Il framing spiegato al popolo

Premessa

Come molti di voi, sono rimasto molto impressionato da una recente tragedia avvenuta a Milano: durante una lite per una questione di precedenza tra un automobilista e un pedone, l’automobilista è stato colpito dal pedone ed è morto. La dinamica dell’accaduto non è stata chiara fin dall’inizio e forse non lo è neppure ora. Fatto sta che l’automobilista è morto, e a questo non c’è rimedio né giustificazione. Quale sia la responsabilità penale del pedone lo decideranno i giudici; sotto il profilo morale, l’opinione pubblica lo ha già condannato. Resta la circostanza che – in caso di contrasto tra i due – in genere è l’automobilista (più veloce e potente, all’interno di un involucro di metallo pesante parecchie centinaia di kg) il soggetto forte e il pedone il soccombente predestinato. È proprio questo capovolgimento delle aspettative a definire la tragedia.

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Mi sono chiesto però quanto del giudizio morale che traiamo da questa vicenda sia funzione del modo in cui la vicenda stessa è raccontata. Per questo ho deciso di fare un piccolo esperimento, cui vi invito a partecipare, se volete.

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Jonathan Coe – Expo 58

Coe, Jonathan (2013). Expo 58. London: Penguin. 2013. ISBN: 9780241966914. Pagine 288. 10,99 €

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Jonathan Coe è uno scrittore molto discontinuo. Ha scritto almeno due romanzi molto profondi e molto belli, The House of Sleep e (soprattutto) The Rain Before it Falls (quest’ultimo l’ho recensito su questo blog, qui). Ha scritto altri romanzi molto divertenti o comunque interessanti (a mio insindacabile giudizio, naturalmente): What a Carve Up! (tradotto in italiano con il titolo La famiglia Winshaw), The Rotters’ ClubThe Closed Circle (non ho letto i suoi primi due romanzi, The Accidental Woman e A Touch of Love). Ha scritto poi almeno due romanzi orrendi: The Dwarves of Death e The Terrible Privacy of Maxwell Sim (su quest’ultimo, che ho letto tempo fa, ma che mi è piaciuto talmente poco da avere ripugnanza a scriverne una recensione, interverrò tra poco, giusto per tener fede all’impegno di parlare sul blog di tutti i libri che leggo). A quale categoria appartiene Expo 58?

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Per aspera ad aspera [Proverbi pessimisti 14] & Chavez Ravine

Una vita tutta in salita.

wikimedia.org/wikipedia/commons (Calanchi di Aliano, Basilicata; Foto di Maddalena Franzosi)

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Che cosa ha detto veramente Krugman di Padoan

Premessa.

Tra le cose che mi irritano di più delle abitudini dei giornalisti italiani c’è il vizio di far prevalere il commento e l’opinione sul “fatto” sottostante e quello, parallelo e complementare, di non agevolare l’accesso alla fonte. Eppure, adesso, l’accesso alla fonte è semplicissimo: basta un link e se la fonte è in italiano o in inglese (o in altra lingua conosciuta o traducibile anche rozzamente via Google Translate) ci possiamo fare un’opinione in proprio senza la mediazione dei giornalisti. Che è esattamente quello che i giornalisti non vogliono che noi facciamo (renderli più inutili di quanto già non siano). E che è esattamente il diritto che ci dobbiamo prendere.

Lo spunto.

Sui social network (soprattutto Twitter e Facebook) ma anche su qualche sito e qualche quotidiano (per esempio, su La Stampa di venerdì, in un articolo per la verità ben documentato) è circolata la notizia che Paul Krugman, che è un  premio Nobel per l’economia, ha duramente criticato Pier Carlo Padoan, neo Ministro dell’economia e delle finanze del gabinetto Renzi. Messaggio implicito: se un Nobel lo critica aspramente, Padoan deve essere un incompetente.

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Io non intendo difendere Padoan, che sarà senz’altro capace di farlo da sé qualora lo ritenesse opportuno (io, fossi in lui, non lo farei, ponendomi al di sopra di questi pettegolezzi da bar interno del ministero), ma solo mettere in fila fonti e fatti.

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Il contesto.

