Empirico [2]

Secondo il Vocabolario Treccani:

  1. Nel linguaggio filosofico, di ciò che appartiene all’esperienza, opposto a innato, razionale, sistematico, puro. In particolare:
    a.
    In antitesi a razionale, che si riferisce alla metodologia di alcune scienze (per es. la fisica), le quali esigono il concorso attuale dell’esperienza (in questo senso è sinonimo di sperimentale).
    b.
    Nella filosofia kantiana, in antitesi a puro, di ciò che nel complesso della conoscenza non deriva allo spirito dalle sue stesse forme, ma perviene ad esso dal di fuori (in questo senso è sinonimo di a posteriori).
    c. In contrapposizione a sistematico, che risulta immediatamente dall’esperienza e non si deduce da altra legge o proprietà conosciuta: criterî empirici; norme empiriche; spiegazioni empiriche; con significato peggiorativo, che è il risultato di osservazione superficiale, priva di principî e norme metodiche: metodo empirico; medicina empirica; medico empirico (in questo senso anche sostantivo maschile: si è fatto curare da un empirico); rimedî empirici, tratti dalla comune esperienza, non scientifici.
  2. In botanica, diagramma empirico, la rappresentazione grafica di un fiore costruita in base a quanto si osserva effettivamente (in contrapposizione a diagramma teorico).
  3. In fisica, detto di relazione o legge descrivente un certo fenomeno, la quale derivi dall’esperienza diretta e, almeno inizialmente, non trovi esatta giustificazione nell’ambito di una teoria generale del fenomeno in questione. Grandezze empiriche, grandezze il cui valore e le cui relazioni con altre grandezze non possono essere valutate altrimenti che con l’esperienza.
  4. Nella tecnica, formule empiriche, le relazioni dedotte dall’esperienza con le quali si riesce a dimensionare con una certa approssimazione elementi strutturali di cui risulterebbe difficile, se non impossibile, il calcolo esatto.
  5. In chimica, formula empirica, sinonimo meno comune di formula bruta.

Insomma, anche dal brevissimo excursus che un vocabolario può consentire si comprende che il termine empirico non ha sempre avuto la connotazione positiva che tendiamo ad attribuirgli ora. Ma questo lo dico per inciso, e del resto ne avevmo già parlato in un altro post.

Ci torno su perché vorrei diffondermi di più sugli strani percorsi e detour (sugli strani viaggi, come vedremo) che ci consente l’etimologia. La derivazione immediata è abbastanza lineare e comune a molte parole della nostra lingua: da latino dal empirĭcus, a sua volta ripreso dal greco ἐμπειρικός, che è l’aggettivo derivato dal sostantivo ἐμπειρία , “esperienza”. Qui le cose si fanno appena più interessanti, perché ἐμπειρία è una parola composta da ἐν, ἦν (“in, all’interno”) e πεῖρα (“prova”): come a dire che con l’esperienza siamo posti in grado di saggiare la realtà all’interno, dall’interno. La radice proto-indoeuropea di πεῖρα è  apparentata con significati che ruotano intorno a “tentare, rischiare” e ci ha dato parole come perito e perizia, esperto ed esperire, sperimentare, pratico, prova. Fin qui tutto bene, siamo pur sempre nel medesimo ambito semantico. Ma poi, anche in italiano, ci ha dato anche pericolo, e persino pirata. In inglese abbiamo fear (paura, strettamente collegata al pericolo, quindi) e in tedesco fahren (viaggiare). Viaggiare era e resta un’attività pericolosa, ma consente di accumulare esperienza: e il cerchio si chiude.

Da Psycho di Alfred Hitchcock

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Gli anziani e i giovani

Mentre scrivo non so se la contestata norma che cancella il cosiddetto “riscatto” degli anni di laurea (e di naja) ai fini del computo dell’anzianità lavorativa è ancora viva o se sia stata soffocata nella culla, a fronte dell’ondata di proteste che ne hanno accompagnato l’annuncio.

