Marot e il Salterio di Ginevra

Si inaugura qui una nuova rubrica, dedicata a collegamenti, legami, connessioni… ma soprattutto cortocircuiti, cioè connessioni inattese che “chiudono il cerchio” tra miei interessi e curiosità che credevo slegati.

Uno di questi eventi “folgoranti” (eh sì, con i cortocircuiti si può prendere la scossa e, a volte, andare a fuoco) ha a che fare con il concerto di ieri sera. Tanto Ali Ufki quanto Sweelinck fanno riferimento alla più famosa traduzione in francese dei Salmi, pubblicata a Ginevra nel 1562. Le traduzioni in “volgare” dei Salmi si cominciarono a fare dopo la Riforma e negli ambienti riformati, perché si riteneva che i salmi fossero fatti per essere cantati, e cantati dal popolo. La traduzione in francese, realizzata in ambito calvinista, fu tra le prime e ispirò le successive traduzioni in olandese, ungherese e ceco e, più tardi, in afrikaans e inglese. Alla traduzione ginevrina – tuttora quella canonica nei paesi francofoni – lavorarono Louis Bourgeois, Claude Goudimel, Théodore de Bèze e Clément Marot, il poeta.

Il destino di Marot è legato singolarmente alla sua traduzione dei Salmi. Poeta di corte di Margherita d’Angoulême e di Francesco I, era sospettato di simpatie eretiche e, per questo prima imprigionato (nel 1526) e poi costretto a fuggire a Ferrara alla più tollerante corte estense (tra il 1534 e il 1539). Riammesso a corte del re di Francia dopo un’abiura, una prima edizione dei Salmi diede all’accademia (la Sorbonne) l’occasione per accusare Marot di essere ancora un eretico. Nel 1543 fuggì quindi a Ginevra, ma poiché era un libero pensatore, più che un protestante, la sua presenza era sgradita anche nell’austera città di Calvino. Rifugiatosi in Piemonte, morì a Torino nell’autunno del 1544.

Dov’è il corticircuito? A Marot è dedicato un libro, forse il più personale, di Douglas Hofstadter, l’autore di Gödel, Escher, Bach: An Eternal Golden Braid (spero che, anche se non l’avete letto, sappiate di che cosa stiamo parlando; perché altrimenti ho paura che vi siate persi qualcosa d’importante negli ultimi ventott’anni!). Il libro si chiama Le Ton Beau de Marot: In Praise of the Music of Language e al suo centro c’è una breve poesia di Marot e i problemi legato alla sua traduzione (ce ne sono 88 nel libro). Ecco la poesia:

A une Damoyselle malade

Ma mignonne,
Je vous donne
Le bon jour;
Le séjour
C’est prison.
Guérison
Recouvrez,
Puis ouvrez
Votre porte
Et qu’on sorte
Vitement,
Car Clément
Le vous mande.
Va, friande
De ta bouche,
Qui se couche
En danger
Pour manger
Confitures;
Si tu dures
Trop malade,
Couleur fade
Tu prendras,
Et perdras
L’embonpoint.
Dieu te doint
Santé bonne,
Ma mignonne

Il libro sfolgora della brillante intelligenza di Hofstadter, naturalmente. Ma non riesco a leggerlo senza un nodo alla gola, perché è anche dedicato alla prematura scomparsa della moglie Carol, stroncata qui in Italia da un cancro al cervello. Doug stesso ce lo racconta nell’introduzione e nelle pagine finali del libro, che è quindi profondamente permeato di tristezza e rimpianto.

