Sciampo

O anche shampoo, mutuato dall’inglese. Un detergente per lavare i capelli e il cuoio capelluto.

Arrivato a noi dall’hindi champo, imperativo di un verbo che significa “premere”, “strizzare” e per estensione “massaggiare”. Alla fine del Settecento, l’indiano Sheikh al-Din Mohammad aprì uno stabilimento di bagni turchi sul lungomare di Brighton, dove i massaggi sul corpo e sulla testa venivano effettuati, in un’atmosfera satura di umidità, con le mani insaponate (il sapone fungeva così da lubrificante). Nel 1762 la parola venne anglicizzata e da lì è entrata nel linguaggio comune.

Soltanto un pretesto, in realtà, per questo:

Prete

Il prete (dal greco πρεσβύτερος, presbyteros; e dal latino presbyter, da cui deriva in una traduzione più letterale l’arcaico termine presbitero), letteralmente “anziano”, è nella Chiesa cattolica e in altre Chiese cristiane un ministro religioso che presiede il culto, guida la comunità cristiana, e annuncia la parola di Dio. [Wikipedia]

Più comunemente, il ministro di culto di qualsiasi religione.

Scavando un po’ più a fondo nell’etimologia si trova una buffa sorpresa: πρεσβύτερος è il comparativo di πρεσβύς , “vecchio” (ovviamente, perché i preti erano scelti tra i più anziani, di fede e d’età). Ma πρεσβύς o πρεσβoύς è letteralmente il primo bue, quello che guida la mandria. Altro che pecorelle, il popolo bue! E altro che buon pastore, è un bue come noi!

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Prostitute

Per la prima volta sono stato estratto nel campione di un’indagine statistica nazionale. Un’esperienza interessante e un’indagine importante.

Ma un quesito mi ha veramente sconcertato. Nella sezione Sicurezza dei cittadini, mi si chiede:

Nella zona in cui abita, con che frequenza le capita di vedere […] prostitute in cerca di clienti?

Prostitute in cerca di clienti? E infatti, il degrado della zona in cui si abita è correlato (insieme al consumo e allo spaccio di droga, agli atti di vandalismo contro il bene pubblico e alla presenza di vagabondi, secondo il questionario che mi è stato somministrato) alla presenza di prostitute in cerca di clienti.

Ma certo. Abbiamo tutti in mente la situazione: macchine che procedono a passo d’uomo – a bordo mignottone felliniane scosciate, transessuali brasiliane, minorenni balcaniche, procaci nigeriane – che si accostano a qualsiasi uomo fermo ai bordi della strada o anche semplicemente alla fermata dell’autobus, o che cammina per i fatti suoi, e gli propongono prestazioni sessuali di ogni genere a pagamento, secondo un tariffario altrettanto variegato. Con un premium se rinuncia all’uso del preservativo, che tanto non offre protezione contro l’AIDS …

Fuor d’ironia, che non tutti apprezzano o comprendono. Il modo con cui si formulano le domande in un questionario statistico non è neutro, come gli addetti ai lavori sanno benissimo: determina il contesto (il frame, come direbbe George Lakoff) e per questa via influenza preventivamente il pensiero (e dunque la risposta) dell’intervistato.  Qui il messaggio è chiaro: sono le prostitute che cercano i clienti, e non i clienti (maschi) che cercano soddisfazione sessuale “senza cerniere” (come diceva Erica Jong in Paura di volare) e dunque sono disposti a pagare. Sono le prostitute che cercano clienti, e non – come vediamo quasi quotidianamente – i clienti a cercare attivamente (online, nelle case per appuntamenti, nei club privé e anche per strada) donne disposte a scambiare prestazioni sessuali per denaro. Con lo sgradevole effetto secondario, per strada, e dal momento che le prostitute sono sempre presunte tali (ci si affida a “segnali” ambigui come l’abbigliamento, il trucco, la zona eccetera), che spesso a essere importunate sono donne che non praticano questa professione. E, se permettete, questa è l’insicurezza sociale: per una donna, non potersi vestire e truccare come vuole senza correre il rischio di essere affiancate da un tizio in macchina che tira giù il finestrino e ti chiede “quanto vuoi?”, in genere precisando la prestazione sessuale richiesta.

