Dan Brown – Origin

Brown, Dan (2017). Origin. Londra: Transworld. ISBN: 9781473543348. Pagine 456. 6,19 €.

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Ma non mi vergogno a leggere Dan Brown? Sì, mi vergogno, ma ci ricasco tutte le volte, come un adolescente con gli atti impuri commessi in solitudine, nonostante le sinistre profezie della cecità in questa vita e dell’inferno per l’eternità.

Dan Brown non è un grande scrittore, e neppure uno scrittore medio. Però – oltre a toccare temi à la page in grado di incuriosire un pubblico moderatamente colto e informato e a stupire, facendolo sembrare colto e informato, il resto dei lettori – è una gran guida di viaggio, ben documentato sui luoghi che ci fa visitare.

Confesso – tanto per restare nel clima penitenziale – di aver letto, oltre al Codice Da Vinci (che offriva l’alibi della curiosità per un fenomeno di costume, dato che tutti parlavano del libro e, un paio d’anni dopo, del brutto film che ne era stato tratto), anche Digital Fortress (in italiano Crypto, con l’alibi questa volta del mio interesse per la crittografia: ma se volete leggere un bel libro in tema, leggete piuttosto Criptonomicon di Neal Stephenson, se riuscite ancora a scovarlo nell’edizione italiana di Rizzoli) e Inferno (qui la scusa erano Dante e una mamma professoressa e dantista, che se avesse fatto invece la dentista oggi sarei più ricco. Inferno l’ho recensito qui). Dato che Dan Brown ha scritto in tutto sette romanzi, ne ho letti più della metà.

Non vi racconto niente della trama: è pur sempre un thriller, o meglio un romanzo a chiave, pieno di colpi di scena più o meno prevedibili. Sotto il profilo turistico, parliamo di Spagna. Se non mi ricordo male: si parte dal monastero di Montserrat:

Poi il museo Guggenheim di Bilbao:

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https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Guggenheim-bilbao-jan05.jpg
Photograph taken by User: MykReeve [CC BY-SA 3.0]

C’è una puntata a Budapest e una alla cattedrale e al palazzo reale di Madrid. Ma il nostro autore non poteva farsi scappare la Barcellona di Gaudì. Prima fa andare il protagonista alla Pedrera:

E poi, naturalmente alla Sagrada Familia:

Dulcis in fundo, la Basílica de la Santa Cruz del Valle de los Caídos…

***

Pochissime le citazioni che meritano di essere ricordate:

‘Men plan, and God laughs.’ (p. 225)

In other words, Darwin’s theory described the survival of the fittest, but not the arrival of the fittest. (p. 386)

‘The price of greatness … is responsibility.’ (p. 412: è una citazione di Churchill)

Dan Brown – Inferno

Brown, Dan (2013). Inferno. London: Bantam Press. 2013. ISBN 9781448169795. Pagine 482. 12,99 €

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Non vi dovrebbe essere sfuggito che, nonostante la mia età, in tema di libri la combinazione di curiosità e ingenuità mi porta a comprare e a leggere polpettoni inenarrabili.

Di Dan Brown sapevo tutto, perché se ne parla da anni. Anche di questo libro, atteso da molti (non da me) e non accolto favorevolmente dalle prime recensioni. Due le aggravanti: avevo già letto l’imbarazzante Codice Da Vinci e il marginalmente migliore Digital Fortress (per quest’ultimo, scritto da un autore non ancora baciato dall’inspiegabile successo, avevo la scusa che si parlava di crittografia, un tema che mi stuzzica molto). Ecco, anche per leggere questo avevo un alibi di questo tipo: avevo letto che il romanzo parlava di transumanesimo, che è un mio recente interesse (Nexus). È vero, se ne parla, e non è neppure la parte peggiore del romanzo. Ma non posso dirvi quasi niente di più, per non rovinarvi la lettura (ammesso che non vogliate seguire il mio consiglio, di consumare in modo diverso il vostro tempo prezioso, dedicandovi ad altre letture, o al giardinaggio, o ai pediluvi balsamici, e vi ostiniate pervicacemente a leggere best-seller di bassa qualità).

Posso invece raccontarvi con dovizia di particolari che cosa in questo brutto romanzo non funziona (il che, naturalmente, non gli impedirà di stare per mesi in cima alle classifiche di tutto il mondo, di arricchire ulteriormente il suo autore e di essere tradotto in un film di altrettanto successo).

Per prima cosa – me ne ero già reso ampiamente conto leggendo Digital Fortress dopo aver già letto The Da Vinci Code – Brown usa sempre gli stessi espedienti narrativi: i personaggi non sono quello che affermano o vogliono far credere di essere e quindi ogni tanto c’è un colpo di scena. Peccato che i colpi di scena non siano più tali dopo la prima o seconda volta che li usi e che alla lunga diventino una sorta di stilema browniano: i buoni sono in realtà cattivi ma forse alla fine si scopre che in fondo erano buoni davvero, e viceversa.

