Robert Harris – The Second Sleep

Harris, Robert (2019). The Second Sleep. London: Hutchinson. 2019. ISBN: 9781473558786. Pagine 327. 14,99€.
[Il sonno del mattino. Trad. it. Annamaria Raffo. Milano: Mondadori. 2019. ISBN: 9788804718376. Pagine 300. 10,99€]

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Desinit in piscem, mulier formosa superne” (“Donna procace nella parte superiore, ma finisce come un pesce”), commentò Orazio la statua di una sirena. Divenne proverbiale, per dire che comincia bene e finisce male.

È così anche per questo romanzo.

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L'unione fa la forca [Proverbi pessimisti 16]

Di bruciante attualità in questa epoca di intolleranza e giudizi sommari.

Richard Dawkins – Outgrowing God

Dawkins, Richard (2019). Outgrowing God: A Beginner’s Guide. London: Transworld. 2019. ISBN: 9781473563513. Pagine 294. 11,99€.
[Diventare più grandi di Dio: Una guida all’ateismo per principianti. Trad. it. Laura Serra. Milano: Mondadori. 2019. ISBN: 9788852097515. Pagine 265. 11,99€]

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Non il migliore dei libri di Dawkins, ma comunque una lettura affascinante.

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Il sistema periodico – 11 novembre 2019

Per prima cosa una confessione: non ero mai stato al Teatro Argentina. Molti amici romani si scandalizzano per questa mia mancanza, ma a me non sembra una colpa grave, tanto più ora che ci sono andato. Merito architettonico e fascino del teatro mi sono sembrati modesti.

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Primo Levi invece l’ho frequentato, eccome. Prima Se questo è un uomo, naturalmente, che girava per casa e che i miei genitori mi consigliarono di leggere che ero ancora ragazzo (e questa è soltanto una delle cose, e soprattutto dei consigli di lettura, di cui sono loro grato). Poi le Storie naturali, che – come molti, suppongo – lessi quando ancora non si sapeva che dietro lo pseudonimo di Daniele Malabaila si nascondeva Levi stesso: era dunque la prima edizione, quella del 1966. Ero già appassionato di storie fantastiche: in interesse partito da Jules Verne, che divoravo da quando sapevo leggere, e continuato disordinatamente per il resto della vita, a partire da Poe (che avrei incontrato di lì a poco). A me ragazzo, Storie naturali era piaciuto più di Se questo è un uomo: insomma, Se questo è un uomo era un dovere morale (anche se non un obbligo, almeno per me), bello e anche molto interessante, ma non piacevole; Storie naturali era piacere puro, intrattenimento, acqua minerale frizzante per il cervello.

Vizio di forma, Il sistema periodico e, qualche anno dopo, La chiave a stella proseguono nella scia di Storie naturali. Questo è il Primo Levi che amo di più, che sento più vicino a me, e che mi sembra anche più autentico nei suoi interessi e nelle sue sensibilità. Forse è vero – come lui stesso ha scritto – che «esiste un legame intimo tra l’opera precedente e questo mio ultimo libro. In entrambe vi è l’uomo ridotto a schiavitù da una cosa: la “cosa nazista”, e la “cosa cosa”, cioè la macchina.» e che «se non avessi vissuto la stagione di Auschwitz, probabilmente non avrei mai scritto nulla. Non avrei avuto motivo, incentivo, per scrivere» [G. D’Angeli, Il sonno della ragione genera mostri, in «Famiglia cristiana», 27 novembre 1966]. Però, altrove – ma nello stesso periodo – Levi riconosce questa duplicità della sua natura d’autore: «Io sono un anfibio, un centauro (ho anche scritto dei racconti sui centauri) e mi pare che l’ambiguità della fantascienza rispecchi il mio destino attuale. Io sono diviso in due metà.» [E. Fadini, Primo Levi si sente scrittore “dimezzato”, in «L’Unità», 4 gennaio 1966]. E perciò, forte di queste argomentazioni dello stesso autore, mi sento autorizzato a esprimere la mia preferenza per il Levi “narratore puro” rispetto al Levi memorialista.

