Giorgiana Masi – 12 maggio 1977

Quest’anno compirebbe 50 anni, Giorgiana Masi. Forse sarebbe una signora di mezza età, borghesemente sposata e madre di figli all’università. Forse sarebbe rimasta fedele alle sue idee di allora (era simpatizzante radicale e femminista) e avrebbe seguito una sua strada meno convenzionale: chissà, un compagno, magari i figli lo stesso, magari scelte diverse.

Invece, la sua vita fu stroncata a diciannove anni una sera di maggio, e non sappiamo da chi. È diventata un simbolo, immagino controvoglia (a me, se dicessero “vuoi essere un simbolo, da morto, o continuare a vivere tra i tuoi errori e i tuoi periodi no”, la scelta non si porrebbe neppure: la seconda che hai detto!). Un simbolo per pochi, per di più. Per la maggioranza un ingombrante incidente, da rimuovere con fastidio.

Io c’ero, in quella giornata da incubo. Non dall’inizio alla manifestazione a piazza Navona, che fu dispersa subito. Non c’era nulla di organizzato, e nella sostanza non feci che scappare. Sparavano. Chi? Non si sa. Qualcuno nel movimento, non avrei molti dubbi: quelli che sparavano c’erano e qualche giorno dopo ci fu l’omicidio dell’agente Custrà e la famosa foto dell’autonomo di Milano.

Sparò certamente anche la polizia, e soprattutto c’erano degli agenti provocatori infiltrati. Lotta continua quotidiano pubblicò un’inchiesta documentatissima. Nella foto qua sotto uno degli agenti provocatori è chiaramente al fianco di poliziotti in divisa. Guardate anche il video di RaiDue alla fine del post.

Era una giornata di sole e il pomeriggio faceva veramente caldo. Era quasi sera quando fu colpita Giorgiana. Io ero con un amico sul ponte dell’isola Tiberina, a poche decine di metri da ponte Garibaldi. Mi buttai a terra quando sentii i colpi, dietro la spalletta di pietra. Non vidi niente, per la paura e la mia forte miopia (non portavo ancora le lenti a contatto). Come al solito, girarono voci disparate e la notizia di quello che era successo si chiarì a sera.

Si chiarì. Parola grossa. Riporto qui due punti di vista interessanti.

Il primo è tratto da: Balestrini, Nanni e Primo Moroni (1997). L’ orda d’oro. 1968-1977: la grande ondata rivoluzionaria e creativa, politica ed esistenziale. Milano: Feltrinelli. 1997.

Il mese di maggio è il piú nero per il movimento. […]
Il 12 maggio il movimento tenta una manifestazione pacifica di celebrazione della vittoria del referendum sul divorzio del ’74. La manifestazione è organizzata dal Partito radicale. A piazza Navona la polizia interviene subito picchiando alcuni suoi deputati parlamentari; poi si scatenano le cariche contro tutti i gruppi che transitano nei pressi della piazza. La manifestazione non era organizzata, non c’erano servizi d’ordine né strumenti per difendersi.
Molti di questi gruppi retrocedono verso Campo dei Fiori dove vengono erette delle barricate e disselciato il fondo stradale per procurarsi dei sassi. La polizia getta in campo le sue squadre speciali: agenti in borghese travestiti da “estremisti” sparano ad altezza d’uomo.
Gli scontri proseguono per ore, a sera tarda su Ponte Garibaldi muore, uccisa dalla polizia con un colpo alla schiena mentre fuggiva, Giorgiana Masi, vent’anni, simpatizzante del Partito radicale.

Cossiga, che era ministro dell’interno all’epoca dei fatti, è intervenuto più volte sulla vicenda. Ad esempio, a Report nel 2003:

D – Senta ci dica qualche segreto che non ha mai detto a nessuno.

FRANCESCO COSSIGA: I segreti che io mantengo, so ma in parte io me ne sono dimenticati.

