L’ultima parola all’esperto, se dice quello che vogliamo noi

È successo in un grosso comune della bassa mantovana, ma sarebbe potuto succedere in qualsiasi altro luogo, perché è abbastanza rappresentativo dell’atteggiamento che la maggioranza degli italiani ha nei confronti della scienza.

Il processo è più o meno sempre lo stesso. Si parte da una notizia trasmessa in televisione (il TG1 di Minzolini era specializzato nell’irrilevante e nell’aneddotico, ma anche il leggendario Kazzenger di Giacobbo non scherza mica) o comparsa sui quotidiani e sui periodici (che in genere si avvalgono della collaborazione di free-lance che gratis o per due soldi spulciano la stampa estera). Deve essere una notizia di contenuto scientifico, ma questa è condizione necessaria ma non sufficiente; deve essere anche una notizia “appetibile” al vasto pubblico (“notiziabile”, dicono loro, traducendo alla bell’e meglio, anzi alla brutt’e peggio l’inglese newsworthy), a insindacabile giudizio del responsabile della pagina o della sezione, che ha il polso dei gusti e degli appetiti del vasto pubblico (non è un caso che il primo esame a Scienze della comunicazione sia Cialtronaggine 101). Dev’essere parte di quella che Laura (ma mi corregga l’interessata, se deve) chiama scienza pacioccona.

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Corsi di preparazione al matrimonio?

Da Il Tirreno, 15 aprile 2013 (Sorpresi a fare sesso nel confessionale – Cronaca – il Tirreno)

Sorpresi a fare sesso nel confessionale

All’arrivo dei carabinieri in duomo hanno reagito, ne è nato un parapiglia ed entrambi sono stati arrestati

CECINA. Hanno scelto un posto decisamente insolito per fare sesso: il confessionale del duomo. E quando sono arrivati i carabinieri hanno reagito con violenza. Lei è fuggita seminuda sulla strada, lui è rimasto in chiesa a fronteggiare i militari. Alla fine sono stati arrestati tutti e due per resistenza e lesioni a pubblico ufficiale, oltre che denunciati per atti osceni. Si tratta di due giovani rosignanesi e l’episodio è avvenuto nel pomeriggio a Cecina.

Il duomo di Cecina / iltirreno.gelocal.it

Oreste, il gatto conteso

La Gazzetta di Mantova del 15 agosto 2012 ha pubblicato questo trafiletto, con l’intento – abbastanza trasparente – di farne un pezzo di colore. Ma secondo me, la storia solleva qualche questione interessante.

wikipedia.org

Cominciamo dall’articolo.

Il gatto conteso fra due donne andrà a trovare chi vuole

TREVISO Scopre che il suo micio è stato adottato dalla vicina e scoppia la lite a cui mette fine la polizia, stabilendo salomonicamente che l’animale potrà dividersi a suo piacimento tra le due case. La vicenda inizia otto mesi fa a Treviso quando il gatto, chiamato Oreste, viene investito e rimane ferito. È curato per otto mesi dal veterinario che alla fine presenta un conto di 4.000 euro alla proprietaria. Conto che la padrona non può pagare. Trascorse alcune settimane, il veterinario affida il micio ad una ragazza che, intenerita dal caso, salda il conto del medico e se lo porta a casa. Caso vuole che la nuova padrona sia una vicina di casa dell’altra proprietaria di Oreste. Le due non si conoscono ma vengono a conoscenza l’una dell’altra quando il gatto decide di farsi fare le coccole dalla precedente padrona, che lo riconosce immediatamente. Dalla felicità per il felino ritrovato alla lite condominiale il passo è però breve. I vicini chiamano la polizia. Oreste viene riconsegnato all’ultima proprietaria, ma con l’obbligo per quest’ultima di lasciarlo frequentare la vicina.

La prima inesattezza mi sembra quella che attribuisce la facoltà di risolvere una lite (nell’accezione giuridica del termine) alla polizia: la polizia avrà espresso una propria opinione basata sul buon senso, avrà cercato di persuadere le due litiganti, avrà al più potuto esercitare una sorta di moral suasion o minacciato nuovi più drastici interventi all’eventuale ripetersi del diverbio condominiale. Ma i poliziotti non sono giudici, per fortuna.

