Baloney!

L’immortale Scrooge di A Christmas Carol di Charles Dickens risponde al nipote che gli augura un buon natale sotto la protezione divina con un celeberrimo humbug.

“A merry Christmas, uncle! God save you!” cried a cheerful voice. It was the voice of Scrooge’s nephew, who came upon him so quickly that this was the first intimation he had of his approach.
“Bah!” said Scrooge, “Humbug!”

L’espressione è la prima che Scrooge proferisce e lo caratterizza immediatamente e splendidamente, tanto da essere divenuta proverbiale. L’ho usata anch’io per recensire il (brutto) film di Zemeckis.

Ebezener Scrooge

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L’humbug era originariamente (pare) una caramella alla menta, ma fin dalla metà del XVIII è attestato nel significato di inganno, e poi di sciocchezza. L’OED lo definisce così:

[mass noun] deceptive or false talk or behaviour: his comments are sheer humbug.

È una parola tipicamente britannica. Se Ebenezer Scrooge non fosse stato londinese, ma americano d’elezione come il suo omonimo Scrooge McDuck avrebbe forse esclamato, in circostanze analoghe: Baloney!

In questo caso, andiamo a leggere quello che dice il vocabolario americano Merriam-Webster:

pretentious nonsense : bunkum — often used as a generalized expression of disagreement
Don’t believe all of that baloney.
Just follow my orders, and stop the baloney.

La parola è di creazione recente, essendo attestata dal 1922: un altro buon motivo per cui Ebenezer Scrooge non avrebbe potuto pronunciarla.

La curiosità per noi italiani è che la parola nasce in origine come traslitterazione approssimativa ed erronea di bologna, ossia di mortadella. Di tutte le salsicce importate negli Stati Uniti al seguito degli emigranti, la mortadella era la più grossa ma anche la meno piccante: per questo – pare – è stata utilizzata inizialmente per denotare una persona non particolarmente brillante, e in questa accezione è attestata in un testo pubblicato sul Colliers Magazine del 16 ottobre 1920, intitolato “The Leather Pushers” e scritto da H. C. Witwer:

The aristocratic Kid’s first brawl for sugar was had in Sandusky, Odryo, with a boloney entitled Young Du Fresne,

L’accezione che ha poi preso piede sarebbe stata invece creata da Jack Conway, un redattore di Variety.

Ma la celebrità venne soltanto negli anni Trenta, quando il governatore dello Stato di New York Alfred E. Smith ne fece quasi uno slogan personale:

No matter how thin you slice it, it’s still baloney.
Per quanto sottile l’affetti, mortadella era e mortadella resta!

Su questo blog abbiamo parlato di baloney (traducendolo come bùbbole e panzane) a proposito del decalogo di Michael Shermer.

Marco Di Domenico – Italiani pericolosi: Leggende e verità sugli animali di casa nostra

Di Domenico, Marco (2012). Italiani pericolosi: Leggende e verità sugli animali di casa nostra. Torino: Bollati Boringhieri. 2012. ISBN 9788833971537. Pagine 260. 13,99 €

Italiani pericolosi

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Superfluo spiegare perché ho letto questo libro: l’ho fatto da poco.

Il libro non è sgradevole e si legge volentieri, ma mi aspettavo sinceramente di più. Il problema principale è che Di Domenico non sa che registro scegliere: il racconto aneddotico, tipico della divulgazione alla famiglia Angela, per capirsi? E allora andavano evitate le lunghe parti enciclopediche. Il manuale da consultazione? E allora ci sono troppe assenze ingiustificate.

Io – non prendetemi troppo in giro – un manuale da consultazione nella mia biblioteca ce l’ho già: si chiama Animali pericolosi al mare, ai monti, in casa, è pubblicato dalla gloriosa casa editrice Edagricole ed è scritto da 2 competenti zoologi, Giuseppe Gradenghi e Maurizio Bigazzi. Al momento il volume è purtroppo introvabile (almeno su Amazon); altrettanto introvabile è il corrispondente volume marino, Animali pericolosi del Mediterraneo, curato da Maurizio Bigazzi con Ida Fellegara. Entrambi i volumi sono noti a Di Domenico, che li cita in bibliografia e che utilizza ampiamente il secondo per il corredo iconografico della sua opera.

