Feelin’ Groovy

Per la serie: pensa positivo. E per festeggiare un’agognata laurea.

Qui una versione più antica e intimistica.

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La squadra 8 (17)

Pesanti nubi nere ormai sul futuro della serie. Il trailer annuncia la fine del Commissariato Sant’Andrea: officia il rito funebre una folla di personaggi vecchi e nuovi. Temiamo anche annunciate dipartite drammatiche. Speriamo negli occhi ridenti di Laura e Silla.

Bello l’episodio principale nel mondo della sceneggiata. Peccato che anche Sperandeo (Sciacca) si sia fatto trascinare in una caratterizzazione e in una recitazione sopra le righe. Gli succede un po’ troppo spesso nelle ultime puntate. Peccato davvero, perché è un attore che stimo moltissimo.

I Am a Rock

Canzoni che piacciono solo a me?

A winters day
In a deep and dark december;
I am alone,
Gazing from my window to the streets below
On a freshly fallen silent shroud of snow.
I am a rock,
I am an island.
Ive built walls,
A fortress deep and mighty,
That none may penetrate.
I have no need of friendship; friendship causes pain.
Its laughter and its loving I disdain.
I am a rock,
I am an island.

Dont talk of love,
But Ive heard the words before;
Its sleeping in my memory.
I wont disturb the slumber of feelings that have died.
If I never loved I never would have cried.
I am a rock,
I am an island.

I have my books
And my poetry to protect me;
I am shielded in my armor,
Hiding in my room, safe within my womb.
I touch no one and no one touches me.
I am a rock,
I am an island.

And a rock feels no pain;
And an island never cries.

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Robert Harris – The Ghost

Harris, Robert (2007). The Ghost. London: Hutchinson. 2007.

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Robert Harris (da non confondere con Thomas Harris, quello di Hannibal Lecter, che è americano) è uno di quegli scrittori di cui ho letto praticamente tutto. Perché? Forse, la risposta più naturale che mi viene è: perché scrive “romanzi storici” (scare quotes), perché è inglese, perché si documenta sul serio.

In realtà l’ho incontrato per caso. Perché ha scritto un romanzo, Enigma, su Bletchley Park, e io sono un adoratore di Turing. È bello anche il film (prodotto da Mick Jagger, chi l’avrebbe detto): vedetelo se vi capita. E poi Fatherland, un romanzo di controstoria in cui i nazi hanno vinto… E poi Archangel (il figlio segreto di Stalin). A questo punto, Harris si è buttato inopinatamente sull’antico romano: prima Pompeii, un documentato affresco (potrei fare il recensore di professione): peccato che chi di noi ha avuto la (discutibile) fortuna di fare il classico conoscesse già la cronaca di Plinio. Infine, Imperium, una pallosissima biografia di Cicerone, il meno sexy degli autori latini.

Per fortuna, Ghost torna ai livelli del Robert Harris migliore. Non posso dirvi di più perché è un thriller. Leggetelo, e basta.

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27 novembre 1942 -Jimi Hendrix

Oggi compirebbe 65 anni.

Indimenticabile. Un omaggio.

Consider the Lobster

Wallace, David Foster (2005). Consider the Lobster and Other Essays. London: Abacus. 2005.

Negli Stati Uniti Wallace è considerato un genio. E lo è.

Il suo romanzo più famoso è Infinite Jest, un mastodonte di 1.100 pagine fitte fitte, uscito nel 1996 e da meno di un anno tradotto in italiano. Boris sta ancora lottando con l’edizione originale; per fortuna il romanzo è costruito in capitoletti e sopporta quindi di essere preso e lasciato innumerevoli volte. Quando sarò arrivato al termine delle mie fatiche ve ne renderò conto.

Ho invece letto Everything and More: A Compact History of Infinity, un saggio. Un curioso saggio. Una lunga marcia attraverso 2.500 anni di filosofia e matematica, da Aristotele, attraverso Galileo, Isaac Newton, G.W. Leibniz, Karl Weierstrass e J.W.R. Dedekind, fino a Georg Cantor. Wallace non ci risparmia niente, non scende a compromessi con il rigore, non rinuncia a nessuno dei suoi manierismi. Forse non un modello di divulgazione scientifica da imitare. Ma certamente una lettura affascinante e artisticamente riuscita.