Seconda questione: dal suo punto di vista, ogni gatto è in primis “suo” (nel senso in cui le femministe zocculute e lungogonnute floreali degli anni Settanta, oltre ad affermare che le streghe erano tornate, dicevano “io sono mia”). E, sia ben chiaro, io sono pienamente d’accordo con tutti i gatti e con tutte le donne di questo mondo. Ciò non toglie che in questo mondo mercantilistico, i gatti (e i cani e gli altri animali) siano comprati e venduti: come sa chiunque abbia comprato o venduto un cucciolo di siamese o di labrador e con buona pace degli animalisti. Inoltre, i gatti non sono in condizione di pagare il conto del veterinario.

A questo proposito, trovo difficile credere che la padrona originaria del gatto (che chiameremo Ur-Proprietaria) ignorasse che le cure del veterinario sarebbero state onerose per lei, soprattutto perché inclusive di una lunga convalescenza nella “clinica” del veterinario stesso e con vitto e alloggio, oltre che medicinali, medicazioni e prestazioni professionali varie. Immagino anche che – sotto il profilo deontologico – il veterinario fosse tenuto a fare un preventivo, e l’articolo non ci offre elementi per escludere che l’abbia fatto. Vi prego anche di considerare, per quanto la cosa vi ripugni, che l’alternativa alla lunga e costosa cura del gatto infortunato fosse l’eutanasia, che per gli animali è lecita e ampiamente praticata.

Invece, suggerisce implicitamente l’estensore dell’articolo, alla presentazione della parcella di 4.000 € la Ur-Proprietaria cade dal pero e si rifiuta di pagare. Il gatto Oreste, per il nostro ordinamento giuridico anche se forse non per la nostra sensibilità, è a tutti gli effetti una cosa e resta nella disponibilità del veterinario (come succederebbe a un vestito che lasciate in tintoria rifiutandovi di pagare il conto). Che, badate bene, potrebbe anche decidere di sopprimerlo, senza che la Ur-Proprietaria possa dire alcunché o accampare pretese.

Invece: «il veterinario affida il micio ad una ragazza che, intenerita dal caso, salda il conto del medico e se lo porta a casa.» Ecco, qui secondo me il giornalista racconta la storia in modo impreciso. Il veterinario, in realtà, vende il gatto alla ragazza (Proprietaria-B) per 4.000 € e ci va in pari. Il gatto Oreste è di Proprietaria-B a tutti gli effetti. [A me, poi, Proprietaria-B sta anche più simpatica, sia perché non esita a pagare un gatto infortunato e abbandonato 4.000 €, pur non essendo molto più abbiente dalla Ur-Proprietaria, come si può inferire dal fatto che abitano nel medesimo condominio; sia perché è una ragazza, il che ci fa pensare per contrasto che Ur-Proprietaria sia un’arida vecchietta, una Crudelia DeMon dei gatti.]

E Oreste? I gatti, si sa, hanno un concetto della fedeltà diverso da quello dei cani. I gatti maschi, poi, sono più sensibili alla territorialità che agli affetti (le coccole?!). Chissà quale combinazione di spirito d’esplorazione e di sensibilità olfattive l’hanno portato alla soglia della sua vecchia casa. Sono pronto a scommettere che ne avrebvbe graffiato la porta anche se la Ur-Proprietaria non ci avesse abitato, attratto dal potere sovrafelino del feromone.

Resto curioso di sapere se l’accomodamento prospettato dalle forze dell’ordine sarà stabile.

Divieto di gavettone per contrastare la siccità

Mi scuso per il ritardo con cui condivido la notizia pubblicata dall’ANSA il 14 agosto 2012.

Sindaco vieta i gavettoni a Ferragosto

A Scarlino. Su Fb spiega: Non me ne volete, colpa della siccità

14 agosto, 13:52

(ANSA) – SCARLINO (GROSSETO), 14 AGO – Niente gavettoni a Ferragosto: per chi sgarra, multa da 50 euro. Lo ha stabilito con un atto ad hoc il sindaco di Scarlino (Grosseto), Maurizio Bizzarri.

Bizzarri. Nomen omen, of course.