Un’altra cosa che manca al libro (non del tutto, devo ammetterlo) è un approccio sistematicamente quantitativo. Senza questo passaggio, è difficile passare dalla pericolosità di un animale al rischio di venirci in contatto e subirne le conseguenze negative.

Ma la cosa che mi ha irritato di più è la scarsissima cura editoriale, che non mi sarei mai aspettato da una casa editrice della reputazione di Bollati Boringhieri. Qualche esempio:

  • alla posizione 2505 troviamo al posto di po’ (ormai è onnipresente, lo troviamo un pò ovunque);
  • alla posizione 3322 troviamo ripetutamente se si, quando l’autore intendeva se sì;
  • alla posizione 1586 troviamo confidenti nell’accezione di fiduciosi (noi ne avevamo parlato qui);
  • alla posizione 239 troviamo di cui si accennerà, ma si accenna a (anche se accennare di è attestato, anche se più raramente, secondo il Vocabolario Treccani).

Alle stesse manchevolezze nella cura editoriale attribuirei anche la svista di fare riferimento a un’intervista ISTAT quando invece (suppongo) si intendeva parlare di una statistica diffusa dall’Istat (posizione 233).

* * *

Qualche citazione interessante:

Tipici degli oloturoidei sono i tubi di Cuvier, lunghi filamenti biancastri e vischiosi che vengono espulsi dall’ano a scopo difensivo; i tubi di Cuvier sono tossici, e possono causare infiammazioni cutanee se entrano in contatto con la pelle. [963]

Nel Mediterraneo, mare privo di pinnipedi, gli squali potrebbero non avere quella che si dice immagine di ricerca […] [1152]

[… il] consumo diretto di erbe selvatiche come il crescione d’acqua (Nasturtium officinale), sempre più ricercato per il sapore piccante e le proprietà aromatiche, terapeutiche e – pare – afrodisiache. Il crescione perde qualsiasi proprietà e gusto con la cottura, per cui è consumato invariabilmente crudo. Può però contenere metacercarie di Fasciola, e va lavato molto bene, altrimenti si rischia di ingerire il parassita. [1565]

Le uova infatti possono occasionalmente contaminare il pelo degli animali, e da qui le mani e quindi la bocca, cosa che può accadere dopo aver accarezzato il cane […] [1728: si sta parlando dell’echinococcosi cistica]

Ai soliti e strutturali problemi di collegamento tra i vari enti preposti a produrre e pubblicare statistiche (ospedali, ASL, veterinari, ISTAT, ISS ecc.), esiste anche un problema di corretta diagnosi post mortem. [3079]

In Europa serebbero oggi presenti due sottospecie distinte: a ovest, Italia compresa, il Mus musculus domesticus, a est il Mus musculus musculus; la genetica suggerisce che le due sottospecie si incontrino, ibridandosi, lungo il fiume Elba. [3370]

Cloud Atlas, il film

Il libro lo avevo recensito qui.

Cloud Atlas, il film

salon.com

Ora negli Stati Uniti è uscito l’atteso film. Questo l’incipit della recensione di Salon:

I will tell you in the same breath that “Cloud Atlas” is a flawed and potentially ridiculous work and that I loved it, and can’t wait to see it a second time (and then a third). Indeed, all of that is connected, as the movie itself reminds us — perhaps too many times.

Se vi ho incuriosito e volete leggere il resto, lo trovate qui: Pick of the week: The overblown, funny, romantic “Cloud Atlas” – Salon.com.

La Sardegna e l’isola dei centenari

Nonostante quello che pensiamo noi, l’Italia non è al centro del mondo, ma piuttosto alla periferia del pianeta. E quando la grande stampa internazionale si occupa delle nostre vicende, il più delle volte è per prenderci per i fondelli con un misto di superiorità e di condiscendenza, tanto che si parli delle prodezze di Silvio Berlusconi, quanto che la notizia sia un’ordinanza particolarmente fantasiosa di qualche nostro amministratore. È successo qualche giorno fa con il nostro Alemanno, ripreso sul New York Times del 23 ottobre 2012: Buon Appetito, but Not Next to the Monuments.