Da tempo volevo scrivere una cosa, e sono stato tentato di farlo anche molto di recente, su questo post a proposito di Coase e Williamson: i premi Nobel istituiti da Alfred Nobel, inventore della dinamite, nel suo testamento e conferiti dal 1901, sono 5: quelli per la pace, la letteratura, la chimica, la medicina e la fisica. Quello per l’economia non è un premio istituito da Alfred Nobel, ma è stato istituito e conferito dalla Banca di Svezia a partire dal 1969 (nel 300° anniversario dalla fondazione) e denominato Premio della Banca di Svezia per le scienze economiche in memoria di Alfred Nobel (in svedese Sveriges Riksbanks pris i ekonomisk vetenskap till Alfred Nobels minne), con il chiaro intento di giocare un po’ sul facile equivoco. Ciò non toglie che il premio sia molto prestigioso.

Krugman è un neo-keynesiano in economia e un democratico in politica. È un polemista abile e tagliente. Oltre a essere un editorialista del New York Times, tiene sul sito del quotidiano un blog intitolato The Conscience of a Liberal: è sul blog che il 30 aprile 2013 (quasi 10 mesi fa) ha criticato Padoan in quanto Chief Economist dell’OECD.

Ma poi – e nessuno, mi pare, se ne è accorto finora – è tornato sul tema l’altroieri, 21 febbraio 2014, attaccando l’istituzione e non il suo Chief Economist.

E adesso godetevi gli articoli, che sono più testimonianza della brillantezza di Krugman che delle supposte pecche di Padoan.

L’articolo dell’anno scorso (30 aprile 2013).

The Beatings Must Continue

Sometimes economists in official positions give bad advice; sometimes they give very, very bad advice; and sometimes they work at the OECD.
It’s almost exactly three years since the Paris-based OECD gave what may have been the worst advice of any major international organization — worse than the European Commission, worse than the ECB. Not only did it join in the demand for fiscal austerity, it also demanded that the US start raising interest rates rapidly, so as to head off the threat of inflation — even though its own models showed no such threat.
So here we are three years later. No inflation takeoff in America (and the Fed trying to find ways to boost demand at a zero rate); austerity economics has crashed and burned; the latest numbers from Eurostat look like this:
And what is the OECD’s chief economist (still the same person) saying?

The euro zone is at risk of snatching defeat from the jaws of victory by abandoning efforts to cut budget deficits and fix long-standing economic problems, the Organization for Economic Cooperation and Development‘s chief economist warned Monday.

Mr. Padoan said the growing perception that austerity has been futile is incorrect.
“Fiscal consolidation is producing results, the pain is producing results,” he said.
He added that euro-zone policy makers need to do a better job of communicating their successes to a weary population.

I believe that’s eurospeak for “the beatings will continue until morale improves.”

L’articolo dell’altro ieri (21 febbraio 2014).

Structural Reform is the Last Refuge of Scoundrels

OK, let’s be clear: I’m in favor of structural reform (as long as it’s the right kind of reform). I’m also in favor of peace, kindness, and good coffee for everyone.
But when I see influential people calling for structural reform as the universal answer to all economic problems, I get angry.
Hence my morning ire at the OECD.
Some background: the OECD is definitely one of the bad guys of this crisis. Back in 2010, it not only enthusiastically endorsed fiscal austerity, it demanded sharply higher interest rates too. When austerity and inadequate monetary stimulus led Europe to an economic performance now in line with that of the 1930s, the OECD warned vociferously against any change in course.
Now, with growth terrible and disinflation-heading-toward-deflation a real threat — largely thanks to the tight fiscal and inadequate monetary policies the OECD cheered on — the OECD warns that things don’t look good. And the answer is … structural reform!
I’m sorry: This may sound serious, but it’s intellectually lazy and cowardly.

J. M. Coetzee – The Childhood of Jesus

Coetzee, J. M. (2013). The Childhood of Jesus. London: Harvill Secker. 2013. ISBN: 9781448155866. Pagine 336. 7,84 €

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C’è un tipo di romanzo che mi provoca sempre la stessa reazione negativa. Dev’essere un problema mio, dal momento che spesso c’è una cosa soltanto che accomuna questi romanzi: la sensazione che l’autore ti stia imbrogliando con un trucco al di fuori delle regole del gioco. Eppure lo so che nei romanzi, in genere, non ci sono regole che non si possano violare (con l’eccezione, forse, della detective story).