Ho notato però che la maggior parte dei commenti (cito tra i tanti che ho letto quello dello Scorfano ) si concentrano sul torto (proprio nel senso di contrario del diritto, e di tradimento di un’obbligazione presa) subito da chi la laurea (e/o la naja) l’aveva “riscattata” pagando il riscatto di tasca propria, e ora si vede costretta a lavorare più anni per raggiungere l’anzianità che permette di andare in pensione. E semmai si parla dei giovani, come fa anche lo Scorfano, è per sottolineare il danno che anch’essi subiranno in termini di protrarsi dell’attesa che si rendano disponibili le posizioni aperte dal turnover per pensionamento.

Non mi sembra invece di aver trovato un’altra considerazione. La norma che ci si accinge ad abrogare costitutiva un incentivo al proseguimento degli studi e al completamento dell’istruzione terziaria (come si chiama l’insieme delle variegate prospettive universitarie). Un incentivo tutto sommato sano, che svuotava di significato economico l’alternativa per il giovane al termine dell’istruzione secondaria (sì, lo so, in un mercato del lavoro funzionante e il nostro è oggi ben lontano da essere così) tra iniziare a lavorare sùbito, accumulando anni di anzianità lavorativa ma senza arricchire il proprio capitale umano, e proseguire gli studi nell’istruzione terziaria, accumulando capitale umano al costo degli anni d’anzianità. La norma sul “riscatto” annullava questo costo (in modo virtuoso, cioè facendo riferimento alla durata standard dei costi, e quindi incentivando a restare “in corso”).

Un incentivo che andava nella direzione giusta, perché uno dei problemi dell’Italia è la bassa quota persone che hanno un titolo d’istruzione terziaria. L’obiettivo dell’Unione europea per il 2020 è che abbiano un titolo terziario il 40% delle persone tra i 30 e i 34 anni. L’Istat ha fatto il punto della situazione nel suo Rapporto annuale presentato lo scorso maggio (io cito dalla Sintesi letta dal presidente Giovannini in Parlamento, ma potete trovare il testo completo qui).

Nel 2009 più di un terzo dei paesi dell’Unione europea aveva già raggiunto la quota del 40 per cento di 30-34enni in possesso di un’istruzione terziaria: l’Italia presenta, invece, un valore molto basso di questo indicatore (19,8 per cento nel 2010), collocandosi al quart’ultimo posto nella graduatoria europea. Il livello attuale dista più di 12 punti percentuali dalla media dell’Ue.

Grazie all’introduzione dei nuovi cicli universitari, negli ultimi anni la quota di laureati mostra per l’Italia una contenuta crescita (meno di cinque punti in sei anni), ma questo non ha chiuso né il forte divario territoriale esistente a sfavore del Mezzogiorno, né quello di genere, questa volta a favore delle donne, per le quali l’indicatore è più elevato di circa nove punti rispetto a quello calcolato per gli uomini (24,2 per cento contro 15,5 per cento nel 2010). Peraltro, le tendenze più recenti indicano un affievolimento sia della domanda potenziale di istruzione terziaria, con un calo dei diplomati tra i 19enni, sia di quella effettiva, con una continua riduzione, dopo il picco nel 2002/2003, delle immatricolazioni universitarie rispetto alla popolazione dei diplomati.

Scusate se l’ho fatta lunga, ma adesso dovrebbe essere chiaro che l’abrogazione del “riscatto” – oltre a danneggiare gli “anziani” prossimi a ritirarsi dal lavoro e i “giovani” in attesa di occupare il loro posto – introduce un ostacolo al conseguimento degli obiettivi europei (a parole condivisi e accettati dal nostro Governo) e contribuisce a peggiorare una situazione già critica. È di fatto un incentivo a non proseguire gli studi.

Gli economisti hanno versato fiumi di inchiostro sulla possibilità che gli incentivi generino effetti perversi e indesiderati, e hanno sviluppato tutta una terminologia appropriata. Noi persone comuni che parliamo la lingua della strada diciamo semplicemente: Complimenti, bella stronzata!

