L’uomo sulla luna: complottisti nella merda?

Cari amici complottisti, che sostenete che le missioni Apollo non hanno mai portato astronauti sulla luna e che la NASA ha filmato falsi sbarchi in qualche studio cinematografico utilizzando effetti speciali, ora il modo per risolvere una volta per tutte la diatriba è a portata di mano: basta tornare sulla luna e recuperare tutta la monnezza che gli astronauti hanno lasciato lassù, comprese 96 sacche sigillate piene di cacca, pipì e vomito.

Sì, perché il modulo lunare aveva poco carburante e una capacità molto limitata di tornare nell’orbita lunare: quindi, se gli astronauti volevano riportare a terra reperti lunari (rocce, polvere e così via) dovevano lasciare giù un peso equivalente di scarti: residui organici, in primo luogo, ma anche chiavi inglesi, utensili, eccetera. Persino palle da golf.

La storia – in tutti i suoi sordidi dettagli – è raccontata qui.

Il 2014 di Sbagliando s’impera

Come tutti gli anni WordPress.com mi ha mandato un rapporto annuale sulle attività di questo blog nel 2014. Lo condivido volentieri con voi..

In sintesi:

Nel 2014 il blog è stato visto 63.000 volte, contro le 71.000 dell’anno precedente e le 89.000 del 2012. In sostanza, siamo tornati ai livelli del 2011. Il fenomeno è comune a molti blog, che sono passati di moda rispetto ad altri social media: io stesso mi rendo conto che scrivo meno articoli sul blog, perché spesso mi limito a rilanciare su Facebook, con un breve commento, le notizie che trovo interessanti e che in passato mi avrebbero indotto a scrivere un post. Nel 2014, ho pubblicato 98 articoli (nel 2013 erano stati 152, e l’anno precedente 389, in media più di uno al giorno). Dall’inizio del blog (marzo 2007) gli articoli sono stati in tutto 1.860.

Il giorno più trafficato dell’anno è stato il 17 marzo 2014 con 491 pagine lette.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

Un requiem tedesco – Spoleto, 12 luglio 1988

Non sono un grande frequentatore di occasioni mondane, eppure 26 anni fa ero lì, in piazza del Duomo a Spoleto, per il concerto di chiusura del Festival dei due mondi, insieme ad altre 7.000 persone. Era domenica 10 luglio 1988.

wikimedia.org/wikipedia/commons

Ero stato anche l’anno precedente, su invito di un amico e mentore più grande di me, e volentieri avevo accettato l’invito anche per quell’anno. C’era anche mia madre. Ci eravamo mossi con largo anticipo nel primo pomeriggio, lasciando agli altri nonni i bambini (avevano 5 e 3 anni non ancora compiuti, nitroglicerina pura). Rientrammo la sera stessa.

Per la cronaca musicale mi affido alla recensione di Landa Ketoff su la Repubblica:

