Il silenzio dell’onda

Carofiglio, Gianrico (2011). Il silenzio dell’onda. Milano: Rizzoli. 2011.

Il silenzio dell'onda

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Lascia sempre un po’ d’amaro in bocca scoprire che un autore che hai amato (perché i libri si amano, e inevitabilmente si amano i loro autori, e si corre a comprare e a leggere in loro nuovi libri carichi di aspettative) non ti entusiasma più come prima. Mi ero chiesto, recensendo Le perfezioni provvisorie, se i segnali di stanchezza fossero miei o dell’autore e mi rispondevo, nella sostanza, che la stanchezza era di Carofiglio e dipendeva dai vincoli imposti dal romanzo di genere, il poliziesco.

Il problema è che questo non è un romanzo di genere (non penso di essere malizioso, ma solo attento, se dico che Carofiglio pubblica da Sellerio i suoi polizieschi dell’avvocato Guerrieri e da Rizzoli gli altri romanzi, come Il passato è una terra straniera).

Il protagonista di questo libro è un personaggio interessante: l’essere stato per anni un carabiniere infiltrato sotto copertura gli ha fatto perdere ogni certezza di sé, fino a spingerlo sull’orlo del suicidio e in cura da uno psichiatra. Ma lo svolgimento è deprimente e stereotipato (l’incontro casuale con una bella signora è terapeutico e gli ridà speranza nel futuro: ma che idea originale!), e il versante thriller (se così si può dire) è una scontatissima storia di criminalità giovanile a sfondo sessuale. I sogni del giovane Giacomo (che intervallano i capitoli con la vicenda di Roberto) sono imbarazzanti nella loro banalità. Persino l’immagine di copertina è brutta (mentre quella di Le perfezioni provvisorie era raffinatamente bellissima).

Due cose soltanto meritano di essere segnalate: una parte della vicenda si svolge al Rione Monti, tra via Panisperna e via del Boschetto, dove ho abitato per una decina d’anni; ed è stato il primo e-book che ho letto sull’iPad (non sul Kindle) comprandolo da la Feltrinelli. Lo so che è poco.

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La guerra dei mondi

73 anni fa, il 30 ottobre 1938, andò in onda una delle più famose trasmissioni radiofoniche di tutti i tempi, The War of the Worlds di Orson Welles, trasmessa dalla CBS.

Orson Welles nel 1937

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Benché la trasmissione si apra con una citazione del romanzo di H. G. Wells da cui era tratta – il romanzo, ambientato a Londra, era stato pubblicato nel 1898; l’autore era ancora vivente – e sia ambientata nel 1939, cioè nel futuro, era costruita come un notiziario dal vivo e fece cadere in errore molti (ingenui?) ascoltatori.

Un numero musicale viene interrotto dalla notizia di strane esplosioni su Marte. L’emittente intervista un luminare (presentato come professore di astronomia a Princeton, interpretato dallo stesso Orson Welles) che nega ci possa essere vita su Marte. Uno strano cilindro atterra nel New Jersey. La CBS manda un inviato, che viene arrostito insieme alla folla dei curiosi, mentre è collegato con la radio: la sua voce si interrompe a metà frase. Torna il professore e questa volta specula sulla tecnologia marziana. Il Pentagono rassicura che nessuna armata può resistere all’esercito americano, che viene invece sbaragliato da tre tripodi marziani. Interviene un (falso) sottosegretario del Ministero degli interni (Welles chiese all’attore di imitare la voce del presidente F. D. Roosevelt). Si finge un collegamento con una batteria d’artiglieria. I marziani spargono un gas nero velenoso e gli artiglieri muoiono soffocati da accessi di tosse. Ormai cadono decine di cilindri sul territorio americano. Un reporter si collega dal tetto della sede della CBS a Manhattan e descrive i tripodi che guadano l’Hudson spargendo il tossico fumo nero. Descrive i newyorkesi che muoiono come mosche o si gettano nell’East River in cerca di un’impossibile salvezza. Lui stesso muore. Resta soltanto la voce disperata di un radioamatore: “”2X2L calling CQ. Non c’è nessuno in onda? Non c’è nessuno in onda? Non c’è … nessuno?”.