Ecco, il questionario – spero involontariamente – ignora questa realtà e propone un quadro diverso: quello, appunto, in cui sono le prostitute a cercare (attivamente) i clienti e, di conseguenza, a costituire una parte del problema dell’insicurezza sociale percepita.

E non consente in alcun modo all’intervistato – tirannia delle “risposte chiuse” – di eccepire che, semmai, è l’ossessiva e diffusa presenza dei clienti a rendere impossibile a una donna, soprattutto se giovane o straniera o appena appena appariscente, di sentirsi sicura quando esce per strada.

Fino all’ultimo respiro

Fino all’ultimo respiro (À bout de souffle), 1960, di Jean-Luc Godard, con Jean-Paul Belmondo e Jean Seberg.

Visto molti anni fa, al cineforum, lo ricordavo come un capolavoro assoluto. Rivisto dopo molti anni, confermo: è un capolavoro assoluto. Di più: uno di quei film, che mentre lo vedi ti rendi conto che stai assistendo all’inizio di qualcosa. In particolare: la nouvelle vague del cinema francese. Ancora di più: al di là della sua importanza storica, è un film che ancora oggi sprizza felicità d’invenzione, originalità, stato di grazia degli interpreti.

Il soggetto è di François Truffaut (poche paginette, racconta la leggenda; la sceneggiatura fu sostanzialmente improvvisata giorno per giorno, durante le riprese). Girato in poche settimane nella tarda estate del 1959, il film è pieno di innovazioni tecniche: girato in gran parte all’aperto, per le strade di Parigi o in stanze d’albergo, con la macchina a spalla, a bassissimo costo. Ma non vi voglio tediare con i dettagli tecnici che trovate in qualunque storia del cinema.

Tra gli attori compaiono lo stesso Godard (che fa il delatore) e Jean-Pierre Melville (che interpreta Parvulesco, l’autore intervistato da Jean Seberg all’aeroporto di Orly; la parte doveva essere originariamente interpretata da Roberto Rossellini).

Jean-Paul Belmondo e Jean Seberg sono più che bravi, sono commoventi.

Se lo volete vedere con i vostri occhi, il film è integralmente disponibile su Google video.

Un luogo incerto

Vargas, Fred (2008). Un luogo incerto (Un lieu incertain). Torino: Einaudi. 2009.

Einaudi continua a pubblicare i romanzi di Fred Vargas e io continuo a leggerli e a parlarne sul blog (per le altre recensioni, potete usare la funzione “cerca” nella barra sinistra). Oltre a pubblicare i romanzi nuovi (questo è uscito in Francia l’anno scorso), Einaudi sta “recuperando” quelli che non aveva tradotto prima, quando la Vargas non era ancora un caso letterario: perciò, l’ordine della pubblicazione delle traduzioni in italiano non corrisponde alla cronologia delle opere di Fred Vargas (la bibliografia quasi completa – manca ovviamente questo! – l’ho messa qui).

Anche questo è un libro che ho letto volentieri (anzi divorato), anche se il meccanismo giallo è artificioso e la storia settecentesca dei vampiri serbi mi è sembrata un po’ posticcia. Ma ognuno è libero di avere le passioni che ha, e di viverle a modo suo, e non mi offendo se l’interesse della Vargas per le storie di vampiri è apparentemente diverso dal mio (di cui ho parlato più volte e soprattutto qui).

In realtà, mi dicevo leggendo, quello che mi dà piacere nella lettura dei romanzi della Vargas non è tanto l’intreccio (e per questo le perdono i difetti che ho sottolineato prima), quanto per le arguzie di cui sono costellati i dialoghi e le descrizioni. Insomma, non apprezzo tanto la struttura architettonica, quanto le decorazioni. Ecco la solita piccola antologia:

Adamsberg andò ad aprire la finestra, posò lo sguardo sulla cima dei tigli. Erano fioriti da quattro giorni, il loro profilo di tisana entrò insieme con la corrente d’aria. [p. 61]
Non resisto a spiegare perché, secondo me, questa frase è memorabile: perché ha il coraggio e l’acutezza di mettere in chiaro che, per noi abitanti delle città occidentali del XXI secolo, non è la tisana a profumare di tiglio, ma il tiglio a profumare di tisana!

