Gianmaria Testa – 26 maggio 2012

Sapevo ben poco di Gianmaria Testa, soprattutto che era stato capostazione e che era un cantautore amato in Francia. Due buoni motivi per diffidarne:

  1. Se di un musicista i media riepetono ossessivamente per prima cosa che era stato un ferroviere, ti viene il sospetto che la sua musica sia poco rilevante.
  2. I francesi spesso amano di noi gli artisti più radical-chic (mi vengono in mente, in ordine sparso, Bernardo Bertolucci e Nanni Moretti, Paolo Conte e – appunto – Gianmaria Testa). Quelli che i francesi chiamano bobos.

Il CD Valzer di un giorno, venduto in edicola dalle edizioni de L’Unità, non mi aveva convinto del tutto. Alcune canzoni erano belle, ma l’operazione – che alternava canzoni scritte e cantate da Testa a poesie recitate, sempre da Testa, ma scritte da Pier Mario Giovannone – mi era sembrata al tempo stesso minimalista e ambiziosa. Un disco ascoltato qualche volta e presto dimenticato. Ero forse il solo a pensarla così: la sua musica la percepivo sì come minimale, ma spesso enfatica e non sempre ispirata. Quella che segue è la recensione di Gianni Sibilla su rockol.it del 18 novembre 2000:

Una buona occasione per scoprire un cantautore di cui si è parlato spesso a sproposito. Più noto in Francia che in patria, il cuneese Testa ha pubblicato oltralpe i suoi tre dischi, ricevendo attenzione soprattutto come “fenomeno” più che come musicista. Questo “Il valzer di un giorno” è il primo lavoro prodotto totalmente in Italia. E’ un disco “popolare”, come ama definirlo lo stesso Testa: distribuito nelle edicole dalla Elleu Multimedia al prezzo di 18.000 lire, è fatto di semplici canzoni per chitarra e voce.
Insieme a Piermario Giovannone, Testa rilegge il proprio repertorio, “denudando” con sola chitarra e voce canzoni come “Il viaggio”, “Un aeroplano a vela” (a suo tempo incisa anche dalla Mannoia) e “Polvere di gesso”. Completano la lista delle canzoni due inediti, quello che dà il titolo all’album e “Piccoli fiumi”, oltre a cinque poesie di Giovannone lette da Testa.
Quello che emerge è il ritratto di un musicista e della sua musica minimale, mai enfatica, ma sempre ispirata. Musica d’altri tempi, che giustamente si fa un vanto d’essere inattuale, e che merita attenzione, per il semplice fatto che è bella, al di là di ogni paragone temporale o personale.

covershut.com/covers

Qualche anno dopo, una persona mi chiese se conoscessi Gianmaria Testa e io risposi quello che vi ho appena raccontato: che avevo comprato un disco e che mi era piaciuto così così. Mi si spiegò dunque che quello era un disco sui generis nella produzione di Testa e che avrei dovuto ascoltare Lampo, il suo capolavoro. Lo ascoltai con attenzione, con altrettanta attenzione riascoltai Valzer di un giorno. Meglio, mi dissi, ma non sono convinto del tutto.

amazon.com

Poi mi è capitato, quasi per caso, di sentire questo suo concerto in una piazza di Ravenna, a un festival organizzato dalla CGIL locale. Piazza Marsala. Una sera tiepida e serena, con qualche refolo di brezza. Un centinaio di persone, a occhio e croce. Gianmaria Testa suona per un paio d’ore, con un quartetto affiatato e composto (se interpreto bene quello che ho trovato sul web) da Philippe Garcia alla batteria, da Nicola Negrini al contrabbasso, dal polistrumentista Piero Ponzo, oltre che dallo stesso Testa alla chitarra e alla voce. Un bellissimo concerto, di gente che fa musica davvero e con passione.

Ascoltare per credere.