In secondo luogo, c’è il problema della serialità: questo è il quarto romanzo che vede come protagonista Robert Langdon, professore di storia dell’arte e simbologia all’Università di Harvard. Ora, se era plausibile che il nostro ignaro professore si trovasse catapultato in una storia di sangue e mistero la prima volta (Angeli e demoni, che non ho letto; Il codice Da Vinci è già la seconda avventura), al procedere della serie qualche sospetto di essere finito dentro un mondo di fantasia dovrebbe affacciarglisi alla mente, al nostro eroe, soprattutto a una mente tanto eccelsa come la sua. Che fare?, si dev’essere chiesto Dan Brown. Massì, facciamogli venire una bella amnesia retrograda. Magari limitata a un paio di giorni, in modo che conservi intatte le sue conoscenze enciclopediche e le sue facoltà mentali, ma che ci sia possibile manipolare la sequenza degli eventi e i ruoli dei personaggi nel modo più funzionale alla successione di colpi di scena (!) di cui si diceva poco fa.

Il romanzo è costruito come un gioco. Nel 1987 o poco dopo mi dedicavo sul Mac a un gioco che si chiamava The Fool’s Errand: la storia, articolata in cinque parti, era basata sugli arcani dei tarocchi e ogni capitoletto conteneva un incantesimo, cioè un rompicapo che ti faceva avanzare nel gioco, sbloccando il testo di capitoli che in precedenza non erano visibili. Ecco, Inferno è costruito così: gli indizi che via via Langdon decifra ti portano da qualche parte in un percorso (non rivelo niente che non sia già stato ampiamente commentato sulle recensioni) che va da Firenze, a Venezia, a Istanbul. Se vi viene il sospetto che il procedimento divenga rapidamente stucchevole, avete centrato il cuore del problema. Anche perché chi di noi (e io sono uno di quelli) per 3 anni al liceo è stato tormentato dal culto di Dante e dalle note al testo che ne svisceravano i molteplici livelli di significato, non si sorprende minimamente alla possibilità che possa essere utilizzato come generatore di rompicapo. Che tanto poi Langdon, nonostante l’amnesia e i tentativi di ammazzarlo, puntualmente svela.

I rompicapo sono tanti. Troppi per i miei gusti. Ma comunque non sufficienti a riempire le 500 pagine che contrattualmente il nostro Brown si era impegnato con la casa editrice a produrre. Niente paura. Basta prendere una buona guida delle 3 città visitate e inzeppare la storia di descrizioni tratte da lì. Ne consegue che almeno sotto il profilo turistico il libro è abbastanza preciso, anche se qualche strafalcione – come vedremo – sfugge all’autore. Ma almeno non abbiamo il brumoso porto di Civitavecchia visto dalla finestra di un palazzo di Roma, come accadeva (mi pare) ne Il mosaico di Parsifal di Robert Ludlum.

* * *

Le solite citazioni, compresi gli strafalcioni (riferimento alle posizioni Kindle):

[…] somewhere between dishonest and illegal. [689]

“[…] In the fourteenth century, Italian literature was, by requirement, divided into two categories: tragedy, representing high literature, was written in formal Italian; comedy, representing low literature, was written in the vernacular and geared toward the general population.” [1427: prima boiata]

I am the gateway to the Posthuman age. [2495]

Don’t ask. Just task. [3128]

[…] wooden planks propped between cinder blocks and inverted buckets. [3401: sarebbero le passerelle per l’acqua alta in piazza San Marco!]

“You almost sound like you’re a fan of Zobrist’s.”
“I’m a fan of the truth,” she replied forcefully, “even if it’s painfully hard to accept.” [3689]

[…] an entertaining Ross King book of the same name. [3990: si tratta di Brunelleschi’s Dome: The Story of the Great Cathedral in Florence. Ma chissà perché il nostro sente il bisogno di citarlo. Pubblicità?]

[…] Frecciargento’s private salottini […] [4692: ci sono solo sul Frecciarossa]

Soon the train would navigate the sinuous mountain pass and then descend again, powering eastward toward the Adriatic Sea. [4727: praticamente la tratta è tutta in galleria, altro che sinuoso passo di montagna da percorrere!]

[…] while there was no signal. [4927: Brown, che evidentemente questo viaggio non l’ha fatto, non sa che sul Frecciargento i salottini non ci sono, ma la copertura wifi sì]

[…] self-serve locker in the train station. [5172: anche questi mi pare li abbiano eliminati, per motivi di sicurezza, dopo l’11 settembre]

[…] before the plague weakened it enough for it to be conquered by the Ottomans, and then by Napoleon […] [5242: questa della conquista ottomana di Venezia è inedita]

Ironically, it was the population’s taste for foreign luxuries that brought about its demise—the deadly plague traveling from China to Venice on the backs of rats stowed away on trading vessels. The same plague that destroyed an unfathomable two-thirds of China’s population arrived in Europe and very quickly killed one in three—young and old, rich and poor alike. [5244: ma di che peste sta poi parlando? non di quella del 1348, direi; di quella manzoniana?]

“Robert, I thought you were a student of world history.”
“Yes, but the world is large, and history is long. […]” [5702]

“The best illusions involve as much of the real world as possible. […]” [6425]

Throughout all of human history, every groundbreaking technology ever discovered by science has been weaponized — from simple fire to nuclear power — and almost always at the hands of powerful governments. [7692]

You are a member of a new breed of thinkers. You provide counterpoint. [7920]

Carlinhos Brown

Roma, Cavea dell’Auditorium Parco della musica, 16 luglio 2007.