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La concorrenza, la trasparenza e i buchi nelle piastrelle

La mia sede di lavoro – in un ente pubblico: do per scontato che l’aveste capito da soli anche se non ho mai fatto coming out – è in un seminterrato all’estrema periferia; ma è un seminterrato luminoso e silenzioso, da poco rinnovato negli infissi e negli arredi. E, naturalmente, anche nei servizi igienici. È anche una sede molto silenziosa. Mi sono quindi molto sorpreso quando, da lunedì, è iniziato un rumore continuo e molto fastidioso. Mi sono affacciato al corridoio e ho visto una squadra di operai al lavoro nei bagni: stavano sostituendo tutti i distributori del sapone, i rotoli porta-asciugamani, i porta-rotoli di carta igienica, i distributori di copri-ciambella di carta, e così via. Mi spiego meglio: stavano togliendo quelli “vecchi” (in realtà in uso da pochi mesi, da quando questa sede è stata ristrutturata), che erano fissati al muro con degli stop, e sostituendoli con oggetti nuovi, dalla stessa funzione ma di diversa marca. E anche di diversa forma, talché era comunque necessario forare di nuovo muro e piastrelle. Uno scempio, che nel mio bagno di casa avrei cercato di evitare a ogni costo.

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Perché? Perché questo spreco (perché di uno spreco si tratta in ogni caso, anche se il costo dei lavori gravasse sulla ditta che fornisce il servizio)?

* * *

La risposta in breve: perché una legge italiana (basata sul recepimento di un principio comunitario) vieta il rinnovo dei contratti della pubblica amministrazione per la fornitura di beni e servizi. Pertanto, al termine della durata del contratto, la pubblica amministrazione deve indire una nuova gara.

* * *

La risposta un po’ più lunga: si deve partire dall’art. 6, 2° comma, della legge n. 537 del 24 dicembre 1993, come modificato dall’art. 44 della legge n. 724 del 23 dicembre 1994:

È vietato il rinnovo tacito dei contratti delle P.A. per la fornitura di beni e servizi, ivi compresi quelli affidati in concessione a soggetti iscritti in appositi albi. I contratti stipulati in violazione del predetto divieto sono nulli. Entro tre mesi dalla scadenza dei contratti, le amministrazioni accertano le ragioni di convenienza e di pubblico interesse per la rinnovazione dei contratti medesimi e, ove verificata detta sussistenza, comunicano al contraente le volontà di procedere alla rinnovazione.

Sulla base di questa norma, il Consiglio di Stato ha distinto dalla mera proroga (estensione della durata del contratto) il rinnovo contrattuale (che implica una rinegoziazione con il medesimo contraente, in modo che la P.A. interessata ne tragga vantaggio. Che cosa costituisca un vantaggio per la P. A. è stato interpretato in modo molto restrittivo, prima dal Consiglio di Stato che ha stabilito che la mera proroga è consentita solo in circostanze determinate e circoscritte senza che si realizzi nessun vantaggio per la P. A., poi dallo stesso legislatore che ha stabilito (art. 27, 6° comma, della legge n. 488 del 23 dicembre 1999: tutte queste leggi natalizie sono le famose “leggi finanziarie”) che, nel triennio 2000-2002, sarebbe stato possibile procedere ai rinnovi dei contratti della P.A. una sola volta e solo ove si fosse ottenuto uno sconto (almeno del 3%) sul prezzo riportato nel contratto originario.

La situazione era già abbastanza incasinata di suo (tra la seconda parte dell’art. 6, 2° comma, della legge n. 537 del 24 dicembre 1993 e s. m. e l’art. 27, 6° comma, della legge n. 488 del 23 dicembre 1999, se ci riflettete un attimo, c’è più di una differenza importante), quando è intervenuta la Commissione europea aprendo una procedura istruttoria (n. 2110/2003) nei confronti dell’Italia per accertare l’incompatibilità “comunitaria” della disciplina scaturente dell’art. 6, 2° comma, della legge n. 537 del 24 dicembre 1993 e s. m. e della sua applicazione nella prassi amministrativa e giurisprudenziale.

Il legislatore italiano non ha battuto ciglio e – incurante delle conseguenze pratiche – con l’art. 23 della legge n. 62 del 18 aprile 2005 ha abrogato la seconda parte (quella che diceva: «Entro tre mesi dalla scadenza dei contratti, le amministrazioni accertano le ragioni di convenienza e di pubblico interesse per la rinnovazione dei contratti medesimi e, ove verificata detta sussistenza, comunicano al contraente le volontà di procedere alla rinnovazione.) dell’art. 6, 2° comma, della legge n. 537 del 24 dicembre 1993 e s. m.