Soltanto a questo punto – ma sono passati circa 40 minuti – si ricorda che la trasmissione è una fiction.

La trasmissione generò un diluvio di polemiche. Molti non avevano seguito la trasmissione dall’inizio. Il panico dilagò. Ci fu chi chiamò la polizia o la CBS testimoniando di aver visti i cilindri atterrare, visto e sentito i bagliori delle esplosioni, respirato l’acre gas velenoso. I giornali (che non volevano perdere l’occasione di denigrare un concorrente pericoloso come la radio) attaccarono Welles e la CBS: gli articoli pubblicati furono più di 12.500. Lo stesso Hitler commentò l’episodio come “una prova della decadenza e della condizione corrotta della democrazia.” Secondo alcuni, il precedente fece accogliere con scetticismo l’annuncio dell’attacco giapponese a Pearl Harbor 3 anni più tardi.

La prima pagina del NYT, 31.10.1938

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Permettetemi un po’ di scetticismo e un po’ d’ironia. La trasmissione (The Mercury Theatre on the Air) andava in onda tutte le settimane dall’11 luglio di quell’anno e proponeva ogni volta un adattamento (un radiodramma) da un famoso testo letterario. Quella del 30 ottobre era la 14ma puntata. Ben più importante: era la puntata di Halloween.

Non era nemmeno la prima volta che si usava il “trucco” del finto notiziario: nel 1874 il New York Herald aveva pubblicato la falsa notizia di una fuga di animali feroci dallo zoo del Central Park (con effetti analoghi sulla credulità popolare). Nel 1926, la BBC aveva trasmesso un finto reportage dal vivo di Roland Knox su disordini di piazza a Londra. Anche il commediografo Archibald MacLeish aveva messo in scena due lavori (The Fall of the City e Air Raid) basati sullo stesso “trucco”. Nel primo lo stesso Orson Welles aveva interpretato il ruolo di un reporter radiofonico.

Sia come sia, la trasmissione consacrò la fama del 23enne Orson Welles.

Ho parlato abbastanza. Mi sembra arrivato il momento di ascoltare la trasmissione originale:

The War of the Worlds

Satrapo

Secondo il Vocabolario Treccani:

  1. a. Governatore di una provincia dell’antico impero persiano, con ampî poteri politici, amministrativi e militari.
    b. Per estensione, monarca di un paese orientale: Anzi nuocer parea molto più forte A re, a signori, a principi, a satràpi (Ariosto); Mariterò le mie dolci sorelle Ai sàtrapi dell’Asia spaziosa (D’Annunzio).
  2. (figurato) Persona, investita di un certo potere, che ostenta e fa pesare la sua autorità, che esercita il suo ufficio con grande sussiego, dandosi un’importanza sproporzionata alla carica: certi sàtrapi dell’istruzione pubblica (Carducci); anche, persona che vive tra gli agi e le ricchezze: fare il satrapo; condurre una vita da satrapo. ◆ Il femminile satrapéssa indica, più che la moglie di un satrapo, una donna troppo autoritaria.

Alessandro Magno contro i persiani

Parola con una storia lunghissima. All’italiano arriva dal latino satrăpes (o satrăpa o satraps) –ăpis, che a sua volta viene dal greco σατράπης, che a sua volta viene dall’antico persiano xšaθrapāvā o *khshathra-pa-.

All’estendersi dell’impero persiano, l’amministrazione di aree vaste e popolose divenne un problema e, allo scopo di suddividere amministrativamente i territori conquistati, Ciro il Grande (558-529 BCE) pensò bene di istituire questa magistratura, preponendovi membri della famiglia reale o nobili di rango elevato. I poteri e il grado di autonomia dei satrapi erano molto vasti, spaziando dall’amministrazione della giustizia, alla riscossione dei tributi, al reclutamento per l’esercito del “Gran Re”. Il loro operato era controllato annualmente da funzionari reali itineranti, chiamati “gli occhi” e “le orecchie” del Gran Re. Forniti di estesi poteri amministrativi, militari e giudiziari all’interno della propria provincia, di fatto i satrapi erano principi vassalli. Nelle regioni periferiche, praticavano una forte autonomia dal potere centrale, giungendo anche alla rivolta (come quella che intorno al 360 BCE dilagò dall’Asia Minore all’Egitto). Con Alessandro Magno i satrapi conservarono i poteri civili, ma persero quelli militari (adattato da Wikipedia).