Questo guitto, questo predicatore, questo imbarazzante cialtrone – coturni e copricapo tribale – è un genio della musica.

Questa musica travolgente, volgare, grassa, contaminatissima è bella e moderna. Facile e raffinatissima. Da ballare e da pensare. Tra cori da stadio, melodie facilissime, percussioni (mai meno di 5!) e riff funky.

Si cita molto James Brown (d’altra parte Carlinhos si chiama così in suo onore), ma viene in mente ancora di più il Miles Davis raffinatamente pop degli anni 80, quello di Time after Time e di Human Nature: e non a caso – quanti se ne sono accorti? – a un certo punto il chitarrista ha accennato il celebre attacco di Jean Pierre.

Descrivere è difficile. Meglio vedere e ascoltare:

Henry Roth – Call It Sleep

Roth, Henry (1934). Call It Sleep. New York: Farrar, Straus and Giroux. 2013. ISBN: 9781466855281. Pagine 477. 8,83€.
[Chiamalo sonno. Trad. it. Mario Materassi. Milano: Garzanti. 2017. ISBN: 9788811811763. Pagine 543. 9,99€]

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Alla fine del 2018, dopo quasi 25 anni, mi sono dimesso dal mio posto di lavoro e da allora – dopo qualche mese sabbatico – ho ricominciato a lavorare come autonomo (o libero professionista, o freelance, se preferite) presso una società di ricerca in economia applicata dalle parti di piazza Mazzini, a Roma. Un giorno di settembre, uscito dallo studio, ho incontrato una ex-collega e amica che non vedevo da qualche tempo. Dopo i convenevoli di rito, mi è venuto in mente che era lei che, alcuni anni fa, mi aveva segnalato Stoner di John Williams (non era stata la sola, per la verità; la mia recensione su questo blog è qui). E quindi, senza frapporre indugi, le ho chiesto a bruciapelo: “E che cosa stai leggendo?”. E lei, senza esitazione: “Chiamalo sonno, di Henry Roth”.

Ed eccomi qui a parlarne. Anzi, a parlare di due cose: del romanzo, e della mia hýbris.

Leggi il seguito di questo post »

Richard Powers – The Time of Our Singing

Powers, Richard (2004). The Time of Our Singing. New York: Farrar, Straus and Giroux. ISBN: 9780374706418. Pagine 632. 9,67 €.

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Romanzo ambizioso, ma non del tutto riuscito. Impegnato e impegnativo (632 pagine, di cui molte non sarebbero sopravvissute a un editor sufficientemente spietato). Eppure interessante, non privo di meriti, con alcune pagine memorabili.

C’è una versione italiana, tradotta da Giulio Caraci e pubblicata da Mondadori nel 2007 (Il tempo di una canzone, traduzione insensata e più avanti capirete perché).

L’impressione è che Richard Powers ci abbia voluto mettere un po’ tutto quello che lo appassiona: un po’ come faccio io in queste pagine, soltanto che io non pretendo di essere un romanziere e le mie elucubrazioni sono messe a disposizione di chi vuole leggere senza pretesa di retribuzione né in danaro né in fama.

Richard Powers, che oggi ha 62 anni e quando ha pubblicato il romanzo ne aveva meno di 50, è laureato in fisica, appassionato di canto e musica (secondo Wikipedia suona violoncello, chitarra, sassofono e clarinetto) e ha insegnato inglese all’università.

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commons.wikimedia.org/wiki/File:Richard_Powers_(author).jpg
Phoebe [CC BY-SA 4.0]

Il romanzo racconta – con la voce narrante di Joey, il secondogenito – una storia familiare. E fin qui nulla di straordinario. Anzi, l’inserirsi in un filone così tradizionale, quello della saga familiare, in qualche modo nuoce al libro, sia perché ne sminuisce l’originalità (same old same old), sia perché costringe l’autore ad attenersi ai canoni di quella forma, raccontando gli eventi in modo lineare e completo (e questo gli costa pagine e pagine che forse si sarebbero potuto risparmiare con un po’ più di coraggio nel forzare la forma della saga).

La famiglia, però, è una famiglia sui generis. Non soltanto nel senso universalmente noto dell’incipit di Anna Karenina (“Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo”), che fa sì che il lettore non sia interessato a leggere la storia di una famiglia felice, e dunque il narratore non sia incentivato a raccontarla. La ragion d’essere stessa del romanzo è l’eccezionalità di questa famiglia.

David Strom (un fisico ebreo fuggito dalla Germania – la sua famiglia sterminata nella Shoah) e Delia Daley (un’aspirante cantante, figlia più grande di una famiglia della borghesia nera di Philadelphia – il padre è un medico) si incontrano il giorno di pasqua del 1939 a Washington, al concerto di Marian Anderson, cui era stato impedito di cantare nella Constitution Hall perché afro-americana. Musica, fisica relativistica, problema razziale: ecco i tre temi del romanzo (ed ecco perché il titolo originale è un titolo a chiave, mentre la traduzione italiana è semplicemente banale).

