Il presidente dell’Istat

Di un personaggio di secondo piano de I Miserabili, Victor Hugo scrive che «aveva, come tutti, la sua desinenza in -ista, senza la quale nessuno avrebbe potuto vivere a quel tempo, ma non era né realista, né bonapartista, né cartista, né orleanista, né individualista, era collezionista.»

Ecco, se potessi scegliere per me, direi che l’-ista che mi caratterizza meglio è: illuminista. Ho una grande fiducia nella ragione. Anzi, penso che ragione, ragionamento e ragionevolezza siano contagiosi: condizioni mentalmente trasmissibili.

wikimedia.org/wikipedia/commons

Questo è il principale motivo, anche se non il solo, per cui mi preme molto la statistica ufficiale. La statistica – a condizione di essere indipendente e di buona qualità – è uno strumento importante per l’affermazione della ragione: consente ai cittadini (mamma mia, tra un po’ non si potrà nemmeno scrivere “cittadini” senza esser tacciati di grillismo) di prendere decisioni o di esprimere valutazioni sulla base di informazioni quantitative, invece che di (o in aggiunta alle) sensazioni istintive. In inglese si direbbe che la statistica è empowering: il cittadino che ha buone informazioni statistiche dispone di uno strumento in più per operare e decidere razionalmente, in politica, ma anche nella vita quotidiana.

Leggi il seguito di questo post »

Pubblicato su Opinioni. 2 Comments »

Le tavole rotonde sono noiose: aboliamo il moderatore

Non lo dico io. Lo sostiene  Jody Avirgan in un articolo comparso su The Atlantic il 12 marzo 2014 sotto il titolo How to fix boring conference panels: Get rid of the moderator.

qzprod.files.wordpress.com

Il ragionamento di Avirgan è piuttosto lineare: le tavole rotonde sono noiose perché sono prevedibili, e sono prevedibili perché c’è il moderatore. Il moderatore fornisce una stampella strutturata su cui tutti i partecipanti possono appoggiare le proprie argomentazioni più trite. Ergo: meglio abolire il moderatore.

Leggi il seguito di questo post »

Zan zan zan, le belle rane

Questa non è una ranocchia (grazie a Jerry Coyne: Ceci n’est pas une grenouille).

whyevolutionistrue.files.wordpress.com

Ed ecco spiegato l’arcano:

Leggi il seguito di questo post »

Ma vi mancava poi così tanto, il morbillo?

Di tutte le cose dei bei tempi andati che rimpiangete, era proprio il morbillo quella che vi mancava di più?

wikimedia.org/wikipedia/commons

Se è così siete fortunati, perché a New York è tornato. Leggi il seguito di questo post »

Pubblicato su Grrr!, Segnalazioni. Tag: . 1 Comment »

L’apocalisse dei droni

Su Quartz dell’11 marzo 2014 è apparso un articolo inquietante di Noah Smith, un professore associato di finanza alla Stony Brook University.

wikimedia.org/wikipedia/commons

La tesi di Smith è abbastanza semplice. Per 700 anni – scrive Smith – abbiamo vissuto nell’era del fucile o, se volete, nell’era della fanteria. Immaginate di tornare nel 1400. A quell’epoca, e per molti secoli prima, il campo di battaglia era stato dominato dal cavaliere, un guerriero nobile che aveva dedicato tutta la sua vita a esercitarsi nell’arte della guerra. Immaginatevi la sorpresa di quel cavaliere quando si trovò disarcionato o ferito a morte da un ex-contadino armato di un lungo tubo di metallo e con un addestramento militare di un paio di settimane. Leggi il seguito di questo post »

L’anima della «Bestia mod. 3»

È la seconda volta che mi imbatto in questo testo, abbastanza noto negli Stati Uniti e (per quanto ne so) del tutto sconosciuto da noi. La prima volta è stato quando ho letto The Mind’s I di Douglas R. Hofstadter e Daniel C. Dennett, di cui ho parlato fuggevolmente poco tempo fa, qui. La seconda è stata qualche giorno fa, in un libro che sto ancora leggendo: Wetware di Dennis Bray.

È tratto da un romanzo di Terrel Miedaner, The Soul of Anna Klane. Non è mai stato tradotto in italiano, e non è facilissimo da trovare neppure in originale. Ma The Mind’s I è stato tradotto (L’Io della mente) e, quindi, una traduzione di questo brano esiste ed è dovuta a Giuseppe Longo, traduttore di The Mind’s I per Adelphi.

amazon.com/images

Io però ho deciso di non utilizzare quella traduzione e cimentarmi nell’impresa in proprio.