La parola persiana, xšaθrapāvā, è una parola composta da *khshathra- (regno: dalla stessa radice deriva il moderno šāh, quello dello Scià di Persia che fu destituito dalla rivoluzione di Khomeini) e un derivato di *pāti (che vale “colui che protegge”): dunque il satrapo è il protettore del regno. In sanscrito kṣatra significa “tetto, ombrello, dominio, potenza, governo” (dalla radice kṣī “governare”). Gli Kshatriya o Kashtriya (“guerrieri”) sono uno dei 4 ordini (varna), quello dell’élite militare, del sistema sociale vedico-indù. Le altre classi sono quelle dei brahmana (sacerdoti e uomini di legge), dei vaishya (mercanti e imprenditori) e dei sudra (contadini e operai). Sulla comune tripartizione funzionale di società, ideologia e religione degli antichi popoli indoeuropei – funzione sacrale e giuridica, funzione guerriera e funzione produttiva – Georges Dumézil ha scritto opere celebri (e discusse, ma comunque a mio parere assolutamente memorabili).

Dollaro

Che cosa hanno in comune la moneta statunitense (e non solo), il più famoso formaggio svizzero e il nostro sfortunato vicino del paleolitico?

Hanno in comune la parola tedesca Tal, “valle”, che a sua volta deriva dalla radice proto-indoeuropea *dhel-, “avvallamento, depressione” (hanno la stessa origine e lo stesso significato l’inglese dale e il russo dol).

Emmentaler

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Il formaggio Emmental (più propriamente Emmentaler) si chiama così perché originario (la sua è una DOP, cioè una denominazione d’origine protetta) della Emmental, cioè della valle del fiume Emme, nel cantone di Berna.

Cranio di Homo Neanderthalensis

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L’uomo di Neandertal (o Neanderthal, Homo Neanderthalensis, ma è una piccola inesattezza fossilizzatasi nella terminologia scientifica) , invece, deve il suo nome alla circostanza che i primi resti fossili furono scoperti da Johann Fuhlrott nell’agosto 1856 in una grotta di Feldhofer nella valle di Neander in Germania. Questa, a sua volta, prende il nome dalla traduzione in greco antico del cognome dell’organista e pastore Joachim Neumann (Neu Mann = Uomo Nuovo), cui i suoi concittadini di Düsseldorf avevano intitolato la piccola valle.

Dollaro

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E il dollaro? Tutto comincia abbastanza prevedibilmente dalla deformazione del tedesco thaler, parola forse portata negli Stati Uniti dall’immigrazione dalla Germania e dall’Europa del nord. In particolare, si chiamava tallero, in epoca relativamente moderna (1857-1873), una moneta d’argento da 3 marchi. In precedenza, era la denominazione del Guldengroschen, moneta in argento con valore pari al fiorino d’oro, coniata, a partire dal 1518, con l’argento proveniente da una ricca miniera della Valle di San Gioacchino nel nord-ovest della Boemia. Joachimstaler significa dunque soltanto “la cosa della valle di S. Gioacchino”, come il formaggio significa “la cosa della valle dell’Emme.” Prosaico, come si conviene al danaro.

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Chi resterà sepolto da questa risata?

Un articolo di Carlo Clericetti pubblicato da Eguaglianza e libertà. Quasi del tutto condivisibile, se non fosse che la risata sta seppellendo anche noi.