The King’s Singers and Sarband – Sacred Bridges

Le 5-600 persone che venerdì 30 marzo erano presenti in una Sala Sinopoli semivuota hanno assistito a un concerto straordinario. I King’s Singers (un eclettico gruppo vocale a cappella inglese, costituitosi nel 1968 tra studenti del King’s College di Cambridge) e Sarband (un gruppo strumentale fondato nel 1986 da Vladimir Ivanoff e rotto a molte contaminazioni tra musica antica e prassi esecutive attuali, e tra tradizioni musicali di Paesi diversi; sarband è una parola persiana che significa “connessione” e in particolare la fusione di due composizioni musicali, una suite o un medley) eseguivano salmi di Davide, musicati da autori della tradizione cristiana occidentale, della tradizione ebraica e della tradizione islamica turco-ottomana.

Molti commenti – anche il comunicato stampa dell’Accademia di Santa Cecilia – sottolineano il carattere sacro della musica eseguita, e da questo fanno discendere la possibilità stessa dell’operazione artistica, la sua valenza di ponte gettato tra tre tradizioni e tre culture e anche le sue implicazioni politiche (“A dimostrare come i Salmi possano essere occasione di spiritualità, utile strumento politico, fecondo legame fra tradizione e modernità e soprattutto ponte che unisce tutti gli esseri umani senza distinzione, ecco Sacred Bridges“). A me non sembra del tutto vero: penso che il tratto unificante, quello che rende possibile e fruttuosa un’operazione di contaminazione come questa, debba essere un fattore comune, culturale e stilistico, preesistente. Non tanto i salmi, in questo caso, quanto il connettivo offerto dalla polifonia occidentale. Dei tre autori rappresentati nel concerto e nel disco omonimo, uno (Salomone Rossi Hebreo, 1570-1630 circa) è un veneziano coevo di Claudio Monteverdi e come lui operante alla corte mantovana di Vincenzo Gonzaga, l’altro (Jan Pieterszoon Sweelinck) è un olandese di Amsterdam di tradizione calvinista e ha pubblicato i suoi salmi nel 1602, il terzo (Ali Ufki, 1610-1675) è in realtà un musicista polacco (Wojciech Bobowski) convertito all’Islam dopo essere stato fatto prigioniero dai turchi e rielabora anche lui il Salterio di Ginevra, come Sweelinck. Eminenza? questa volta le comuni radici delle tre religioni del libro c’entrano ben poco!

Il che non toglie che il concerto sia stato bellissimo: sette cantanti e tre strumentisti in scena accompagnati – in due occasioni – da due dervisci rotanti. Quasi un’ora e mezza di musica compatta e ipnotica, in cui il passaggio da un brano all’altro, da un mondo all’altro, da un modo di cantare, di ritmare, di fare polifonia all’altro era fluido e convincente. Tra l’altro, Boris trova la polifonia a cappella mostruosamente sensuale: provate a tenere in sottofondo un disco dei Tallis Scholars mentre fate all’amore, e sappiatemi dire. Alla fine quattro bis, di cui il primo è stato Blackbird dei Beatles, dall’album bianco (ho cercato sul giornale se i Neri per caso, o i Manhattan Transfer se è per quello, avevano annunciato il loro ritiro dalle scene).

Clamorosi applausi e grande emozione. In due occasioni, il pubblico è entrato spontaneamente in “Strogatz” (che cos’è uno Strogatz? Ve lo racconterò un’altra volta! E tu, Il barbarico re, non mi rovinare la sorpresa!).

Tre suggerimenti in materia di contaminazioni. Due hanno a che fare con la connessione (sarband) tra blues e sue radici griot maliane: Talking Timbuktu di Ali Farka Toure con Ry Cooder e Kulanjan di Taj Mahal e Toumani Diabate. Il terzo è un incontro tra polifonia e jazze con qualche somiglianza con quello di cui parliamo oggi: Officium, di Jan Garbarek e The Hilliard Ensamble.

Questi Sarband sono da ascoltare anche da soli: vi farò sapere.

Il museo delle cose fragili

Una mia libera traduzione/reinterpretazione di un brano da Falling Out of Cars di Jeff Noon.

