Levitt-Dubner – Superfreakonomics

Levitt, Steven D. and Stephen J. Dubner (2009). Superfreakonomics: Global Cooling, Patriotic Prostitutes and Why Suicide Bombers Should Buy Life Insurance. London: Allen Lane. 2009. ISBN 9780713999914. Pagine 256. 14.99 £

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Moltissimi anni fa, pochi giorni prima della morte del Grande Timoniere (quindi doveva essere la fine d’agosto o l’inizio di settembre del 1976), in viaggio alla volta della Sardegna con gli zii, ci fermammo a mangiare da quello che all’epoca era il più reputato ristorante di Castiglion della Pescaia. Mi pare si chiamasse Romano (non esiste più da tempo). Ci servì di secondo dei gamberoni, o delle mazzancolle, spettacolari, fritti con una spolverata di pan grattato. Chiedemmo il bis. Il secondo piatto faceva schifo, tanto che accusammo Romano di aver riutilizzato lo stesso olio.

I sequel, nei libri ancor più che nei film e nei ristoranti, sono in genere peggiori dell’originale. Penso che la ragione vada divisa, ma non in parti eguali, tra autore e lettore. Al lettore manca l’effetto sorpresa: sa già quello che si deve aspettare, i punti di forza del modo di scrivere e di argomentare dell’autore li dà per scontati, i punti deboli e le cadute di stile li trova ormai, più che irritanti, insopportabili. Ma le responsabilità principali le ha in genere l’autore che, spinto dal successo del libro precedente, dai diritti che gli intasano il conto bancario e dalle pressioni della casa editrice, ti propina more of the same. E questo more of the same è, magari, qualche cosa che (saggiamente) l’editor aveva espunto dal primo volume, o una compilation frettolosa di articoli pubblicati sui quotidiani sull’onda del successo.

L’unico capitolo che meriti di essere letto, secondo me, è il quinto, “What do Al Gore and Mount Pinatubo have in common?”

* * *

Pochissime citazioni:

And yes, just as your grandmother always told you, practice does make perfect. But not just willy-nilly practice. Mastery arrives through what Ericsson calls “deliberate practice.” This entails more than simply playing a C-minor scale a hundred times or hitting tennis serves until your shoulder pops out of its pocket. Deliberate practice has three key components: setting specific goals; obtaining intermediate feedback; and concentrating as much on technique as on outcome [p. 61]

To build this fast, flexible, muscular, encyclopaedic system, Feied and Smith turned to their old crush:object-oriented programming. They set to work using a new architecture that they called “data-centric” and “data-atomic.” Their system would deconstruct each piece of data from every department and store it in a way that allowed it to interact with any other piece of data, or any other 1 billion pieces. [p. 72]

[…] “Are people really altruistic?” is the wrong kind of question to ask. People aren’t “good” or “bad”. People are people, and they respond to incentives. [p. 125]

To solve this puzzle, Semmelweis became a data detective. [p. 135]

[…] “McNamara is selling safety but Chevrolet is selling cars.” [p. 158]

Indeed, if we hadn’t played with Mother Nature by using ammonium nitrate to raise our crop yields, many readers of this book wouldn’t exist today. (Or they would at least be too busy to read, spending all day scrounging for roots and berries.) [p. 160]

Because cows – as well as sheep and other cud-chewing animals called ruminants –are wicked pollutants. Their exhalation and flatulence and belching and manure emit methane, which by one common measure is twenty-times more potent as a greenhouse gas than the carbon dioxide released by cars (and, by the way, humans).  The world’s ruminants are responsible for about 50 percent more greenhouse gas than the entire transportation system. [p. 167: poco sotto spiega perché il movimento “locavore” peggiora il problema, dal momento che la fase di produzione pesa per l’80% delle emissioni e i piccoli produttori sono molto più inefficienti dei grandi, mentre la fase di trasporto pesa soltanto per l’11%; però, ci spiega Mary Roach in Gulp, gli erbivori non ruttano]

Mary Roach – Gulp: Adventures on the Alimentary Canal

Roach, Mary (2013). Gulp: Adventures on the Alimentary Canal. New York: W. W. Norton. 2013. ISBN 9780393240306. Pagine 353. 10,45 €

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Se avete lo spirito di un bambino – cioè se siete curiosi come scimmie, ma con una forte inclinazione per le spiegazioni scientifiche che non vi permette di accontentarvi delle just-so story, e siete affascinati da tutte le funzioni corporali, soprattutto quelle che gli adulti considerano disgustose – questo libro è per voi. Io, modestamente, ho esattamente quello spirito e sono andato a colpo sicuro.

Se voi, invece, come è statisticamente probabile, siete adulti di quelli che considerano le funzioni corporali disgustose, soprattutto quelle che hanno a che fare con le escrezioni del tubo digerente e trovate che si tratti di argomenti da evitare in una conversazione educata, soprattutto a tavola, questo libro non fa per voi. Vedete, noi – noi bambini curiosi affascinati dalle funzioni corporali – non riusciamo nemmeno a capire il vostro disgusto, e facciamo molta fatica a trattenerci dal raccontarvi cose che noi troviamo interessantissime: per esempio, quella volta che un mio amico ha inghiottito un dente d’oro e poi lo ha recuperato …

Visto? Non lo volete sapere, veramente. E io sono diventato abbastanza educato da non raccontarlo: non sono canuto inutilmente e la mia fronte spaziosa è segnale di intelligenza oltre che di calvizie.

Con Mary Roach sono sicuro che andrei d’accordo subito. Potrei persino farle una corte serrata, se non sapessi che ama talmente il marito da essersi, insieme a lui, sottoposta a una ecografia durante il coito (lo racconta nel suo Godere, pubblicato da Einaudi nel 2008).