E qui i giuristi si incasinano. Io ho letto qui sul web un commento firmato da Dionisio Pantano – sicuramente degnissima persona ma dal cognome ominoso – che illustra bene i corni del dilemma. La legge del 2005 – spiegano i giuristi – ha abrogato quella parte dell’articolo della legge del 1993 che consentiva il rinnovo entro 3 mesi dalla scadenza del contratto se esistevano ragioni accertate di convenienza e pubblico interesse a sostegno del rinnovo. Fin qui li seguo.

Con questa abrogazione è stata cancellata l’unica norma ad hoc che regolava i rinnovi. Ma, in assenza di una norma ad hoc, ne esiste una di carattere generale, un principio generale, che consenta i rinnovi? Oppure esiste una norma generale opposta, un principio che vieti la prosecuzione di un rapporto contrattuale con lo stesso contraente? Secondo Dionisio Pantano la risposta è negativa per entrambi i quesiti. Dunque – conclude – fermo restando il divieto del rinnovo tacito (che è quanto rimane dell’art. 6, 2° comma, della legge n. 537 del 24 dicembre 1993 e s. m. dopo l’abrogazione del periodo successivo) occorre fare riferimento a principi più generali dell’ordinamento comunitario e nazionale: il principio della libertà di concorrenza; il principio di gara nell’aggiudicazione degli appalti pubblici; il principio di pubblicità, di trasparenza, di efficienza, di economicità e di buon andamento dell’azione amministrativa.

Ottimo. Con un po’ di sforzo, mi pare comunque di aver capito. Ma non è per nulla scontato che i 3 grandi principi enunciati siano in tutti i casi e in tutte le situazioni compatibili tra loro. Quando si sostiene, come fa Dionisio Pantano, che il rinnovo contrattuale è ammissibile in alcuni casi, si sostiene implicitamente che in quei casi il principio di gara nell’aggiudicazione degli appalti pubblici è sacrificato a un altro principio, che in quei casi è valutato come preminente.

A me, economista di mestiere, interessa quello dell’economicità. A me pare che economicità, in questo caso, significhi che la P. A. deve trarre dal rinnovo un vantaggio non soltanto rispetto alle condizioni iniziali del contratto di fornitura di beni e servizi – come avviene nell’ipotesi dello sconto (del 3%, precisava la legge del 1999) o (ragionando per analogia) dell’aumento dei beni e servizi erogati a parità di corrispettivo – ma anche rispetto a una valutazione complessiva dei costi e dei benefici del rinnovo rispetto ai costi e ai benefici della nuova gara. I giuristi forse non lo sanno, non so se è incluso nel programma dei corsi di economia che pure hanno frequentato all’università, ma le transazioni costano. È un caposaldo della teoria economica (e soprattutto della teoria dell’impresa, ed è valso 2 “premi Nobel” per l’economia, a Ronald H. Coase nel 1991 e a Oliver Williamson nel 2009). Tutti i contratti costano, a entrambi i contraenti: raccolta di informazioni, calcoli economici, tempo… Le gare di aggiudicazione sono tra le procedure più costose, proprio per le garanzie di pubblicità, trasparenza, libertà di concorrenza, parità delle opportunità iniziali, correttezza dell’azione amministrativa che devono offrire. Di questo si tratta, e non di tutelare «l’interesse di qualche dirigente a non indire nuove gare e quindi non lavorare…», come ironizza (a sproposito) Dionisio Pantano. 

E allora? Allora penso che se si facesse un esercizio rigoroso di analisi dei costi e dei benefici delle due ipotesi (rinnovo contrattuale vs. nuova gara di aggiudicazione dei medesimi beni e servizi), condotto secondo le tecniche suggerite dalla letteratura in materia, si scoprirebbe che i casi in cui il rinnovo contrattuale trova giustificazione nella sua economicità («ragioni accertate di convenienza e pubblico interesse a sostegno del rinnovo», come si esprime il nostro Pantano) sarebbero prevalenti.

E penso anche che questa sarebbe una strada che darebbe un forte contributo al contenimento della spesa pubblica a parità di beni e servizi erogati.

E che sarebbe una strada compresa e approvata da molti cittadini, che considerano le procedure della pubblica amministrazione (che loro identificano tout court con la burocrazia) inutilmente macchinose e costose.

E sono fiducioso che si possa trovare il modo di farlo nel pieno rispetto dei principi fondamentali dell’ordinamento nazionale e comunitario: ma questo è un compito per i giuristi, e non per l’umile economista.