Buon appetito

nytimes.com

Questa volta, invece, finiamo sul Magazine del New York Times per un lungo articolo sulla longevità, in cui si parla della nostra Sardegna e di un nostro scienziato che vi opera. La notizia è riassunta così da KurzweilAI sulla newsletter del 26 ottobre 2012: The island where people forget to die | KurzweilAI

For a decade, with support from the National Geographic Society, I’ve been organizing a study of the places where people live longest, Dan Buettner, author of Blue Zones, writes in The New York Times.

The project grew out of studies by my partners, Dr. Gianni Pes of the University of Sassari in Italy and Dr. Michel Poulain, a Belgian demographer. In 2000, they identified a region of Sardinia’s Nuoro province as the place with the highest concentration of male centenarians in the world.

Social structure might turn out to be more important. In Sardinia, a cultural attitude that celebrated the elderly kept them engaged in the community and in extended-family homes until they were in their 100s. Studies have linked early retirement among some workers in industrialized economies to reduced life expectancy.

If you pay careful attention to the way Ikarians have lived their lives, it appears that a dozen subtly powerful, mutually enhancing and pervasive factors are at work. …

Moraitis

nytimes.com

Aldous Huxley – Ape and Essence

Aldous Huxley (1949). Ape and Essence. London: Vintage. 2005. ISBN 9781409079668. Pagine 176. 6,01 €

Ape and Essence

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Aldous Huxley è un autore che mi piace molto: Brave New World è e resta la mia distopia preferita, ho molto amato Chrome Yellow (se non l’avete letto, attualmente è gratis su Kindle) ma soprattutto Point Counter Point è stato il libro per eccellenza di un periodo (burrascoso) della mia vita. Naturale, quindi, che potessi essere tentato da un libro di Huxley, pur sapendo che correvo qualche rischio (Huxley è un autore discontinuo, che ha scritto anche delle solenni porcate), soprattutto dopo averne sentito parlare 2 volte a poche settimane di distanza.

La prima volta mi ero imbattuto in quest’opera minore di Huxley a partire dalla scoperta della lettera inviata da Huxley a Orwell nell’ottobre del 1949 (trovata su Letters of Note e da me riportata nel già citato post sulla distopia). La seconda nel libro di George Dyson Turing’s Cathedral, che non ho ancora terminato di leggere, e che fa iniziare così (un po’ a sproposito per la verità):

“THE CAMERA MOVES across the sky, and now the black serrated shape of a rocky island breaks the line of the horizon. Sailing past the island is a large, four-masted schooner. We approach, we see that the ship flies the flag of New Zealand and is named the Canterbury. Her captain and a group of passengers are at the rail, staring intently toward the east. We look through their binoculars and discover a line of barren coast.”
Thus begins Ape and Essence, Aldous Huxley’s lesser-known masterpiece, set in the Los Angeles of 2108, after a nuclear war (in the year 2008) has devastated humanity’s ability to reproduce high-fidelity copies of itself. On the twentieth of February 2108, the New Zealand Rediscovery Expedition North America arrives among the Channel Islands off the California coast. The story is presented, in keeping with the Hollywood location, in the form of a film script. “New Zealand survived and even modestly flourished in an isolation which, because of the dangerously radioactive condition of the rest of the world, remained for more than a century almost absolute. Now that the danger is over, here come its first explorers, rediscovering America from the West.” [6369-6429]

Lesser-known masterpiece! Non direi proprio, dopo averlo letto, ingannato dal giudizio di George Dyson. A dirla tutta, adesso, ho il sospetto che Dyson il libro di Huxley non l’abbia neppure letto per intero.

Anche se il libro nel complesso è mal riuscito e indisponente, Huxley è pur sempre un autore intelligente e raffinato, e qualche perla ce la dispensa:

Tragedy is the farce that involves our sympathies; farce, the tragedy that happens to outsiders. [1080]

[…] Copulation resulted in population—with a vengeance!’ [2004]