Chiesa e scienza: quando decretò che il castoro è un pesce

Lo racconta Scientific American in un articoletto gustoso (anche se sa un po’ di pesce) di Jason G. Goldman pubblicato il 23 maggio 2013: Once Upon A Time, The Catholic Church Decided That Beavers Were Fish | The Thoughtful Animal, Scientific American Blog Network.

scientificamerican.com/

In addition to disease, the European settlers also brought Catholicism with them, and successfully converted a large proportion of the indigenous population. And the native Americans and Canadians loved their beaver meat.

So in the 17th century, the Bishop of Quebec approached his superiors in the Church and asked whether his flock would be permitted to eat beaver meat on Fridays during Lent, despite the fact that meat-eating was forbidden. Since the semi-aquatic rodent was a skilled swimmer, the Church declared that the beaver was a fish. Being a fish, beaver barbeques were permitted throughout Lent. Problem solved!

Ma non è un caso isolato: oltre a quelli raccontati nell’articolo di Scientific American (fate i bravi, leggetelo tutto), c’è anche quello famoso dell’oca artica (chiamata barnacle gooseBranta leucopsis), di cui si credeva che i barnacles, o percebes, o perceves fossero le uova e che dunque, in quanto di origine marina, era consentito mangiare nei giorni e nei periodi di magro (è una storia che ho raccontato qui).

Dan Brown – Inferno

Brown, Dan (2013). Inferno. London: Bantam Press. 2013. ISBN 9781448169795. Pagine 482. 12,99 €

amazon.com

Non vi dovrebbe essere sfuggito che, nonostante la mia età, in tema di libri la combinazione di curiosità e ingenuità mi porta a comprare e a leggere polpettoni inenarrabili.

Di Dan Brown sapevo tutto, perché se ne parla da anni. Anche di questo libro, atteso da molti (non da me) e non accolto favorevolmente dalle prime recensioni. Due le aggravanti: avevo già letto l’imbarazzante Codice Da Vinci e il marginalmente migliore Digital Fortress (per quest’ultimo, scritto da un autore non ancora baciato dall’inspiegabile successo, avevo la scusa che si parlava di crittografia, un tema che mi stuzzica molto). Ecco, anche per leggere questo avevo un alibi di questo tipo: avevo letto che il romanzo parlava di transumanesimo, che è un mio recente interesse (Nexus). È vero, se ne parla, e non è neppure la parte peggiore del romanzo. Ma non posso dirvi quasi niente di più, per non rovinarvi la lettura (ammesso che non vogliate seguire il mio consiglio, di consumare in modo diverso il vostro tempo prezioso, dedicandovi ad altre letture, o al giardinaggio, o ai pediluvi balsamici, e vi ostiniate pervicacemente a leggere best-seller di bassa qualità).

Posso invece raccontarvi con dovizia di particolari che cosa in questo brutto romanzo non funziona (il che, naturalmente, non gli impedirà di stare per mesi in cima alle classifiche di tutto il mondo, di arricchire ulteriormente il suo autore e di essere tradotto in un film di altrettanto successo).

Per prima cosa – me ne ero già reso ampiamente conto leggendo Digital Fortress dopo aver già letto The Da Vinci Code – Brown usa sempre gli stessi espedienti narrativi: i personaggi non sono quello che affermano o vogliono far credere di essere e quindi ogni tanto c’è un colpo di scena. Peccato che i colpi di scena non siano più tali dopo la prima o seconda volta che li usi e che alla lunga diventino una sorta di stilema browniano: i buoni sono in realtà cattivi ma forse alla fine si scopre che in fondo erano buoni davvero, e viceversa.