Questo Consider the Lobster è una raccolta di saggi comparsi su vari periodici. Si parla un po’ di tutto, dal porno alla radio, dall’autobiografia di una tennista all’uso dell’inglese. Non tutto è alla stessa altezza, quanto a interesse, e Wallace fa di tutto per non semplificarci la vita, dalle abbreviazioni alle lunghe note a piè di pagina (o ai riquadri dentro la pagina), ma resta una lettura affascinante.

Il saggio più bello è quello sulla lingua inglese, sulle polemiche tra puristi e fautori dell’uso, che richiama la polemica scolastica tra “anomalia” e “analogia”.

Quello che dà il titolo al volume discute, a partire dalla visita a un festival dell’aragosta nel New England, se e quanto l’aragosta soffra nell’essere bollita viva. Io su questo ho una teoria, e non ve la risparmio. Secondo me l’aragosta sente dolore, perché la percezione del dolore avviene soprattutto a livello locale, o comunque decentrato. Ma non soffre, perché per soffrire serve un sistema nervoso centrale e probabilmente un sistema abbastanza complesso da contenere una rappresentazione di sé. Insomma, farei riferimento alla differenza tra percezione e sensazione, proposta in Seeing Red: la sensazione si sarebbe evoluta per prima, da canali locali di stimolo-risposta (“Che cosa mi sta succedendo localmente, qui ora e a me?” – cioè “qualitative, present-tense, transient and subjective”), che sarebbero poi stati “privatizzati” dal cervello, una volta che si sono evoluti i canali percettivi (“Che sta succedendo là fuori nel mondo?” – cioè “quantitative, analytical, permanent, and objective”).

In definitiva, non dovremmo dire “soffro come una bestia” perché il nostro modo di soffrire è tipicamente (ed esclusivamente, a un certo livello) umano.

Boris le aragoste continua a mangiarle, se gliene offrono l’occasione.

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The Gum Thief

Coupland, Douglas (2007). The Gum Thief. London: Bloomsbury. 2007.

Coupland è uno di quegli autori di cui compro e leggo il nuovo libro appena esce (o quantomeno appena esce in paperback). È anche un autore sottovalutato, perché considerato facile: in fin dei conti, i suoi successi più grandi (Generation X, Microserfs e, più recentemente, JPod) sono stati letti, non del tutto immeritatamente, come ritratti generazionali, poco più profondi di una buona sitcom. Ma Coupland, per chi l’ha seguito, non è evidentemente soltanto questo. Al di là della sua grande capacità mimetica (di assorbire il linguaggio, le espressioni, i tic linguistici di una “sotto-popolazione”), Coupland ha il coraggio di affrontare le contraddizioni, le sofferenze, le piccole e grandi felicità dei suoi contemporanei, nonché – anche se questo non convince tutti, e certamente non convince me – una vena che slitta spesso dal moralistico al patetico e al mistico.

In conseguenza di questa complessità e di questa pluralità di corde, Coupland è un autore discontinuo. Ci sono libri convincenti dall’inizio alla fine, altri di cui godi il percorso di lettura ma in cui resti perplesso per il finale, altri del tutto falliti. Tra questi ultimi, nonostante il grande successo di pubblico, va annoverato JPod, il romanzo del 2006, un romanzo che ho trovato molto irritante, a dir poco.

Questa lunga premessa, per dire che The Gum Thief è un capolavoro. C’è il meglio di Coupland: personaggi bizzarri ma prototipali, riflessioni profonde sulla vita l’universo e tutto il resto, humour nero (o grigio scuro), empatia, complessità narrativa. frasi brevi chiare e memorabili (non so come se la siano cavati i traduttori, ma vi suggerirei di provare a leggere l’originale, che, senza essere facilissimo per problemi di gergo, lo è però per struttura delle frasi). Leggetelo e sappiatemi dire.

Coupland si avvia a compiere 46 anni e le domande che si pone Roger Thorpe all’inizio del romanzo ci suonano profondamente vere:

A few years ago it dawned on me that everybody past a certain age – regardless of how they look on the outside – pretty much constantly dreams of being able to escape from their lives. They don’t want to be who they are any more. they want out. […]

Do you want out? Do you often wish you could be somebody, anybody, other than who you are – the you who holds a job and feeds a family – the you who keeps a relatively okay place to live and who still tries to keep your friendships alive? In other words, the you who’s going to remain pretty much the same until the casket? […]

I used the phrase “a certain age”. What I mean by this is the age people are in their heads. It’s usually thirty to thirty-four. Nobody is forty in their head. When it comes to your internal age, chin wattles and relentless liver spots mean nothing (pp.1-2).

Per quanto piccola e banale ci possa sembrare, Coupland ha toccato una verità universale.

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