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Il libro è scorrevole e divertente, anche se non un assoluto capolavoro. Mary Roach preferisce raccontare i suoi incontri con gli studiosi delle ricerche di cui riferisce, piuttosto che aderire a un approccio divulgativo o meglio di public understanding of science. Questo per me è un difetto, ma per altri potrebbe essere un pregio. per me, tuttavia, questi esercizi, più vicini a un genere letterario che a un sincero tentativo di migliorare la cultura scientifica, divertono ma non entusiasmano. Anche se Mary Roach, per la verità, è convinta di dare (anche) un contributo serio alla diffusione dell’approccio scientifico e naturalistico, e questo lo apprezzo senz’altro:

Make no mistake, good science writing is medicine. It is a cure for ignorance and fallacy. Good science writing peels away the blindness, generates wonder, and brings the open palm to the forehead: ‘Oh! Now I get it!’ [trascrizione di un’intervista radiofonica rilasciata a The Morning News]

Inoltre – per quanto strano questo possa suonare a chi conosce la persona reale che si nasconde dietro Boris Limpopo – trovo un po’ fastidioso che Mary Roach non ci risparmi nessuna freddura, ma che sia disposta a fare un largo giro pur di essere in grado di propinarcene una.

Non ho molto da aggiungere, se non il suggerimento di seguire questa breve intervista che l’autrice ha rilasciato al New York Times:

Vi prego di notare come i tabù alimentari e digestivi siano diversi nelle diverse parti del mondo: qui Mary Roach ne infrange uno statunitense, quello sulla saliva, che da noi non è particolarmente tabù. Ma poi non osa scendere al di sotto dello stomaco, almeno nell’intervista. Nel libro è molto più coraggiosa.

* * *

Le solite citazioni (riferimento alle posizioni Kindle):

The same cultures that eat monkey meat have traditionally drawn the line at apes. [799]

The French Academy of Sciences sprang into inaction, appointing a committee to look into it. [938: “sprang into inaction, appointing a committee”, grande in tutti i contesti]

Crispness and crunch appeal to us because they signal freshness. Old, rotting, mushy produce can make you ill. At the very least, it has lost much of its nutritional vim. So it makes sense that humans evolved a preference for crisp and crunchy foods. [1694]

[…] more like strangulation than suffocation. [2156: interessante distinzione, a proposito di come uccidono i pitoni]

“Cardio-vascular Events at Defecation: Are They Unavoidable?” [3648: un articolo di B. A. Sikarov da raccomandare agli Annals of Improbable Research]

I asked Khoruts what exactly is in the “probiotic” products seen in stores now. “Marketing,” he replied. Microbiologist Gregor Reid, director of the Canadian Research & Development Centre for Probiotics, seconds the sentiment. With one exception, the bacteria (if they even exist) in probiotics are aerobic; culturing, processing, and shipping bacteria in an oxygen-free environment is complicated and costly. Ninety-five percent of these products, Reid told me, “have never been tested in a human and should not be called probiotic.” [4009: la verità sui probiotici]

Periodontically speaking, an affair might be viewed as a form of bacteriotherapy. [4064: sul bacio come forma dolce di trapianto batterico]

Il Signor Bonaventura e il parco avventura

Mi sono chiesto più d’una volta, nelle mie passeggiate mattutine all’Eur, chi sia Carlo Ciocci e quali suoi meriti abbiano indotto il servizio di toponomastica comunale a dedicargli il parco incuneato tra la via Cristoforo Colombo, viale dell’Umanesimo, piazza Pakistan (il Fungo, per capirsi), viale Iran e viale Libano. Una collinetta lunga e stretta, ma non certo piccola, e ricca di alberi d’alto fusto, soprattutto pini marittimi.

Sulla targa, che vedete qui sotto, c’è scritto: Carlo Ciocci, benefattore.

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Una mia prima ricerca mi aveva indotto a credere che si trattasse di Carlo Alberto Ciocci, democristiano di lungo corso e romano, per 4 mandati (1971, 1976, 1981 e 1985) consigliere comunale e per una legislatura (la X, 1987-1992) deputato alla Camera. Nella sua carriera parlamentare si registrano 6 interventi in aula (non so, per la verità, se si debba dire in tal caso soltanto 6 interventi o ben 6 interventi: quali sono i valori registrati per il deputato tipico?): 2 nel 1989, 3 nel 1990, 1 nel 1991, nessuno nel primo e nell’ultimo anno della sua carriera. Tra i suoi interventi, quello che mi ha colpito di più – se escludo un’interrogazione, insieme all’onorevole Silvia Costa, «in merito alla notizia secondo la quale l’amministratore di un condominio ad Asti avrebbe negato la sistemazione di una motocarrozzella nell’androne del palazzo» che testimonia della sua sensibilità ai temi della disabilità – è una veemente difesa del sindaco Pietro Giubilo (uno dei peggiori che Roma abbia mai avuto) e l’orgogliosa vanteria «di essere romano da sette generazioni» in un torrido 31 luglio 1989.

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Carlo Alberto Ciocci sarebbe stato perfetto per la storia che voglio raccontare. Ma le date non tornano: Carlo Alberto Ciocci è nato nel 1932 e morto nel 2007, il nostro misterioso benefattore è nato nel 1903 e morto nel 1974. E non ci aiuta neppure il servizio toponomastica del Comune di Roma (Capitale), che registra la dedica del parco al suo nome (con delibera della Giunta comunale n. 131 del 17 marzo 2004), ma non riporta alcuna notizia su chi fosse il signor Ciocci e su quali buone azioni gli abbiano meritato l’assegnazione di un toponimo e la memoria in qualità di benefattore.

Il parco, come dicevo, è bello. Ma non era ben frequentato, almeno fino a qualche mese fa, perché le strade che lo circondano e le pendici che scendono verso la Colombo sono da anni territorio dei trans (non sono in grado di dire se transessuali o transgender o transché: credetemi, non ho mai avuto voglia o ritenuto opportuno approfondire l’argomento). Di notte, beninteso, perché di giorno qualunque cittadino poteva goderne.