Era un edificio alto e stretto, l’unico della strada ancora illuminato. Pensai: strano, un museo aperto a quest’ora. La vetrina era vuota, uno spazio bianco e pulito, con uno strano scintillio. Guardai più da vicino, sforzandomi di mettere a fuoco.

Lentamente, compresi: una ragnatela.

Una grande ragnatela di seta, tesa dai quattro angoli della vetrina, dal pavimento al soffitto. Era incredibilmente complessa. Un piccolo ventilatore la faceva vibrare. Alcuni nodi erano già spezzati. Intento a ripararli, il creatore di quella struttura.

Il ragno era una piccola creatura meccanica, delicata, intricata, interamente di vetro. Il corpo trasparente era pieno a metà di un liquido argenteo. Si arrampicava sui fili, più veloce ora, diretto verso un’altra area danneggiata.

Volevo saperne di più.

– Il museo ha quattro piani; le cose più preziose sono esposte all’ultimo. Via via che si sale, gli oggetti diventano più fragili. Presti la massima attenzione.

La donna che mi diede queste informazioni, seduta al bancone dell’ingresso, aveva una voce quieta e misurata, abituata a ripetere le stesse frasi.

Cominciai a salire: sculture di carta velina, animali di plastica in equilibrio su getti d’acqua, un pendolo di ghiaccio. Una nuvola di farfalle si posò simultaneamente sui rami d’un albero, formando, per pochi istanti, fiori dai petali fatti d’ali. In un vaso di vetro erano conservati gli ultimi respiri d’un uomo. Udii una musica, prodotta da gocce d’acqua sui tasti d’uno xilofono: solo avvicinando l’orecchio distinsi la melodia, incapace di darle un nome. Al penultimo piano, le fiamme d’un becco a gas formavano il volto d’una bambina.

Sorrideva, questa bambina di fuoco.

Chiusi gli occhi per un istante e, quando li riapersi, il viso era sparito.

All’ultimo piano del museo, una grande stanza illuminata a giorno, piena di libri. La giovane autostoppista, Tupelo, ne stava leggendo uno.

– Sei tu. – disse – Henderson, vero?

– No, Henderson è l’altra. Io sono Marlene.

– Già, Marlene.

– Ti piace leggere?

– Questo è bellissimo. Perfetto.

Mi guardai intorno. Le quattro pareti erano interamente coperte di scaffali, tutti pieni di libri. C’era soltanto un’altra persona nella stanza, il guardiano. Sembrava dormisse.

Mi avvicinai a uno scaffale. Percorsi le coste dei libri con un dito. Tirai fuori un libro, poi un altro. Ne guardai le copertine. Mi spostai un po’ più in là, e lo rifeci.

– Nessuno ha titolo.

– No. Non più – disse Tupelo.

– Che vuol dire, non più?

– Dacci un’occhiata.

Aprii il libro che avevo in mano.

– Faccia attenzione – disse il guardiano, e la testa gli ricadde sul petto.

Il libro sembrava normale, ma dalla pagina che avevo aperto mancavano, qua e là, delle righe di testo.

– Leggimelo. – disse Tupelo – Ad alta voce.

Cominciai a leggere: “Circondato dai fantasmi meridiani, tremavo a una brezza che lasciava immobili le fronde…”

Ricordo perfettamente le parole, adesso, mentre scrivo. Ma allora, mentre leggevo, sentii un grande freddo scendere su di me. Tremavo. Dovetti fermarmi.

– Non capisco…

– Strano, vero? – disse Tupelo – Una sensazione strana…

Guardai la pagina. Per un attimo pensai di averlo soltanto immaginato. Ma no. Le poche parole che avevo letto erano sparite dal libro.

– Ma che succede qui?

– Vai avanti a leggere.

Guardai la ragazza. Il suo sguardo, quando l’incontrai, era pieno di tenerezza.