[…] Fouling the rivers, killing off the wild animals, destroying the forests, washing the topsoil into the sea, burning up an ocean of petroleum, squandering the minerals it had taken the whole of geological time to deposit. An orgy of criminal imbecility. And they called it Progress. Progress,’ he repeats, ‘Progress!
[…]
Progress — the theory that you can get something for nothing; the theory that you can gain in one field without paying for your gain in another; the theory that you alone understand the meaning of history; the theory that you know what’s going to happen fifty years from now; the theory that, in the teeth of all experience, you can foresee all the consequences of your present actions; the theory that Utopia lies just ahead and that, since ideal ends justify the most abominable means, it is your privilege and duty to rob, swindle, torture, enslave and murder all those who, in your opinion (which is, by definition, infallible), obstruct the onward march to the earthly paradise. Remember that phrase of Karl Marx’s: “Force is the midwife of Progress”? He might have added—but, of course, Belial didn’t want to let the cat out of the bag at that early stage of the proceedings — that Progress is the midwife of Force. [2031-2039]

For a moment Dr. Poole hesitates between the inhibitory recollection of his Mother, the fidelity to Loola prescribed by all the poets and novelists, and the warm, elastic Facts of Life. After about four seconds of moral conflict, he chooses, as we might expect, the Facts of Life. [2368]

Wasik & Murphy – Rabid: A Cultural History of the World’s Most Diabolical Virus

Wasik, Bill & Monica Murphy (2012). Rabid: A Cultural History of the World’s Most Diabolical Virus. London: Viking Penguin. 2012. ISBN 9781101583746. Pagine 287. 14,41 €

Rabid

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Ci sono libri che leggo, e cose che faccio, come una forma di cura violenta a mie paure e fobie. Sono stato nella selva amazzonica non soltanto per la curiosità di vedere un ambiente così interessante e così citato da molti libri e resoconti scientifici che avevo letto, da Claude Lévi-Strauss a Fitzcarraldo, ma anche per il terrore che leggendo quei libri e quei resoconti mi aveva ispirato quella natura così insidiosa e misteriosa (e vi assicuro che, per quanto ospite di un resort di lusso, la fauna di artropodi che ogni giorno e soprattutto ogni notte riusciva a entrare in camera era abbastanza impressionante). Lo stesso vale per la mia fascinazione per i libri e i film dell’orrore, anche se in quel caso sono abbastanza razionale da non avere realmente paura.

Ho sempre avuto un sacro terrore dei cani – anche se crescendo ho imparato a far buon viso a cattivo gioco e sono perfino capace di accarezzarli sulla testa, se la situazione sociale me lo impone – e ho anche sempre pensato che questa paura fosse giustificata: nella mia infanzia (parzialmente) campagnola i cani erano feroci cani da guardia, legati a una lunga catena; quando ti avvicinavi cominciavano a latrare come forsennati, correvano aggressivi verso di te per quanto la lunghezza della catena glielo consentiva e poi restavano lì, eretti sulle sole zampe posteriori, con il muso paonazzo e gli aguzzi denti in mostra, con un latrato se possibile ancora più terrificante per l’effetto strangolante della catena. Quelli un po’ più piccoli di taglia, che non erano considerati “da guardia” erano lasciati liberi di inseguirti per strada, quando passavi in bici, sempre abbaiando come ossessi e quei dentini bianchi pericolosamente vicini ai tuoi malleoli. Io pedalavo a più non posso con il cuore che batteva all’impazzata. E vi giuro che se ci fosse stato l’EPO e ne avessi conosciuto l’esistenza l’avrei assunto per scappare ancora più in fretta.

Della rabbia sapevo, ma non era al primo posto nelle mie paure. Le mie paure erano molto più elementari e primordiali: erano la paura del morso. Anzi, erano la paura della prospettiva, della possibilità stessa del morso. [Ma non è poi così per tutte le paure, anche per quella – la Ur-paura – della morte? Nonostante gli stupidi filosofi ti dicano che non la devi temere perché quando c’è lei tu non ci sei più, e quando ci sei tu lei non c’è ancora: ma c’è la sua prospettiva, la sua possibilità; ed è quella che ti terrorizza.]

Della rabbia sapevo anche che, se eri morso, dovevi fare una vaccinazione che – a differenza di quelle che si esaurivano in una pastiglia o uno zuccherino, o persino in un’iniezione o un taglietto – era lunga e dolorosa: una serie di iniezioni nella pancia.

Non sapevo, per fortuna, che se dopo il morso non vieni vaccinato o lo sei troppo tardi, la rabbia ti uccide tra atroci dolori, e soprattutto ti uccide sempre (i sopravvissuti sono così pochi e così discussi che questo è uno dei pochi casi in cui la terribile parola sempre significa inesorabilmente sempre).