– […] Senta, – continuò Lamarre gettandosi un’occhiata alle spalle, – perché il bar si chiama Le billard, visto che non sono né giocatori né tavoli da biliardo?
– E perché la Brasserie des Philosophes si chiama così, se dentro non c’è nemmeno un filosofo?
– Ma questo non ci dà la risposta, ci dà solo un’altra domanda.
– Spesso succede così, brigadiere. [pp. 1543-154]

A dimostrazione, pensò, che non è la qualità a produrre il puro piacere, ma il benessere non scontato, di qualunque cosa sia fatto. [p. 230]

– […] Torno sulla retta via che, come sai, non esiste e che per altro non è retta. [p. 368]
Ma anche: “Torno sulla retta via che, come sai, non è retta e che per altro non esiste”.

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Autocalunnia [3]

Adesso mi aspetto che qualcuno vada a chiedergli scusa, ad Alexandru Isztoika Loyos.

Certo, non tutti quelli che lo hanno dipinto come un mostro e trattenuto in carcere anche dopo che era stato scagionato dello stupro di San Valentino, perché altrimenti la fila davanti alla porta del carcere sarebbe troppo lunga (perché il nostro, mi risulta, è ancora in galera). Mi accontenterei dei loro rappresentanti istituzionali.

Ecco la mia proposta dei 3 che dovrebbero andare a chiedere scusa:

  • il ministro dell’interno Roberto Maroni, in rappresentanza dei questurini tutti e (per estensione) di tutte le forze dell’ordine, anche se dipendenti da altri ministeri;
  • il vice-presidente del Consiglio superiore della magistratura Nicola Mancino, in rappresentanza dei pubblici ministeri e degli altri magistrati che hanno trattenuto in carcere il rumeno “presunto innocente” con imputazioni e motivazioni sempre più risibili;
  • il segretario generale della Federazione nazionale della stampa italiana Francesco Angelo Siddi, in rappresentanza dei giornalisti.

Ancora Attali [2]

Il sito attaligratuit.wordpress.com è un falso. Meglio: un sito satirico. Ci sono cascato in pieno (ma ancora più inquietante è che ci siano caduti Giovanni De Mauro e Internazionale). Ringrazio Il barbarico re per avermelo segnalato.

In effetti, sarebbe stato sufficiente leggere con un po’ di attenzione la biografia di Attali (“je suis diplômé […] de l’Ecole des Mines à crayon”; “J’ai enseigné l’économie théorique à l’Ecole Polygamique”; “Je suis docteur honoris causas-nostras de plusieurs universités étrangères”) e qualche titolo delle sue opere (il mio preferito? “2000 : Baise Pascal ou le génie lubrique français – Biographie – Éditions Fayard”).

Niente male, comunque: ““Pour ou Contre ?” , la tyrannie de la pensée binaire, qui devrait rester reservée aux machines. […] Ni pour, ni contre, bien au contraire…”

Live

Chers amis.

J’ai décidé d’entamer une tournée mondiale, une série de lectures publiques marathon,  dits « concerts-littéraires », des performances de hard-littérature (littérature dure), durant lesquelles je lirais l’intégralité de mes 50 livres en une seule longue soirée.

Vu la durée exceptionnelle des ces « concerts » dont chaque représentation durera près de 15 heures, ceux et celles qui le désirent pourront dormir ou faire la sieste, afin d’éviter l’épuisement.  Des sacs de couchages, des oreillers ainsi que des somnifères seront fournis à la demande.

Je ne toucherais évidemment aucun bénéfice sur ces concerts, afin de pouvoir baisser le prix des tickets. Les besoins de la vie quotidienne se plieront devant mon désir de vivre uniquement d’amour et d’eau fraiche.

La tournée sera intitulée : « Rage Against The Machine ». Plusieurs dates sont prévues en France durant le mois de  février 2010.

Plus d’informations dans les prochains jours.

Votre ami, Jacques Attali