* * *

I personaggi e interpreti sono: Dirksen, una donna; Hunt, un avvocato; Klane, nella cui casa si svolgono i fatti ma che non compare nell’episodio.

* * *

Mezz’ora dopo Dirksen entrava nella casa di Klane in compagnia dell’avvocato. Il cancello si era aperto automaticamente all’avvicinarsi della macchina, così come s’era aperta la porta, senza bisogno della chiave.

Seguì nel laboratorio del seminterrato Hunt, che aprì uno dei tanti armadietti e ne estrasse un grosso coleottero d’alluminio, con alcune spie luminose e qualche protuberanza su una superficie per il resto assolutamente liscia. Lo girò e Dirksen vide tre ruote di gomma sul lato inferiore, che era piatto e riportava incisa la scritta «BESTIA MOD. 3».

Hunt appoggiò l’aggeggio sulle piastrelle del pavimento e fece scattare il piccolo interruttore sulla pancia. Con un lieve ronzio il giocattolo cominciò a muoversi avanti e indietro sul pavimento, come se cercasse qualcosa. Esitò un attimo davanti a una grossa struttura, poi si fermò davanti a una presa di corrente, fece uscire una spina da una piccola apertura del suo corpo metallico e la infilò nella presa. Alcune delle spie si accesero sul verde e dall’interno si produsse un suono simile alle fusa di un gatto.

Dirksen guardò con interesse il congegno: “Un animale meccanico. Carino: a che serve?”

Hunt prese un martello dal bancone e glielo porse. “Vorrei che lo ammazzassi.”

“Ma che dici?” disse Dirksen un po’ allarmata. “Perché dovrei ammazzare… rompere… quella macchina?” E fece un passo indietro senza prendere in mano il martello.

“È solo un esperimento,” rispose Hunt. “L’ho fatto anch’io qualche anno fa su richiesta di Klane e l’ho trovato istruttivo.”

“E che cos’hai imparato?”

“Qualcosa sul significato della vita e della morte.”

Dirksen guardò Hunt perplessa.

“La ‘bestia’ non ha difese che ti possano fare del male,” la rassicurò. “Devi solo stare attenta a non andare a sbattere contro qualcosa mentre l’insegui.” E le porse di nuovo il martello.

Esitò, fece un passo in avanti, prese l’arma, guardò di sottecchi la strana macchina che ronfava beatamente e succhiava corrente elettrica. Si avvicinò, si chinò e alzò il martello. “Ma… sta mangiando,” disse, girandosi verso Hunt.

Hunt si mise a ridere. Allora Dirksen, punta nel vivo, sollevò il martello con entrambe le mani e lo calò con forza.

Ma con un rumore acuto come un grido di paura la bestia aveva ritratto le mandibola dalla presa ed era scappata. Il martello si abbatte sul pavimento dove poco prima c’era il corpo della macchina. La piastrella si scheggiò.

Dirksen alzò lo sguardo. Hunt rideva di nuovo. La macchina si era spostata di un paio metri e poi s’era fermata, tenendola d’occhio. Ma no, si disse Dirksen , non mi sta tenendo d’occhio.

Irritata con sé stessa, Dirksen riprese in mano il martello e avanzò cauta. La macchina indietreggiava, e un paio di spie rosse lampeggiavano, a volte più intense e a volte meno, all’incirca al ritmo delle onde alfa dell’elettroencefalogramma umano. Dirksen prese lo slancio, martello in mano, e fece cilecca …

Dopo dieci minuti tornò da Hunt, accaldata e affannata. Era dolorante dove era andata a sbattere contro qualche oggetto del laboratorio e le faceva male la testa dove aveva sbattuto contro un bancone. “È come cercare di prendere un topone! Quando si scaricano quelle stupide batterie?”

Hunt guardò l’orologio: “Un’altra mezzoretta, direi. Sempre che tu lo faccia correre.” Indicò sotto un bancone, dove la bestia aveva trovato un’altra presa elettrica. “Ma c’è un modo più facile di prenderlo.”

“Dimmelo.”

“Posa il martello e prendilo con le mani.”

“Tutto qui… con le mani?”

“Sì. Riconosce il pericolo soltanto nei suoi simili: in questo caso nel martello perché è di metallo. Ma non è programmato per percepire il protoplasma disarmato come una minaccia.”

Dirksen allora appoggiò il martello sul bancone e si avvicinò piano piano. La macchina non si mosse. Aveva smesso di fare le fusa e gli indicatori emanavano una pallida luce ambrata. Dirksen si chinò e provò a toccarlo: sentì una leggera vibrazione. Allora lo prese cautamente con tutte e due le mani. Le luci virarono al verde brillante e attraverso il confortevole tepore della pelle metallica si sentiva il quieto ronzio dei motori.