Sapevo che altri animali, oltre ai cani, possono ammalarsi di rabbia e vivere abbastanza a lungo da trasmettertela (questo è uno degli sporchi segreti del simpatico virus, che altrimenti sarebbe condannato all’estinzione proprio dalla sua efficienza nell’uccidere i suoi ospiti). Ma pensavo che si limitassero ad altri canidi: i lupi, le volpi, i coyote, gli sciacalli, i dingo australiani… Non sapevo dei procioni, dei gatti (aaargh!) e persino degli asini, dei maiali e delle miti pecorelle. Soprattutto, non sapevo nulla degli insidiosi pipistrelli, il cui morso è così lieve che possono infliggertelo nel sonno (spesso sul naso!) senza che tu ti svegli e senza che tu, la mattina dopo, dia importanza a quella feritina che nel giro di qualche settimana ti ucciderà, e malamente.

Sì, perché – dimenticavo – tutti gli orrori associati alla rabbia, inclusa l’idrofobia e la schiuma alla bocca, la follia furiosa e gli spasmi incontrollabili, sono reali e non esagerazioni. Così, adesso che ho letto questo libro, ho anche più paura di prima.

* * *

Un altro motivo d’interesse, per me, scaturisce proprio dalla circostanza che le due specie più soggette alla rabbia siano in canidi e i pipistrelli. La rabbia, dunque, è la naturale candidata a rappresentare l’anello mancante tra vampiri e lupi mannari, miti che (come dovrebbe ormai essere noto ai miei lettori) mi affascinano entrambi e cui ho dedicato molti post (da ultimi, per esempio, questo e questo).

* * *

La lettura mi ha fatto tornare alla mente un film dei fratelli Taviani della fine degli anni Settanta, Il prato. Il Morandini ne parla così:

Giovanni (Marconi), avvocato che s’avvia a fare il magistrato, s’innamora a San Gimignano (Siena) di Eugenia (Rossellini), antropologa che s’occupa di teatro di animazione, già legata sentimentalmente a Enzo (Placido), intento al progetto di una comune agricola su terre abbandonate. Si ritrovano anni dopo. Tolti pochi momenti di grazia (l’intermezzo fantastico del pifferaio di Hammelin; la notte sull’aia dopo la caccia; il ritorno dalle terre occupate), è tormentoso e opaco, persino qua e là banale, come non era mai successo in un film dei Taviani. In questo film poco rosselliniano, la presenza di Rossellini incombe con la citazione del finale di Germania anno zero, mediata sul volto della Rossellini che, a sua volta, e non soltanto per la somiglianza fisica, evoca il ricordo di sua madre Ingrid Bergman.

ComingSoon racconta un po’ di più la trama:

Avendo appena concluso gli studi e attendendo l’assegnazione di un posto come magistrato, Giovanni, che vive a Milano, viene mandato da suo padre Sergio a San Gimignano dove potrà seguire il passaggio di proprietà di una vecchia casa colonica e nello stesso tempo godersi una meritata vacanza. Il giovanotto incontra casualmente Eugenia, una laureata in antropologia che si è dovuta accontentare di un impiego burocratico presso il municipio di Firenze ma che cerca ugualmente una realizzazione personale dedicando il tempo libero al teatro nelle strade e nelle piazze della cittadina toscana. L’amore che nasce immediatamente tra i due non cancella quello della ragazza verso Enzo, al quale è legata già da quattro anni. Enzo, un perito agrario disoccupato, giunge poco dopo a San Gimignano per tentare una “comune” agricola che fallirà per le reazioni dei padroni. Il triangolo che così si è formato si dimostra precario dal punto di vista sentimentale e anche dal punto di vista professionale: Giovanni ha ottenuto il posto presso il Palazzo di Giustizia di Milano, ma vi annaspa irrequieto; Eugenia; viene osteggiata nel suo innocente lavoro di teatrante; Enzo; coinvolto in una sparatoria, vive nel timore di un arresto. Eugenia, allora, decide di andare in Algeria come insegnante presso la colonia degli Italiani; ed Enzo la seguirà per evitare le persecuzioni politiche. Giovanni, accorso in Toscana, si sente smarrito per le due partenze e, morso dal cane idrofobo di Eugenia, rifiuta le cure del padre e della madre Giuliana, accorsa al suo letto, e si lascia morire.