Due canzoni, Venderò e Lilac Wine

Due canzoni, una per ridarmi il coraggio di ritrovare la mia dignità, l’altra per coltivare la mia tristezza di questi giorni.

La prima, Venderò, è stata scritta da Eugenio Bennato per il fratello Edoardo, che ce la canta e ce la suona. La frase-chiave, per i miei umori del momento, è:

Ogni cosa ha il suo prezzo
ma nessuno saprà
quanto costa la mia libertà

[youtube:http://www.youtube.com/watch?v=Ckfk5qoxk80%5D

La seconda, Lilac Wine, ha una storia un po’ più lunga e complicata. Scritta nel 1950 da James Shelton per un musical passato nel dimenticatoio, ha avuto molte e prestigiose cover: da Eartha Kitt a Judy Henske , da Nina Simone a Elkie Brooks, a Jeff Beck con Imelda May. La versione che sentite qui è quella di Jeff Buckley, di sfondo a una scena drammatica (qualcosa compare nel video qui sotto) del bel film francese Non dirlo a nessuno (Ne le dis a personne).

Aggiornamento (11 settembre 2012): la versione che avevo postato più d’un anno fa non è più disponibile. Questa, sempre Jeff Buckley, è senza immagini.

[youtube:http://www.youtube.com/watch?v=8K6BSqi9F5A%5D

I lost myself on a cool damp night
I gave myself in that misty light
Was hypnotized by a strange delight
Under a lilac tree
I made wine from the lilac tree
Put my heart in its recipe
It makes me see what I want to see
and be what I want to be
When I think more than I want to think
I do things I never should do
I drink much more than I ought to drink
Because it brings me back you…

Lilac wine is sweet and heady, like my love
Lilac wine, I feel unsteady, like my love
Listen to me… I cannot see clearly
Isn’t that she coming to me nearly here?
Lilac wine is sweet and heady, where’s my love?
Lilac wine, I feel unsteady, where’s my love?
Listen to me, why is everything so hazy?
Isn’t that she, or am I just going crazy, dear?
Lilac Wine, I feel unready for my love,
feel unready for my love.

Salami in gara a Quistello – un aggiornamento

Molti si staranno chiedendo chi ha poi vinto la gara dei salami e se il ministro Maroni si è poi presentato per presidere la giuria, ma sono troppo pigri per andare a consultare il sito de La Gazzetta di Mantova.

Ghe pensi mi!

L’ambito premio (un maialino da latte la cui sorte si ignora, ma non è difficile da immaginare) è andato a Celso Maretti di Quistello.

Maroni non si è visto (poi l’abbiamo visto in tv a un dibattito della Berghemfest con Calderoli e Alfano), ed è stato sostituito dal compagno di partito Gianni Fava (evitate, per favore, battute a doppio senso troppo facili e poco eleganti).

In compenso si è rivisto, in giuria, il parroco don Roberto Buzzola, che l’anno scorso non si era presentato in segno di protesta per la partecipazione di Antonella Del Lago. Evidentemente, la presenza di un leghista gli dà meno problemi di coscienza di quella di una pornostar.

Dante e la carta igienica

Guardo la televisione molto di rado. Ma – come ho scritto in un post di alcuni giorni fa – sono bloccato nel cuore della pianura padana con temperature che superano stabilmente i 35 °C dalle 10 di mattina alle 7 di sera. Vacanze intelligenti. La mia anziana mamma guarda almeno 3-4 telegiornali al giorno e in genere le faccio compagnia. Sono qui per questo, in realtà, per stare un po’ con lei, dato che abitualmente viviamo in città diverse. Insieme ai telegiornali mi tocca guardare la pubblicità che li precede e li segue (ignoravo che ci fosse questo trucchetto: il presentatore o la presentatrice dice “adesso interrompiamo per qualche minuto di pubblicità, poi ci rivediamo per un aggiornamento sulle ultime notizie”; dopo gli spot torna e dice “non ci sono aggirnamenti, l’appuntamento è per la prossima edizione delle …”).