In secondo luogo, c’è il problema della serialità: questo è il quarto romanzo che vede come protagonista Robert Langdon, professore di storia dell’arte e simbologia all’Università di Harvard. Ora, se era plausibile che il nostro ignaro professore si trovasse catapultato in una storia di sangue e mistero la prima volta (Angeli e demoni, che non ho letto; Il codice Da Vinci è già la seconda avventura), al procedere della serie qualche sospetto di essere finito dentro un mondo di fantasia dovrebbe affacciarglisi alla mente, al nostro eroe, soprattutto a una mente tanto eccelsa come la sua. Che fare?, si dev’essere chiesto Dan Brown. Massì, facciamogli venire una bella amnesia retrograda. Magari limitata a un paio di giorni, in modo che conservi intatte le sue conoscenze enciclopediche e le sue facoltà mentali, ma che ci sia possibile manipolare la sequenza degli eventi e i ruoli dei personaggi nel modo più funzionale alla successione di colpi di scena (!) di cui si diceva poco fa.

Il romanzo è costruito come un gioco. Nel 1987 o poco dopo mi dedicavo sul Mac a un gioco che si chiamava The Fool’s Errand: la storia, articolata in cinque parti, era basata sugli arcani dei tarocchi e ogni capitoletto conteneva un incantesimo, cioè un rompicapo che ti faceva avanzare nel gioco, sbloccando il testo di capitoli che in precedenza non erano visibili. Ecco, Inferno è costruito così: gli indizi che via via Langdon decifra ti portano da qualche parte in un percorso (non rivelo niente che non sia già stato ampiamente commentato sulle recensioni) che va da Firenze, a Venezia, a Istanbul. Se vi viene il sospetto che il procedimento divenga rapidamente stucchevole, avete centrato il cuore del problema. Anche perché chi di noi (e io sono uno di quelli) per 3 anni al liceo è stato tormentato dal culto di Dante e dalle note al testo che ne svisceravano i molteplici livelli di significato, non si sorprende minimamente alla possibilità che possa essere utilizzato come generatore di rompicapo. Che tanto poi Langdon, nonostante l’amnesia e i tentativi di ammazzarlo, puntualmente svela.

I rompicapo sono tanti. Troppi per i miei gusti. Ma comunque non sufficienti a riempire le 500 pagine che contrattualmente il nostro Brown si era impegnato con la casa editrice a produrre. Niente paura. Basta prendere una buona guida delle 3 città visitate e inzeppare la storia di descrizioni tratte da lì. Ne consegue che almeno sotto il profilo turistico il libro è abbastanza preciso, anche se qualche strafalcione – come vedremo – sfugge all’autore. Ma almeno non abbiamo il brumoso porto di Civitavecchia visto dalla finestra di un palazzo di Roma, come accadeva (mi pare) ne Il mosaico di Parsifal di Robert Ludlum.

* * *

Le solite citazioni, compresi gli strafalcioni (riferimento alle posizioni Kindle):

[…] somewhere between dishonest and illegal. [689]

“[…] In the fourteenth century, Italian literature was, by requirement, divided into two categories: tragedy, representing high literature, was written in formal Italian; comedy, representing low literature, was written in the vernacular and geared toward the general population.” [1427: prima boiata]

I am the gateway to the Posthuman age. [2495]

Don’t ask. Just task. [3128]

[…] wooden planks propped between cinder blocks and inverted buckets. [3401: sarebbero le passerelle per l’acqua alta in piazza San Marco!]

“You almost sound like you’re a fan of Zobrist’s.”
“I’m a fan of the truth,” she replied forcefully, “even if it’s painfully hard to accept.” [3689]

[…] an entertaining Ross King book of the same name. [3990: si tratta di Brunelleschi’s Dome: The Story of the Great Cathedral in Florence. Ma chissà perché il nostro sente il bisogno di citarlo. Pubblicità?]

[…] Frecciargento’s private salottini […] [4692: ci sono solo sul Frecciarossa]

Soon the train would navigate the sinuous mountain pass and then descend again, powering eastward toward the Adriatic Sea. [4727: praticamente la tratta è tutta in galleria, altro che sinuoso passo di montagna da percorrere!]