In effetti, la parabola del film è fin troppo elementare e non mi era certo sfuggita quando l’avevo visto a suo tempo: la fine delle speranze – pubbliche e private – di una generazione (Saverio Marconi e Michele Placido avevano entrambi 30 anni, l’intensa Isabella Rossellini 26), “il personale è politico” che ti si ritorce contro, il famigerato riflusso, la rabbia che – impossibilitata a diventare motore del cambiamento – ti consuma e ti soffoca.

La scena della morte di Giovanni però era intensissima, ed è un peccato che su YouTube non si trovi. Godetevi il trailer con la medievale scena del pifferaio nelle strade e nei prati di San Gimignano.

E un’interessante (anche se poco pertinente) intervista dell’indimenticato Beniamino Placido ai 3 giovani protagonisti (si scopre anche che Michele Placido era un insopportabile presuntuoso già da giovane):

* * *

Nonostante questi miei interessi specifici e fin troppo reali, mi sono chiesto, apprestandomi a leggere il libro di Wasik e Murphy: ma come si fa a scrivere un libro di quasi 300 pagine su un argomento tutto considerato così limitato e specifico?

Menando il can per l’aia, naturalmente e letteralmente.

Ecco alcuni esempi, tratti dalle mie annotazioni, con i riferimenti numerici all’edizione Kindle.

With most zoonotic leaps in disease, animal contact is the spark, but urbanization is the bone-dry tinder; a newly evolved pathogen can’t spread from person to person, after all, unless people run across one another in the first place. [491]

His best-known cure — to “insert in the wound ashes of hairs from the tail of the dog that inflicted the bite” — lives on today in our expression “hair of the dog,” referring to a not-quite-so-dubious hangover remedy. [514: la cura è proposta da Plinio il Vecchio]

The French aristocrat Gaston III, Count of Foix, writes in his widely read (and imitated) hunting book Livre de chasse — written circa 1388 — about the ideal running hound, the chien baut, in which commingle all the finest canine attributes: not just beauty and obedience, but a nearly supernatural ability to track prey and to communicate with human masters. “The chien baut must not give up on its beast, not for rain nor wind nor heat nor any other weather,” writes Gaston, “and it must hunt its beast all day without the aid of man, just as if man were with it always.” (Gaston said he had encountered only three chiens bauts during his long life of hunting.) [667: questo Gastone III di Foix-Béarn è parente ma non antenato in linea diretta del Gastone di Foix-Nemours eroe della battaglia di Ravenna dell’11 aprile 1512, sepolto nel Castello sforzesco di Milano]

[…] the expression “six feet under” originated from a London health ordinance during the plague of 1665 there, with the famous prescription intended to keep men from being unearthed by man’s best friend. [707]

A tractate from the medical faculty of the University of Paris held that the air had been corrupted by noxious vapors, brought on by the movement of the planets but exacerbated by the southerly winds of late. Alfonso of Córdoba likewise blamed astronomic happenings for the plague’s onset […] [727: si sta parlando della peste, e non possono non tornare a mente le teorie del Don Ferrante dei Promessi sposi, che  «su questi bei fondamenti, non prese nessuna precauzione contro la peste; gli s’attaccò; andò a letto, a morire, come un eroe di Metastasio, prendendosela con le stelle.»]

In practice, the Inquisition in Spain took a stance toward the saludadores that one might call benign neglect. One intriguing reason for this, as the Spanish historian Marí Tausiet has documented, is that saludadores also had a reputation as crackerjack witch-hunters. [897: vengono in mente i benandanti di Carlo Ginzburg]

Immediately upon the creation of vaccine came the birth of the antivaccine movement, scientists and laypeople who claimed (much as in our present day) that vaccine was “poison.” […]
Pasteur’s new vaccine soon attracted naysayers on several fronts: those who fought against all science based upon the germ theory; the anti-vaccinists (who had already honed their rhetoric against the Jennerian vaccine); and those scientific rivals who would have invented the chicken-cholera vaccine themselves if their own methodology had been more sound. Pasteur was in the midst of preparing his findings for the Académie Nationale de Médecine when his arguments with his rivals in that body became so heated that he received an invitation to duel from the aging surgeon Jules Guérin. (The sixty-year-old, hemiplegic Pasteur was delicately extricated from the challenge by friends in the Académie.) […]
Meanwhile, the researchers were forced to weather the public fury of the antivivisectionists, who denounced their work as senseless torture of innocent creatures. [1788-1808-1911: niente di nuovo sotto il sole, poveri mentecatti]

