Doctorow-Stross – The Rapture of the Nerds

Doctorow, Cory e Charles Stross (2012). The Rapture of the Nerds. A Tale of the Singularity, Posthumanity, and Awkward Social Situations. New York: Tom Doherty Associates. 2012. ISBN 9781429944915. Pagine 352. 13,77 €

The Rapture of the Nerds

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Il primo romanzo (o uno dei primi, e comunque il primo che ho letto io) sulla Singularity, o meglio – come recita il sottotitolo – sull’umanità della post-singularity.

La Singularity, o Singolarità tecnologica come la traduce in italiano Wikipedia, è legata all’idea che il progresso tecnologico acceleri fino a raggiungere un punto oltre la capacità di comprendere e prevedere degli esseri umani, aprendo il campo all’avvento di una intelligenza superiore a quella umana biologica e all’incremento artificiale e sintetico delle facoltà intellettive e delle capacità vitali di ciascuno. Se volete saperne di più, vi consiglio di leggere la voce di Wikipedia Singolarità tecnologica e i link che vi trovate. Quello che so io sull’argomento, che non è moltissimo ma nemmeno poco, l’ho imparato leggendo un imponente librone di Ray Kurzweil, famoso soprattutto per i suoi sintetizzatori ma in realtà inventore dall’ingegno quasi rinascimentale, The Singularity Is Near: When Humans Transcend Biology.

Kurzweil, un visionario al limite della follia che fa più soldi di quelli che riesce a sperperare, ne ha fatto anche un film, che però non ho visto. Questo il trailer:

Naturalmente, tentare di immaginare come saranno la vita, la società, i rapporti e le dinamiche interpersonali dopo un cambiamento così radicale, su cui ovviamente neppure i futurologi sono d’accordo non è per niente facile. È la freccia del tempo, ricordate? anche se il passato è uno solo  i futuri sono infiniti:

There are many futures and only one status quo. This is why conservatives mostly agree and radicals always argue. [Brian Eno, A Year with Swollen Appendices. London Faber & Faber. 1996, p. 133]

Inventarsi una storia che sia altrettanto fantasticamente strana come la prospettiva stessa della singolarità, poi, è impresa quasi impossibile. Ma è quello che si aspettano gli acquirenti e i lettori del vostro romanzo, cari autori. We won’t settle for less.

Purtroppo non ce l’avete fatta. A meno che vogliate proprio farci credere che l’incredibile attesa per la singolarità, che io per parte mia aspetto con più ansietà del ritorno di Cristo in terra, sfocerà in dopo in cui non solo la natura umana resterà sostanzialmente immutata (e questo non faccio troppa fatica ad accettarlo, anche se mi sembra che i grandi cambiamenti tecnologici abbiano anche cambiato radicalmente il nostro modo di pensare e di agire, come argomenta efficacemente Steven Pinker a proposito della violenza: The Better Angels of Our Nature), ma si porterà dietro tutti i guai di un American way of life da satira se non da barzelletta: un sistema giudiziario capriccioso e incomprensibile, i fondamentalisti cristiani, i padri assenti e le madri invadenti. Tutto troppo già letto e già visto.

Un’altra cosa, come diceva il compianto Steve Jobs: non è un romanzo solo, sono tre tenuti insieme da una tenue cornice, come i Classici di Topolino o più nobilmente, il Decamerone o i Racconti di Canterbury. O come una commedia all’italiana degli anni Settanta.

* * *

Però gli autori hanno intelligenza e arguzia da vendere, e il romanzo ha più di un passo memorabile. Di seguito le mie annotazioni, con i riferimenti numerici all’edizione Kindle.

“Of course it’s organic—nothing but carbon, hydrogen, nitrogen, oxygen, and a bit of phosphorous and sulfur.” [66]

“’Ello!” he says around a mouthful of Huw’s sandwich. “You look interesting. Let’s have a conversation!”
“You don’t look interesting to me,” Huw says, plunking the rest of his food in the backpacker’s lap. “Let’s not.” [190]

[…] a twenty-first-century situationist artist or politician called Sarah Palin. [761]

Boy, you can snap your fingers and before you know what’s happening, there’s a flash conspiracy in action—not your real good old-fashioned secret new world order, nobody can be arsed tracking those things these days, but the next best thing. A self-propagating teleology meme. Goal-seeking Neat Ideas are the most dangerous kind. [955]