[…] while there was no signal. [4927: Brown, che evidentemente questo viaggio non l’ha fatto, non sa che sul Frecciargento i salottini non ci sono, ma la copertura wifi sì]

[…] self-serve locker in the train station. [5172: anche questi mi pare li abbiano eliminati, per motivi di sicurezza, dopo l’11 settembre]

[…] before the plague weakened it enough for it to be conquered by the Ottomans, and then by Napoleon […] [5242: questa della conquista ottomana di Venezia è inedita]

Ironically, it was the population’s taste for foreign luxuries that brought about its demise—the deadly plague traveling from China to Venice on the backs of rats stowed away on trading vessels. The same plague that destroyed an unfathomable two-thirds of China’s population arrived in Europe and very quickly killed one in three—young and old, rich and poor alike. [5244: ma di che peste sta poi parlando? non di quella del 1348, direi; di quella manzoniana?]

“Robert, I thought you were a student of world history.”
“Yes, but the world is large, and history is long. […]” [5702]

“The best illusions involve as much of the real world as possible. […]” [6425]

Throughout all of human history, every groundbreaking technology ever discovered by science has been weaponized — from simple fire to nuclear power — and almost always at the hands of powerful governments. [7692]

You are a member of a new breed of thinkers. You provide counterpoint. [7920]

The Who – 25 febbraio 1967

Una parte dell’estate del 1966, il mese di luglio mi pare, lo passai in una vacanza organizzata dalla scuola, in una casa al mare tra Cecina e Vada, immersa nella pineta. Era l’estate tra la terza media e la prima superiore, un’estate di riti di passaggio. Erano i ruggenti anni Sessanta, l’età giusta per essere teenager (anche se mi sa che all’epoca si diceva adolescenti). C’erano i primi rotocalchi generazionali, Giovani e (un paio d’anni dopo) Ciao 2001: ricordo un numero di Giovani con Romina Power 14enne che ci fu prontamente sequestrato in classe. Quell’anno al mare c’erano due fratelli o cugini, di cui ero diventato amico. Lo ero particolarmente di uno dei due, che mi aveva guidato alla “nuova” musica (all’epoca la chiamavamo beat, non rock) e a un’inesorabile anglofilia (un’altra iniziazione che ebbi in quella vacanza fu quella a Tex e a Diabolik, io che ero cresciuto a Topolino). Quell’autunno convinsi i miei a comprarmi il primo 45 giri (Paperback Writer dei Beatles), mentre mia sorella (a rimorchio per par condicio ante litteram) si fece comprare Bang Bang dell’Equipe84 (con mio sommo disprezzo: perché non si era presa l’originale di Sonny & Cher?). Un 45 giri costava allora, ne sono abbastanza sicuro, 750 lire.

wikimedia.org/wikipedia

Ascoltavo tutto quello che G. S., il mio Virgilio, mi proponeva. Mi aveva segnalato questo gruppo, i Who (lo so che si chiamano The Who, è che uso la grafia e la pronuncia che usavamo all’epoca), che mi sembrava particolarmente “duro” e “progressivo” (parola che ancora non si usava) perché aveva la batteria in grande evidenza. Il loro singolo di quell’autunno, Happy Jack, aveva addirittura un assolo di batteria. Il batterista, Keith Moon, era già un mito e si era fatto fare una batteria speciale (sempre secondo G. S.: in realtà si limitava ad avere una doppia cassa). Ascoltare per credere.

Tutto questo per raccontare che il 25 febbraio 1967 gli Who fecero un concerto al Palalido di Milano. Il Palalido era a un passo da casa mia e il concerto era di pomeriggio, mi pare alle 14:30. I miei genitori non mi avrebbero mai dato il permesso, e quindi non lo chiesi. Tanto, non era poi difficile raccontare che sarei andato a studiare a casa di un compagno di scuola: ci coprivamo a vicenda. Così – ragionavamo allora, ma non mi sembra troppo sbagliato neppure adesso – così imparate a essere ossessivamente proibizionisti su tutto. Diventato a mia volta genitore, sono stato piuttosto permissivo e ho introdotto la massima aurea “non fare niente che papà non farebbe”: con quali risultati non so bene.