“E adesso che me ne faccio di questa stupida cosa?” chiese con un pizzico d’irritazione.

“Mettilo sul bancone a pancia all’aria. In quella posizione non può fare niente e lo puoi colpire con tutto comodo.”

“Uffa, ne ho abbastanza di antropomorfismi,” borbotto Dirksen, ma seguì i consigli di Hunt, decisa a farla finita una volta per tutte con quella storia.

Quando capovolse la macchina e l’appoggiò, le spie tornarono sul rosso. Le ruote girarono brevemente e poi si fermarono. Dirksen riprese il martello, gli fece percorrere un arco di cerchio e colpì la macchina indifesa: però di lato, danneggiando una delle ruote ma facendola ritornare nella posizione giusta. Si sentì il raschiare metallico della ruota rotta e la bestia, a scatti, cominciò a muoversi  in tondo. Poi si senti che qualche cosa all’interno si schiantava  e la macchina si fermò di nuovo. Le spie emanavano un chiarore triste.

Dirksen serrò le labbra e calò il martello per il colpo finale. In quel momento la bestia emise un suono, un grido tenue e lamentoso come un bambino piagnucoloso. Dirksen lasciò cadere il martello dalle mani e fece un balzo indietro, gli occhi fissi sulla pozza rosso sangue di lubrificante che si spandeva sul tavolo sotto la creatura. Guardò Hunt con orrore: “Ma è… è…”

“È soltanto una macchina,” disse Hunt, ora tutto serio. “Come queste, quelle che l’hanno preceduta nella sua storia evolutiva,” disse indicando le macchine appoggiate sugli scaffali del laboratorio, che sembravano osservarli mute e minacciose. “Ma a differenza di loro, può sentire l’avvicinarsi del suo fato e chiamare aiuto.”

“Spegnilo,” disse con voce sorda.

Hunt si avvicinò al bancone e trafficò intorno al piccolo interruttore. “Mi sa che l’hai incastrato.” Raccolse il martello dal pavimento, dove era caduto. “Ti va di dargli il colpo di grazia?”

Dirksen fece un passo indietro, scuotendo la testa. Hunt calò il martello. “Non potresti provare ad aggiustar…” Ci fu un breve schianto metallico. Dirksen sobbalzò e distolse lo sguardo. Il lamento cessò. Risalirono le scale in silenzio.

* * *

Non siamo di fronte a un capolavoro, direi. Però, c’è molta abilità artigianale nella costruzione del testo. Questo è il motivo per cui ho voluto tradurlo da solo (non che Longo abbia fatto un cattivo lavoro, ma è certo stato meno severo e meno attento di me nel seguire gli equilibrismi sottilmente calcolati da Miedaner). Tutto l’episodio è giocato sull’ambiguità della BESTIA MOD. 3. Sulla continua ambiguità di parlarne, a volte nella stessa frase, come di un macchina o come di un animale.

Per me il gioco è abbastanza trasparente: assumere la prospettiva intenzionale, attribuire cioè a qualcosa che c’è là fuori – e ha determinati comportamenti e le caratteristiche di un essere senziente dotato di credenze e obiettivi – è razionale e comporta un vantaggio evolutivo. Ne va letteralmente della pelle: meglio scambiare una roccia macchiettata per un leopardo nascosto (e prendersi una grande paura senza altre conseguenze), che scambiare un leopardo nascosto per una roccia macchiettata (#pitecantropostaisereno, ma non lo racconterai ai tuoi nipoti). Bersani docet.

Mi è più facile pensare che io sono una macchina come BESTIA MOD. 3 o come un astice, che non pensare che BESTIA MOD. 3 e l’astice siano esseri senzienti.

Ma questo lo sospettavate, no? E voi, che ne pensate?

Stanislaw Lem – La voce del padrone

Lem, Stanislaw (1968-2009). La voce del padrone (trad. Vera Verdiani). Torino: Bollati-Boringhieri. 2010. ISBN 9788833970301. Pagine 243. 11,99 €

images-amazon.com

Non penso avrei letto questo romanzo di Stanislaw Lem – soprattutto dopo la delusione di L’indagine del tenente Gregory, che ho recensito qui – se non fosse stato per quel che ne ha scritto .mau. qui. Non che .mau. si debba ritenere responsabile di alcunché al riguardo, ma la sua recensione mi aveva incuriosito e non poco. Però proprio la frase che mi aveva convinto di più («Lem è etichettato come scrittore di fantascienza. Non sono mai riuscito a capire bene il perché: per quello che mi riguarda è uno scrittore, punto.») è quella che alla fine si è dimostrata meno vera, o comunque più deludente.

Leggi il seguito di questo post »