Mi ha colpito in particolare una pubblicità di carta igienica, in cui Dante finisce di scrivere il manoscritto della Divina Commedia su un rotolo di carta igienica (c’è un’altra serie in cui Neri Marcorè interpreta Leonardo o Cristoforo Colombo per fare pubblicità alla TIM, mi pare, ma non so chi ha avuto l’idea per primo e chi ha copiato).

Insomma, eccola qui:

Come avrete notato, la didascalia nella parte bassa dello schermo recita: “FIRENZE 1308 CASA DI DANTE” e a me, noto pignolo, fa accapponare la pelle. Forse i pubblicitari non vanno a scuola e se ci vanno non stanno attenti, ma insomma, stiamo parlando di Dante, non di Angiolo Silvio Novaro o di un poeta ancora più oscuro e dimenticato. Dante, il sommo, il padre della lingua italiana. Ci hanno fatto una testa così, a scuola: e l’esilio, e l’altrui pane che sa di sale, e le peregrinazioni per l’Italia senza poter mai tornare a Firenze. E se anche anche non vi ricordate nulla della scuola, c’è Benigni che da anni ce lo ripropone, anche in tv.

Tra l’altro, lo spot si reggerebbe benissimo anche senza la didascalia. Al limite sarebbe stato sufficiente scrivere “CASA DI DANTE” evitando i 2 strafalcioni concentrati in 2 parole, “FIRENZE” e “1308”: tanto per essere pignoli il giusto, Dante a Firenze non c’era né ci poteva essere, perché già in esilio da anni, e questo l’abbiamo già detto. Ma, ovunque fosse, nel 1308 non era certo giunto a concludere la Commedia (l’ipotesi più accreditata è che l’abbia terminata nel 1321, poco prima della sua morte a Ravenna nel settembre dello stesso anno).

Apprendo qui che lo spot è stato realizzato dall’agenzia Lowe Pirella Franzoni e che la strategia media è stata ideata e sviluppata da Initiative. Mi pare giusto additarli tutti quanti al pubblico ludibrio.

Stay Hungry, Stay Foolish

Lo so che oggi l’hanno fatto un po’ tutti, ma ho 2 giustificazioni per farlo anch’io.

La prima è che sono un melàmane antemarcia (anche se, come molti, ho tradito più d’una volta). Il mio primo Apple II (IIe per la verità) è arrivato in casa alla fine di luglio del 1983, poco più di 2 mesi prima della nascita del mio primogenito. Ricordo (e se non lo faccio io lo fa mia moglie) di essere rimasto in macchina a fare la guardia al “pupo”, mentre lei faceva una visita di controllo. Aveva ben 128k di RAM, uno schermo a fosfori verdi a 80 colonne (di caratteri, niente grafica) e 2 unità floppy (5,25″, 140k di capienza). Veniva in una specie di scatola di montaggio, e ricordo ancora la sudata per mettere insieme tutti i componenti (sono ambisinistro, come mi definì una fidanzata). Si programmava in Basic e in Pascal. Costava come una Panda (la macchina che avevo all’epoca).

La seconda è che anch’io, nel mio piccolo naturalmente, mi considero un innovatore, o almeno aspiro a esserlo. E la vicenda umana di Steve Jobs, quasi mio coetaneo, mi fa pensare che devo continuare a esserlo, senza mollare, almeno finché continuo a lavorare.

Ah, e per favore qualcuno ricordi che Steve Jobs ha anche fondato la Pixar.

Eccolo qui il famoso discorso fatto a Stanford del 2005.

Questa la trascrizione:

The 2005 Jobs Stanford Commencement Address:

I am honored to be with you today at your commencement from one of the finest universities in the world. I never graduated from college. Truth be told, this is the closest I’ve ever gotten to a college graduation. Today I want to tell you three stories from my life. That’s it. No big deal. Just three stories.

The first story is about connecting the dots.

I dropped out of Reed College after the first six months, but then stayed around as a drop-in for another 18 months or so before I really quit. So why did I drop out?