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By U.S. Information Agency – NARA image 306-NT-965B-4 / ARC 595378
Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2517831

Delia e Davis si sposano, nonostante l’opposizione della famiglia di lei e benché i matrimoni misti siano vietati in gran parte degli Stati, e generano tre figli di straordinario talento: il maggiore, Jonah, diventerà un tenore di fama internazionale, ma nel 1992 resterà vittima dei disordini seguiti alla sentenza di assoluzione dei 4 poliziotti che avevano massacrato di botte Rodney King (63 morti, 2.383 feriti, oltre 12.000 arresti); Joseph detto Joey, la voce narrante, diventerà pianista e accompagnerà a lungo il fratello in tournée, prima di diverntare insegnante di musica nella scuola della sorella a Oakland; Ruth, anche lei dotata di talento e bella voce, entrerà nelle Black Panthers con il marito, poi ucciso dalla polizia.

Dei tre temi, quello della musica è quello cui è dedicato nel romanzo lo spazio maggiore, per lo meno sotto il profilo quantitativo. Ma nonostante la straordinaria capacità di catturare l’esperienza musicale con le parole (per questo un recensore ha accostato questo romanzo di Powers al Doctor Faustus di Thomas Mann), ho trovato questo aspetto il più debole. Certo, è memorabile il racconto delle serate musicali a casa Strom quando i bambini sono piccoli (i genitori hanno deciso di occuparsi personalmente della loro istruzione, fino a quando Einstein – nientemeno – li convince a mandarli a una scuola musicale): il gioco delle crazed quotations, in cui i cinque improvvisano contrappunti improvvisati mescolando tutti i generi musicali, più che un riferimento alla mixité della famiglia, è una celebrazione della libertà creativa e dell’improvvisazione. Questo primo passo si rispecchia in quello sul saggio scolastico che, verso la fine del libro, Joey presenta a Jonah in visita alla scuola di Oakland dove insegna. Powers cita, a un certo punto, il Concerto d’Aranjuez di Joaquín Rodrigo (che io personalmente aborro) e Sketches of Spain di Miles Davis e Gil Evans (una delle cose che amo meno di Miles Davis), ma a me viene in mente soprattutto il quodlibet alla fine delle Variazioni Goldberg di Bach, che mischiano al tema le melodie popolari Ich bin so lange nicht bei dir g’west, ruck her e Kraut und Rüben haben mich vertrieben (Non sono stato con te per così tanto tempo, vieni qui e Cavoli e rape rosse mi hanno disturbato).

Glenn Gould, piano

Peccato che in mezzo a questo due momenti memorabili ci siano decine di pagine in cui Powers, per il tramite del narratore e testimone Joey, descrive minuziosamente gli exploit musicali di Jonah…

E le lungaggini del romanzo non sono solo queste, come dicevo: ci sono intere vicende ed episodi che si sarebbero potuti tralasciare senza che il racconto ne soffrisse: cito per tutti – ma ce ne sono anche altri – la storia d’amore infantile tra Jonah e Kimberly Monera.

Il secondo tema del romanzo è la razza. Forse il tema principale. Certamente quello più interessante per chi – come me e la maggioranza degli europei – è stato indotto a pensare che tra l’emancipazione dalla schiavitù dopo la guerra civile e Lincoln e l’elezione di Barack Obama come primo presidente afro-americano nel 2008 ci sia stato un percorso tutto sommato lineare, anche se interrotto da un bel po’ di “incidenti di percorso” (linciaggi, assassini, disordini – gravi, certo, ma semplici battute d’arresto nell’inesorabile cammino del progresso). Come ci ha ricordato anche Green Book (di cui abbiamo parlato qui), è andata tutt’altro che così. E Powers ricorda doverosamente (ma, ancora una volta, minuziosamente) gli eventi che hanno punteggiato la storia del conflitto razziale negli Stati Uniti: dall’episodio del concerto di Marian Anderson (di cui abbiamo già parlato), al linciaggio di Emmett Till, ai disordini di Watts, Newark e Detroit; al pestaggio di Rodney King e agli scontri di Los Angeles ; alle marce su Washington di Martin Luther King nel 1963 (I have a dream) e di Louis Farrakhan nel 1995.

Verrebbe da sbottare: “ma se avessi voluto leggere un libro di storia, me lo sarei comprato, invece di acquistare un romanzo”. Ma sarebbe ingiusto, perché Powers fa un lavoro onesto e scrupoloso per inserire questo sfondo storico nel suo racconto, anche se non sempre con successo. E a volte riesce a offrirci un punto di vista originale, che stimola a riconsiderare cose che davamo per scontate: ad esempio, non mi era mai passato per la mente che le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki potessero essere lette come atti di razzismo. Eppure è proprio su questo che il padre di Delia, il dottor William Daley, rompe con David Strom e tutta la famiglia della figlia, con una lettera che dice, tra l’altro:

I have no trouble in accepting the first explosion. It seems to me politically necessary, scientifically triumphant, and morally expedient. But this second blast is little more than barbaric. What civilized people could defend such action? We have taken tens of thousands more lives, without even giving that country a chance to absorb the fact of what hit it. And for what? Merely, it seems, to project a final superiority, the same world dominance I thought we were fighting this war to end …

[…]

This country must know what it’s in danger of pursuing. Surely it sees how this act will look to history. Would this country have been willing to drop this bomb on Germany, on the country of your beloved Bach and Beethoven? Would we have used it to annihilate a European capital? Or was this mass civilian death meant, from the beginning, to be used only against the darker races?