Insomma, andai. Non ricordo molto. Ricordo ad esempio un pallido solicello: ma Wolfram Alpha mi dice invece che era nuvoloso e che la mattina era piovuto. Su The Concert Database non c’è una tracklist o una setlist del concerto. L’unica traccia che mi sembra credibile è sul blog della classe 5ª F del liceo scientifico Vittorio Veneto, e non c’è poi molto da stupirsi, dal momento che stiamo parlando della maturità 1971 (lo stesso anno in cui mi sono ammaturato io, ancorché al classico) e che il Vittorio Veneto era lo scientifico pubblico di zona. Scrive dunque m (si firma solo con questa iniziale):

Nel ’67, al concerto degli Who al Palalido c’ero anche io. In quegli anni, si cominciava alle due del pomeriggio e si finiva alla sera con il susseguirsi di una dozzina di gruppi. Pete Townshend aveva una chitarra verde da un lato e gialla d’altro (una gretsch, per la precisione): alla fine fecero piazza pulita di tutto quanto fosse sul palco per la gioia (?) degli presenti.

Gli strumenti spaccati mi pare di ricordarli anch’io, come i saltelli di Pete Townshend: ma non sono in verità in grado di dire se sia un ricordo reale o la sedimentazione di quello che ho saputo e visto in molti concerti televisivi…

Insomma, un evento indimenticabile, ma dimenticato.

Andrés Neuman – Parlare da soli

Neuman, Andrés (2012). Parlare da soli (trad. Silvia Sichel). Firenze: Ponte alle Grazie. 2012. ISBN 9788862208130. Pagine 197. 9,99 €

amazon.com/images

Vorrei sgombrare subito il campo da ogni possibile equivoco: stiamo parlando di un romanzo molto triste. La trama – se possiamo chiamarla così – è di una semplicità disarmante: Mario è molto malato e gli resta poco da vivere; il figlio Lito ha appena compiuto 10 anni; fanno insieme un viaggio in camion, un modo di stare insieme; la moglie, Elena, resta a casa.

Quello che è particolare di questo romanzo, dal punto di vista tecnico, è che i 3 protagonisti parlano da soli, a capitoli alterni (per quelli più pedanti di me: sì, l’ho controllato sul Vocabolario Treccani, lo si può dire anche se ad avvicendarsi sono in tre, e non soltanto in due, nonostante l’etimologia). Tre voci differenti, tre monologhi interiori, che vanno a formare una storia che le singole voci prima delineano e poi arricchiscono e completano.

E infatti, quello che ho trovato speciale in questo romanzo, pure così triste, è che nella vita di persone che si amano, anche se imperfettamente come si amano queste tre persone e come anche noi nelle nostre quotidiane esperienze ci amiamo (imperfettamente nella migliore delle ipotesi, perché nella peggiore non ci amiamo per niente), la diversità delle prospettive e dei punti di vista arricchisce e completa. E, se ci pensate, è per questo che in molti casi non stiamo da soli, ma costruiamo un nucleo in cui ci specchiamo e ci confrontiamo. Questo, secondo me, è quello che c’è di naturale nella famiglia come nucleo delle società umane, non una composizione standard sancita da qualche autorità superiore. La vita di queste tre persone (e il romanzo che ce la racconta) si dispiega così, nel contrappunto delle voci anche nella drammaticità e nella rassegnata tristezza di una storia come questa, in cui l’amore (imperfetto) finisce per la più irrimediabile delle ragioni, la morte di uno dei protagonisti.

Ed è il modo di raccontare di questo giovane scrittore argentino (posso chiamare giovane uno scrittore nato nel 1977? o sono io che invecchiando sposto l’asticella?) che rende questo romanzo veramente speciale, perché la storia – le dinamiche tra padre, madre e figlio – è quasi un luogo comune narratologico, da In viaggio con Pippo all’Ulysses di Joyce.