Dalla metà di febbraio sono iniziati dei lavori. Inizialmente soltanto di recinzione, poi (apparentemente) di sistemazione del giardino, poi di costruzione di diverse strutture. Un giorno mi sono fermato a leggere il cartello che era stato affisso dietro nuova recinzione.

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Non sono servite grandi doti da investigatore o da giornalista d’assalto per scoprire qualche cosa. La Verde Verticale snc è un’impresa specializzata nella realizzazione «di parchi avventura e di percorsi acrobatici in altezza», fondata da Alessandro Ruffi (che qui figura anche come direttore del cantiere) e da Paola Freschi. A un primo sguardo hanno un curriculum di tutto rispetto e hanno realizzato parchi avventura un po’ in tutta Italia (anche se, mi pare di capire, non in ambito urbano).

Eurpark, che gestirà il parco, è un’impresa che opera sul mercato e dunque per il profitto. Onestamente, so ben poco di più. Posso dire che la musica che parte non appena ci si connette al sito è fastidiosissima (non ho capito se e come si disattiva e ho dovuto togliere il volume) e, per i miei pur ecumenici gusti, molto brutta. Anche il testo promozionale del parco (da mesi il sito induce a credere che il parco sia già operativo, anche se non lo è) mi pare discutibile. Ma giudicate voi stessi.

Eur Park è un meraviglioso parco avventura che propone divertenti ed emozionanti attrazioni sugli alberi e immerse nella natura, è il parco avventura unico su Roma e fra i parchi a tema più grandi in Italia, con i suoi 9 percorsi garantisce divertimento per bambini, ragazzi ed adulti in totale sicurezza ed immersi in un ambiente incontaminato ed adrenalinico. Cavi, passerelle, reti sospese, carrucole, ponti di tutti i tipi, tunnel, pareti d’arrampicata e molto altro sono solo alcune delle attrazioni che fanno di Eur Park una meta unica ed ambita per trascorrere una giornata fuori dal comune. All’Eur Park tutti possono sentirsi Tarzan, Rambo o un Avatar che si muove agile fra gli alberi. Il grande numero dei percorsi e la variegata tipologia di giochi consente un divertimento sia ai principianti sia ai più temerari. Percorsi ed attrazioni 3 percorsi per bambini, 6 per ragazzi ed adulti, un’area playground per i più piccini, 1 meraviglioso percorso paramiliare a terra che riproduce immerso nel bosco l’addestramento dei marines, 1 parete d’arrampicata di 10 mt con scuola di roccia per mettere alla prova anche le doti dei più atletici. Servizi Per chi non accede ai percorsi, o per i momenti a terra, tanti, tanti servizi: Area Relax, Connessione WiFi ad internet, Area Pic-nic ed un fornitissimo Bar. Sicurezza La sicurezza nell’accedere ai percorsi è garantita da attrezzature professionali da alpinismo e dalla presenza di Istruttori esperti che curano con attenzione, cortesia e simpatia tutta la preparazione, l’istruzione e l’attività sui percorsi. Famiglie, gruppi e molto ancora! Ideale per gite di famiglia o di gruppo, Eur Park propone un’intera giornata di divertimento no limits con la possibilità di testare i vostri limiti in un’attività divertente, sana ed entusiasmante. Per i gruppi organizzati (ospitiamo fino a un massimo di 200 persone) diamo anche la possibilità di provare una delle nostre attività ausiliarie quali una divertentissima gara di orientering (caccia al tesoro naturalistica) ed un istruttivo percorso didattico nel circostante Parco (il più grande di Roma che con quasi 1 ettaro di verde da spazio a tutta la Vs. fantasia). Compleanni Se c’è una cosa che ci riesce bene è regalare a voi e ai vostri cari una festa di compleanno davvero indimenticabile! Massima elasticità e il divertimento assicurato sono il nostro motto. Addii al Celibato/Nubilato Qual’è la più grande avventura della vita? Il matrimonio! E la seconda? Un addio al Celibato o un addio al nubilato all’Eur Park ! Gite scolastiche Oltre 100 scuole all’anno scelgono di fare un’esperienza divertente e formativa nel nostro parco avventura. Il nostro parco fa riscoprire giocando sensazioni che fanno parte di noi e ci mettono alla prova con un divertimento attivo che ci fa superare i nostri limiti e le nostre paure in modo sano ed emozionante. Rendete la vostra gita un successo, organizzatela all’Eur Park in un mix di divertimento, avventura, natura e cultura. Eventi Aziendali e Team Building Costruire e fortificare un team di lavoro non è cosa facile. La fiducia va cementata, le gerarchie vanno per un attimo dimenticate e si deve attuare il difficile passaggio mentale di sapersi divertire con persone con cui normalmente si lavora. Tutto questo è possibile e facilmente realizzabile organizzando un evento aziendale o una giornata di Team Building all’Eur Park. Il nostro parco saprà risvegliare lo spirito di squadra che c’è in voi. Mettervi alla prova in situazioni ludiche ma impegnative implementerà enormemente l’empatia ed i rapporti umani di uno staff di lavoro, aumenterà la cooperazione e creerà legami che trascenderanno la singola giornata e si riverbereranno positivamente sul quotidiano dell’azienda.