[…]

I had in mind a different victor, a different peace, one that would put an end to supremacy forever. We were fighting against fascism, genocide, all the evils of power. Now we’ve leveled two cities of bewildered brown civilians … You may not understand my racializing these blasts. (pp. 415-416).

Uno dei leitmotiv del romanzo è in un proverbio yiddish citato più volte – la prima quando David e Delia s’incontrano:

“The bird and the fish can fall in love. But where they gonna build their nest?” (p. 630)

Per tutto il libro, la domanda non trova una risposta soddisfacente, e il tentativo di David e Delia di dare ai loro figli un’esistenza al di là della razza si scontra più volte con il fallimento, con la frustrazione e con la morte (della stessa Delia, di Robert Rider il marito di Ruth, di Jonah). Soltanto alla fine il piccolo Robert, figlio minore di Ruth, abbozza una risposta:

“The bird and the fish can make a bish. The fish and the bird can make a fird.”

[…] “The bird can make a nest on the water.” (p. 631)

Il terzo tema, quello che a me appassiona di più, come testimonia un libro che ho letto di recente (Einstein’s Clocks, Poincare’s Maps: Empires of Time, che ho recensito qui), è quello del tempo nella fisica. David è uno scienziato – come Richard Powers – ed è ossessionato dal tempo, o meglio dalla sua illusorietà. Le cose che David Strom ci fa intuire, a volte parlando con la moglie e soprattutto con i figli, a volte in un apparente delirio, fino in punto di morte.

“Do you know what time is?” His voice is so soft, I think I’m making it up. “Time is our way of keeping everything from happening at once.”

I reply as he taught me, long ago, the year my voice broke. “You know what time is? Time is just one damn thing after another. (p. 95)

Sotto troverete molte altre citazioni. Alcune veramente illuminanti.

L’attenzione al tempo struttura anche il romanzo, nei frequenti flashback che interrompono la narrazione lineare di Joseph. E, infine, everything happens at once, quando nell’illusione del tempo, il cerchio si chiude intorno a David e Delia nel 1939 e a Robert nel 1995.

***

Avevo pensato di strutturare le molte citazioni dal romanzo che vi propongo intorno ai tre temi della musica, della razza e del tempo. Ma poi mi sono accorto che molte delle citazioni trattano insieme più di un tema (e, inoltre, il lavoro di riclassificazione è una fatica improba, rispetto all’ordine di pagina).

“A near Polack. A counterfactual Polack.”

“A Polack in one of many alternate universes?” (p. 7)

[…] the soul’s eye color. (p. 14)

[…] halfway between food and feces. (p. 19: a proposito dell’odore del vomito)

The world was not a madrigal. The world was a howl. (p. 50)

Music itself, like its own rhythms, played out in time. A piece was what it was only because of all the pieces written before and after it. Every song sang the moment that brought it into being. Music talked endlessly to itself. (p. 58)

Three-quarters of all American Negroes have white blood—and very few of them as a matter of choice. (p. 72: ne ho parlato qui recensendo Who We Are and How We Got Here: Ancient DNA and the New Science of the Human Past)

“Growing disorder: This is how we must tell time. Lunch is not only never free; it gets, every day, a little more expensive. This is the only sure rule in our cosmos. Every other fact, you will one day exchange. But bet against the Second Law, and you are doomed. The name isn’t strong enough. Not second anything. Not a law of nature. It is nature.” (p. 88)

Like loose lips sink ships, a law I will never quite get until long after all my ships have sailed. (pp. 88-89)

Music, as his hero Leibniz says, is an exercise in occult mathematics by a soul that doesn’t even know it’s counting. (p. 91)

“We have no access to the past. All our past is contained in the present. We have nothing but records. Nothing but the next set of histories.” (p. 92)

Happy, or at least busy, […] (p. 109)

“Okay?” our father echoes. Empirical reductionist. Okay has no measurement. Okay is a meter stick that shrinks with the speed of the measurer. (p. 130)

“Every twin has his own tempo. The universe has as many metronomes as it has moving things.” (pp. 151-152)

Mechanical stairs, to lift us up to Overlook without moving. Visual telephones on your wrist. Floating buildings. Pellets that change into any food you want—just add water. Dial-up music, everywhere on demand. This brick and iron city is something I’ll remember in old age, with the same head-wagging smile of bewilderment my father resorts to, here in this foreign country, in this false now. (p. 152)

“That, too, is true! But only because our reason was created at very slow speeds.” (p. 235)

Learning each other was steady work, but no harder than the work of being. (p. 286)

His sons will not be his. Every census will divide them. Every numbering. (p. 344)

Start a little fish, end a little fish, only eaten. (p. 389)

“The ones without talent can’t be taught. The ones with talent need not to be taught.” (p. 410)

“You must learn to listen,” he says. If particles, forces, and fields obey the curve that binds the flow of numbers, then they must sound like harmonies in time. “You think with your eyes; this is your problem. No one can see four independent variables mapping out a surface in five or more dimensions. But the tuned ear can hear chords.” (p. 411)

“[…] They are taking shortcuts in the steps of their deductions. They do not see the case, but only make bets on the basis of what they think likelihood tells them. Category. This is how thought proceeds. We cannot alter that. But we must change their categories.” (p. 422)