Ricominciai: “Senza appetito per gli oggetti usuali del desiderio umano…”

Una per una, mentre gli occhi le percorrevano, mentre la voce le scandiva, le parole svanivano lentamente dalla pagina.

Ho visto molte cose strane in questo viaggio, e altre ne vedrò ancora, ma questa mi colpì profondamente. Forse perché la mia vita si era fondata sulle parole. Forse perché amavo i libri, li collezionavo, li leggevo e rileggevo. Le storie che mi leggeva mio padre. Quelle che leggevo a mia figlia, prima della malattia. Spesso la stessa storia, notte dopo notte.

Tutto passato adesso, tutto.

I libri in questa stanza non si potevano leggere, non una seconda volta.

Presi un altro libro dallo scaffale. Anche questo non aveva titolo, e dalle pagine mancavano ancora più parole. Alcune pagine erano quasi completamente bianche.

– Per favore, faccia attenzione – disse il guardiano.

Cercai una pagina in cui la maggior parte delle parole c’era ancora, e cominciai a leggere. “Da qui scaturisce l’impatto di Bowie sull’Inghilterra: il matrimonio tra il dandy e l’alieno dà vita all’ultima figura di outsider dell’età moderna, lo strano messia che viene dallo spazio profondo…”

Di nuovo, dovetti fermarmi. Veder scomparire le parole portava soltanto tristezza.

– Non ce la faccio proprio.

– È bellissimo. – disse Tupelo – Tutti i libri dovrebbero essere così: una fragile narrativa, distrutta dall’atto di leggere. Come… come l’atto d’amore più perfetto, che s’afferra per un momento, sai, e poi è perso, per sempre. Che ne pensi?

Non avevo risposta.

– Marlene, un giorno tutti i libri di questa stanza saranno vuoti. Tutte le pagine bianche. Riempite di bianco.

– Dove vanno le parole?

– Attenzione, per favore. – disse il guardiano – Stiamo chiudendo.

E là, nella luce che s’abbassava piano piano, Tupelo si muoveva di scaffale in scaffale, sfilava un libro, l’apriva, leggeva qualche riga e andava avanti.

– Guarda, – disse – su questa pagina resta una riga, una sola: All the broken children learn to dance. Ecco, sono andate.

– Dove vanno?

– Che cosa?

– Quando le parole scompaiono, dove vanno?

Avevo bisogno di saperlo.

Dovevo sapere se le parole affondavano nuovamente nella materia della carta o se erano attratte su, nel cervello del lettore. O forse le parole fluttuavano nell’aria della stanza, invisibili ma onnipresenti. Dovevo saperlo, ma la ragazza non mi rispose. Leggeva. Leggeva le parole.

Il suono delle pagine voltate. La ragazza bisbigliava. La stanza affondava nel buio.

Credo

Non so se l’avete notato. Non si dice più “penso”, “opino” (OK, non s’era mai detto…), e neppure “secondo me”, “a parer mio”, “dal mio punto di vista”. Si dice sempre e soltanto: “credo” – anzi, “io credo”. Ormai è inflazionato, come il famigerato “attimino” e l’altrettanto insopportabile “quantaltro”.

Adesso, io sono ateo (anzi, in questo frangente storico, un ateo militante e un po’ settario). Mi arrogo anche un po’ il diritto di essere un ateo con cognizione di causa, essendo andato a scuola dai gesuiti (e ne vado orgoglioso), avendo frequentato preti e laici credenti di grande levatura morale e culturale (e ritengo un privilegio avera avuto queste occasioni d’incontro), avendo bazzicato gruppi e gruppetti variamente catto-comunisti (sono stato persino iscritto – oltre che al Manifesto-Pdup nei lontani anni Settanta – ai Cristiano-sociali di Carniti e Gorrieri in tempi più recenti). Ma penso che quello che sto per dire dovrebbe essere condiviso anche dai credenti – se, appunto, il mio ateismo non mi fa velo e la mia cognizione di causa mi soccorre: il verbo “credere” dovrebbe essere utilizzato propriamente per le questioni di fede, e non per l’espressione di qualsivoglia opinione, frivola e serissima che sia.

