Questo vecchio legno, quando si alza il vento,
quando si alza il vento navigherà.
C’è un altro tipo di futuro, Capataz.

Vi invito anche a leggere il commento di Alessandro Robecchi su il manifesto di oggi, 2 aprile 2008.

La nuova lotta alla povertà
Alessandro Robecchi
Spero che i vasti e spinosi problemi dell’Occidente non vi distraggano dai veri drammi della civiltà evoluta e del capitalismo maturo come, per esempio, quello dei mendicanti orizzontali. La città di Firenze, salotto sopraffino, se ne è accorta e passa al contrattacco, ha funzionato per i lavavetri, funzionerà anche per i mendicanti, e la civiltà sarà salva, insieme alle sorti luminose e progressive del «si può fare».
Il problema, naturalmente non è il pietoso gesto di chiedere la carità, ma il fatto di farlo da seduti, sdraiati, orizzontali, e insomma, nello sconveniente modo di diventare un problema alla circolazione. In poche parole un mendicante di Firenze, se decide di non stare in piedi, diventa un intralcio al traffico. Non c’è solo l’insolazione a dare alla testa, ma anche le elezioni. Comunque sia, dice l’assessore Cioni, è urgente «contrastare chi chiede l’elemosina intralciando i pedoni».
Una signora non vedente è inciampata in un mendicante, e lo spiacevole incidente prelude dunque alla cacciata dei mendicanti da Firenze, una cosa che somiglia molto al colpirne cento per educarne uno (quando si dice: più realisti del re). Ma sia: se c’è una cosa che non scarseggia sono i capri espiatori, esauriti i lavavetri (venti temibili eversori armati di spugne che tenevano in pugno la città di Dante), si passa ai mendicanti.
La stagione elettorale aiuta: chissà di quali mirabolanti sondaggi sono in possesso l’assessore Graziano Cioni e il sindaco Leonardo Domenici. Forse c’è qualche studio avanzato, qualche grafico di flussi elettorali che dice che cacciare i poveri rende popolare la sinistra, o quel che ne rimane. Del resto che Cioni e Dominici siano sinistra dura e pura lo sanno tutti. Il primo, ai tempi dei lavavetri attaccò il presidente della camera che criticava il pogrom dicendo: «Questi palazzi allontanano gli eletti dal popolo, dalla gente». E parlava di Bertinotti, mentre lui, il prode Cioni, allontanava quattro straccioni. E quanto al sindaco Domenici, pur di cacciare una ventina di povericristi citava nientemeno che Lenin: «In fondo si tratta di un’ordinanza leninista. Lenin diceva: il problema è l’analisi concreta di una situazione concreta». Testuali parole. Era estate, faceva caldo, sentire un esponente dei Ds, oggi Pd, citare Lenin dava il brivido di una granita alla menta. Usare Lenin come un corpo contundente contro il lumpenproletariat semaforico, nomade e accatone sembrava assurdo, e invece era solo una astuta preparazione dell’oggi.
Come diceva il fortunato slogan di un vecchio congresso pidiessino (1997), «Il futuro entra in noi molto prima che accada». Ecco è accaduto, il futuro sta entrando, dolorosamente simile all’ombrello di Altan. Ora è primavera. Il sindaco è sempre quello, l’assessore è sempre quello, in mancanza di lavavetri, sotto coi mendicanti. Ancora una volta Firenze è all’avanguardia, traccia il solco e poi lo difende, ma soprattutto ci dice chiaro e tondo dove stiamo andando. E che, purtroppo, si può fare.

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