Everything is Illuminated – Jonathan Safran Foer

Foer, Jonathan Safran (2002). Everything is Illuminated. London: Penguin. 2003.

Un romanzo molto bello, ma molto difficile (nel senso che spiegherò tra poco).

Foer è un autore molto giovane (è nato nel 1977; questo, il suo romanzo di esordio, è stato pubblicato nel 2002, ma scritto tra il 1999 e il 2000). Il suo talento è evidente, anche se a volte “sovrastante” (in questo, ma solo in questo, Foer ricorda un po’ Dave Eggers).

Il romanzo è molto difficile da leggere in originale, perché le lettere e le parti attribuite alla penna di Alex Perchov mimano l’inglese di un ucraino che l’ha appreso in modo scolastico, consultando un vocabolario, con un effetto di slittamento semantico (ad esempio, rigid viene sistematicamente usato al posto di hard, anche nel senso traslato del termine) molto comico, ma difficile da capire con immediatezza per noi che l’inglese lo sappiamo un po’ meglio di Alex, ma non poi tanto.

Questo versante comico aiuta ad attenuare la vicenda del romanzo, dolorosa al limite dell’insopportabilità (senza rovinarvi il romanzo, basti dire che stiamo parlando dell’annientamento di uno shtetl da parte dei nazisti).

Un altro espediente – a mio parere meno efficace e un po’ stucchevole – è l’utilizzo di tutto un armamentario sperimentale nelle parti (romanzo nel romanzo, narrazione nella narrazione) che costituiscono il work in progress del romanzo che il Jonathan-personaggio-del-romanzo (che ovviamente è e non è il Jonathan-Safran-Foer-autore-del-romanzo) scrive di ritorno dall’Ucraina. Qui l’autore usa tutta la panoplia degli strumenti sperimentali a disposizione: realismo magico, salti temporali, monologo interiore, brani poetici, elenchi, brani di altri testi (fittizi), documenti (fittizi), poesie e canzoni, “verità storiche” alternative, espedienti grafici e di punteggiatura eccetera.

Nonostante tutto questo, e forse per questo (ma, come avrete capito, pendo più per il nonostante che per il per), il romanzo è molto bello. E le sue tematiche molto profonde: la religione innanzitutto (dio non c’è, ma se ci fosse e avesse permesso tutto questo non vorremmo nemmeno sentirne parlare). E l’etica della responsabilità nelle situazioni estreme narrate, in cui il male minore è comunque enorme.

Naturalmente, un libro come questo merita la scelta (assolutamente personale) di qualche citazione:

He felt no pain, they told her. He felt nothing, really. Which made her cry more, and harder. Death is the only thing in life that you absolutely have to be aware of as it’s happeming. [p. 125]

It’s not he was ashamed, or even that he thought he was doing something wrong, because he knew that what he was doing was right, more right than anything he saw anyone do, and he knew that doing right often means feeling wrong, and if you find yourself feeling wrong, you’re probably doing right. But he also knew that there is an inflationary aspect to love, and that should his mother, or Rose, ora any of those who loved him find out about each other, they would not be able to help but feel of lesser value. He knew that I love you means I love you more than anyone loves you, or has loved you, or will love you, and also, I love you in a way that no one loves you, or has loved you, or will love you, and also, I love you in a way that I love no one else, and never have loved anyone else, and never will love anyone else. He knew that it is, by love’s definition, impossible to love two people. [p. 170]

God loves the plagiarist. And so it is written, “God created humankind in His image, in the image of God He created them.” God is the original plagiarizer. With a lack of reasonable sources from which to filch – man created in the image of what? the animals? – the creation of man was an act of reflexive plagiarizing. God looted the mirror. When we plagiarize, we are likewise creating in the image and participating in the completion of Creation. [206]

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