It started before I was born. My biological mother was a young, unwed college graduate student, and she decided to put me up for adoption. She felt very strongly that I should be adopted by college graduates, so everything was all set for me to be adopted at birth by a lawyer and his wife. Except that when I popped out they decided at the last minute that they really wanted a girl. So my parents, who were on a waiting list, got a call in the middle of the night asking: “We have an unexpected baby boy; do you want him?” They said: “Of course.” My biological mother later found out that my mother had never graduated from college and that my father had never graduated from high school. She refused to sign the final adoption papers. She only relented a few months later when my parents promised that I would someday go to college.

And 17 years later I did go to college. But I naively chose a college that was almost as expensive as Stanford, and all of my working-class parents’ savings were being spent on my college tuition. After six months, I couldn’t see the value in it. I had no idea what I wanted to do with my life and no idea how college was going to help me figure it out. And here I was spending all of the money my parents had saved their entire life. So I decided to drop out and trust that it would all work out okay. It was pretty scary at the time, but looking back it was one of the best decisions I ever made. The minute I dropped out I could stop taking the required classes that didn’t interest me, and begin dropping in on the ones that looked interesting.

It wasn’t all romantic. I didn’t have a dorm room, so I slept on the floor in friends’ rooms, I returned Coke bottles for the 5-cent deposits to buy food with, and I would walk the seven miles across town every Sunday night to get one good meal a week at the Hare Krishna temple. I loved it. And much of what I stumbled into by following my curiosity and intuition turned out to be priceless later on. Let me give you one example:

Reed College at that time offered perhaps the best calligraphy instruction in the country. Throughout the campus every poster, every label on every drawer, was beautifully hand calligraphed. Because I had dropped out and didn’t have to take the normal classes, I decided to take a calligraphy class to learn how to do this. I learned about serif and san serif typefaces, about varying the amount of space between different letter combinations, about what makes great typography great. It was beautiful, historical, artistically subtle in a way that science can’t capture, and I found it fascinating.

None of this had even a hope of any practical application in my life. But 10 years later, when we were designing the first Macintosh computer, it all came back to me. And we designed it all into the Mac. It was the first computer with beautiful typography. If I had never dropped in on that single course in college, the Mac would have never had multiple typefaces or proportionally spaced fonts. And since Windows just copied the Mac, its likely that no personal computer would have them. If I had never dropped out, I would have never dropped in on this calligraphy class, and personal computers might not have the wonderful typography that they do. Of course it was impossible to connect the dots looking forward when I was in college. But it was very, very clear looking backwards 10 years later.

Again, you can’t connect the dots looking forward; you can only connect them looking backwards. So you have to trust that the dots will somehow connect in your future. You have to trust in something–your gut, destiny, life, karma, whatever. This approach has never let me down, and it has made all the difference in my life.

My second story is about love and loss.

I was lucky–I found what I loved to do early in life. Woz and I started Apple in my parents garage when I was 20. We worked hard, and in 10 years Apple had grown from just the two of us in a garage into a $2 billion company with over 4000 employees. We had just released our finest creation–the Macintosh–a year earlier, and I had just turned 30. And then I got fired. How can you get fired from a company you started? Well, as Apple grew we hired someone who I thought was very talented to run the company with me, and for the first year or so things went well. But then our visions of the future began to diverge and eventually we had a falling out. When we did, our Board of Directors sided with him. So at 30, I was out. And very publicly out. What had been the focus of my entire adult life was gone, and it was devastating.

I really didn’t know what to do for a few months. I felt that I had let the previous generation of entrepreneurs down–that I had dropped the baton as it was being passed to me. I met with David Packard and Bob Noyce and tried to apologize for screwing up so badly. I was a very public failure, and I even thought about running away from the Valley. But something slowly began to dawn on me–I still loved what I did. The turn of events at Apple had not changed that one bit. I had been rejected, but I was still in love. And so I decided to start over.

