La morte di Avicenna

Abū ʿAlī al-Ḥusayn ibn ʿAbd Allāh ibn Sīnā, più noto in Occidente come Avicenna, iraniano, attivo a cavallo dell’anno Mille, è stato il più famoso medico dell’epoca d’oro dell’Islam, oltre che chimico, fisico, astronomo, filosofo e studioso di Aristotele. Dante lo celebra nella Divina Commedia (Inferno, canto IV, v. 143), collocandolo nel Limbo tra gli spiriti magni, e in particolare tra i filosofi (presieduti da Aristotele).

Poi ch’innalzai un poco più le ciglia,
vidi ’l maestro di color che sanno
seder tra filosofica famiglia.

Tutti lo miran, tutti onor li fanno:
quivi vid’ïo Socrate e Platone,
che ’nnanzi a li altri più presso li stanno;

Democrito che ’l mondo a caso pone,
Dïogenès, Anassagora e Tale,
Empedoclès, Eraclito e Zenone;

e vidi il buono accoglitor del quale,
Dïascoride dico; e vidi Orfeo,
Tulïo e Lino e Seneca morale;

Euclide geomètra e Tolomeo,
Ipocràte, Avicenna e Galïeno,
Averoìs che ’l gran comento feo.

Unknown authorUnknown author, Public domain, via Wikimedia Commons

Avicenna morì nel 1037, a meno di sessant’anni, abbastanza malamente. Lo racconta un testo curioso, che trovo citato in Curiosity di Philip Ball (qui la mia recensione: https://borislimpopo.com/2013/11/21/philip-ball-curiosity-how-science-became-interested-in-everything/): il Musaeum clausum o Bibliotheca abscondita, pubblicato postumo da Sir Thomas Browne nel 1684. Il testo è una presa in giro degli antiquari che – senza alcuna conoscenza scientifica e con una buona dose di dabbenaggine – raccattavano qua e là oggetti strani, testimonianze di prodigi, reliquie di dubbia provenienza e libri antichi contraffatti. Lo stesso Athanasius Kircher, il grande gesuita tedesco, aveva allestito al Collegio romano una Wunderkammer – il nòcciolo originario del Museo kircheriano, considerato il primo al mondo (1651) – dove esponeva una testa parlante e una macchina per il moto perpetuo. Altri autori presero in giro la stessa mania, primo tra tutti (e ben prima di Browne) François Rabelais con la lista di libri inventati, con titoli tra il buffo e l’osceno, che occupa pagine e pagine del Capitolo VII del libro di Pantagruele. Il tutto sembra un’invenzione di Jorge Luis Borges, cui si attribuisce la frase: “Scrivere grandi libri è una faticosa assurdità; molto meglio è offrirne un riassunto come se quei libri esistessero davvero”.

Nell’elenco di Browne, accanto a rarità come “una pelle di serpente generato dal midollo spinale di un uomo” e “un grande uovo di struzzo, sul quale è dettagliatamente rappresentata la famosa battaglia di Alcazar, dove persero la vita tre re”, si cita tra i libri rari e sconosciuti “An exact account of the Life and Death of Avicenna confirming the account of his Death by taking nine Clysters together in a fit of the Colick” (Un resoconto esatto della vita e della morte di Avicenna, che conferma il resoconto della sua morte per aver preso nove clisteri contemporaneamente durante una colica intestinale).

Una solenne panzana, direte voi. E invece la notizia è confermata dall’autorevole Encyclopedia Britannica, in un articolo a firma di Michael Flannery, Professor and Associate Director for Historical Collections, University of Alabama at Birmingham:

While in the company of ʿAlā al-Dawlah, Avicenna fell ill with colic. He treated himself by employing the heroic measure of eight self-administered celery-seed enemas in one day. However, the preparation was either inadvertently or intentionally altered by an attendant to include five measures of active ingredient instead of the prescribed two. That caused ulceration of the intestines. Following up with mithridate (a mild opium remedy attributed to Mithradates VI Eupator, king of Pontus [120–63 BCE]), a slave attempted to poison Avicenna by surreptitiously adding a surfeit of opium. Weakened but indefatigable, he accompanied ʿAlā al-Dawlah on his march to Hamadan. On the way he took a severe turn for the worse, lingered for a while, and died in the holy month of Ramadan.

Mentre era in compagnia di ʿAlā al-Dawlah, Avicenna si ammalò di coliche. Si curò impiegando la misura eroica di otto clisteri di semi di sedano autosomministrati in un giorno. Tuttavia, la preparazione fu inavvertitamente o intenzionalmente alterata da un assistente, che vi mise cinque misure dell’ingrediente attivo invece delle due prescritte. Questo causò un’ulcerazione dell’intestino, che tentò di curare con il mitridato (un blando rimedio a base di oppio attribuito a Mitradate VI Eupatore, re del Ponto [120-63 a.C.]). Ma uno schiavo tentò di avvelenare Avicenna aggiungendo surrettiziamente una dose eccessiva di oppio. Indebolito ma instancabile, accompagnò ʿAlā al-Dawlah nella sua marcia verso Hamadan. Durante il tragitto ebbe un grave peggioramento, resistette un po’ ma poi morì nel mese sacro di Ramadan.

Insomma, l’unica inesattezza di Browne era sul numero di clisteri (soltanto otto, non nove). E Avicenna è un martire del metodo scientifico, anche se è lecito qualche dubbio sulle sue scelte terapeutiche e soprattutto sulla capacità di selezionare assistenti fidati.

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