La mia tentazione è stata quella di smettere alla seconda o terza riga («parco avventura unico su Roma», «ambiente incontaminato ed adrenalinico»: ambiente adrenalinico? ma che cos’è, un’avventura nel parco delle ghiandole surrenali?). Se avete la stessa tentazione, vi incito a farvi forza e andare avanti. Sarete ricompensati da questa boiata, con tanto di apostrofo a «qual è»:

Qual’è la più grande avventura della vita? Il matrimonio! E la seconda? Un addio al Celibato o un addio al nubilato all’Eur Park!

eurpark.it

OK, si sarà capito ormai che il parco avventura non è il mio tipo di svago. Ma naturalmente ciascuno è libero di trascorre il suo tempo libero come crede. La mia unica obiezione è che una vasta area (quasi un ettaro, per esplicita ammissione dei beneficiari) è ora sottratta al libero utilizzo ricreativo da parte dei cittadini e resa “fruibile” (brutta parola, lo so), sia pure con servizi aggiuntivi, al prezzo di 16€ nei giorni infrasettimanali e 18€ il sabato e la domenica. Responsabilità non di Verde Verticale o di Eurpark, ma di Eur SpA, sul cui sito non sono riuscito a trovare nessuna documentazione sulla privatizzazione di questo parco pubblico.

I quaranta giorni del Mussa Dagh

Il 24 aprile si commemora il genocidio del popola armeno commesso dai turchi.

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Sbagliando s'impera

Werfel, Franz (1933). I quaranta giorni del Mussa Dagh. Milano: Corbaccio. 2007.

Ho comprato questo vecchio romanzo il 27 gennaio, giorno della memoria, per ricordare il genocidio armeno.

Nell’impero ottomano, verso la fine dell’Ottocento, vivevano circa 2 milioni di armeni, in parte nella loro terra d’origine, l’Armenia, e in parte dispersi nel territorio imperiale dove (cristiani tra i musulmani) si occupavano di agricoltura, artigianato e commercio. Preoccupati di una possibile espansione russa nel Caucaso, il governo ottomano del sultano Abdul-Hamid II incoraggiò tra i curdi (che abitavano una parte dell’Armenia) l’odio anti-armeno. L’inevitabile rivolta armena del 1894 fu repressa nel sangue dall’esercito regolare ottomano e dalle milizie irregolari curde. I villaggi armeni furono distrutti e nel pogrom morirono oltre 50.000 armeni.

Nel 1915, temendo di nuovo un’alleanza tra armeni e russi (nella I guerra mondiale turchi e russi erano avversari) il partito dei Giovani turchi al potere giustiziò 300…

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Sesso in chiesa: un precedente illustre

PARENTAL ADVISORY: QUESTO POST NON È ADATTO AI MINORI

Quando giorni fa (martedì scorso, il 16 aprile: ma sembra un’eternità, perché nel frattempo abbiamo assistito al collasso del PD e al contempo della fiducia nella democrazia italiana) ho riportato la storia della coppia di Rosignano colta a copulare in un confessionale del duomo di Cecina (certe cose non si fanno nella propria parrocchia, va da sé: è una questione di buon gusto; e il locale cronista de Il Tirreno ci tiene a farci sapere che non era gente di Cecina, che certe cosacce in chiesa non le fa, o se le fa le va a fare, che ne so, nella pieve di San Pietro in Palazzi o nella parrocchiale di Vada) …

Ma sto divagando. Dicevo: quando giorni fa ho riportato la storia accaduta nel duomo di Cecina, l’ho fatto perché leggendola è risuonato nella mia memoria un ricordo lontano, qualche cosa che avevo letto su Johann Sebastian Bach, sul suo viaggio a Lubecca per ascoltare Dietrich Buxtehude, sulla sua permanenza che era prevista in pochi giorni (nonostante il lungo viaggio a piedi) e si era invece protratta per 4 mesi, in un suo ritorno precipitoso …

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Ricordavo confusamente e in modo impreciso, come accade nel caso di letture ormai remote. Tra le varie fortune che ho avuto nella vita (ho avuto anche la mia buona dose di sfighe e disgrazie, ma non è questa la sede né per bilanci, né per recriminazioni), una è stata quella di poter seguire il ciclo di conferenze su Bach che Giulio Confalonieri tenne alla Piccola Scala di Milano (ne ho già parlato qui, ma non sono riuscito a trovare nulla sul web: qualcuno mi aiuta a ricostruire che anno fosse?). La storia di questo ragazzo poco più che ventenne (l’età di Bach in quell’autunno del 1705; io ne avevo una quindicina, forse) che si fa 400 km a piedi per andare da Arnstadt a Lubecca per ascoltare il grande organista Dietrich Buxtehude suonare quello che allora era forse il migliore e più grande organo al mondo in una favolosa cattedrale di mattoni rossi e che – con un permesso di 4 settimane – ci si ferma 4 mesi è di quelle che restano impresse. Alla narrazione originaria di Confalonieri si erano aggiunte nel tempo altre letture bachiane – dalla monumentale Frau Musika di Alberto Basso al Bach di Piero Buscaroli. Nella mia memoria, il Bach ventenne, arrivato a Lubecca, non soltanto aveva ascoltato Buxtehude, ma l’aveva incontrato, ne era stato allievo in una sorta di master class, si era visto offrire il posto di organista nella Marienkirche (Buxtehude aveva quasi 70 anni) ma a patto che Bach ne sposasse la figlia (più grande del nostro e, s’immagina, non particolarmente attraente, se anche Handel e Mattheson declinarono cortesemente l’affare).

In più ricordavo, vagamente, uno scandalo sessuale: Bach sorpreso dallo stesso Buxtehude insieme a una giovane coetanea sul panchetto dell’organo, intento a un genere d’esercizi diverso dalle scale e dagli accordi. «Ohibò,» avrebbe esclamato il vecchio organista, «sotto la cupola non si copula!» [scusate la licenza, e la citazione di una battuta – mi pare – di Roberto Benigni: la Marienkirche, come potete ben vedere, non ha cupola]

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L’invenzione di una mente lubrica come la mia? Nulla di più probabile (mi conosco abbastanza bene). Eppure …

Eppure, tanto per cominciare, Giulio Confalonieri non era estraneo allo stesso tipo di miscuglio tra sacro e profano, tra crasso ed elevato, tra nobile e popolaresco: e può dunque essere che una battuta nelle sue dotte conferenze l’abbia fatta, marcando a fuoco la memoria di un adolescente metaforicamente brufoloso com’ero all’epoca.