FINALE CON BRAHMS

SPOLETO
Sembrava che la festa spoletina non potesse concludersi con i soliti fantasmagorici fuochi, invece anche questo rito si è compiuto per la gioia dei cittadini e dei turisti, chiudendo in bellezza un’ edizione del Festival dei Due Mondi che si farà ricordare per alcuni spettacoli assai pregevoli come, per la musica, l’ opera Jenufa di Janacek, e per il gran numero di presenze: più di 101 mila spettatori per 81 produzioni con 187 rappresentazioni.
Il primo Festival del quarto decennio è dunque riuscito finalmente a superare la soglia delle centomila presenze, mostrando ancora una volta la vitalità della propria formula. E gli applausi che gli oltre settemila spettatori del Concerto in Piazza hanno rivolto a Giancarlo Menotti affacciato a una finestra della sua casa che domina la piazza erano profondamente sentiti e grati.
È questo un festival che, nonostante il proliferare delle manifestazioni estive in tutta la penisola, rimane unico, per la varietà e originalità delle proposte e per la capacità che ha di immergere chiunque si trovi in città in qualunque giorno in un bagno di spettacoli di ogni genere che iniziano alle 10.00 di mattina e terminano quasi alle due di notte giustapposti e in parte sovrapposti in modo da offrire un’ ampia possibilità di scelta. È un festival che riesce ad essere insieme elitario e popolare e che, stando alle cifre, non è neppure tra i più costosi (7 miliardi di spesa e 1 miliardo di incassi), quando sappiamo di altri festival che si avvicinano a questa cifra offrendo solo quattro o cinque produzioni e con incassi minimi.
Il più popolare tra i vari momenti del Festival è certamente il concerto finale nella piazza del Duomo. Un rito al quale hanno partecipato oltre settemila persone stipate nella piazza trasformata in enorme auditorio, davanti all’ immensa conchiglia in cui domenica avevano preso posto la Spoleto Festival Orchestra, il Coro Filarmonico di Colonia formato da circa 150 elementi, i due solisti (il soprano Maria Spacagna e il baritono Victor von Halem), l’ organista Paolo Carignani e il direttore Kenneth Montgomery.
Come è quasi sempre accaduto e in fondo questo rito lo esige è stata scelta un’ opera sinfonico-corale, il Requiem tedesco di Brahms (sebbene la scelta iniziale fosse la Missa Solemnis di Beethoven, poi sostituita per motivi legati alla diretta della Rai).
Meno grandioso della Messa beethoveniana, il Requiem brahmsiano non ha un carattere liturgico ma è un’ esortazione rivolta all’umanità di qualsiasi fede (e non è un caso che non vi si nomini mai il Cristo) a riflettere sulla morte. Di proposito vi mancano accenti tragici e scoppi di gioia, ma vi si avverte piuttosto l’ invito a una serena accettazione di un destino comune. Scritto in tempi diversi fra il 1857 e il 1868, il Requiem è costruito su un libero adattamento di testi biblici scelti da Brahms stesso. Lungo tutto il pezzo predomina il coro, mentre i solisti, che pure hanno un ruolo determinante nel significato del lavoro, sono limitati a interventi del baritono nel terzo e nel sesto dei sette numeri che lo compongono, e del soprano nel quinto, aggiunto nel 1868 in memoria della madre dell’ autore. Splendida la parte strumentale, con un linguaggio ricco di contrappunto, mai magniloquente e privo di sentimentalismi ma tutto soffuso di tenerezza.
Una tenera elegia della quale Massimo Mila ebbe a dire, quando nel 1961 Thomas Schippers ne dette, sempre a Spoleto, un’ esecuzione memorabile: «Se la musica avesse nella cultura il posto che le spetta, questo capolavoro verrebbe citato accanto alle opere di Proust e di Joyce, di Freud, di Kafka, di Musil e di Thomas Mann, come un documento fondamentale della crisi dell’ anima moderna da cui esce la civiltà contemporanea.»
L’ interpretazione che domenica ne ha dato Kenneth Montgomery è stata decorosa anche se non memorabile. I tempi sono parsi un po’ troppo lenti specialmente nella prima parte, e tutto l’ insieme un po’ monotono. Anche il coro, che pure è assai buono, non aveva quell’ incisività che si richiede nel Requiem brahmsiano. Molto bravo il soprano, l’ italo-americana Maria Spacagna, dalla voce chiara e pura, e bravo anche Victor von Halem, già apprezzato, senza microfoni e al chiuso, nella Petite Messe rossiniana.
Pubblico nell’insieme soddisfatto, il concerto in piazza è più uno spettacolo che un vero concerto.

Per quello che ricordo, avevo trovato la musica tutt’altro che straordinaria. Da pochi anni (mi pare fosse il 1983) un Giuseppe Sinopoli non ancora quarantenne si era rivelato al mondo con una sua incisione del Requiem tedesco profondamente innovativa e vigorosa. Al confronto, questa di Spoleto mi era sembrata enervata.

Ricordo piuttosto la straordinaria scenografia del concerto. Il palco è situato davanti al portico del Duomo e circondato da una grande (e bellissima) conchiglia di legno per migliorare l’acustica (non mi pare che ci fosse amplificazione, nonostante l’affermazione difforme di Landa Ketoff, e a differenza di quanto ormai accade surrettiziamente in molte sale, anche di grande reputazione).

Il concerto inizia all’imbrunire, direi alle 19:00. Fa ancora un caldo brutale (il termometro aveva raggiunto i 32 °C nel pomeriggio). Siamo stipati su seggiolette di paglia che riempiono la bella piazza in discesa, quasi un teatro naturale. Stormi di piccioni e voli di rondoni riempiono con i loro gridi la piazza, a volte sommergendo la musica.