[…] Joseph Meister, who, years after being the first to be vaccinated successfully against the horror of rabies, became the concierge of the institute. When the Nazis, on occupying Paris, attempted to visit the Pasteur crypt in 1940, Meister bravely refused to unlock the gate for them. Soon after this discouraging event, he took his own life. [2134]

In Democratic-leaning times, when (so the theory ran) popular rhetoric tends to demonize bloodsucking plutocrats, the Byronic vampire will find himself ascendant; in conservative periods, by contrast, the fear is heaped on mobs of shadowy masses—whether they be criminals or welfare recipients or Muslims—and so zombies naturally rise again to become the undead bugbear of choice. This theory, too, fails to convince […] [2314]

Ragno e mosca: son et lumière

Una foto straordinaria, che ho trovato qui: Image of the Day – The Scientist Magazine®. Un ragno di 100 milioni di anni fa, intrappolato dall’ambra nel momento in cui attaccava una mosca.

Ragno e mosca

the-scientist.com | Photo Credit: Wikimedia, Oregon State University

Rancio e mosca è anche un brano della Nuova compagnia di canto popolare, cantata ai suoi bei dì dal grande Patrizio Trampetti:

Esce lu rancio dalla ranceria
pe’ se mangià la mosca malandrina
rancio e mosca e fuje madama ca mammeta sosca
sempe lu rancio va appriesso alla mosca
Esce il topo dalla toperia,
pe’ se mangià il rancio malandrino
topo, rancio e mosca e fuje madama ca mammeta sosca
sempe lu rancio va appriesso alla mosca
Esce la zoccola dalla zoccoleria
pe’ se mangiare il topo malandrino,
zoccola, topo, rancio e mosca e fuje madama ca mammeta sosca
sempe lu rancio va appriesso alla mosca.
Ed esce il gatto dalla gatteria
pe’ se mangià la zoccola malandrina
gatto, zoccola, topo, rancio e mosca e fuje madama ca mammeta sosca
sempe lu rancio va appriesso alla mosca.
Esce il cane dalla caneria,
pe’ se mangiare il gatto malandrino,
cane, gatto, zoccola, topo, rancio e mosca e fuje madama ca mammeta sosca
sempe lu rancio va appriesso alla mosca
Esce il ciuccio dalla ciucceria
pe’ se mangiare il cane malandrino
ciuccio, cane, gatto, zoccola, topo, rancio e mosca e fuje madama ca mammeta sosca,
sempe lu rancio va appriesso alla mosca.
Esce il cavallo dalla cavalleria,
pe’ se mangiare il ciuccio malandrino
cavallo, ciuccio, cane, gatto, zoccola, topo, rancio e mosca e fuje madama ca mammeta sosca
sempe lu rancio va appriesso alla mosca.
Ed esce il porco dalla porcheria
pe’ se mangià il cavallo malandrino
puorco, cavallo, ciuccio, cane, gatto, zoccola, topo, rancio e mosca e fuje madama ca mammeta sosca,
sempe lu rancio va appriesso alla mosca.
Esce il voia dalla voieria,
pe’ se mangiare il porco malandrino
voia, puorco, cavallo, ciuccio, cane, gatto, zoccola, topo, rancio e mosca e fuje madama ca mammeta sosca,
sempe lu rancio va appriesso alla mosca.
Esce la tigre dalla tigreria
pe’ se mangiare il voia malandrino
tigre, voia, puorco, cavallo, ciuccio, cane, gatto, zoccola, topo, rancio e mosca e fuje madama ca mammeta sosca,
sempe lu rancio va appriesso alla mosca.
Esce il lione dalla lioneria,
pe’ se mangià la tigre malandrina
lione, tigre, voia, puorco, cavallo, ciuccio, cane, gatto, zoccola, topo, rancio e mosca e fuje madama ca mammeta sosca
sempe lu rancio va appriesso alla mosca.