Ma, come spesso mi accade, ho divagato.

Ieri sera (11 novembre 2019) sono andato al Teatro Argentina per una lettura di cinque dei racconti che compongono Il sistema periodico: Idrogeno, Zinco, Cerio, Vanadio e Carbonio. Il progetto è di qualche anno fa (cito dal programma di sala):

Nel 2010, in occasione della EuroScience Open Forum, nasceva a Torino la lettura scenica Il segno del chimico, di Domenico Scarpa con la regia e l’interpretazione di Valter Malosti. Oggi quel lavoro viene rilanciato, rinnovato e amplificato nella nuova esecuzione scenica affidata ad una voce d’eccezione, quella dell’attore siciliano Luigi Lo Cascio.

Il progetto ha circolato un po’ (è stato a Torino e Asti, e sarà a Milano), ma questa è stata l’unica data romana. Peccato, perché i racconti sono veramente belli (sopra tutti, Vanadio e Carbonio) e l’interpretazione di Lo Cascio è molto partecipata e aggiunge drammaticità ai testi. Molto belle anche le musiche elettroniche, eseguite dal vivo da Gup Alcaro, che contribuiscono al fascino della serata.

Jethro Tull – 7 novembre 2019 (e 1° febbraio 1971 o 31 gennaio 1972 o 20 marzo 1973)

Un concerto piuttosto brutto, a mio modesto parere.

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Ralf Schulze (rs-foto.de) [CC BY-SA 3.0]

Jethro Tull – o meglio Ian Anderson – ha deciso di celebrare i 50 dalla fondazione del gruppo (1967) con una tournée.

Problemi: il primo e principale è che i JT sono stati un gruppo eclettico, che ha cambiato molte volte genere nel lungo periodo di attività. Wikipedia dice che hanno iniziato suonando blues rock e jazz fusion, evolvendosi verso l’hard rock e il folk rock. Poi hanno avuto una (tardiva) fase prog, protrattasi fino al 1976-77 (ben dopo l’inizio del punk: i Ramones nascono nel 1974 e i Sex Pistols l’anno dopo). A quel punto io avevo già smesso di seguirli, ma Wikipedia ci racconta che hanno continuato a vagare, prima verso il folk, poi verso l’elettronica, ancora l’hard rock e persino la world music. Riassumere in un concerto di un paio d’ore tutta questa roba non è certo facile. Tanto più che, direi, il pubblico del concerto romano era grosso modo mio coetaneo (e infatti nell’intervallo si è di nuovo verificato il curioso fenomeno delle file ai bagni maschili più lunghe che a quelli femminili, che avevo già notato in un concerto dei King Crimson) e quindi legato al periodo che va da Stand Up a A Passion Play, passando per Benefit, Aqualung e Thick as a Brick. Cioè, per capirci, dal 1969 al 1973.

Il secondo, legato a questo, è che i JT hanno cambiato formazione una miriade di volte, con la sola costante di Ian Anderson. Ed è così anche ora: la band è costituita da quattro giovanotti, sconosciuti anche se tecnicamente rispettabili, più il solito Ian Anderson. Band, peraltro, costituitasi dal nulla in occasione della tournée, fortemente voluta, come abbiamo detto, proprio da Ian Anderson.