E poi, qualche cosa di non troppo diverso nella biografia di Bach è registrato. Pochi giorni dopo il rientro da Lubecca, il 21 febbraio 1706 il concistoro di Arnstadt chiama Bach a giustificare un’assenza protrattasi ben oltre i termini concordati. Era già il secondo richiamo, dopo un’inchiesta per rissa sfociata in un processo in 4 sedute (5, 14, 19 e 21 agosto 1705) e una severa ammonizione al giovane organista, colpevole di essere venuto alle mani con Johann Heinrich Geyersbach, un collega musicista che Bach aveva insultato pubblicamente chiamandolo Zippelfagottist, “suonatore di fagotto da strapazzo”. Ve ne fu un terzo, l’11 novembre 1706, in cui il concistoro fece osservare a Bach «che recentemente egli ha permesso che una giovane straniera facesse musica con lui nel coro.»

Piero Buscaroli non avanza esplicitamente l’ipotesi che la giovane straniera fosse la cugina di secondo grado Maria Barbara, che Bach avrebbe sposato di lì a poco. Fatto sta, però, che di lì a 20 giorni Bach avrebbe abbandonato l’impiego di Arnstadt per assumere quello di Mühlhausen (a uno stipendio inferiore, cosa decisamente inconsueta per l’oculato Bach). Lì, il 17 ottobre 1707, il nostro finalmente impalmò la cugina, che gli avrebbe dato 7 figli (di cui 3 morti in tenera età.

Lo dico per scrupolo: non si tratta della medesima Barbara Bach che – in epoca più recente – fu una Bond girl e poi sposò Ringo Starr.

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Alberto Basso non ha dubbi e ci ricama un po’ di più:

La «giovane straniera» era la cugina Maria Barbara: undici mesi dopo, la coppia protagonista dello scandaloso episodio – solo agli uomini e alle voci bianche competeva il servizio musicale nel tempio – si sarebbe unita in matrimonio. È verosimile che già da qualche tempo, forse un anno o due, Bach conoscesse la cugina sua coetanea (Maria Barbara era nata a Gehren il 20 ottobre 1684); e quella conoscenza, destinata a dare un primo saldo volto al mondo degli affetti bachiani, si era formata non occasionalmente e non superficialmente nella dimora del borgomastro di Arnstadt, Martin Feldhaus, nella cui abitazione Bach aveva preso alloggio. Maria Barbara […] doveva aver trovato nella casa del borgomastro di Arnstadt un tetto famigliare e ospitale: Feldhaus […] aveva sposato una Margarethe Wedermann, sorella della madre di Maria Barbara. Il grande passo verso la soluzione nuziale fu reso facile, forse scontato, da una coabitazione che gli offrì i mezzi più certi per valutare, attraverso i gesti e le reazioni, il pensiero e le parole, i gusti e le inclinazioni, gli atteggiamenti assunti dalla cugina davanti al vivere quotidiano.
[…] La tensione, dopo l’incivile eppur legittimo rimprovero che gli si muoveva a causa della cugina, dovette giungere a livelli insostenibili. [Basso 1979, Frau Musika, I, pp. 256-257]

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Ma chi elabora l’episodio fino a farne uno dei 10 racconti ispirati alla vita di Bach che costituiscono il suo Bravo, Sebastian è il fisico-letterato Andrea Frova. Fingendo di utilizzare come fonte le memorie di un improbabile discendente del maestro di Eisenach, Franz Ottokar Bach (recensendo il libro trovato su un banchetto, Susanna Schwarz racconta di aver chiesto all’autore se Franz Ottokar Bach fosse realmente esistito e di averne ricevuto risposta recisamente negativa), Frova trasforma l’episodio in un tour de force dell’ars amandi di un focoso Sebastian, descritto con tutti i canoni e le convenzioni della letteratura erotica.

Come gli amanti di Cecina (verosimilmente ignari di tanto illustre precedente) anche Sebastian e la cugina vengono sorpresi, ma fortunatamente non interrotti, dall’autorità costituita.