Molte le signore in abito da sera. Davanti a me un’ampia schiena femminile quasi nuda. Durante tutto il concerto, molte zanzare si avvicendano su quelle belle spalle e tra le scapole per un banchetto ininterrotto. A tratti sono due o tre contemporaneamente. La signora, una vera signora (non certo la moglie di un politico o di un palazzinaro, ma probabilmente una discendente della danese principessa del pisello), non ha mai mosso una mano per scacciarle. Non ha nemmeno mai contratto i muscoli delle spalle, neppure involontariamente. Ne ho sinceramente ammirato l’eleganza e l’autocontrollo.

Sicuramente il Concerto in piazza è un’occasione mondana anche per l’alta società dei culicidi:

– Allora, che mi dici?
– Straordinario. Mi aspettavo molto, ma è stato al di sopra di tutte le mie aspettative. Squisitezze. E poi, non quelle porzioncine da nouvelle cuisine …
– Sai, dipende tutto dalla tracciabilità della filiera. Non è mica sangue qualunque o, peggio, roba d’importazione. Qui la qualità è controllata. Sono le grandi razze italiane: la piemontese, la chianina, la bufala campana. E non stiamo certo parlando di vacche …
– Sì, ma non è solo quello. Anche l’apparecchiatura è raffinatissima. E tutto il contorno. Un posto di gran classe.
– Allora, spero di vederti l’anno prossimo.
– Certamente, all’anno prossimo. E se non potrò venire io, verranno le mie figlie: corro subito a deporre le uova.
– Vedrai come cresceranno belle e sane, dopo questa scorpacciata.

wikimedia.org/wikipedia/commons

11 regole d’autore per farsi un buon tè

Oggi, se fosse vissuto così a lungo, George Orwell (Eric Arthur Blair all’anagrafe), nato in India il 25 giugno 1903, compirebbe 111 anni: non una cifra tonda, d’accordo, ma comunque una cifra triangolare.

wikimedia.org/wikipedia/commons

Leggi il seguito di questo post »

La spada e la frusta

Poche cose mi riempiono di contentezza più che imparare qualcosa di nuovo.

Quello che ho imparato oggi è il motivo per cui in alcuni paesi la auto tengono la destra e in altri tengono la sinistra.

wikimedia.org/wikipedia/commons

A dire il vero, due cose le sapevo già, ma mi mancava il terzo tassello di un puzzle che a me sembra affascinante.

Leggi il seguito di questo post »

L’anima della «Bestia mod. 3»

È la seconda volta che mi imbatto in questo testo, abbastanza noto negli Stati Uniti e (per quanto ne so) del tutto sconosciuto da noi. La prima volta è stato quando ho letto The Mind’s I di Douglas R. Hofstadter e Daniel C. Dennett, di cui ho parlato fuggevolmente poco tempo fa, qui. La seconda è stata qualche giorno fa, in un libro che sto ancora leggendo: Wetware di Dennis Bray.

È tratto da un romanzo di Terrel Miedaner, The Soul of Anna Klane. Non è mai stato tradotto in italiano, e non è facilissimo da trovare neppure in originale. Ma The Mind’s I è stato tradotto (L’Io della mente) e, quindi, una traduzione di questo brano esiste ed è dovuta a Giuseppe Longo, traduttore di The Mind’s I per Adelphi.

amazon.com/images

Io però ho deciso di non utilizzare quella traduzione e cimentarmi nell’impresa in proprio.

* * *

I personaggi e interpreti sono: Dirksen, una donna; Hunt, un avvocato; Klane, nella cui casa si svolgono i fatti ma che non compare nell’episodio.

* * *

Mezz’ora dopo Dirksen entrava nella casa di Klane in compagnia dell’avvocato. Il cancello si era aperto automaticamente all’avvicinarsi della macchina, così come s’era aperta la porta, senza bisogno della chiave.

Seguì nel laboratorio del seminterrato Hunt, che aprì uno dei tanti armadietti e ne estrasse un grosso coleottero d’alluminio, con alcune spie luminose e qualche protuberanza su una superficie per il resto assolutamente liscia. Lo girò e Dirksen vide tre ruote di gomma sul lato inferiore, che era piatto e riportava incisa la scritta «BESTIA MOD. 3».