D – Che è il modo migliore per mantenere un segreto, quello di dimenticare…

FRANCESCO COSSIGA: Sì, esatto, io me ne sono quasi dimenticato del tutto; altri segreti che io mantengo, ma non segreti di Stato, per esempio, non l’ho mai detto alle autorità giudiziarie e non lo dirò mai, i dubbi che un magistrato e funzionari di polizia mi insinuarono sulla morte di Giorgiana Masi: se avessi preso per buono ciò che mi avevano detto sarebbe stata una cosa tragica.

IMMAGINI REPERTORIO SERVIZIO TG3
“17 gran brutto numero, 17 anni fa moriva Giorgiana Masi, e l’età di Giorgiana Masi rese ancora più crudele quell’assassinio; ultimo anno di liceo disegnava da professionista e sfilava in corteo accanto agli operai, per il Vietnam, per Valpreda e anche, perché no, per i referendum: Giorgiana scappava, c’erano le cariche della polizia e la polizia in borghese, qualcuno vestito da manifestante un proiettile l’ha colpita alle spalle. Cossiga disse che si sarebbe dimesso se avesse avuto le prove che la polizia aveva sparato. Ecco le immagini, cambiano i tempi, è arrivato il colore, e l’assassino di Giorgiana è ancora a piede libero, e anche i genitori di Giorgiana sono morti, di crepacuore”.

FRANCESCO COSSIGA: Ecco io quello credo che non lo dirò mai se mi dovessero chiamare davanti all’autorità giudiziaria, perché sarebbe una cosa molto dolorosa.

D – Perché sono implicati i servizi?

COSSIGA: No, se no non sarebbe una cosa dolorosa.

IN STUDIO MILENA GABANELLI
Poiché sarebbe doloroso dire chi ha ucciso Giorgiana Masi, l’uomo che più ha invocato la pacificazione nazionale, Cossiga, dice non parlerò neanche davanti alla magistratura. Deduciamo che la morte di una ragazzina innocente non sia stato un incidente, ma ben altro. Forse un ordine per imporre poi le leggi speciali? […]

E ancora, sul Corriere della sera del 25 gennaio 2007:

(Aldo Cazzullo) In piazza c’erano gli agenti in borghese con la pistola, vero?
(Cossiga) «Vero. Ma contro la mia volontà. Chiesi notizie al questore di Roma, che negò. Ma quando i giornalisti dell’Espresso mi mostrarono foto inequivocabili, andai alla Camera a chiedere scusa, e destituii il questore».

[…]

(Aldo Cazzullo) Il 12 maggio fu uccisa Giorgiana Masi.
(Cossiga) «Avevo supplicato in ginocchio Pannella di rinunciare alla manifestazione in piazza Navona. Gli ricordai che io stesso avevo mandato la polizia a impedire un comizio democristiano a Genova. Gli dissi che i radicali non erano in grado di difendere la piazza e chiunque si sarebbe potuto infiltrare. Tutto inutile ».

(Aldo Cazzullo) Chi fu a sparare?
(Cossiga) «La verità la sapevamo in quattro: il procuratore di Roma, il capo della mobile, un maggiore dei carabinieri e io. Ora siamo in cinque: l’ho detta a un deputato di Rifondazione che continuava a rompermi le scatole. Non la dirò in pubblico per non aggiungere dolore a dolore».

(Aldo Cazzullo) Fuoco amico?
(Cossiga) «Questo lo dice lei. Il capo della mobile mi confidò di aver messo in frigo una bottiglia di champagne, da bere quando sarebbe emersa la verità, pensando a tutto quanto ci hanno detto».

Io penso che Cossiga sia una persona inqualificabile, umanamente prima che politicamente. Se sa, parli. E ci convinca, con delle prove, che la sua versione è corroborata dai fatti. Se non sa, taccia, e non cerchi per l’ennesima volta di gettare del fango su una vittima.

2 Risposte to “Giorgiana Masi – 12 maggio 1977”

  1. martina Says:

    Bertold Brecht: “Infelice quella terra che ha bisogno di eroi”. Ormai, nel ’77, avevo talmente paura delle cariche della polizia che mi avvicinavo con il mio compagno al corteo che si preparava a partire, resistevo un po’ e poi, alla vista della polizia che si preparava alla guerra (tirava giù la visiera dell’elmetto e alzava gli spara lacrimogeni), me ne andavo terrorizzata (da sola, perchè non riuscivo a convincerlo a venire via – ormai era un rito – e poi aspettavo la sera – guardando gli scontri alla tv – sperando che tornasse tutto intero). E per me fu così anche quel 12 maggio.