Sebastian guardava sua cugina Barbara distesa sui soffici cuscini rosso porpora del coro. Era pallida, gli occhi chiusi, le gote irrorate di lacrime. Ve l’aveva adagiata delicatamente, dopo averla tenuta abbracciata – svenuta così come appariva – per qualche minuto. Da quando si erano trovati soli nella sagrestia, Sebastian aveva avvertito una pressione crescente nella zona del basso ventre, che si irradiava su ambo i lati e gli imponeva il desiderio di uno sfogo liberatorio. Era certo stato sotto la spinta di questa carica fisiologica – rifletté Sebastian – che verso la fine del suo racconto si era lasciato trasportare dalla foga dell’improvvisazione. Era andato ben al di là di quanto si fosse mai prospettato! Però ne aveva tratto un gusto profondo, simile – benché più asciutto e concreto – alla frenesia gioiosa che gli provocavano le acrobazie virtuosistiche sulle tastiere dell’organo. Ma ora, non era il caso di negarlo, provava una certa apprensione.
Maria Barbara era sempre immobile, ma le sue guance andavano riprendendo il naturale colorito. – Com’è bella – mormorò Sebastian a fior di labbra, provando un’intensa attrazione fisica. Si rassicurò notando che Joachim non aveva ancora smesso di suonare. – Sarebbe un guaio se anche lui decidesse di venire ad ammirare le bellezze del coro – ragionò. Un pensiero l’assalì: – Ti sei cacciato in una situazione difficile, caro Johann Sebastian, illustre organista della Neue Kirche! Ma perché hai voluto ingrandire il senso di questo rapporto? –. Ripeté, questa volta ad alta voce: – Adorabile creatura, come sei bella!
Fissò per lunghi istanti il corpo interamente abbandonato di Barbara. Le carezzò con un gesto morbido una guancia e la piccola bocca carnosa. Le passò una mano sui capelli corvini, che le attraversavano il mento e si mescolavano sul collo. Notò che il volto di lei aveva assunto un aspetto sereno che ricordava quello degli angeli in certe pitture italiane. – Mia piccola deliziosa Barbara! – Esclamò. Le ripassò le dita sulle labbra, che risposero con una minuscola contrazione. La guardò di nuovo, poi si chinò su di lei, così vicino. da percepirne il fiato.
Fu allora che la mano di Sebastian si mosse. Si mosse quasi da sola. Con un gesto veloce raggiunse il corsetto di Maria Barbara, e prese a slacciare cautamente il nastro che lo stringeva. Quando il corsetto fu libero, lo divaricò in modo da mettere a nudo, una dopo l’altra, le piccole mammelle. L’armonia delle curve, l’equilibrio delle proporzioni, l’esatta simmetria, erano all’altezza dei violini più belli. Erano solide come acini d’uva e pulsavano con il ritmo del respiro, spingendo su e giù i capezzoli rosa, vellutati e appena turgidi, come per segnare il tempo di una musica silenziosa. Egli iniziò a carezzarle con il palmo delle mani, leggero leggero, e subito sentì la sua parte virile impennarsi in uno strappo deciso.
Sebastian non si era accorto che Barbara aveva avuto un fremito, ma vide molto bene il momento in cui la cugina aprì gli occhi. Guardava lontano, oltre il volto di Sebastian, come se egli non fosse presente. Spalancò le braccia e lo tirò sopra di sé, stringendolo con tutta la sua forza e lasciandosi andare a un pianto sommesso. Il bacio fremente che Sebastian le impresse sulla bocca aveva assai poco del garbo che egli aveva sempre usato nei riguardi di Maria Barbara.
– Ma come sono potuto giungere a tanto? – non aveva potuto fare a meno di chiedersi un istante più tardi. – Che azione indegna! Nella casa del Signore! Ma lei, in nome del cielo … lei … perché non mi ferma, perché mi ha seguito fino a questo punto?
Le stava sopra con tutto il peso, togliendole il fiato con i suoi movimenti convulsi, baciandole il volto, le spalle, il seno, toccandole freneticamente le altre parti del corpo. Sebastian non aveva mai raggiunto, con una donna, un simile grado di intimità fisica. E nondimeno, dopo l’ultima timorosa esitazione, aveva messo al bando ogni pensiero, agendo come se seguisse un percorso conosciuto da sempre. Con un gesto improvviso, aveva sollevato la massa voluminosa della gonna e con la mano andava carezzando la stoffa umida e calda sopra l’incavo delle cosce. Attraverso il fine tessuto, egli provava sensazioni del tutto nuove. I suoi polpastrelli, abituati a scorrere sul rigido avorio delle tastiere, percepivano ora i rilievi molli e cedevoli della carne di Barbara. Ella appariva docile, sotto le mani di Sebastian, come se non avesse scelta. Però, quando egli cercava di vederla in viso, affondava il mento nel collo di lui e gli si stringeva addosso ancor più tenacemente.
Sebastian si rese conto che la parrucca, intrisa di sudore, gli era di grosso impiccio. Risolse di strapparsela di dosso e la fece volare al di là del leggio. Cadde proprio davanti all’organo da cappella e rimase a terra sparpagliata. Poi, con una mossa energica, afferrò presso l’ombelico le brache leggere che vestivano Barbara dalla vita in giù e le tirò verso il basso. L’indumento scese per un tratto, poi si squarciò di netto. Sebastian finì per lacerarlo del tutto, scaraventando la parte che gli era rimasta in mano nella stessa direzione della parrucca.
Il forte odore femminile che d’improvviso era giunto alle sue narici, aveva avuto l’effetto di eccitarlo ancor più, infondendogli una sorta di ebbrezza sulla quale aveva scarso controllo. Le sue dita furono attratte nella nicchia calda e umida, lasciata senza difesa. Egli le fece ondeggiare a lungo, usando la stessa delicata pressione con cui avrebbe fatto trillare le corde del violoncello. Come un violoncello, Maria Barbara vibrava in tutta la persona. Ansimava, emettendo di quando in quando dei suoni soffocati, e si avvinghiava convulsamente al collo di Sebastian, fino a fargli male. Egli sentiva che il fondo del ventre era divenuto esplosivo e lo tirava verso il basso. Quando Barbara raggiunse il delirio, Sebastian si scoprì. Spinse con decisione, ma senza vera violenza. Ella fece un solo piccolo grido: – Mio Dio! – Sebastian era penetrato tra i lembi vivi di lei quasi all’istante.
La sensazione di subitaneo calore che aveva avvertito lo aveva spinto vicino alla soglia dell’orgasmo. Ciò lo fece tornare alla realtà: si impose di restare immobile e di prendere qualche istante per assaporare l’emozione che provava.
–  L’avrei mai creduto possibile? Barbara … mia … Barbara … e tra noi si è sempre parlato soltanto di musica, di arte, di nobili sentimenti di amicizia e di stima! Eppure tutto è stato così naturale, come se lo avessimo atteso da sempre! –. Un pensiero lo colse: – Ma lei, lei cosa prova? Saprà affrontare il domani o mi disprezzerà?
Quando prese a muoversi su e giù ritmicamente, fu subito in preda al piacere e ciò ebbe l’effetto di spazzare via d’un colpo i suoi pensieri. Si strinse a lei, e lei a lui, mentre il loro movimento diveniva sempre più sfrenato. Le loro bocche impazzite si cercavano, i loro capelli intrisi di sudore si confondevano. La musica nella cattedrale, che per qualche tempo aveva accompagnato sordamente la danza dei loro corpi, era ora cessata, senza che essi se ne fossero accorti. Sebastian avvertiva soltanto, e molto confusamente, che i muri della sagrestia facevano eco ai rumori scomposti del loro ardore.
Al momento dell’orgasmo, sembrò a Sebastian che il mondo si disperdesse, e tutta la sua attenzione si focalizzò nel punto dove lui e Barbara erano congiunti. Le spinte di lei raggiunsero un’intensità così alta, che Sebastian si sentì sollevato di peso, quasi che sua cugina avesse d’improvviso scoperto forze sconosciute al suo esile corpo di fanciulla. Gridarono entrambi, senza ritegno, e infine si arresero, abbandonandosi l’uno sull’altra, madidi di sudore, senza più energie.
Passarono lunghi minuti in un totale silenzio, senza che i due cugini rientrassero nella realtà. D’un tratto Sebastian udì un rumore secco, come d’una porta che sbatteva. Si alzò di scatto e volse lo sguardo verso l’ingresso della sagrestia: immobile, eretto in una posa minacciosa, li fissava il sovrintendente della Neue Kirche, con accanto il vice-diacono e poco più indietro il nipote Joachim Nepomuk, rosso in volto fino alla base della parrucca. Anche Maria Barbara si era rimessa in piedi e si affrettava in qualche modo a ricomporre la veste disastrata. Sebastian afferrò un cuscino e le coperse il petto. La guardò: si sbagliava, o negli occhi sbarrati di lei, tra i segni della costernazione, aveva visto balenare un guizzo luminoso? [Frova 1989, Bravo, Sebastian, pp. 54-58]
Mi spiace, caro Frova, ma non ti è venuto benissimo. Le scene erotiche sono difficilissime. E qui, oltre ai luoghi comuni del genere (la stoffa umida e calda sopra l’incavo delle cosce, il forte odore femminile, nicchia calda e umida lasciata senza difesa, penetrato tra i lembi vivi di lei, prese a muoversi su e giù ritmicamente, le loro bocche impazzite, la danza dei loro corpi, madidi di sudore senza più energie, …) c’è l’effetto inesorabilmente comico delle metafore musicali che Frova ci ha voluto intercalare: i seni di Maria Barbara sono “all’altezza dei violini più belli” e pulsano “con il ritmo del respiro, […] come per segnare il tempo di una musica silenziosa”; dal canto loro, i polpastrelli di Bach, “abituati a scorrere sul rigido avorio delle tastiere, percepivano ora i rilievi molli e cedevoli della carne di Barbara”; il nostro, avvedutosi che Barbara non è d’avorio, cambia tecnica e strumento, ” usando la stessa delicata pressione con cui avrebbe fatto trillare le corde del violoncello” e Barbara prontamente risponde “come un violoncello”, vibrando “in tutta la persona”. Per fortuna, dopo aver citato l’organo da cappella, ai piedi del quale si accumulano parrucche sudaticce e brachette strappate, hai resistito alla tentazione della cappella dell’organo. Io, come vedi, non ci sono riuscito.