Hunt appoggiò l’aggeggio sulle piastrelle del pavimento e fece scattare il piccolo interruttore sulla pancia. Con un lieve ronzio il giocattolo cominciò a muoversi avanti e indietro sul pavimento, come se cercasse qualcosa. Esitò un attimo davanti a una grossa struttura, poi si fermò davanti a una presa di corrente, fece uscire una spina da una piccola apertura del suo corpo metallico e la infilò nella presa. Alcune delle spie si accesero sul verde e dall’interno si produsse un suono simile alle fusa di un gatto.

Dirksen guardò con interesse il congegno: “Un animale meccanico. Carino: a che serve?”

Hunt prese un martello dal bancone e glielo porse. “Vorrei che lo ammazzassi.”

“Ma che dici?” disse Dirksen un po’ allarmata. “Perché dovrei ammazzare… rompere… quella macchina?” E fece un passo indietro senza prendere in mano il martello.

“È solo un esperimento,” rispose Hunt. “L’ho fatto anch’io qualche anno fa su richiesta di Klane e l’ho trovato istruttivo.”

“E che cos’hai imparato?”

“Qualcosa sul significato della vita e della morte.”

Dirksen guardò Hunt perplessa.

“La ‘bestia’ non ha difese che ti possano fare del male,” la rassicurò. “Devi solo stare attenta a non andare a sbattere contro qualcosa mentre l’insegui.” E le porse di nuovo il martello.

Esitò, fece un passo in avanti, prese l’arma, guardò di sottecchi la strana macchina che ronfava beatamente e succhiava corrente elettrica. Si avvicinò, si chinò e alzò il martello. “Ma… sta mangiando,” disse, girandosi verso Hunt.

Hunt si mise a ridere. Allora Dirksen, punta nel vivo, sollevò il martello con entrambe le mani e lo calò con forza.

Ma con un rumore acuto come un grido di paura la bestia aveva ritratto le mandibola dalla presa ed era scappata. Il martello si abbatte sul pavimento dove poco prima c’era il corpo della macchina. La piastrella si scheggiò.

Dirksen alzò lo sguardo. Hunt rideva di nuovo. La macchina si era spostata di un paio metri e poi s’era fermata, tenendola d’occhio. Ma no, si disse Dirksen , non mi sta tenendo d’occhio.

Irritata con sé stessa, Dirksen riprese in mano il martello e avanzò cauta. La macchina indietreggiava, e un paio di spie rosse lampeggiavano, a volte più intense e a volte meno, all’incirca al ritmo delle onde alfa dell’elettroencefalogramma umano. Dirksen prese lo slancio, martello in mano, e fece cilecca …

Dopo dieci minuti tornò da Hunt, accaldata e affannata. Era dolorante dove era andata a sbattere contro qualche oggetto del laboratorio e le faceva male la testa dove aveva sbattuto contro un bancone. “È come cercare di prendere un topone! Quando si scaricano quelle stupide batterie?”

Hunt guardò l’orologio: “Un’altra mezzoretta, direi. Sempre che tu lo faccia correre.” Indicò sotto un bancone, dove la bestia aveva trovato un’altra presa elettrica. “Ma c’è un modo più facile di prenderlo.”

“Dimmelo.”

“Posa il martello e prendilo con le mani.”

“Tutto qui… con le mani?”

“Sì. Riconosce il pericolo soltanto nei suoi simili: in questo caso nel martello perché è di metallo. Ma non è programmato per percepire il protoplasma disarmato come una minaccia.”

Dirksen allora appoggiò il martello sul bancone e si avvicinò piano piano. La macchina non si mosse. Aveva smesso di fare le fusa e gli indicatori emanavano una pallida luce ambrata. Dirksen si chinò e provò a toccarlo: sentì una leggera vibrazione. Allora lo prese cautamente con tutte e due le mani. Le luci virarono al verde brillante e attraverso il confortevole tepore della pelle metallica si sentiva il quieto ronzio dei motori.

“E adesso che me ne faccio di questa stupida cosa?” chiese con un pizzico d’irritazione.

“Mettilo sul bancone a pancia all’aria. In quella posizione non può fare niente e lo puoi colpire con tutto comodo.”