  2. Peppe Says:

    Non so se puoi approvare un commento così lungo e che forse non ti piace, visto che cita un racconto di Erri De Luca che non ami. Il racconto è “Vento in faccia” dalla raccolta ‘Il contrario di uno’. Ho trovato una sintesi sul web, ma per chi volesse si può leggere su Gogle libri (http://books.google.it/books?id=4QYRu9KWZ2YC&printsec=frontcover&dq=erri+de+luca&ei=pwQqSKesKaXEyASb3YimCg&sig=shjHXKhvE32rxWI6eUn_zLaHyI4#PPA11,M1):

    “Le prime volte sperimenti il vento che fanno i corpi in corsa. Vedi la fuga in faccia, i tuoi scappano, tu ti tieni su un bordo per non averli addosso. Corrono zitti, niente gridi, il fiato serve tutto per le gambe. Guardi la loro corsa. È vento in faccia, corpi di ragazzi e ragazze schizzano via, nessuno bada a te. Poi qualcuno dirà sì, l’ho visto, era fermo sull’angolo, appoggiato al muro. Dietro arrivano le truppe in divisa. Tu aspetti la poca terra di nessuno tra i fuggiti e quelli che rincorrono, ti stacchi dal margine, dal muro, tiri quello che hai in mano, tiri basso per far inciampare, poi tocca a te schizzare. Hai avuto tempo di guardare dove ti conviene, dove hai vantaggio, meglio se in salita. Chi insegue ha già l’affanno e si scoraggia a correre contro una pendenza. Anche se vuole tirarti dietro qualche colpo, è più scomodo un bersaglio che sta più in alto (…). I tuoi sono al riparo e tu puoi rallentare, tentare di raggiungerli nel posto successivo, già concordato in caso di fuga. Tu: chi sei? Sei uno che un giorno dentro una carica delle truppe sei rimasto fermo. T’è venuto sgomento per la corsa sgangherata di quelli intorno, che se uno cadeva gli altri magari gli passavano sopra con il panico. Ti dava pena la corsa goffa di molte ragazze che allora non andavano in palestre e dentro i parchi a fare allenamenti. Quand’è toccato a te d’essere giovane, e giovane di strada, lo sport era stato l’ora di educazione fisica in un camerone di scuola. I ragazzi sapevano correre perché giocavano a palla nella Villa Comunale, interrotti dai vigili urbani. Le ragazze non sapevano correre. Imparavano allora nelle manifestazioni attaccate, affumicate, inseguite.
    La prima volta che non sei scappato t’hanno preso, anzi, te li sei presi addosso. Ti sei accartocciato in terra, è volato il berretto per un calcio, però l’istinto t’ha consigliato bene. In mezzo ai loro piedi era più difficile essere colpito, mentre è più comodo e forte il colpo su chi si piega restando a mezz’altezza. Sfogano su di te, poi uno di loro ti spinge nelle retrovie, buschi qualche altro colpo, uno più duro ti fa cadere ancora, viene da dietro, impara, sì, così impari che da acciuffato, arreso, non sei al riparo, prima devi passare in mezzo a loro… Spinto dentro un furgone, la sorpresa è che non sei solo. Vicino a te nel poco di luce c’è un altro, vestito un poco meglio di te, senza sangue sulla faccia e sui panni. Chiede come stai, se riconosci, se sai contare. S’interessa che non hai danni dentro il cranio, solo quelli fuori… Chiede perché tu non sei scappato. Non lo sai, ma sì, lo sai, però non lo vuoi dire che tutt’insieme t’è venuta vergogna di scappare, una vergogna più forte della paura. Potessi dirlo nel tuo dialetto, “me so’ mmiso scuorno ‘e fui'”, mi sono vergognato di fuggire, sarebbe preciso, ma in italiano suona strana l’intimità di una vergogna, così premi più forte il fazzoletto sul buco e resti zitto. Ora lo sai ma allora no: una quantità di coraggi spuntano da vergogne e sono più tenaci di quelli saliti dalle collere, che sono scatti rapidi a sbollire. Le vergogne invece sono di grano duro e non scuociono (…)