Corsi di preparazione al matrimonio?

Da Il Tirreno, 15 aprile 2013 (Sorpresi a fare sesso nel confessionale – Cronaca – il Tirreno)

Sorpresi a fare sesso nel confessionale

All’arrivo dei carabinieri in duomo hanno reagito, ne è nato un parapiglia ed entrambi sono stati arrestati

CECINA. Hanno scelto un posto decisamente insolito per fare sesso: il confessionale del duomo. E quando sono arrivati i carabinieri hanno reagito con violenza. Lei è fuggita seminuda sulla strada, lui è rimasto in chiesa a fronteggiare i militari. Alla fine sono stati arrestati tutti e due per resistenza e lesioni a pubblico ufficiale, oltre che denunciati per atti osceni. Si tratta di due giovani rosignanesi e l’episodio è avvenuto nel pomeriggio a Cecina.

Il duomo di Cecina / iltirreno.gelocal.it

Catoblepa

Ieri l’Italia si è svegliata con sulle labbra una parola nuova, catoblèpa. Un animale fantastico africano – secondo la Storia naturale di Plinio il Vecchio – dalle forme indefinite, ma con 2 caratteristiche note:

  1. il suo sguardo è mortale
  2. e tuttavia la probabilità di esserne uccisi è bassa, perché la pesantezza della testa lo costringe a tenere sempre lo sguardo volto a terra.

wikimedia.org/wikipedia/commons

Claudio Eliano, tornando sull’argomento nella sua opera Sulla natura degli animali, lo identifica praticamente con lo gnu. Il suo sguardo non è più mortale, ma in compenso uccide con un rutto o una fiatata letale, perché si nutre di erbe velenose.

wikimedia.org/wikipedia/commons

Mi fermo qui, perché tanto sul significato della parola e sul lemma del Vocabolario Treccani si sono dilungati a sufficienza i quotidiani.

Il motivo dell’improvvisa popolarità di un vocabolo per il resto piuttosto oscuro è l’uso che ne fa Fabrizio Barca nella sua “memoria politica” (Un partito nuovo per un buon governo, Memoria politica dopo 16 mesi di governo), con riferimento però a Raffaele Mattioli e non a Plinio il Vecchio.

E tutti a dargli addosso, a Fabrizio Barca: perché usa una parola difficile, perché scende in campo o sale in politica non con un videospot, con o senza calza a nascondere le rughe, o con 8 punti di 149 caratteri l’uno, ma con un documento di 55 pagine, con ragionamenti a volte complessi e addirittura qualche riferimento bibliografico. Tutti a dargli addosso e tutti a proporre bignamini del barca-pensiero [uno per tutti: Il documento di Barca, corto. Le 55 pagine presentate oggi dal ministro uscente riassunte in 8 punti e un haiku, per chi non ha tempo (e cosa c’entra il catoblepa), di Gianni Zagni su ilpost del 12 aprile 2013].