Il testo di riferimento, naturalmente, è Palombella rossa di Nanni Moretti.

Il dialogo tra la giornalista e Michele Apicella:

– No… io non lo so, però senz’altro lei ha un matrimonio alle spalle a pezzi…
– Ma che dice?!
– Scusi forse ho toccato un argomento…
– Non è l’argomento, è l’espressione!… “Matrimonio a pezzi”…
– Preferisce “rapporto in crisi”? Però è così kitsch!…
– [si tocca il cuore] Dove l’è andata a prendere quest’espressione, dove l’è andata a prendere?!…
– Io non sono alle prime armi…
– “Alle prime armi”?! Ma come parla?!
– Anche se il mio ambiente è molto cheap
– Il suo ambiente è molto … ?
CHEAP!
– [sberla] Ma come parla?!
– Senta ma lei è fuori di testa!!
– [sberla] E due! Come parla?! Come parla?! Le parole sono importanti! Come parla?!

Michele si arrabbia ancora per le espressioni:

Michele [rivolto a Mario l’allenatore]: “Pane per i loro denti”?! Ma come parli?!
Un avversario [lo “tira” sott’acqua]: Non è uno sport per signorine!
Michele [gli tira un cazzotto]: Gli ho dato un pugno. Gli ho dato un pugno… Saranno trent’anni che sento quest’espressione… “Non è uno sport per signorine”… Non è il contenuto, è l’espressione…
[viene espulso]

Michele rilegge la bozza dell’articolo scritto dalla giornalista e si infuria:

– Lei la deve cambiare questa espressione! “Trend negativo”… Io non l’ho mai detto! Io non l’ho mai pensato! Io non parlo così!

La “summa” della filosofia di Michele (e di Nanni Moretti)

– Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti!

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Catottrofobia

O “catoptrofobia”. La paura degli specchi. Dal greco kátoptron (specchio) e phobía (paura, avversione, ripugnanza).

La parola non compare nemmeno sul Vocabolario Treccani (dove ci sono, però, catòttrica, catòttrico e catottromanzìa), ma è compresa nella lista ufficiale delle fobie.

Naturalmente, è una condizione di cui soffrono i vampiri (sia quelli del mito, sia – apparentemente – le persone nelle condizioni cliniche assimilate al vampirismo). Ammesso che si possa scherzare su questo argomento, voi vi sentite vampiri? se sì, vi invito a rispondere a un’indagine scientifica sul fenomeno. Fate in fretta: la deadline (!) è il 31 marzo 2007 a mezzanotte.

Ringrazio Il barbarico re (che l’aria da vampiro ce l’ha!) per la segnalazione.

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Falling Out of Cars

Jeff Noon. Falling Out of Cars. London: Black Swan. 2003.

In these days of chaos, possibilities abound.

Immagina che là fuori sia tutto rumore, rumore bianco, Snow Crash, Nacht und Nebel. Immagina che l’unico modo di dare senso e significato a tutto questo sia riuscire a cogliere differenze anche minuscole, Pattern Recognition. Non è soltanto questione di orientarsi, è questione di sopravvivenza. Forse è così il mondo per il neonato, una nebbia grigia; poi un volto, una voce, un succo dolce, una pelle calda, un odore di mamma; poi la differenza più grande, sapere chi/che cosa sono io e che cosa è il resto del mondo.

Immagina che questo sia il mondo che conosciamo, in cui noi siamo le migliori macchine mai esistite per scoprire le differenze anche più piccole, ma significative, rilevanti. E immagina che tutto questo abbia trasceso il nostro essere biologico, e abbia permeato il nostro habitat, la nostra cultura, la nostra economia, la nostra tecnologia. Il pianeta è un enorme Difference Engine.