“Uffa, ne ho abbastanza di antropomorfismi,” borbotto Dirksen, ma seguì i consigli di Hunt, decisa a farla finita una volta per tutte con quella storia.

Quando capovolse la macchina e l’appoggiò, le spie tornarono sul rosso. Le ruote girarono brevemente e poi si fermarono. Dirksen riprese il martello, gli fece percorrere un arco di cerchio e colpì la macchina indifesa: però di lato, danneggiando una delle ruote ma facendola ritornare nella posizione giusta. Si sentì il raschiare metallico della ruota rotta e la bestia, a scatti, cominciò a muoversi  in tondo. Poi si senti che qualche cosa all’interno si schiantava  e la macchina si fermò di nuovo. Le spie emanavano un chiarore triste.

Dirksen serrò le labbra e calò il martello per il colpo finale. In quel momento la bestia emise un suono, un grido tenue e lamentoso come un bambino piagnucoloso. Dirksen lasciò cadere il martello dalle mani e fece un balzo indietro, gli occhi fissi sulla pozza rosso sangue di lubrificante che si spandeva sul tavolo sotto la creatura. Guardò Hunt con orrore: “Ma è… è…”

“È soltanto una macchina,” disse Hunt, ora tutto serio. “Come queste, quelle che l’hanno preceduta nella sua storia evolutiva,” disse indicando le macchine appoggiate sugli scaffali del laboratorio, che sembravano osservarli mute e minacciose. “Ma a differenza di loro, può sentire l’avvicinarsi del suo fato e chiamare aiuto.”

“Spegnilo,” disse con voce sorda.

Hunt si avvicinò al bancone e trafficò intorno al piccolo interruttore. “Mi sa che l’hai incastrato.” Raccolse il martello dal pavimento, dove era caduto. “Ti va di dargli il colpo di grazia?”

Dirksen fece un passo indietro, scuotendo la testa. Hunt calò il martello. “Non potresti provare ad aggiustar…” Ci fu un breve schianto metallico. Dirksen sobbalzò e distolse lo sguardo. Il lamento cessò. Risalirono le scale in silenzio.

* * *

Non siamo di fronte a un capolavoro, direi. Però, c’è molta abilità artigianale nella costruzione del testo. Questo è il motivo per cui ho voluto tradurlo da solo (non che Longo abbia fatto un cattivo lavoro, ma è certo stato meno severo e meno attento di me nel seguire gli equilibrismi sottilmente calcolati da Miedaner). Tutto l’episodio è giocato sull’ambiguità della BESTIA MOD. 3. Sulla continua ambiguità di parlarne, a volte nella stessa frase, come di un macchina o come di un animale.

Per me il gioco è abbastanza trasparente: assumere la prospettiva intenzionale, attribuire cioè a qualcosa che c’è là fuori – e ha determinati comportamenti e le caratteristiche di un essere senziente dotato di credenze e obiettivi – è razionale e comporta un vantaggio evolutivo. Ne va letteralmente della pelle: meglio scambiare una roccia macchiettata per un leopardo nascosto (e prendersi una grande paura senza altre conseguenze), che scambiare un leopardo nascosto per una roccia macchiettata (#pitecantropostaisereno, ma non lo racconterai ai tuoi nipoti). Bersani docet.

Mi è più facile pensare che io sono una macchina come BESTIA MOD. 3 o come un astice, che non pensare che BESTIA MOD. 3 e l’astice siano esseri senzienti.

Ma questo lo sospettavate, no? E voi, che ne pensate?

500.000

Un traguardo importante, quello del mezzo milione di visite. Almeno per me. Why evolution is true, il blog di Jerry Coyne, nel 2013 ha avuto 9 milioni di visite e in un solo giorno, il giorno record, ne ha avuti quasi 304.000. In un giorno. Io ci ho messo più di 4 anni. Leonardo, un blogger italiano molto bravo e molto popolare, ha superato i 4 milioni di pagine viste (è pur vero che ha cominciato nel 2001) e viaggia a un ritmo di 1.500 al giorno.

http://www.67notout.com/2011/01/elephants-trunk-and-crocodile.html: a scene caught on camera by photographer Johan Opperman in the Kruger National Park

Leggi il seguito di questo post »