A parte gli scherzi, questo è un libro serissimo e molto bello. Vi consiglio vivamente di leggerlo (magari non in una grigia giornata di pioggia).

Prima di lasciare la parola a Neuman, vorrei segnalare l’uso che Elena, che è un’insegnante, fa delle letture che punteggiano le sue giornate, sottolineando dei brani e commentandoli con la sua voce, riportandoli alla sua vita e alle sue sensazioni di quel momento:

«La malattia, come la scrittura, ci viene imposta», sottolineo nel diario [di Juan Gracia Armendáriz]. «Perciò gli scrittori si sentono a disagio quando li si interroga circa la loro condizione», a noi professori, in un certo senso, capita il contrario, sembra sempre che sventoliamo il nostro ruolo come una bandiera, viviamo in un’aula. Immagino sia così anche per i medici, anzi ben peggio: per gli altri, sono sempre e soprattutto medici. «Però, se si domanda loro quali siano le tecniche preferite, o gli scrittori che amano di più, non smetteranno di parlare, proprio come gli ammalati che diventano particolarmente loquaci quando mostriamo interesse per i loro acciacchi», la differenza sarebbe che gli scrittori non possono evitare di parlare di ciò che li salva, mentre i malati non possono evitare di parlare di ciò che più odiano. [159]

Naturalmente non è tanto un vezzo di Elena, quanto una tecnica che Neuman usa per dare spessore alla dimensione filosofica del suo racconto e per aggiungere (molte) altre voci alle tre principali. E curiosamente (curiosamente almeno per me, cui è capitato di leggere fortuitamente questo romanzo a ridosso di Inventario sentimentale) è l’esatto opposto di quello che fa Giacomo Papi, che invece i riferimenti non li dissimula, ma li pone sotto i riflettori. E però sono del tutto inventati.

* * *

Qualche piccolo assaggio, per farvi capire come Neuman sia capace di far parlare le sue tre voci (consueti riferimenti alla posizione Kindle):

A volte ho la sensazione che i medici non ci parlino per farci capire cosa sta succedendo, ma perché impieghiamo ancora di più a capirlo. Nel frattempo, se si è fortunati, si guarisce dalla malattia. E, se non si guarisce, il medico almeno si sarà risparmiato la bega di anticipare gli eventi. [171: questa è Elena]

Il tappeto puzza di sigaretta. Ha dei buchi più grandi dei miei piedi. Ci si potrebbe giocare al minigolf [726: questo è Lito]

Il futuro: non la sua previsione, ma la semplice possibilità che esista. È questo che la malattia uccide, ancor prima di uccidere il malato. [726: questo è Mario]

L’amore non può entrare in noi che siamo disabitate. [948]

«L’immagine che costruisce Mallarmé parla della malattia come rassegnazione a vivere. E per evitare lo sfacelo gli oppone invano la lettura e il sesso». [996]

Quando muore una persona con cui sei andata a letto, cominci a dubitare del suo corpo e del tuo. Il corpo che avevi toccato si allontana dall’ipotesi di un nuovo incontro, diventa inverificabile, forse non è nemmeno esistito. Il tuo corpo stesso perde materialità. [1344]

L’amore fraterno è un legame sconcertante. In un secondo, può trasportarci dal più bieco distacco a una totale identificazione, e viceversa. [1667]

Giacomo Papi – Inventario sentimentale

Papi, Giacomo (2013). Inventario sentimentale. Bari-Roma: Laterza. 2013. ISBN 9788858108505. Pagine 188. 8,99 €

amazon.com

Chi mi conosce nella vita reale oppure è un lettore assiduo od occasionale di questo blog sa, e ha toccato almeno metaforicamente con mano, la mia dabbenaggine. Fin dalle prime pagine e via via in misura crescente al procedere della lettura, mi chiedevo: ma come ho fatto a comprare questo libro? come sono caduto nella trappola dell’acquisto e della lettura di un genere letterario che sta molto in basso nella mia scala (pur onnivora) delle preferenze letterarie? un genere, che a essere sincero, un po’ disprezzo?