L’Enrica, il mastino della Bassa mantovana – Nando dalla Chiesa – Il Fatto Quotidiano

Riprendo dal blog di Nando dalla Chiesa su Il Fatto quotidiano [L’Enrica, il mastino della Bassa mantovana – Nando dalla Chiesa – Il Fatto Quotidiano]

L’Enrica, il mastino della Bassa mantovana

di Nando dalla Chiesa | 6 agosto 2012

Un mastino si aggira nella bassa padana. Da anni minaccia quella genia errante – giornalisti, intellettuali, magistrati, testimoni civili- che affolla incontri e talk show di paese. Da anni ha trasformato per loro quella fetta di pianura mantovana che sta tra Viadana, Suzzara e Pegognaga in una sorta di triangolo delle Bermuda. Chiunque vi arrivi per una sola volta viene infatti costretto a tornarci il mese o l’anno dopo. Tanto non è mai questione di tempo, il mastino non molla. E vince per sfinimento della vittima. Il soggetto in questione è una giovane signora, una cascata di ricci biondi, occhiali sottili e viso affilato, che parte da Viadana, il suo comune, setaccia i dibattiti del circondario, senza tralasciare né Mantova né Parma, né Bologna né Reggio Emilia, e va a scoprire chi può fare al caso suo.

Una specie di talent scout al servizio – gratuito – di tutte le associazioni della zona. L’Enrica (Tassoni di cognome) ha una sua precisa strategia operativa. Si siede in prima fila, studia i relatori, dà loro mentalmente i voti, poi incomincia a sorridere ai malcapitati prescelti. E in testa sua li distribuisce tra i vari eventi di cui tiene il registro, da lì a un anno: il 25 aprile, la ripresa delle scuole, l’associazione per la pace, il comitato per la libertà d’informazione, il circolo locale, il referendum , la cooperativa per disabili, il coordinamento di studenti universitari, il gruppo musicale. Poi si fa avanti, prende indirizzo elettronico e qualche volta cellulare, e da quel momento per il prescelto è finita. Il suo destino è tornare nel triangolo delle Bermuda. Dove l’Enrica la conoscono tutti.

E’ lei l’asso nella manica di chi sarebbe altrimenti rassegnato all’idea di non potere mai sentire il giudice che appassiona le folle, l’intellettuale raffinato o il prete che incanta le genti. Perché quel che in teoria non è permesso dalla scarsità di relazioni, dai trasporti accidentati o dalla povertà dei mezzi, diventa possibile grazie a lei, maestra elementare dal fare austro-ungarico e con un debole per il diritto costituzionale e la sociologia. L’ultimo colpo lo ha messo a segno con uno dei personaggi più contesi del momento. Antonio Ingroia andrà per lei nel parco di Pegognaga, che non è esattamente né Portovenere né Cortina, nella incredibile data del 16 agosto; e c’è da scommettere che gli farà trovare, anche in quella data da afa e da zanzare, centinaia di persone.“Ho incominciato dieci anni fa, con il comitato Libera l’informazione, costituito per fronteggiare la disinformazione berlusconiana tra le provincie di Mantova e di Reggio. Poi sono nate altre esperienze e sempre più spesso sono stata chiamata a dare una mano. Vuole sapere il mio segreto? La professoressa del liceo mi diceva che non diventavo rossa neanche se mi tiravano i pomodori in faccia. Con i bambini, sia chiaro, è un’altra cosa. Insegno da vent’anni e so la delicatezza che occorre con loro. Ho il diploma di specializzazione come insegnante per disabili, ho fatto il sostegno per un po’ di anni. A Boretto, accanto a Brescello, il paese di Peppone e don Camillo. Ma con i personaggi famosi penso che in fondo non mi conoscono e non mi costa niente. Devo solo percepire il “ni” e poi non mollo più. Lo faccio solo per le associazioni. Partiti no, mai avuto una tessera. Nessuna antipolitica. Io credo di farla, la politica. Semmai da ragazza non ne sapevo nulla. Ma dopo Falcone e Borsellino ho incominciato a leggere, a darmi da fare”. Pochi anni fa, arrivata ai trentacinque, l’Enrica ha scelto di metter ordine nelle sue letture e si è presa la laurea magistrale all’università di Modena-Reggio Emilia: Scienze della comunicazione e dell’economia.