La ristata che ci seppellirà

eguaglianzaeliberta.it

Una risata lo seppellirà

In una conferenza stampa ufficiale una giornalista chiede se Berlusconi è stato convincente, Merkel e Sarkozy si scambiano uno sguardo che scatena l’ilarità generale. La mancanza di fiducia del mondo verso l’attuale premier è tale che nessuna manovra potrà metterci al riparo dalla crisi
Carlo ClericettiIl video della conferenza stampa Markel-Sarkozy (vedi qui) spiega quale sia la considerazione dei leader internazionali per Silvio Berlusconi nel modo più radicale e dirompente: con una risata generale. “Una risata vi seppellirà” era uno degli slogan del ’68: molti lo ricorderanno scritto a lettere cubitali sulla facciata di una facoltà della Sapienza. E davvero bisognerebbe che si avverasse qui ed oggi, togliendo dalle spalle degli italiani un piccolo uomo che pesa però enormemente sulle nostre possibilità di combattere la crisi devastante che stiamo attraversando.

 “Il premier italiano vi ha rassicurato sui provvedimenti che prenderà il suo governo?”, chiede una giornalista. E lo sguardo che si scambiano Sarkozy e Merkel provoca l’esplosione dell’ilarità generale.

 Spinti dagli altri leader europei, dalla Bce, dal Fondo monetario e alla fine forse anche dal Vaticano e da San Marino potremo anche prendere provvedimenti durissimi, da migliaia di miliardi, che faranno peggiorare ulteriormente le condizioni di vita dei cittadini e forse comprometteranno il futuro del paese. Ma non servirà a nulla, perché per i mercati la caratteristica più importante è la fiducia, e la qualità della fiducia in Berlusconi è stata definitivamente espressa dalla diarchia che governa l’Europa: con una risata. E se due politici del massimo livello, in una occasione ufficiale e in una situazione da essi stessi definita di elevata rischiosità, non sono riusciti a trattenersi dal mostrare quello che le più elementari consuetudini della diplomazia tra Stati impongono che venga dissimulato, vuol dire che non siamo più neanche alla frutta: siamo oltre l’impensabile. In altri termini: è considerata tanto evidente a tutto il mondo la drammatica inadeguatezza di Berlusconi che ormai non serve più neanche lo sforzo di fingere.

 Questa è la situazione. Le conclusioni ognuno le può trarre da solo.

(23/10/2011)
articolo riproducibile citando la fonte

China Miéville – Perdido Street Station

Miéville, China (2000). Perdido Street Station. New York: Del Rey. 2003.

Perdido Street Station

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Devo ringraziare pubblicamente Il barbarico re, assiduo frequentatore di queste pagine, per avermi fatto conoscere questo autore (ho letto anche, e recensirò tra poco, Embassytown, l’ultimo suo romanzo, un capolavoro).

China Miéville è inglese, è nato nel 1972 e – per quanto incredibile – il suo non è un nom de plume. Il che la dice lunga sui suoi genitori. Laureato a Cambridge (BA in antropologia sociale) e addottorato alla London School of Economics (MA e PhD in relazioni internazionali), Miéville è impegnato in politica con la formazione marxista del Socialist Workers Party (si è anche candidato alle elezioni nel 2001, senza molto successo: 459 voti, l’1,2% degli elettori del suo collegio londinese).

Questi sarebbero soltanto pettegolezzi se non aiutassero a capire meglio i romanzi di Miéville: China è un creatore di mondi e in questo il materialismo storico è molto utile, perché orienta a dare uno spessore, una profondità alle relazioni sociali che fanno da contrappeso importante allo sviluppo della vicenda (che pure, in un romanzo “di genere”, è essenziale).

In questo monumentale romanzo siamo in una megalopoli (New Crobuzon) sul pianeta Bas-Lag. In questo “altrove” la tecnologia è vagamente post-vittoriana (e qui l’essere marxisti aiuta molto) e ricorda vagamente il filone steampunk cui appartengono The Difference Engine di William Gibson e Bruce Sterling e The Diamond Age di Neal Stephenson. Soltanto che questo mondo è popolato, oltre che da umani, da una serie di altre specie aliene interessanti e di esseri pluridimensionali (tra i quali un memorabile ragnaccio). Ma non vi voglio confondere le idee, né rovinarvi la lettura.