Immagina che una malattia attacchi proprio questo, e che per chi è colpito il rumore accerchi e sovrasti il segnale. Soltanto un farmaco (o un vaccino) può attenuare i sintomi della malattia e rallentarne il decorso: Lucidity (in gergo Lucy). Ma non è soltanto il funzionamento della vita quotidiana a repentaglio, ma la tua stessa identità, che si slabbra dai margini – come la stessa Inghilterra. Orologi e specchi sono i nemici più grandi: ai primi vanno tolte le lancette, gli altri vanno coperti o girati contro il muro.

Marlene, Peacock, Henderson e Tupelo – che si sono incentrati per caso, uniti in una ricerca misteriosa e insensata – vagano per paesaggi sempre più incomprensibili. Cercano frammenti di specchio, e Marlene anche una figlia perduta. Definito dallo stesso autore un road novel, è invece un romanzo dell’immobilità, senza direzione e senza movimento, come è coerente che sia.

Naturalmente, ci sono debiti (riconosciuti) al Lewis Carroll di Alice attraverso lo specchio (un’ossessione di Noon, Alice) e al mito di Narciso. Ma sono le impalcature, lasciate a vista, di una grande costruzione autonoma.

Il libro è bellissimo. Non esito a definirlo un capolavoro: non della letteratura di fantascienza, in cui Noon viene incasellato, ma della letteratura tout court. Non penso di aver preso un abbaglio, con tutti i libri che leggo. E qui il grande mistero: nessuno conosce Noon. In italiano, dei suoi romanzi, ne sono stati tradotti un paio (Vurt e Pollen), esauriti. Dove sono i talent scout della case editrici?

If you can read this sentence, this one fragile sentence, it means you’re alive.

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Le ali della libertà (The Shawshank Redemption, 1994)

Spero che i miei 25 lettori (per Manzoni era una civetteria, per me è un traguardo lontano, a giudicare dai pochi commenti che ricevo) conoscano tutti imdb.com. Imdb (Internet Movie Database) si autodefinisce il più grande e il migliore database sul cinema (e sulla televisione) del mondo e vanta 47 milioni di visitatori al mese. Tutti questi visitatori sono portatori d’informazione – anche perché imdb consente di dare un voto da 1 a 10 ai film – e quindi una pagina è dedicata alle classifiche. In particolare, quella dei 250 migliori film di tutti i tempi vede al primo posto Il padrino e al secondo, appunto, Le ali della libertà. Poiché lo davano ieri sera in televisione, l’ho guardato ed ecco la mia recensione.

Prima di parlare del film – dato che so per certo che tra di voi si annidano dei perversi come me – vi spiego la formula con cui è calcolata la classifica:

Rating pesato (WR) = (v ÷ (v+m)) × R + (m ÷ (v+m)) × C

dove:

R (rating) = voto (medio) del film

v (voti) = numero dei voti per il film

m (minimo) = numero minimo di voti per essere ammesso nei Top 250 (attualmente 1300)

C = il voto medio dei film su imdb (attualmente 6,7)

Le ali della libertà, come Il padrino, ha un voto di 9,1 ed è stato votato da oltre 243.000 persone.

Adesso il film: tratto da un racconto di Stephen King, è la storia di un uomo e di una prigione americana, nell’arco di 20 anni (tra il 1947 e il 1967). La tecnica narrativa è del tutto tradizionale. Andy Dufresne, impiegato di banca, è accusato e condannato all’ergastolo per avere ucciso moglie e amante. Non sappiame se è colpevole e tutto considerato non ci interessa. Finisce nella solita prigione terrificante, dove gliene fanno di tutti i colori, ma lui – grazie alla sua intelligenza e alla sua tenacia, oltre che all’amicizia con il factotum della prigione, il vecchio ergastolano negro Red – si fa benvolere da tutti. Finale a sorpresa, che non vi racconto (però non andate avanti a leggere se non avete visto il film, perché qualcosa devo pur dire).