E si eviterebbe anche di bucare le piastrelle dei bagni ogni 2-3 anni.

I 12 mesi: Guccini, Schifanoia, Zavattini

In rigoroso ordine alfabetico nel titolo, ma in ordine cronologico nel post.

* * *

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Il governo secondo il Financial Times

Dell’articolo di Wolfgang Münchau pubblicato sul Financial Times del 16 febbraio 2013 (Renzi will not revive Italy with reforms alone) hanno già parlato e scritto in molti. Se lo faccio anch’io, è per avere la libertà di attirare la vostra attenzione su quelli che per me sono i passaggi essenziali del ragionamento di Münchau e di commentare intercalando le mie riflessioni all’articolo del Financial Times.

Allora cominciamo, e cominciamo con questa bella foto tribunizia di Matteo Renzi, da cui si intuisce anche (a voler prestar fede alla fisiognomica) quanto il nostro si senta superiore a tutti noi.

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46 regole per diventare un genio [5]

Quinta puntata (per la quarta, andate qui).

La quinta regola è (con le mie rudimentali traduzioni del pensiero di Neumeier, che non sempre condivido):

Ask a bigger question

Fatti una domanda più grande

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Chiediti che tipo di problema stai cercando di risolvere. È un problema semplice? complesso? strutturale? un problema di comunicazione? di tecnologia? di progettazione? di budget? di leadership? di strategia? Se non sai che tipo di problema stai cercando di risolvere, la soluzione – per quanto ingegnosa – rischia di essere inadeguata.

Di solito, i problemi che dobbiamo risolvere sono compiti assegnati da qualcun altro – un superiore, un insegnante, un cliente, un comitato, un’organizzazione: succede a quasi tutti noi. Anche se il problema ci sembra ben formulato, vale la pena di farsi qualche domanda per vedere che il contesto [scusate il termine abusato: nell’originale c’è framework], che i termini del problema siano privi di falle. Il contesto è il confine intorno al problema, il recinto che impedisce al problema di estendersi fino all’infinito. Aiuta a mettere a fuoco il problema, suggerisce una direzione al lavoro, ne limita i costi e definisce un criterio per misurare il successo. Se il contesto presenta delle falle, tutto il resto sarà sbagliato.

Di primo acchito, sarai tentato di accettare i termini del problema. Resisti. Sii curioso. Fai delle domande. Vai a fondo. Certo, al momento dell’assegnazione del problema può sembrare irrispettoso o scocciante tormentare con troppe domande chi te lo sta assegnando. Suggerisco di soppesare tra te e te dubbi e questioni, metterli in bell’ordine in modo articolato e sollevarli in una riunione specifica. È probabile, anzi, che al momento dell’assegnazione del problema tu non abbia domande da fare. A volte le domande giuste ci mettono del tempo a venire a galla.

Via via che acquisti esperienza nell’affrontare compiti e nel risolvere problemi, imparerai a porti (ed eventualmente a porre) domande utili. Domande come queste:

  • Ho già incontrato questo problema?
  • Di quali elementi di conoscenza dispongo già?
  • I termini del problema sono quelli giusti? I confini sono quelli giusti?
  • O devo piuttosto risolvere un problema più ampio?
  • Se trovo una soluzione, che cosa migliorerà?
  • Che cosa invece peggiorerà? che cosa dovrà essere sostituito, e come?
  • Che possibilità ne scaturiranno?
  • Chi ci guadagnerà? chi ci perderà?
  • Ma siamo sicuri che ci sia un problema da risolvere? qui e ora?
  • Chi lo dice? e allora? e perché no?

Ponendoti domande più grandi, puoi trovare che i termini del problema impongono confini troppo stretti. Che il problema investe questioni più importanti, che però sono state artificialmente compresse per restare all’interno di un budget, di un orizzonte temporale, di una job description, delle competenze a disposizione… Tutti vincoli credibili, e da non sottovalutare: ma è comunque meglio affrontarli a viso aperto e farne oggetto di discussione.

Anche in questo caso, si mischiano fuffa e spunti interessantiComunque da leggere, secondo me.

46 regole per diventare un genio [4]

Quarta puntata (per la terza, andate qui).