Il ‘protagonista del romanzo è uno scienziato reietto e questo consente a Miéville alcune considerazioni interessanti sull’accademia e sulla natura della ricerca (il riferimento è alle posizioni sul Kindle):

[…] how much “analysis” was just description—often bad description—hiding behind obfuscatory rubbish. [488]

“See, if you think that matter and therefore the unified force under investigation are essentially static, then falling, flying, rolling, changing your mind, casting a spell, growing older, moving, are basically deviations from an essential state. Otherwise, you think that motion is part of the fabric of ontology, and the question’s how best to theorize that. You can tell where my sympathies lie. Staticists would say I’m misrepresenting them, but fuck it. [2884]

The process of explaining his theoretical approach was consolidating his ideas, making him formulate his approach with a tentative rigour. [2900]

After only two weeks of research, something extraordinary happened in Isaac’s mind. The reconceptualization came to him so simply that he did not at first realize the scale of his insight. It seemed a thoughtful moment like many others, in the course of a whole internal scientific dialogue. A sense of genius did not descend on Isaac Dan der Grimnebulin in a cold shock of brilliant light. Instead, as he gnawed the top of a pencil one day, there was a moment of vaguely verbalized thought along the lines of or wait a minute maybe you could do it like this … [3669]

La complessità della società di New Crobuzon resta sullo sfondo di una vicenda appassionante e con forti tinte horror, ma non per questo è uno degli aspetti meno rilevanti del libro. La fantascienza, al suo meglio, ci ha sempre aiutato a pensare alla contingenza del reale e alla pluralità del possibile, e questo è vero anche per Miéville. Come è anche vero (la lezione dello straniamento brechtiano) che vedere vicende umane/troppo umane incarnate in protagonisti e società aliene ci aiuta a coglierne l’assurdità e l’intollerabile ingiustizia.

Non posso dire molto di più senza rovinarvi il piacere della scoperta. Fatevi coraggio davanti alle sue molte pagine, e leggetelo.

* * *

Oltre a quelle che ho già introdotto nel corpo della recensione, ho qualche altra piccola perla da proporvi (faccio sempre riferimento alla posizione sul Kindle):

Vermishank was not fat, but he was coated from his jowls down in a slight excess layer, a swaddling of dead flesh like a corpse’s. [3272]

“Davinia?” he answered. His voice was a masterpiece of insinuation. In one word he told his secretary that he was surprised to have her interrupt him against his instructions, but that his trust in her was great, and he was quite sure she had an excellent reason for disobeying, which she had better tell him immediately. [4555]

But for the most part, as long as payments were made and violence did not spill out of the rooms in which it had been paid for, the militia kept out. [5681]

[…] as their skin became parchment and their blood ink. [6615]

It is a work of such beauty that my soul wept. [6763]

My sustenance is information. My interventions are hidden. I increase as I learn. I compute, so I am. [7748]

[…] there was no moral accounting that lessened the horror of what she was doing. [9884]

” […] Whichever, the Council don’t care about killing off humans or any others, if it’s . . . useful. It’s got no empathy, no morals,” Isaac continued, pushing hard at a resistant piece of metal. “It’s just a . . . a calculating intelligence. Cost and benefit. It’s trying to . . . maximize itself. It’ll do whatever it has to—it’ll lie to us, it’ll kill—to increase its own power.” [10474]

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The Ghost (L’uomo nell’ombra)

L’uomo nell’ombra (The Ghost Writer), 2010, di Roman Polanski, con Ewan McGregor, Pierce Brosnan e Olivia Williams.

The Ghost Writer

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Un bel film tratto da un bel libro: e forse potrebbe bastare.

Soltanto che ho recensito il romanzo su questo blog (qui), e sono troppo vanitoso per non scriverlo (se uno non fosse un po’ esibizionista non scriverebbe un blog). Dello stesso autore, Robert Harris, ho anche recensito pochi giorni fa il romanzo più recente (The Fear Index).

