Poveri, noi

Revelli, Marco (2010). Poveri, noi. Torino: Einaudi. 2010.

Ho sempre grandi difficoltà con i sociologi. Un problema mio, probabilmente.

Ero stato attratto dalla breve presentazione riportata in copertina, che prospetta una tesi che condivido. Speravo che il libro la corroborasse con elementi e analisi per me nuovi. Invece il libro, pur documentato soprattutto con dati statistici ufficiali – soprattutto di fonte Istat ed Eurostat, che ben conosco per motivi anche professionali – ne propone una lettura a senso unico. La statistica è scienza dell’incertezza e della variabilità: proporne un’interpretazione in bianco e nero è, secondo me, farle violenza.

I risultati sono a volte paradossali: dopo aver introdotto la distinzione tra povertà assoluta e relativa, a proposito di quest’ultima (che proprio per il fatto di essere relativa definisce i poveri in rapporto ai non poveri) non si limita a osservare che ci siamo quasi tutti impoveriti (questo è verosimilmente vero, se si osservano in cambiamenti intervenuti negli ultimi anni), ma giunge anche alla paradossale conclusione che siamo quasi tutti poveri (e questo, in termini statici e sincronici, non è possibile). Tutti, cioè, salvo una parte dei lavoratori autonomi, per i quali i dati ufficiali non sono credibili perché, si sa, evadono il fisco e pertanto rilasciano dichiarazioni mendaci anche in occasione delle rilevazioni statistiche.

Ma al fondo di tutto, quello che mi irrita di più è il linguaggio. Ve ne riporto un piccolo esempio:

[Fa] parte della “costituzione materiale” della globalizzazione, per così dire – del suo statuto non scritto ma imperativo –, la tendenza alla divaricazione radicale tra èlite e popolo, con le prime proiettate in alto, nel grande circuito dei flussi ad ampio raggio, e gli altri ancorati ai loro luoghi. Le une titolari di un’ipercittadinanza in un sistema-mondo a scorrimento veloce che riconosce solo la legge del più forte e le stelle di prima grandezza, gli altri di una cittadinanza dimidiata, inerte, inevitabilmente passiva. [pp. 108-109]

I traditori

De Cataldo, Giancarlo (2010). I traditori. Torino: Einaudi. 2010.

binarioloco.it

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Quali sono gli ingredienti per scrivere un romanzo storico quanto meno leggibile? Ci sono secondo me 3 possibili strade:

  1. o non ne sai assolutamente niente, ma sei un genio, o quanto meno un pazzo, e scrivi una cosa di tale potenza evocativa che al lettore della verosimiglianza non interessa più nulla (il primo nome che viene in mente è Salgari, che io peraltro non amo particolarmente);
  2. o ti documenti e studi da bravo sgobbone, e poi se sei uno scrittore (perché se non lo sei, non vai da nessuna parte) riesci a scrivere un bel romanzo storico (e qui vi aspettereste che citassi Eco, e invece mi viene in mente il David Mitchell di The Thousand Autumns of Jacob de Zoet, oppure il Michel Faber di The Crimson Petal and the White)
  3. oppure conosci la materia come le tue tasche.

Quest’ultima era la  strada seguita finora da Giancarlo De Cataldo, che ha scritto romanzi potenti sull’Italia dell’altro ieri (Romanzo criminale, ma soprattutto – secondo me – Nelle mani giuste). Qui il miracolo non riesce, perché – anche se è verosimile – non abbiamo elementi sufficienti per ipotizzare che i protagonisti del Risorgimento fossero della stessa pasta dei cialtroni corrotti che sono stati al potere negli ultimi 50 anni (e parlo solo della mia esperienza diretta). E perché i personaggi non storicamente attestati, quelli che De Cataldo chiama “eroi, traditori e banditi” non necessariamente furono quell’accozzaglia di personaggi stereotipati che De Cataldo ci propone. Capiamoci, non ho dubbi che le “persone normali” (escludo i visionari, i profeti, i padri fondatori e i leader meritatamente o immeritatamente passati alla storia) abbiano vissuto il quotidiano di un’epoca (più o meno i 26 anni abbracciati dal romanzo) come un succedersi di eventi quotidiani e confusi, in cui era difficile percepire la forza della corrente storica, e ancora più difficile avere la forza di schierarsi una volta intravisto dove stesse il giusto. Ma non posso accettare che nessuno, ma proprio nessuno lo avesse capito e avesse giocato pulito, o almeno agito secondo coscienza. Quale che sia il giudizio che vogliamo dare, dopo 150 anni, agli esiti di quelle vicende.

Altrimenti, cadiamo in quello che io chiamo il “violantismo”, secondo il quale chi ha combattuto nella Resistenza o semplicemente si è fatto un paio d’anni di prigionia nei campi nazisti può essere equiparato ai “ragazzi di Salò”. Chi scelse la Resistenza o la fedeltà all’esercito regio aveva la stessa età e la stessa cultura degli sciagurati ragazzi di Salò, eppure seppe scegliere benissimo la parte giusta, a costo della libertà e persino della vita.

Lo stesso, mi figuro, accadde nel Risorgimento. Non posso credere che l’abbiano fatto soltanto i precursori della banda della Magliana.

Un’altra cosa: i personaggi femminili sono tutti finti e insopportabili.

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La Patria, bene o male

Fruttero, Carlo e Massimo Gramellini (2010). La Patria, bene o male. Almanacco essenziale dell’Italia unita (in 150 date). Milano: Mondadori. 2010.

antoniogenna.files.wordpress.com

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È una raccolta di articoli già pubblicati su La Stampa: caveat emptor.

Ha il difetto di tutte le raccolte di articoli, accentuato dal fatto di essere tutti articoli di 2 paginette: sono stati pensati per una lettura veloce e distratta, ma distanziata nel tempo; da quotidiano, appunto. A leggerli tutti assieme sopraggiunge presto la stanchezza, perché si scopre l’artificio, e la trama del tessuto prevale sul disegno del ricamo.

Ma naturalmente Fruttero e Gramellini sono grandi professionisti e la lettura resta piacevole.

E, per motivi personali, apprezzo particolarmente la foto sulla 4ª di copertina, con Fruttero in piedi sulla spiaggia di Roccamare. A proposito, non il più bello ma certo il più commovente dei pezzi è quello in cui Fruttero e Calvino guardano insieme alla televisione la finale dei Mondiali del 1982.