I didn’t see it then, but it turned out that getting fired from Apple was the best thing that could have ever happened to me. The heaviness of being successful was replaced by the lightness of being a beginner again, less sure about everything. It freed me to enter one of the most creative periods of my life.

During the next five years, I started a company named NeXT, another company named Pixar, and fell in love with an amazing woman who would become my wife. Pixar went on to create the worlds first computer animated feature film, “Toy Story,” and is now the most successful animation studio in the world. In a remarkable turn of events, Apple bought NeXT, I returned to Apple, and the technology we developed at NeXT is at the heart of Apple’s current renaissance. And Laurene and I have a wonderful family together.

I’m pretty sure none of this would have happened if I hadn’t been fired from Apple. It was awful tasting medicine, but I guess the patient needed it. Sometimes life hits you in the head with a brick. Don’t lose faith. I’m convinced that the only thing that kept me going was that I loved what I did. You’ve got to find what you love. And that is as true for your work as it is for your lovers. Your work is going to fill a large part of your life, and the only way to be truly satisfied is to do what you believe is great work. And the only way to do great work is to love what you do. If you haven’t found it yet, keep looking. Don’t settle. As with all matters of the heart, you’ll know when you find it. And, like any great relationship, it just gets better and better as the years roll on. So keep looking until you find it. Don’t settle.

My third story is about death.

When I was 17, I read a quote that went something like: “If you live each day as if it was your last, someday you’ll most certainly be right.” It made an impression on me, and since then, for the past 33 years, I have looked in the mirror every morning and asked myself: “If today were the last day of my life, would I want to do what I am about to do today?” And whenever the answer has been “No” for too many days in a row, I know I need to change something.

Remembering that I’ll be dead soon is the most important tool I’ve ever encountered to help me make the big choices in life. Because almost everything–all external expectations, all pride, all fear of embarrassment or failure–these things just fall away in the face of death, leaving only what is truly important. Remembering that you are going to die is the best way I know to avoid the trap of thinking you have something to lose. You are already naked. There is no reason not to follow your heart.

About a year ago I was diagnosed with cancer. I had a scan at 7:30 in the morning, and it clearly showed a tumor on my pancreas. I didn’t even know what a pancreas was. The doctors told me this was almost certainly a type of cancer that is incurable, and that I should expect to live no longer than three to six months. My doctor advised me to go home and get my affairs in order, which is doctor’s code for prepare to die. It means to try to tell your kids everything you thought you’d have the next 10 years to tell them in just a few months. It means to make sure everything is buttoned up, so that it will be as easy as possible for your family. It means to say your goodbyes.

I lived with that diagnosis all day. Later that evening I had a biopsy, where they stuck an endoscope down my throat, through my stomach and into my intestines, put a needle into my pancreas and got a few cells from the tumor. I was sedated, but my wife, who was there, told me that when they viewed the cells under a microscope the doctors started crying, because it turned out to be a very rare form of pancreatic cancer that is curable with surgery. I had the surgery and I’m fine now.

This was the closest I’ve been to facing death, and I hope its the closest I get for a few more decades. Having lived through it, I can now say this to you with a bit more certainty than when death was a useful but purely intellectual concept:

No one wants to die. Even people who want to go to heaven don’t want to die to get there. And yet death is the destination we all share. No one has ever escaped it. And that is as it should be, because death is very likely the single best invention of Life. It is life’s change agent. It clears out the old to make way for the new. Right now the new is you, but someday not too long from now, you will gradually become the old and be cleared away. Sorry to be so dramatic, but it is quite true.

Your time is limited, so don’t waste it living someone else’s life. Don’t be trapped by dogma–which is living with the results of other people’s thinking. Don’t let the noise of others’ opinions drown out your own inner voice. And most important, have the courage to follow your heart and intuition. They somehow already know what you truly want to become. Everything else is secondary.

When I was young, there was an amazing publication called “The Whole Earth Catalog,” which was one of the bibles of my generation. It was created by a fellow named Stewart Brand not far from here in Menlo Park, and he brought it to life with his poetic touch. This was in the late 1960′s, before personal computers and desktop publishing, so it was all made with typewriters, scissors, and polaroid cameras. It was sort of like Google in paperback form, 35 years before Google came along: It was idealistic, and overflowing with neat tools and great notions.