Ricordavo, piuttosto vagamente, un consiglio. Un consiglio non personale, piuttosto un articolo che avevo letto. Forse su Facebook un “amico” (sì, inutile sottolinearlo, sono scare quotes)? Un amico in carne e ossa mi sentivo di escluderlo. Più probabilmente una recensione: La Lettura del Corriere? Tuttolibri della Stampa? Poi mi si è accesa la lampadina: Il post! Ma certo! Un articolo su Il Post: Le madeleines di Giacomo Papi, di Giacomo Pai stesso, nella pagina della cultura, proprio il 25 aprile scorso. E d’impulso – perché se metti insieme che stai leggendo sull’iPad e che puoi acquistare l’e-book da Amazon con 1 click, letteralmente, non puoi che acquistare d’impulso – l’ho comprato.

Non l’ho letto immediatamente: avevo altro da fare e altri libri da finire. Quando l’ho finalmente preso in mano non ricordavo più molto bene le circostanze dell’acquisto e comunque il danno era fatto.

Perché Papi, a modo suo, è innocente. Nel suo articolo su Il Post lo dice addirittura già alla sesta riga:

Per tre anni ho scritto su «D di Repubblica» una rubrica intitolata Cose che non vanno più di moda (questo libro nasce così).

Certo, che il libro nasca così è una mezza verità, che potrebbe far pensare a uno sprovveduto (com’io sono e fui) che Papi abbia proceduto a una qualche rielaborazione o riscrittura, a una riorganizzazione dei materiali. Niente di tutto questo. Sono un centinaio di articoletti riprodotti tal quale: il colophon del volume, più onestamente, afferma che «[i] testi qui pubblicati, rivisti e modificati, sono apparsi su D di Repubblica tra il 2010 e il 2012». Il che mi fa pensare, dal momento che in 2 anni ci sono per l’appunto 104 settimane, che il nostro Papi non abbia fatto nessuna scrematura o abbia fatto una cernita quasi plebiscitaria: non si butta niente, come nel maiale.

Il genere è quello dell’elzeviro da terza pagina: cioè quello che, con rarissime eccezioni, mi sento di indicare come al tempo stesso sintomatico e responsabile del declino delle patrie lettere. Con l’aggravante di essere stato scritto per una di quelle riviste patinate che si allegano ai quotidiani per poter vendere pubblicità e i cui testi non pubblicitari spaziano tra l’assoluta irrilevanza e la tossicità.

Va detto a suo parziale merito che Giacomo Papi non è il peggiore, se lo paragoniamo ad esempio a Luca Goldoni che scriveva sul Corriere quando ero ragazzo e che mi irritava come la sabbia nelle brachette del costume da bagno, o alle platitude dell’immancabile e inarrivabile articolo del lunedì di Francesco Alberoni. Ma d’altro canto, leggere di seguito 100 componimenti scritti originariamente per essere letti, o meglio scorsi, a distanza di una settimana l’uno dall’altro non aiuta a gustare il libro. Ache se è prezioso per capire le tecniche narrative dell’autore: la descrizione dell’abitudine o della cosa che non c’è più, una dose di rimpianto un po’ crepuscolare (nel senso letterario, gozzanian-gucciniano, del termine), una spiegazione economico-sociologica sul perché le cose siano cambiate (naturalmente in peggio, come è sempre alla radice di ogni pensiero reazionario), qualche aforisma, e poi …

E poi il piccolo colpo di genio di Giacomo Papi, quello che alla fine lo salva dalla bocciatura senza esame di riparazione.