Così ha imparato a marcare ancora meglio l’ospite desiderato. Alle sue costole per mesi, senza tregua. “Carlo Lucarelli, Gherardo Colombo, Alex Zanotelli, Gino e Teresa Strada, Marco Travaglio, Marco Revelli, Lidia Menapace, Gianfranco Bettin, Felice Casson, sui due piedi non li ricordo tutti. Ora ogni tanto mi dispiace, soprattutto quando l’ospite lo conosco già. Ma se me lo chiedono per una buona causa lo devo fare”. La maestra però sa farsi perdonare. Perché il contorno gastronomico dell’invito è sempre da manuale, quasi avesse dietro una Babette padana capace di sfornare leccornie di ogni tipo, sempre passando, si intende, per tortelli di zucca e lambrusco. E perché se deve presentare un libro state tranquilli che lo ha letto davvero, non se la cava dicendo che “si legge come un romanzo”; e neppure, se deve presentare qualcuno, se la cava dicendo che “non ha bisogno di presentazioni”. Insomma, è una che lavora sodo. E al momento dei saluti c’è sempre un dono, che è in realtà (ma questo lo si afferra solo dopo) il grazioso anticipo del prossimo invito-precettazione: un limoncello o un nocino o altro prezioso liquore (perfino di bacche di pruno) fatto in casa dalla mamma, casalinga e contadina d’eccezione. Ecco, queste sono le storie che andrebbero raccontate quando si descrive con enfasi la vivacità dei posti e il radicamento delle associazioni. Perché quasi sempre, gratta gratta, c’è sotto un piccolo gruppo di persone che, tra un movimento collettivo e l’altro, resta sempre al proprio posto. Anche quando scoccano le scintille dell’amore. Quelle che stanno facendo traslocare l’Enrica a Bologna al seguito del suo compagno, un professore universitario. “Se smetto con la bassa mantovana? Non ci penso nemmeno, loro mi chiameranno e io ci sarò”. La tribù dei relatori viaggianti lo tenga a mente.

Don’t worry, be happy: Bobby McFerrin, Maria Popova, Valeria Pini e la cialtroneria di Repubblica.it

La Repubblica di oggi, 8 giugno 2012, nella sezione Scienze (!!!) pubblica un articolo dedicato a un’analisi della famosissima canzone di Bobby McFerrin “Don’t worry, be happy”:

“Don’t worry, be happy”
Questa canzone ci salverà

Il brano di McFerrin, uscito nel 1988, da più di 20 anni è un vero “inno alla felicità”. La rivista scientifica Brain Pickings svela per la prima volta quali sono i punti di forza di questo testo che trasmette impulsi positivi al nostro cervello e agisce quasi come un medicinale per l’umore

di VALERIA PINI

Il resto dell’articolo lo potete leggere qui: “Don’t worry, be happy” Video Questa canzone ci salverà – Repubblica.it.

Intanto, è comunque un’occasione per riascoltare la canzone di Bobby McFerrin:

Perché questo articolo mi sembra un esempio preclaro di cialtroneria? Proverò a spiegarlo per punti, aiutandomi con qualche citazione dal testo dell’articolo e da altre fonti.