Music had always been his celebration of the unlikelihood of escape, his Kaddish for those who’d suffered the fate meant for him. (pp. 461-462)

[…] the kind of motorized bed that can be set to every position except comfortable. (p. 466)

The bird and the fish can fall in love, but their only working nest will be the grave. (p. 470)

‘There’s another wavelength everyplace you point your telescope.’ (p. 471)

All things that are possible must exist. […] Whatever the numbers permitted must happen, somewhen. (p. 476)

They called him “effortless,” Europe’s highest compliment. (p. 497)

There are only four profound measures in the piece; the rest is mostly note spinning. (p. 501: a proposito della sonata a 4 mani di Mozart, K 381)

Time is how we know which way the world runs: ever downward, from crazed to numb. (p. 513)

And later, when Einstein comes by the house for music night, playing his violin with the other physicist musicians, he needs give only the slightest push to shame my parents into sending their boy away. “This child has a gift. You don’t hear how big. You are too close. It’s unforgivable that you do nothing for him.” (p. 522)

For if prophecy is just the sound of memory rejoining the fixed record, memory must already hold all prophecies yet to come home. (p. 525)

How much work it took to find the effortless. (p. 530)

Everything I knew about singing was wrong. Fortunately, I knew nothing. (p. 531)

Soloists play without music all the time. But if they lose themselves, they can swim up alongside their own fingers, and no one but the fellow in row four with the pocket score is the wiser. With ensembles, each mind’s memory map must be identical. Lose yourself and there’s no return. Written music is like nothing in the world—an index of time. The idea is so bizarre, it’s almost miraculous: fixed instructions on how to recreate the simultaneous. (p. 537)

[…] at-one-ment […] (p. 537)

“All music is contemporary” (p. 539)

“The man didn’t die from complications, Joey. He died from simplifications. Simplified to death.” (p. 559)

They wanted a place with as many categories as there were cases. (p. 562)

“All music’s religious music. All the good parts anyway.” (p. 573)

Their identity? Identical to what? Only thing you’re identical to is yourself, and that only on good days. (p. 600)

I have seen the future, and it is mongrel. (p. 624)

Albert-László Barabási – The Formula: The Universal Laws of Success

Barabási , Albert-László (2018) – The Formula: The Universal Laws of Success. New York NY: Little, Brown and Co. ISBN: 9780316505475. Pagine 321. 9,99 €.

The Formula: The Universal Laws of Success (English Edition) di [Barabási, Albert-László]
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Seguo Barabási da quando uscì Linked nel 2003 (il libro mi era piaciuto tantissimo, e ha ispirato un mio duraturo interesse per la network analysis e anche qualche sua applicazione scientifica e analitica). Con un po’ meno di entusiasmo, ma sempre con molto interesse, avevo poi letto Bursts: l’ho recensito qui, dove do conto delle mie perplessità.

Se possibile, questo The Formula mi ha lasciato ancora più perplesso. Barabási e il suo gruppo studiano la scienza del successo (anzi, the Science of Success: proprio così, maiuscole e tutto, e senza nemmeno scoppiare a ridere sùbito dopo). E il libro presenta i risultati cui sono pervenuti: niente meno che le leggi universali del successo. Scusate se è poco.

In effetti, Barabási dice di rifuggere dagli aneddoti e di volersi distaccare dagli innumerevoli libri di self-help che affollano gli scaffali di management delle librerie. È proprio convinto di avere scoperto cinque leggi scientifiche, universali. Ma poi racconta, racconta… Certamente bene: Barabási ha talento per questo. E le leggi le espone, e le commenta, e le arricchisce di aneddoti spesso gustosi. Racconta le ricerche fatte da lui e dal suo gruppo; racconta il quando e il come dei momenti “eureka”, le false partenze e il lieto fine. Quello che non ho trovato è la “divulgazione” o, meglio, la “comunicazione della scienza”. Le 5 leggi universali sembrano davvero “consigli” da libro di self-help, e non leggi scientifiche. E – anche se in nota ci sono riferimenti alla letteratura scientifica a sostegno di queste tesi – la trattazione è esortativa, se non “motivazionale”.

A questo punto vi sarete incuriositi. Eccovi le cinque leggi:

  • Performance drives success, but when performance can’t be measured, networks drive success.
  • Performance is bounded, but success is unbounded.
  • Previous success x fitness = future success.
  • While team success requires diversity and balance, a single individual will receive credit for the group’s achievements.
  • With persistence success can come at any time.

Una curiosità: non sapevo che tandem in inglese si potesse usare anche per più persone, non soltanto due (“[…] six key collaborators: […] They work in tandem” – p. 178)

Barabási è bravo e quindi, nonostante tutto, il libro è ricco di spunti interessanti:

Seemingly, it’s the last person who makes a discovery that really matters, not the first. (p. 24)

Context matters when we assess value. (p. 60)

The Duchampian reality is that these cues shape our perception, frame our understanding, and set the market price. (p. 62)

[…] the bigger the team was, the more lopsided were the individual contributions to the final product. […] The more they were dominated by a single leader, the more successful they were. (p. 184; il corsivo è dell’autore)