Del film – molto fedele al romanzo, come è abbastanza prevedibile considerato che l’autore ha collaborato attivamente con Polanski alla sceneggiatura – mi hanno colpito soprattutto 3 cose: la circostanza che si tratta forse del più hitchcockiano dei film di Polanski; il setting sull’invernale isola semideserta (Martha’s Vineyard nel libro); il finale, originale rispetto a quello del romanzo, che era letteralmente impossibile da rendere cinematograficamente.

Sulla prima cosa non c’è niente da aggiungere: è probabilmente un’impressione assolutamente soggettiva e comunque non può essere comunicata se non guardando insieme il film. Forse l’unica cosa che posso trasmettere è un po’ di umor nero [dimenticavo: The Ghost non ha mai un nome. Anche questo è un piccolo colpo di genio]:

Amelia Bly: Are you ill?
The Ghost: No, I’m aging. This place is Shangri-La in reverse.

The Ghost: Did you ever want to be a proper politician in your own right?
Ruth Lang: Of course, didn’t you want to be a proper writer?

Ruth Lang: I feel like the wife of Napoleon on St. Helena.

Paul Emmett: [reacting to an old picture of Lang, taken in his college days with a marijuana joint] Let’s hope he didn’t inhale.

Island Ferry Attendant: Single or return?
The Ghost: Return. I hope.

Adam Lang: Who are you?
The Ghost: I’m your ghost.
Adam Lang: Right…
Ruth Lang: Don’t worry, he isn’t as it were, such a jerk.

The Ghost: I’d never guess you smoked.
Amelia Bly: I only allow myself one. In times of great stress or contentment.
The Ghost: Which is this?
Amelia Bly: Very funny.

The Ghost: Forty thousand years of human language, and there’s no word to describe our relationship. It was doomed.

The Ghost: It’s my first time in a private jet.
Amelia Bly: Let’s hope it’s not your last.

Paul Emmett: The gate will open automatically. Be sure to make a right at the bottom of the drive. If you turn left, the road will take you deeper into the woods and you’ll never be seen again.

The Ghost: I really don’t think this is a good idea.
Richard Rycart: You have no choice.
The Ghost: Emmett must have told Lang I’ve been to see him.
Richard Rycart: So what’s he going to do about it? Dump you in the ocean?
The Ghost: Well it happened before.
Richard Rycart: Which means it can’t happen again. He can’t drown two ghost writers, for God’s sake. You’re not kittens.

Adam Lang: Spare me the bleeding-heart bullshit! Do you know what I’d do if I was in power again? I’d have two queues at airports: one for flights where we’d done no background checks, infringed on no one’s civil bloody liberties, used no intelligence gained by torture. And on the other flight we’d do everything we possibly could to make it perfectly safe. And then we’d see which plane the Rycarts of this world would put their bloody kids on! And you can put that in the book!

Sulla seconda c’è da dire di più: Polanski non poteva girare in New England, perché se mettesse piede sul suolo statunitense verrebbe arrestato per la condanna ricevuta per lo stupro di una minorenne (se non conoscete la storia e vi interessa, la trovate su Wikipedia), e quindi il film è girato in esterni prevalentemente in Danimarca per quanto riguarda le scene dove compare la spiaggia (a Rømø) e nella Germania del nord (l’isola di Sylt e Peenemünde). [Per la verità, alcune scene sono girate in Massachusetts, a Bourne,  Wellfleet e Provincetown, suppongo da una troupe senza la presenza del regista]. La cosa interessante è che la casa modernissima sulle dune battute dal vento e dalla pioggia è stata costruita in studio, e quello che si vede dalle finestre è il frutto di effetti speciali: tanto di cappello, anche da questo si vede la classe di un regista. Polanski ne spiega le motivazioni (strettamente artistiche) nel video qui sotto, che vi invito a vedere perché c’è più di una lezione di cinema.

Il finale riesce a trasmettere visivamente la medesima conclusione del libro in un modo molto diverso ma altrettanto, anzi direi più efficace. Anche qui il video spiega, ma – vi avverto – vi rovinerà la visione del film  (è un thriller!)