Maria Popova

motherjones.com / Maryana Ferguson

  1. Cominciamo dall’occhiello: «La rivista scientifica Brain Pickings» – che i lettori abituali di questo blog dovrebbero ormai aver imparato a conoscere – non è affatto una rivista scientifica: è un blog che ha anche (non: è identiacemnte eguale a) una newsletter settimanale che viene inviata agli abbonato ogni domenica via e-mail e che contiene i migliori post della settimana (secondo il parere della curatrice, Maria Popova). Non è necessario essere giornalisti investigativi per scoprirlo: basta leggere il colophon del sito.
  2. «Maria Popova, neurologa e direttrice del giornale statunitense Brain Pickings»: che Brain Pickings non sia un giornale lo abbiamo appena visto. E allora, non dovrebbe nemmeno stupirci che Maria Popova non sia una neurologa. Nata in Bulgaria 27 anni fa, lei stessa si autodefinisce sul suo profilo twitter @brainpicker «Interestingness hunter-gatherer obsessed with combinatorial creativity». Luisa Carrada, che cura il blog del mestiere di scrivere, segue da tempo la Popova e il 22 dicembre 2011 ha pubblicato un bel post biografico che vi invito a leggere. Per i più pigri riporto l’essenziale: «È arrivata negli Stati Uniti dalla Bulgaria per fare l’università, ma invece di prendere l’MBA, come sognavano per lei i suoi familiari, si è districata tra mille lavoretti. Ha ancora un visto e fa ancora molti lavori, anche se migliori e sicuramente più remunerati di prima. […] Content curator, dicevamo. La Popova scova, naviga, legge, assembla e segnala. Quello che facciamo tutti in rete, dai post ai tweet. Quello che ci mette lei è quella che chiama la “creatività combinatoria”, cioè la sua capacità di assemblare in un solo post cose anche molto diverse, ma con un filo, uno sguardo, una prospettiva particolare che le unisce. E di saperle raccontare attraverso la scelta di immagini bellissime e un linguaggio evocativo, personale e raffinato. […] è considerata la regina della content curation e grazie al successo di Brain Pickings scrive oggi su testate come The Atlantic e Wired.» Una lunga intervista a Maria Popova, di cui anche Luisa Carrada è (esplicitamente) debitrice è comparsa sul numero di gennaio/febbraio 2012 di Mother Jones: Maria Popova’s Beautiful Mind. Ammetto che per scoprire questo occorreva un quid in più di buona volontà e di giornalismo investigativo.
  3. Un lettore frettoloso potrebbe avere l’impressione che Valeria Pini si sia data da fare per parlare direttamente con Maria Popova, magari non sollevando il suo colloso posteriore, ma almeno con una telefonata. All’inganno contribuiscono le numerose virgolette e frasi come «dice Popova», «spiega Popova», «conclude Popova». Quanto alle frasi tra virgolette, non si tratta di citazioni letterali (ancorché in traduzione) del post originario di Brain Pickings, ma di un abile e fantasioso montaggio prossimo ai cut-up di William Booroughs.
  4. Ma la cosa che trovo in assoluto più stupefacente è che il post di Maria Popova da cui Valeria Pini prende spunto per il suo articolo odierno è del 23 settembre 2011, 9 mesi fa! Se volete leggerlo in versione originale, ecco qui il link: Bobby McFerrin’s “Don’t Worry, Be Happy”: A Neuropsychology Reading. Così giudicate da soli (dal momento che, a detta della stessa Popova, la creatività è combinatoria) anche quanto l’intervento di Valeria Pini abbia aggiunto e quanto abbia sottratto all’originale.

Lascerò il commento finale a Cochi e Renato (e Jannacci) [l’avevo già pubblicato il 13 ottobre 2009, ma là il link a YouTube è stato rimosso]:

Ferisce la vicina a colpi di telecomando – La Gazzetta di Mantova

Meraviglioso. Non c’è nulla da aggiungere. Spero che ora ne traggano un film.
L’ho trovato su La Gazzetta di Mantova del 7 aprile 2012.

A PROCESSO
Ferisce la vicina a colpi di telecomando
Ha colpito più volte la vicina di casa con il telecomando della tivù, ferendola al volto e in altre parti del corpo. A finire nei guai Albertina Boscaglia, 67 anni, che vive in viale Emilia a Lunetta…

Ha colpito più volte la vicina di casa con il telecomando della tivù, ferendola al volto e in altre parti del corpo. A finire nei guai Albertina Boscaglia, 67 anni, che vive in viale Emilia a Lunetta. I fatti risalgono al 28 settembre 2007, ma i contrasti tra le due donne (la vittima ha quasi ottant’anni) sono di vecchia data. Abitano nello stesso condominio. Albertina sopra, Bruna sotto. Discussioni e dispetti sono frequenti. C’è molta tensione tra le due donne. Per questo bastano poche briciole di pane a far precipitare la situazione. Il giorno prima della lite, infatti, Albertina, dopo aver pranzato, esce con la tovaglia sul balcone e la scuote. Ma sotto il suo balcone c’è quello di Bruna e le briciole si depositano sul pavimento del terrazzo. Il giorno dopo la situazione precipita. Mancano pochi minuti a mezzogiorno. Albertina, uscita per fare la spesa, rientra in condominio e sale le scale. Bruna nel frattempo sta pulendo il pianerottolo del piano in cui abita. Le due donne si incrociano e inizia la discussione. Una discussione che prosegue nell’appartamento della vittima. Ed è proprio all’interno dell’alloggio che Albertina, secondo l’accusa, afferra il telecomando e con quello comincia a colpire la padrona di casa. L’ultrasettantenne tenta di difendersi ma non ce la può fare. Nel frattempo Albertina, con lo stesso oggetto danneggia anche alcuni arredi. Sbollita la rabbia se ne va, ma non prima di offendere pesantemente l’anziana vicina di casa. Interviene la polizia locale, avvertita dagli inquilini del palazzo e l’ambulanza che accompagna l’anziana al pronto soccorso di Mantova. Quindici i giorni di malattia riconosciuti dai medici per quelle ferite. (go)
07 aprile 2012