Antonio Giolitti – Obituary

Sono stato abbastanza fortunato, nella mia vita, ad avere incontrato, anche se di rado e fuggevolmente, Antonio Giolitti. Un maestro di serietà, di impegno, di conciliazione della teoria e della prassi al di fuori di ogni schematismo leninista. Il simbolo di un Paese che, per pochi anni, sembrava potesse e volesse cambiare davvero.

Come si sarà sentito a vivere i decenni di disillusione seguiti alle speranze del primo centrosinistra?

Non so se si trova ancora, in libreria, ma leggetele e fatele leggere ai vostri figli e nipoti, le Lettere a Marta che Giolitti scrisse quasi 10 anni fa, se le trovate ancora in libreria (Antonio Giolitti. Lettere a Marta. Ricordi e riflessioni. Bologna: Il Mulino. 1992). Riprendiamoci la memoria e la speranza. Altro che Bettino!

Giorgio Ruffolo, che fu suo allievo, beniamino e collaboratore, lo ricorda così (il manifesto, 9 febbraio 2010):

IL RICORDO

Antonio Giolitti, i sorci e le riforme

Giorgio Ruffolo

Sono stato legato ad Antonio Giolitti da una lunga fraterna amicizia. Ricordo ancora con emozione il giorno che lessi una sua recensione di un mio articolo sulla disoccupazione pubblicato su Moneta e Credito, ero un giovanotto, e ne fui molto fiero. Cominciò così, a partire da un successivo incontro alla Casa Einaudi, dove lui lavorava, e poi nel partito socialista dove lui era entrato dopo i fatti d’Ungheria, nella corrente della sinistra nella quale i «giolittiani» costituivano un gruppo particolare, si chiamava Impegno Socialista, tra il 2 e il 4 per cento degli iscritti al partito: più 2 che 4, se ricordo bene. E poi nell’esperienza di programmazione. Anni di impegno vero, tormentato ed esaltante al tempo stesso. Anni di grandi riforme, lo si può dire oggi che di riformismo non si fa che parlare, allora non se ne poteva neppure parlare, a sinistra, perché il riformismo era considerato poco meno di un cedimento al nemico, si doveva dire, per carità: riformatori, non riformisti.
Però le riforme, in quella stagione di centro sinistra, si fecero davvero. In quegli anni cambiò la scuola, cambiò il sistema pensionistico, si introdusse il sistema sanitario, si fece lo statuto dei lavoratori, si completò la grande rete autostradale, si costituirono le regioni. Gli uffici della programmazione si installarono in un grande corridoio dove enormi sorci inseguivano timidi gattini. Era il tentativo di inserire una strategia di progresso sociale e di equilibrio territoriale in uno sviluppo economico poderoso ma tumultuoso disordinato, iniquo. Erano sogni? Forse: diventarono incubi, quando le contraddizioni che si erano inserite nel contesto politico italiano, non corrette da una politica di programma, esplosero, in una congiuntura sempre più difficile. La sinistra, che è immemore, dovrebbe riflettere su quella esperienza: e soprattutto su quale dovrebbe essere il contributo di una cultura aggiornata a una progettazione politica che oggi brilla per assenza.
Giolitti era il rappresentante di una classe politica di cui si sono molto affievolite le tracce: quando politica e cultura diventavano parte di un solo messaggio. Con lui si poteva parlare di politica, naturalmente: ma anche di musica, della quale era particolarmente esperto, e di arte e di letteratura, e ci si poteva divertire scherzando, lasciandosi guidare dal suo stile ironico e arguto. In compenso, non ricordo di avergli sentito raccontare una sola barzelletta.
Egli resterà con me e per me, per il resto della mia vita, un modello di professione politica, nel senso weberiano, non del mestiere, ma della vocazione; prima che quella vocazione si identificasse, in modo così desolante, con il nudo potere, con il denaro, con la volgarità.

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Squallido

Un aggettivo che quando ero adolescente si usava molto, e adesso mi sembra invece piuttosto in disuso.

Con 3 significati, secondo il Vocabolario Treccani online:

Che, per la mancanza di ogni caratteristica positiva, e per la presenza di aspetti negativi diversi, è in sé misero e triste e fonte di tristezza, desolante e deprimente.
1. a. Riferito a edifici e ambienti, zone e località: una casa, una stanza squallida, e una squallida camera d’albergo d’infimo ordine, trascurata, priva di comodità e tutt’altro che accogliente, triste e desolante a starvi; una squallida corsia d’ospedale, una squallida prigione, uno squallido casolare abbandonato; cercavo … i luoghi più tristi per i nostri convegni: i più desolati giardini pubblici, le più squallide latterie (N. Ginzburg); regioni squallide., una squallida landa, brulle e incolte, senza case e vegetazione, e comunque desolate; in usi lettererari: Alle squalide ripe d’Acheronte … Bestemmiando fuggì l’alma sdegnosa (Ariosto); indarno Sul tuo poeta, o Dea, preghi rugiade Dalla squallida notte (Foscolo).
1. b. Riferito a persone, al loro aspetto, a situazioni, a condizioni di vita: uno squallido mendicante, mal ridotto; vivere nella più s. miseria, senza poter soddisfare neppure le più elementari esigenze materiali; fare una vita squallida, povera e triste, grigia e monotona, priva di attese, di speranze, di soddisfazioni; in usi letterari, è spesso accentuata, in modo oggettivo o con tono di commiserazione, la miseria, l’abbandono, la trasandatezza o anche la macilenza della persona: capelli squallidi, incolti e spettinati; Con chiome irsute e con la barba squalida (Sannazzaro); Con la squallida prole e con la nuda Consorte a lato (Parini); quell’aspetto [di Lucia] reso ora più squallido, sbattuto, affannato dal patire prolungato e dal digiuno (Manzoni).
2.
Con connotazione più chiaramente spregiativa, riferito a persone, manifestazioni e comportamenti, equivale spesso a spregevole, sordido, abietto, giudizî in cui la condanna morale è però attenuata talvolta da un senso di umano compatimento: uno squallido individuo che vive facendo prostituire la moglie; una squallida figura di ricattatore; uno squallido ambiente di pedofili; una squallida vicenda di sfruttamento di minori.

Dal lat. squalĭdus, derivato di squalere «essere aspro, squamoso; essere squallido». O forse no. Come sempre sulle questioni di etimologia gli studiosi si scannano per secoli (a me piace pensare che talora si sfidassero a duello per una di queste questioni). Secondo il Georges (quello del mio vecchio vocabolario di latino, suppongo), i romani lo usavano con riferimento alle caratteristiche del terreno: un suolo squamoso era chiaramente poco fertile, trascurato e dunque improduttivo. Se avesse ragione Georges, deriverebbe dai vocaboli greci skleròs (duro) e skèllein (disseccare), da cui ci viene anche scheletro. Ma secondo una folta schiera di altri studiosi (trovo citati Kuhn, Curtius e Micklosich) deriverebbe dalla radice proto-indoeuropea KAL- che in sanscrito ci ha dato kâla (nero), kalankas (macchia) e khalug (tenebre); in antico slavo kalu (fango) e kaljati (inquinare); in greco kelainòs (nero) e kêlis (macchia); in latino càligo (caligine): “onde i latini dissero squalida la veste del lutto.”

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