    Non sei scappato, ti chiede. No. Neanche lui, cominciano a trovarsi quelli che non vogliono scappare. Comincia a formarsi una fila di ostinati. Sono ancora sparsi, ma ci si conosce. Vi scambiate i nomi. Così passa la tua prima notte da acciuffato, a parlare di domani, delle prossime volte, di come fermare le cariche. Ecco tu sei uno che ha cominciato così. Al mattino vi mettono fuori. Non vai al pronto soccorso, ma da un medico che aiuta i feriti delle manifestazioni, ti porta lui, l’amico da meno di un giorno, al quale affideresti il tuo paio d’occhi, perché quelli sono giorni in cui va di fretta la fiducia, la lealtà e pure il destino.
    Nelle riunioni, nelle assemblee molti conoscono molti. Si parla di non farsi mandare gambe all’aria, di preparare difese con chi se la sente di serrare una fila.(…)
    Intanto ti accorgevi che le truppe in divisa preferivano puntare su persone isolate, non sulla tua linea. Attraverso di loro ti sei accorto che i rapporti di forza per le strade stavano cambiando (…)
    Cambiarono i rapporti di forza fino al ’75, quando, per recuperare il vantaggio della forza pubblica, il Parlamento a grassa maggioranza dette in dote ai militi la legge che consentiva loro di sparare in piazza senza bisogno di legittima difesa, di entrare nelle case e nelle sedi politiche senza mandato di magistratura, di tenersi un acciuffato per due giorni e notti senza avvisare avvocato né magistrato. Insomma permetteva il così via, imperversando nella prateria bruciata dei diritti personali e pubblici. Da quel tempo in poi mettersi di traverso nelle strade fu scelta di pronti a tutto. Oggi lo riconosci, era impossibile trattare con quella gioventù. Da dov’era spuntata tutta insieme? Così avversa a ogni autorità, strafottente di deleghe, di partiti, di voti, così ficcata in mezzo al popolo, pratica di vie spicce, contagiosa. Entrava nelle prigioni a schiere di arrestati, faceva lega con i detenuti e iniziavano le rivolte contro il trattamento penitenziario. Andava a fare servizio di leva e dentro le caserme partivano gli ammutinamenti per un rancio migliore e una paga decente. Negli stadi i tifosi adattavano i cori e ritmi delle manifestazioni ai loro incitamenti. Da dov’era spuntata quella generazione imperdonabile che ancora sconta il debito penale del suo millenovecento? Non lo sai, immagini piuttosto che in un sistema ondoso c’è un’onda più serrata e forte, che non si spiega con quella di prima né con quella di dopo. Perciò immagini che prima o poi le generazioni tornano.
    Tornano, è tornata, adesso ce n’è un’altra che agisce come un corpo, si muove da generazione. Altre età venute prima di lei si sono aggiustate a figlie del loro tempo, hanno aderito a esso in convinta ubbidienza. Questa di adesso, come la tua, fa il contrattempo, passa contropelo, perciò è contemporanea di se stessa, estemporanea al resto. Si occupa del mondo, anziché del condominio. Tu la segui, vai dietro alle sue mosse e alle licenze che le autorità si prendono contro di lei. Tu con le tue passate notizie di piazze arrostite, affumicate, sei presso di lei scaduto: questa generazione ammette di subire violenza ma non vuole sporcarsene reagendo. Vuole che l’aggressione sia da una parte sola, snuda il loro diritto e lo mostra allo stato di natura, per quello che è: sopraffazione.
    Ma ci fai cosa, tu e altri della tua specie ed età, in mezzo a questi nuovi? Poco e niente ci fai, che possa servire a loro, però ci stai lo stesso, richiamato in strada dal rosso di Genova, di piazza Alimonda, della notte alla Diaz, del resto alla caserma Bolzaneto, dal rosso sparso apposta che per vie misteriose risale alle tue arterie e ti appartiene”


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