Stewart and his team put out several issues of “The Whole Earth Catalog,” and then when it had run its course, they put out a final issue. It was the mid-1970s, and I was your age. On the back cover of their final issue was a photograph of an early morning country road, the kind you might find yourself hitchhiking on if you were so adventurous. Beneath it were the words: “Stay Hungry. Stay Foolish.” It was their farewell message as they signed off. Stay Hungry. Stay Foolish. And I have always wished that for myself. And now, as you graduate to begin anew, I wish that for you.

Stay Hungry. Stay Foolish.

Thank you all very much.

Salami in gara a Quistello

Si tiene la sera di venerdì 26 agosto 2011 a Quistello (paese dell’Oltrepò mantovano-destra Secchia, sede del celebre e celebrato ristorante l’Ambasciata del grande chef Romano Tamani), nell’ambito della tradizionale sagra di San Bartolomeo,  la seconda edizione della gara per il miglior salame casalingo, che vede in palio un maialino da latte.

Lo scorso anno la giuria fu presieduta dalla famosa (non lo era a me, ma io non sono un cultore abbastanza ferrato) pornostar mantovana Antonella Del Lago. La cosa aveva provocato un infuocato dibattito sulle pagine de La Gazzetta di Mantova (quotidiano fondato nel 1664, come strilla orgogliosamente la testata) durato tutto il mese d’agosto. Si malignava che la giunta comunale fosse in seduta permanente per decidere quale assessore dovesse rappresentarla nella giuria, finché il sindaco Alessandro Pastacci (nel frattempo divenuto presidente della Provincia) non intervenne autorevolmente a dissipare ogni dubbio (tutto vero, se non mi credete guardate qui). Don Roberto Buzzola, il parroco, venuto a conoscenza della presenza della pornostar, declinò l’invito a partecipare alla serata, facendolo sapere a tutti e occupando a sua volta per giorni le pagine del quotidiano locale. Il paese (Quistello, non l’Italia per fortuna) si spaccò tra chi dava ragione al parroco in nome della morale e chi l’attaccava, in nome dell’eguaglianza di tutte le pecorelle, soprattutto se smarrite, e ricordando che anche Gesù … (lo so, sembra una canzone di De André, ma insisto, è tutto vero e documentato). Dal canto suo, Antonella Del Lago – “una persona diversa dal cliché di donna solo sesso e niente cervello” secondo il cronista della Gazzetta Francesco Romani – dichiarava con la classica eleganza della signora fuori dal cliché che sarebbe stato “un lavoraccio: troppi salami e poche bocche…” (quanto a finezza non era male neppure il titolo dell’articolo di Romani: “La pornostar pronta a scegliere il salame migliore”). Per la cronaca: il premio fu assegnato il 24 agosto 2010, tra i 14 concorrenti, al salame di Gianni Grazioli di Campitello.

Antonella Del Lago degusta il salame

gazzettadimantova.gelocal.it

Sì, piuttosto procace in effetti, e vagamente suggestivo il gesto …

Ma non avrei ripreso questa storia vecchia se non per farvi venire la curiosità di sapere chi presiederà la giuria nella gara di quest’anno. La Gazzetta di oggi (25 agosto 2011) ha una ghiotta anticipazione (a pagina 20, con grande evidenza e con 2 foto): “QUISTELLO – Il ministro Maroni atteso in giuria per la gara dei salami.”

Lecito chiedersi (l’articolo non lo chiarisce) con quale competenza: non quella geografica, perché è di Varese; e neppure quella “boccaccesca” della pornostar. E allora? per rifarsi la bocca dopo i bocconi amari della manovra d’agosto? o addirittura un sospetto di cannibalismo?

Per par condicio vi tocca anche la sua, di foto:

Roberto Maroni

Wikimedia Commons: foto di Niccolò Caranti