Poi la citazione, o l’aneddoto, di un personaggio rigorosamente inventato, di cui alla fine del volume si presenta una “bibliografia fantastica.” E, raffinatamente, come quei seduttori che sanno che la bellezza più preziosa è quella che rivela una minuscola imperfezione, accanto al raffinato poeta francese Jean-Pierre-Albert Bitouz e al monaco bizantino Esichio Cerulario, compare [posizione 279 sul Kindle] l’improbabile gesuita tolemaico ferrarese Giovanni Riccioli, che è invece un personaggio storico!

* * *

Alcune citazioni, divertenti se prese a piccole dosi:

Alle cabine telefoniche sono cresciute le ruote e si sono tramutate in automobili. [626]

[…] il dandy di massa […] [772]

L’esorcismo contro l’entropia e il caos si compie attraverso la sostituzione più che con la manutenzione. [826]

Il bello è il ridicolo visto di spalle. [1193]

Il tempo lungo della proprietà lascia spazio alla gioia breve dell’acquisto. [1230]

[…] brasarsi il cervello […] [1401]

Conoscere è un’attività, l’informazione invece si riceve. [1412]

Se ne può ricavare una specie di regola: se le macchine fanno un lavoro da uomini, tendono a comportarsi in modo umano; ma quando gli uomini fanno lavori da macchine, tendono a comportarsi da automi. [1904]

[…] fatichiamo ad accettare che la vita è una sola, non molte. Esistono più desideri di quanti possa contenerne un’esistenza […] [2217]

«Settembre, è l’ultima pesca, l’eterno si sgretola». [2237]

La vanità è una forza che non coincide con la stupidità, però le assomiglia parecchio, perché costituisce sempre un impedimento all’esercizio dell’intelligenza. [2342]

«Dicono che i giovani guardano lontano perché sono nani sulle spalle dei giganti (se fossero i giganti a sedersi sui nani sarebbe peggio)», annota nel 1937 Jules Les Jour in Je n’existe pas. «In verità siamo bruchi che sfottono farfalle, siamo farfalle che sfottono bruchi». [2681]

Le sei tasse più strane del mondo secondo GlobalPost

In un articolo di Katrine Dermody pubblicato il 14 maggio 2013 su Globalpost (Six of the world’s weirdest taxes) e ripreso lo stesso giorno da Salon (6 of the world’s weirdest taxes) le tasse più strane del mondo sono queste:

globalpost.com

  1. La tassa sugli smartphone e i tablet in Francia. In realtà è solo un’ipotesi, allo studio dello staff del presidente Hollande, volta a finanziare la celebrata exception culturelle francese, quella per cui dicono logiciel invece di software.
  2. La tassa sui superalcolici aromatizzati negli Stati Uniti. La tassa è attualmente di 13,50 US$ per proof-gallon (cioè per l’equivalente in alcol puro per unità di volume), ma se il prodotto è aromatizzato (tipo la vodka al lampone), a parità di gradazione gode di una riduzione d’imposta fino al 2,5%. Pare che Obama voglia cancellare questa anomalia.
  3. La tassa sulla barba in Russia. Non adesso, ma ai tempi di Pietro il Grande, che era glabro. Chi voleva portare la barba doveva acquistare dallo Stato, una tantum, una placca con incisa la frase «La barba è un inutile orpello».
  4. La tassa sulle scoregge di mucca nell’Unione Europea. Il metano contenuto nelle flatulenze dei ruminanti è responsabile del 18% dei gas serra a livello globale. Per questo, in molti paesi dell’Unione europea è stata introdotta una tassa sui bovini che varia tra i 18 e i 110 US$ per capo.
  5. La tassa sulla birra in Israele. Recentemente raddoppiata dal primo ministro Benjamin Netanyahu, da 60 cent a 1,20 US$ a bottiglia.
  6. La tassa sulle confezioni di cereali senza giocattoli in Canada. In realtà è il contrario: se le confezioni di cereali contengono un omaggio (purché non sia una bevanda alcolica!) sono esentate dalle tasse abituali. L’intento è quello di incentivare i bambini a fare una colazione sana. Evidentemente i canadesi non hanno la Nutella.

salon.com