Terzo: tournée è la parola giusta se la definiamo, con il Vocabolario Treccani, come una “serie di spettacoli o di esecuzioni musicali effettuata da compagnie teatrali o di rivista, o da singoli artisti, in varie località secondo un itinerario e un programma stabiliti”, ma non se ce la immaginiamo come una serie di concerti che cambiano – quanto meno dei dettagli – a seconda dei tempi, dei luoghi e delle circostanze. Per i concerti, soprattutto per quelli jazz o rock, ma in misura minore anche per quelli di musica “colta” o “seria” o “classica” (o chiamatela come vi pare, che tanto nessuna di queste etichette è difendibile), io mi aspetto cambiamenti della scaletta, improvvisazioni, o almeno diversi accenti nelle interpretazioni. Qui, niente di tutto questo. La scaletta è fissa, scandita com’è dagli intermezzi audiovisivi, peraltro piuttosto stucchevoli, accompagnati dalla recitazione enfatica solito Ian Anderson.

E qui siamo all’ultimo punto, forse decisivo. Non era la prima volta che sentivo dal vivo i Jethro Tull. Li avevo sentiti a Milano, in uno dei tre concerti che fecero tra il 1971 e il 1973, probabilmente nell’ultimo. Ma il fatto che non riesca neppure a ricordare né la data esatta né che cosa avessero suonato la dice lunga. Ricordo soltanto, e benissimo, che ero rimasto negativamente impressionato dagli atteggiamenti da guitto di Ian Anderson, un po’ buffoneschi, un po’ volgari, un po’ da vaudeville. E che me ne ero tornato a casa molto deluso: e che diamine, allora pensavo che il rock e il prog fossero una cosa seria, da ascoltare e apprezzare senza troppi fronzoli (mi infastidivano anche gli eccessi e le fumisterie di Emerson Lake & Palmer, se è per questo). E, per la verità, lo penso ancora.

E così, il concerto è finito che non avevo più voglia di sentire quella musica e avevo già guardato di nascosto l’orologio nella speranza che la smettessero… Un giudizio negativo senza appello.

Henry Roth – Call It Sleep

Roth, Henry (1934). Call It Sleep. New York: Farrar, Straus and Giroux. 2013. ISBN: 9781466855281. Pagine 477. 8,83€.
[Chiamalo sonno. Trad. it. Mario Materassi. Milano: Garzanti. 2017. ISBN: 9788811811763. Pagine 543. 9,99€]

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Alla fine del 2018, dopo quasi 25 anni, mi sono dimesso dal mio posto di lavoro e da allora – dopo qualche mese sabbatico – ho ricominciato a lavorare come autonomo (o libero professionista, o freelance, se preferite) presso una società di ricerca in economia applicata dalle parti di piazza Mazzini, a Roma. Un giorno di settembre, uscito dallo studio, ho incontrato una ex-collega e amica che non vedevo da qualche tempo. Dopo i convenevoli di rito, mi è venuto in mente che era lei che, alcuni anni fa, mi aveva segnalato Stoner di John Williams (non era stata la sola, per la verità; la mia recensione su questo blog è qui). E quindi, senza frapporre indugi, le ho chiesto a bruciapelo: “E che cosa stai leggendo?”. E lei, senza esitazione: “Chiamalo sonno, di Henry Roth”.

Ed eccomi qui a parlarne. Anzi, a parlare di due cose: del romanzo, e della mia hýbris.

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Isaak Babel’ – Racconti di Odessa

Babel’, Isaak (1931). Racconti di Odessa (Одесские рассказы. A cura di Rossana Platone). Milano: Rizzoli. 2012. ISBN: 9788858624807. Pagine 133. 4,99€

Copertina: Racconti di Odessa; Isaak Babel"
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Se vi affascina questa città leggendaria, porto levantino della grande Russia, ideale polo opposto del porto di Murmansk sull’Artico dove il mare non gela grazie alle estreme propaggini della corrente del golfo, crogiolo di popoli e di lingue, questo è il libro per voi. Si legge d’un fiato.

È il libro che Rumiz si è portato nel suo viaggio raccontato in Trans Europa Express (di cui parleremo).

La lingua di Babel’ è pura poesia. Eccone due esempi:

[…] una polpetta, profumata come un’infanzia felice (pos. 1036)

[…] fremevano, come il lievito col quale fermenta la vendetta (pos. 1423)