Fabrizio Barca non ha certo bisogno di essere difeso da me. Ma se i suoi improvvisati biografi si fossero presi la briga di consultarne la biografia – niente di più arduo che googlarne la biografia sul sito del Governo o la voce di Wikipedia – avrebbero scoperto che, prima di prendere il master in economia a Cambridge, si è laureato in statistica alla Sapienza di Roma.

Mi piace immaginare che questo passaggio formativo nella sua biografia abbia lasciato un segno nel modo di pensare di Fabrizio Barca. Perché, se io dovessi provare a riassumere in poche parole l’essenza della statistica come scienza dell’informazione, direi che è la scienza di semplificare fenomeni complessi conservandone gli aspetti rilevanti, al costo di una perdita d’informazione e dell’introduzione consapevole di errori, in un processo controllato. Insomma, quello che viene spesso espresso in una citazione falsamente attribuita ad Albert Einstein:

Everything should be made as simple as possible, but no simpler.

In realtà la cosa più vicina a questo che Einstein abbia mai scritto la riporto qui sotto, ma anche la forma apocrifa è corretta ed efficace, e va bene anche se non l’ha scritta un grande scienziato ma – putacaso – un bravo giornalista come Donato Speroni.

It can scarcely be denied that the supreme goal of all theory is to make the irreducible basic elements as simple and as few as possible without having to surrender the adequate representation of a single datum of experience. [Albert Einstein, “On the Method of Theoretical Physics” The Herbert Spencer Lecture, delivered at Oxford (10 June 1933); also published in Philosophy of Science, Vol. 1, No. 2 (April 1934), pp. 163-169., p. 165]

Insomma, se il ragionamento politico di Barca aveva bisogno di 55 pagine di considerazioni anche difficili, ha fatto bene a non farsi condizionare dalle mode dei cinguettii e degli slogan. Se poi sono d’accordo con lui, lo dirò solo dopo averle lette, e non frettolosamente, quelle 55 pagine, che meritano comunque rispetto e non giudizi sommari (e somari).

Ma abbassiamo i toni, come si suol dire. Ricordiamo piuttosto che il catoblepa compare anche in una canzone di EELST del 1992, Supergiovane (e questo l’hanno scritto in molti) e in una storia del grande Don Rosa.

Scatta Supergiovane e derapa soccorrendo il Catopel il Canopeta il Capotel il Catop Catoblepa Catoblepa. Supergiovane derapa soccorrendo il Catoblepa, che purtroppo sta tirando le cuoia. “Addio Supergiovane. Per me ormai è finita” “No!” “L’analcolico moro è entrato in circolo” “Non dire così amico catoblepa. Ecco, prendi questo!” “No, ma… cosa…?” “Ah” “Ah” “Sss” “Ah h h ” “Ah… Catoblepa?! Catoblepa. No. Assassini. No. Governo bastardo.”

Catoblepa catoblepa, io ti dono le mie Tepa per il viaggio che conduce all’aldilà. Catoblepa, catoblepa, catoblepa, catoblepa. Catoblepa, tu mio amico morto, io vendicherotti, tu. E Supergiovane dà fuoco a uno spinello col quale affumica il governo, che, all’istante, passa all’uso di eroina e muore pieno di overdose.

La storia di Don Rosa (da molti considerato l’erede di Carl Barks) compare sul n. 96/1997 di Zio Paperone con il titolo “Paperino e il serraglio mitologico” (l’originale era comparso su Walt Disney’s Comics and stories n. 523 del 1990 con il titolo “Donald Duck. Mythological Managery”). Zio Paperino, per dimostrare la sua (presunta) superiorità sulle Giovani Marmotte, costruisce animali fantastici addobbando di trovarobato posticcio gli animali della fattoria di Nonna Papera, ma Qui Quo e Qua sono comunque più bravi di lui. L’immagine che presento è una scansione della mia copia del giornalino e spero che tanto basti a convincere gli agguerriti legali della WD della mia buona fede.

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Nello stesso numero di Zio Paperone trovo anche un articolo di Luca Boschi (“Fra mito e realtà”) in cui si cita come possibile fonte il Manuale di zoologia fantastica di Jorge Luis Borges e Marguerita Guerrero (tradotto per Einaudi dal grande Franco Lucentini):

Plinio (VIII, 32) narra che ai confini dell’Etiopia, non lontano dalle fonti del Nilo, abita il catoblepa, «fiera di media statura e andatura pigra. La testa è di peso considerevole, e l’animale fa molta fatica a portarla; la tiene sempre chinata a terra. Se non fosse per questa circostanza, il catoblepa annienterebbe il genere umano, perché qualunque uomo gli vede gli occhi, cade morto».
Catoblepas, in greco, vuol dire «che guarda in basso ». Cuvier stimò che fosse stato ispirato agli antichi dallo gnu (contaminato col basilisco e con le gorgoni). In una delle ultime pagine della Tentazione di Sant’Antonio [di Gustave Flaubert; nota mia] si legge:
Il catoblepa (bufalo nero, con una testa di maiale che gli ciondola fino a terra, attaccata com’è alle spalle mediante un collo sottile, lungo e floscio come un budello vuoto. Sta appiattato nel fango, le zampe appena visibili sotto la gran criniera di peli duri che gli copre il muso):
– Grosso, melanconico, fosco, me ne sto sempre così: a sentire sotto il ventre il tepore del fango. Ho la testa così pesante che m’è impossibile tenerla alzata. La muovo lentamente attorno, e, a mascelle socchiuse, strappo con la lingua le erbe velenose inumidite dal mio fiato. Una volta, mi sono divorato le zampe senza accorgermene.
– Nessuno, Antonio, m’ha visto mai gli occhi; o chi li ha visti è morto. Se alzassi le palpebre, queste mie palpebre rosate e gonfie, tu moriresti all’istante.