Il mistero è questo: il film è bello, ma non bellissimo. Questo non lo dico soltanto io, lo dice anche il Mereghetti, che gli dà due e mezzo (su quattro; lo stesso voto che dà a In viaggio con Pippo, che su imdb prende 6,2). Com’è che nell’opinione dei visitatori di imdb (e voi sapete che il vecchio Boris rispetta la vox populi) si piazza così in alto? Più in alto di film come Casablanca (al settimo posto, con 8,8), La finestra sul cortile (tredicesimo, con 8,7), Citizen Kane (ventiquattresimo, con 8,6), La vita è meravigliosa (ventinovesimo, con 8,5)?

Forse la mia risposta è stereotipata e persino razzista, ma è questa: perché la maggior parte dei visitatori di imdb è americano (nord-americano, statunitense) e questo è un film fatto su misura per il gusto, la sensibilità, la cultura americana (nord-americana, statunitense). C’è l’eroe solitario (Andy Dufresne), che all’inizio potrebbe sembrare un perdente: Red scommette contro di lui; ma noi sappiamo già che perderà la scommessa, perché Andy non è un “perdente” (se mi chiedete qual è la cosa che mi ripugna di più del modo di pensare americano, è questo dividere il mondo tra perdenti – quasi tutti – e vincenti – i pochi “eletti”). Ma no: Andy non è un perdente perché ha un sogno, ha una speranza, e quindi deve vincere – solo contro tutti. Anzi, quasi solo, perché ha comunque bisogno di un amico – ma non di un amico al suo stesso livello, bensì di un Sancho Panza: negro, vecchio, ignorante e con un cuore d’oro. Nel momento decisivo, però, Andy è solo; e, alla fine, è Andy che salva Red, e non viceversa.

Questo è il confronto a distanza tra i due sulla speranza:

Red: Let me tell you something my friend. Hope is a dangerous thing. Hope can drive a man insane.

Andy: [in letter to Red] Remember Red, hope is a good thing, maybe the best of things, and no good thing ever dies.

E questo è un dialogo rilvelatore su quello che Andy pensa dei perdenti:

Tommy: I’m thinkin’ maybe I should try for high school equivalency. Hear you helped some fellas with that.
Andy: I don’t waste time on losers, Tommy.
Tommy: (tight) I ain’t no goddamn loser.
Andy: That’s a good start. If we do this, we do it all the way. One hundred percent. Nothing half-assed.
Tommy thinks about it, nods.

Importantissimo l’ambiente carcerario. Non è un ambiente, è un mondo. Anzi, è il mondo, questo mondo. Un mondo opportunamente semplificato: ci sono i carcerati cattivissimi e froci (perché un po’ di sana omofobia non guasta mai!); ci sono le guardie sadiche e ottuse; ci sono i direttori corrotti e assassini; c’è la burocrazia ottusa ma alla fine “pieghevole” alle buone intenzioni opportunamente insistite; ci sono gli amici sciocchi e ignoranti ma buoni. Dentro questo mondo, Andy vince, da bravo self made man. Fuori da questo mondo, tutto è assai più complicato: nessuno, salvo Andy, ce la può fare.

D’altro canto, la prova a contrario che il carcere è questo mondo è l’insistenza sulla metafora della redenzione, fin dal titolo originale del film. Tutto il film gioca sulla Bibbia (il direttore, Warden Samuel Norton, è un fanatico religioso): Salvation lies within. Fuori dal carcere c’è l’altro mondo, che può essere l’inferno (come per Brooks, e per Red all’inizio della libertà, dopo quarant’anni di carcere) o il paradiso (Andy a braccia aperte sotto la pioggia e, soprattutto, l’ultima scena sulla spiaggia, sovraesposta in una luce trasfigurata).

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