[…] female economists pay an enormous penalty for collaborating. To be clear, men pay no price for collaborative work. They can work alone, in partnerships, or in groups, and their chances of tenure will remain the same. Women, on the other hand, collaborate at their own peril. From a tenure perspective, if you’re a female economist publishing with men, you might as well not publish at all. (p. 214; i corsivi sono dell’autore)

Success wanes because everything ages, falling victim to an “attention economy.” (p. 238)

Radiazioni elettromagnetiche e cancro: spegnete subito quella fornace nucleare

Sui quotidiani, la notizia – ripresa da uno studio scientifico pubblicato sulla rivista Cancer Epidemiology, Biomarkers & Prevention il 29 maggio 2014 (Shaowei Wu, Jiali Han, Francine Laden e Abrar A. Qureshi. Long-term Ultraviolet Flux, Other Potential Risk Factors, and Skin Cancer Risk: A Cohort Study) – è stata pubblicata inizialmente dall’inglese Daily Telegraph il 2 giugno 2014 e poi ripresa dalla stampa internazionale, compreso il quotidiano online Linkiesta.

Ma andiamo con ordine e cominciamo dal Telegraph, che da bravo quotidiano inglese accompagna la notizia con la foto di una bagnante.

Suffering sunburn five times increase skin cancer risk

Five serious sunburns increase the risk of deadly skin cancer by 80 per cent, study finds

by Rebecca Smith, Medical Editor

Five serious episodes of sunburn by the age of 20 increases the risk of deadly skin cancer by 80 per cent, a study has found.
Repeated sunburn that is serious enough to blister dramatically increases the risk of malignant melanoma, American researchers have warned.
A study, of almost 109,000 women, published in the journal Cancer Epidemiology, Biomarkers & Prevention, found that five serious sunburns between the age of 15 and 20 increased the risk of skin cancer.
Two in 100 white women will develop malignant melanoma in their lifetime, around 13,300 cases in the UK are diagnosed each year.
Dr Abrar Qureshi, professor and chairman of the Department of Dermatology at Warren Alpert Medical School of the Brown University and Rhode Island Hospital, said: “Persons with high host-risk traits, such as red hair colour, a higher number of moles and high sunburn susceptibility should pay more attention to avoid excessive sun exposure, especially early in life.”
It was found that women who had five or more blistering sunburns between age 15 and 20 years old had a 68 per cent increased risk for basal cell carcinoma (BCC) and squamous cell carcinoma (SCC), and 80 per cent increased risk of melanoma.
Dr. Qureshi said: “Our results suggest that sun exposures in both early life and adulthood were predictive of non-melanoma skin cancers, whereas melanoma risk was predominantly associated with sun exposure in early life in a cohort of young women.
“Parents may need to be advised to pay more attention to protection from early-life sun exposure for their kids in order to reduce the likelihood of developing melanoma as they grow up.
“Older individuals should also be cautious with their sun exposure because cumulative sun exposure increases skin cancer risk as well.”

Nel riprendere la notizia, Linkiesta getta un bel po’ d’acqua sul fuoco, un po’ per non creare allarmismo, un po’ perché alla nostra disastrata economia manca soltanto che i mezzi d’informazione facciano una campagna contro l’abbronzatura alla vigilia della stagione balneare.

L’articolo, firmato da Cristina Tognaccini, è stato pubblicato il 29 giugno (ci vuole dunque un mese esatto affinché una ricerca pubblicata su una rivista scientifica arrivi sulle pagine di un giornale italiano, sia pure con la mediazione della stampa inglese, cui erano bastati 4 giorni):

Tumore della pelle: a rischio dopo cinque scottature?

L’eccessiva esposizione al sole nei primi anni di vita aumenta le probabilità di cancro alla pelle

Cristina Tognaccini

«Appena cinque scottature nei primi venti anni di vita possono aumentare il rischio di sviluppare tumore della pelle in età adulta». Lo riporta un lavoro pubblicato su Cancer Epidemiol Biomarkers Prevention (sic!) da alcuni ricercatori del Brigham and Women Hospital e della Harvard Medical School, finanziato con sovvenzioni dal National Institutes of Health. I ricercatori attraverso l’utilizzo di questionari, hanno valutato l’associazione tra alcuni potenziali fattori di rischio di cancro della pelle in una coorte di circa 110mila donne, per oltre 20 anni. Trovando che le donne che durante l’adolescenza avevano riscontrato cinque o più scottature (con vesciche) avevano l’80% di probabilità in più di sviluppare il melanoma (la forma più aggressiva di cancro della pelle), rispetto a quelle che non avevano mai subito scottature. Si tratta però di uno studio di coorte osservazionale, che può fornire indicazioni sul rapporto esistente tra un fattore di rischio e lo sviluppo di una malattia, ma non può dimostrare che l’esposizione a quel fattore causi la malattia.
[Qui inizia l’intervento dei “pompieri della notizia”, coadiuvati anche da “Alessandro Testori, direttore della divisione melanomi e sarcomi muscolo cutanei dell’Istituto Europeo di Oncologia (Ieo)”]
[…]
Lo studio del Brigham and Women Hospital e della Harvard Medical School ci dà però anche qualche indicazione importante. A iniziare dal ruolo che può avere una scottatura che presenta vesciche, indice comunque di un errore, e che l’esposizione al sole non è stata corretta. «Sono aspetti correlati a come la pelle ha reagito al raggio ultravioletto» continua Testori. «E pensare che qualche lampada prima di andare al mare possa ridurre questo rischio è sbagliato, anzi, anche questo è un fattore cancerogeno ben documentato. Io sono del parere che l’abbronzatura deve avvenire in maniera naturale e non artificiale e debba essere graduale senza demonizzare il fatto di andare al mare e prendere il sole. Basta esporsi con gradualità e una necessaria protezione, che deve essere molto più importante nei primi giorni di esposizione che non dopo una decina di giorni».