La quarta regola è (con le mie rudimentali traduzioni del pensiero di Neumeier, che non sempre condivido):

See what’s not there

Vedi quello che non c’è

liquidagency.com

Una delle qualità che distinguono un leader da un gregario è la capacità di vedere quello che ci potrebbe essere, ma ancora non c’è. I più sono in grado di vedere quello che c’è già: non servono occhiali magici per vedere che la Torre Eiffel è una frequentata destinazione turistica, o che l’area del rettangolo si ottiene moltiplicando base per altezza, o che milioni di persone sono disposte a pagare di più per una tazza di caffè speciale. Ma hai bisogno di occhiali magici per vedere che cosa ancora il mondo non ha, perché quello che manca è per definizione invisibile.

Il trucco è quello di notare quello che gli artisti e i designer chiamano spazio negativo: lo sfondo del quadro, lo spazio bianco della pagina, il silenzio tra le battute di una pièce teatrale, le pause in una partitura. Nel mondo dell’arte, sono tutti elementi importanti di composizione. Sul mercato, sono i crepacci in cui si annidano le occasioni nascoste.

Sperimenta queste 3 tecniche per trovare lo spazio negativo in un mercato, in un problema, in una situazione:

  • Setaccia le minacce alla ricerca di possibilità nascoste. Ogni minaccia nasconde in sé un potenziale d’innovazione. La minaccia dell’obesità ha in sé la possibilità di nuovi stili di nutrizione. La minaccia del riscaldamento globale ha in sé la possibilità di nuove fonti energetiche. La minaccia della disoccupazione ha in sé la possibilità di nuovi modelli di istruzione. La lista è infinita, se impariamo a vedere quello che non c’è…
  • Esamina diverse aree alla ricerca di differenze nei tassi di variazione. Il futuro è già qui – si usa dire – solo che non è distribuito omogeneamente. Guarda ad aree che sono cambiate, poi cerca aree simili o analoghe che non sono cambiate. Cerca le sacche di resistenza al successo delle nuove idee. Ci sono buone possibilità che sia soltanto una questione di tempo prima che il cambiamento arrivi anche lì.
  • Immagina come una tendenza potrebbe influire su una regola affermata. Fatti una lista delle tedenze dominanti o nascenti, e poi applicale mentalmente a settori e attività che non sono cambiati da un bel po’. La tendenza a favore dell’agricoltura bio che cosa significa per i fast-food? La diffusione dei pagamenti via cellulare che effetto avrà sulle abitudini di shopping? E le nanotecnologie potrebbero cambiare il mercato dell’energia? L’abitudine di essere sempre online potrebbero cambiare il modo di vivere gli anni dell’università?

Per trovare che cosa non c’è, pensa la lavoro che non si è fatto, alla strada che non si è imboccata, al prodotto che non è andato in produzione. Questi sono gli occhiali magici per vedere l’invisibile e concepire l’inconcepibile.

L’immane potenze del negativo, come diceva Hegel (che non è affatto un cane morto, neppure nel 2014):

Per il suo fondamento, il mio metodo dialettico non solo è differente da quello hegeliano, ma ne è anche direttamente l’opposto. Per Hegel il processo del pensiero, che egli, sotto il nome di Idea, trasforma addirittura in soggetto indipendente, è il demiurgo del reale, mentre il reale non è che il fenomeno esterno del pensiero; per me, viceversa, l’elemento ideale non è altro che l’elemento materiale trasferito e tradotto nel cervello degli uomini. […]
Ho criticato il lato mistificatore della dialettica hegeliana quasi trent’anni fa, quando era ancora la moda del giorno. Ma proprio mentre elaboravo il primo volume del Capitale i molesti, presuntuosi e mediocri epigoni che dominano nella Germania cólta si compiacevano di trattare Hegel come ai tempi di Lessing il bravo Moses Mendelssohn trattava Spinoza: come un “cane morto”. Perciò mi sono professato apertamente scolaro di quel grande pensatore e ho perfino civettato qua e là, nel capitolo sulla teoria del valore, con il modo di esprimersi che gli è peculiare. La mistificazione alla quale soggiace la dialettica nelle mani di Hegel non toglie in nessun modo che egli sia stato il primo ad esporre ampiamente e consapevolmente le forme generali del movimento della dialettica stessa. In lui essa è capovolta. Bisogna rovesciarla per scoprire il nocciolo razionale entro il guscio mistico. [Marx, Karl (1873). Il capitale, libro I, Poscritto alla seconda edizione (1873). Roma: Editori Riuniti. 1964 (5ªed.): pp. 44-45]