Le rassicurazioni di Testori sono forse eccessive.

Tanto per mettere le cose in chiaro, ricordo a chi fosse interessato che lo IARC (International Agency for Research on Cancer, l’agenzia dell’OMS-Organizzazione Mondiale della Sanità dell’ONU che conduce e coordina le ricerche sulle cause del cancro) classifica gli agenti (e le miscele e l’esposizione) potenzialmente carcinogeni in 5 categorie:

  • Gruppo 1: cancerogeno per l’uomo (c’è una sufficiente evidenza sperimentale che l’agente possa provocare il cancro nell’uomo).
  • Gruppo 2A: probabilmente cancerogeno per l’uomo (c’è una limitata evidenza sperimentale che l’agente possa provocare il cancro nell’uomo e una sufficiente evidenza sperimentale che l’agente possa provocare il cancro negli animali da laboratorio, oppure una inadeguata evidenza sperimentale che l’agente possa provocare il cancro nell’uomo e una sufficiente evidenza sperimentale che l’agente possa provocare il cancro negli animali da laboratorio purché sia noto che la carcinogenesi è mediata dallo stesso meccanismo nell’uomo e nell’animale).
  • Gruppo 2B: possibilmente cancerogeno per l’uomo (c’è una limitata evidenza sperimentale che l’agente possa provocare il cancro nell’uomo e una insufficiente evidenza sperimentale che l’agente possa provocare il cancro negli animali da laboratorio, oppure una inadeguata evidenza sperimentale che l’agente possa provocare il cancro nell’uomo e una sufficiente evidenza sperimentale che l’agente possa provocare il cancro negli animali da laboratorio, oppure una inadeguata evidenza sperimentale che l’agente possa provocare il cancro nell’uomo e una insufficiente evidenza sperimentale che l’agente possa provocare il cancro negli animali da laboratorio  purché sia noto che la carcinogenesi è mediata dallo stesso meccanismo nell’uomo e nell’animale).
  • Gruppo 3: non classificabile come cancerogeno per l’uomo (non c’è una adeguata evidenza sperimentale che l’agente possa provocare il cancro nell’uomo né una adeguata sufficiente evidenza sperimentale che l’agente possa provocare il cancro negli animali da laboratorio).
  • Gruppo 4: probabilmente non cancerogeno per l’uomo (non c’è una adeguata evidenza sperimentale che l’agente possa provocare il cancro nell’uomo o negli animali da laboratorio).

La lista ufficiale completa dei carcinogeni la trovate qui.

La radiazione ultravioletta – che include le lunghezze d’onda tra i 100 e i 400 nm, corrispondenti a UVA, UVB e UVC – è nel Gruppo 1. Nello stesso Gruppo ci sono i lettini abbronzanti. Tanto per darvi un’idea e spaventarvi un po’: questo è il Gruppo in cui è classificato anche l’amianto.

I campi elettromagnetici non ionizzanti (tra cui sono inclusi quelli relativi ai telefonini e alle reti wifi) sono classificati nel gruppo 2B (è possibile – ma non probabile: quello è il gruppo 2A – che ci sia qualche rischio di cancerogenicità). Gli altri campi elettrici, a bassa frequenza o statici, e i campi magnetici statici sono classificati nel Gruppo 3: non possono cioè essere classificati come cancerogeni per l’uomo.

Naturalmente, siete liberi di pensare che ci sia un gomblotto. Ma vi sconsiglio di pensarlo al sole senza adeguata protezione.

Per tutto il resto che c’è da dire, c’è NIMBY.

Albert-László Barabási – Bursts: The Hidden Pattern Behind Everything We Do

Barabási, Albert-László (2010). Bursts: The Hidden Pattern Behind Everything We Do. London: Dutton. 2010. ISBN 9781101428429. Pagine 323. 19,34 $

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Letto subito dopo la sua uscita, nella primavera-estate del 2010, ma poi non recensito.

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Neil Gaiman – Anansi Boys

Gaiman, Neil (2005). Anansi Boys. New York: HarperCollins. 2005. ISBN 9780061794971. Pagine 416. 4,49 €

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Abbiamo già parlato della mia (piuttosto recente) passione per Neil Gaiman, E abbiamo già avuto occasione di parlare della sua versatilità, della sua capacità di esplorare l’inquietudine e la molteplicità. Leggi il seguito di questo post »

Berlusconi e l’asino di Mr Bumble

Un personaggio di Oliver Twist, Mr Bumble, pronuncia a un certo punto del libro una frase che nei paesi di lingua e cultura anglosassone è divenuta proverbiale. Gli viene ricordato che la legge attribuisce al marito una responsabilità rispetto alle azioni della moglie, perché secondo la legge la moglie è soggetta agli ordini del marito. In tal caso, sbotta Mr Bumble, la legge è un asino.

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