[…] Don’t get up to anything I wouldn’t.” [985]

[…] thick gubernatorial Austro-Californian accent. [1172]

[…] neverglades […] [1259]

[…] a very Grimm fairy tale […] [1311]

[…] trash-transcential-transcendental […] [1454]

Yesterday, all his troubles, so far away. [1469]

[…] “It’s the gnostic sexual underground,” […] [1521]

[…] First Church of the Teledildonic […] [1568]

[…] No skin, no sin […] [1582]

“You don’t need to know,” Sam says calmly, “’cuz if you knew, I’d have to edit your memories, and the only way I know to do that these days is by killing you.” [1760]

He’s Asperger’s. Me, I’m just poorly socialized with a recursive introspective agnosia and a deficient situational relationship model. [1788]

[…] from sodomy to simony by way of barratry and antimony. [1904]

Hyperspace bypasses, Vogon poetry, the heat death of the universe: none of these things feature in the extraordinary situation now pertaining to the end of the world as Huw knows it. [2458]

But love is blind, and love that mourns for loss is blinder still, and Huw loved Bonnie, and nothing would change that. [2498]

There is no invisible sky daddy to give us immortal life and a harp and wings when we die. If we want an afterlife, we have to work hard and make it for ourselves. [2684]

“Conspiracy theories are even more tedious than identity politics. You have beliefs and I have logfiles. Which one of us is more likely to be right?” [2744]

“You are the reductionist in this particular moment, I’m afraid. You wanted to feel happy, so you took steps that you correctly predicted would change your mental state to approach this feeling. How is that any different from wanting to be happy and eating a pint of ice cream to attain it? Apart from the calories and the reliability, that is. If you had practiced meditation for decades, you would have acquired the same capacity, only you would have smugly congratulated yourself for achieving emotional mastery. Ascribing virtue to doing things the hard, unsystematic, inefficient way is self-rationalizing bullshit that lets stupid people feel superior to the rest of the world. Trust me, I’m a djinni: There’s no shame in taking a shortcut or two in life.” [2889]

Different governments all tended to blur at the edges anyway, into a weird molten glob of Trilateralist Davos Bilderberger paranoia, feuding and backbiting in pursuit of the biggest office and the flashiest VIP jet. [2945]

“You just don’t want me to put metal in the microwave, because then I’d have as much power as you,” Huw says, quoting a memorable bit of propaganda from the contentious era of the uplifting, a quote from Saint Larson, one of the period’s many canonized funnybeings. [3005]

[…] there but for random luck go I […] [3241]

[…] “On the basis of a sample size of one,” […] [3829]

[…] borderline-aspie nerd  […] [3837]

He’s a really smart high-functioning Asperger’s case who deals with social interaction by emulating it in his head, running a set of social heuristics, and looking for positive-sum outcomes. [3911]

[…] when confronted with limitless possibility and potential, the only legitimate response is to voluntarily assume constraint. Free jazz has its place, but it’s interesting only in contrast to the rigid structures in which it is embedded. [4115]

There’s an old saying about never attributing to a conspiracy that which can be explained by incompetence. [4323: la massima sarebbe addirittura di origine napoleonica: Hanlon’s razor]

Capire l’arte con il computer

Per me è un’ottima notizia, anche se sono sicuro che per qualcuno di voi non lo è.

Due ricercatori della Lawrence Technological University nel Michigan hanno scritto un programma che analizza i dipinti in modo simile a quello che adottano gli esperti umani.

5 delle opere analizzate

kurzweilai.net

L’esperimento condotto dai 2 studiosi ha poi sottoposto al programma circa 1.000 dipinti di 34 noti artisti e lasciato che l’algoritmo di analisi del programma procedesse a sviluppare una rete di somiglianze tra gli autori, basata unicamente sul contenuto visivo dei dipinti e senza intervento umano di sorta. Il risultato è sorprendentemente simile alle tassonomie presenti nei libri di storia dell’arte.

Il programma ha individuato le differenze tra realismo classico e arte moderna, classificando 18 pittori nel primo gruppo e 16 nel secondo. Ulteriori classificazioni emergono dalla vicinanza di artisti come Leonardo, Raffaello e Michelangelo (Rinascimento) e Vermeer, Rubens e Rembrandt (Fiamminghi). Oppure i post-impressionisti (Cezanne e Gauguin) da una parte e i surrealisti (Salvador Dali, Max Ernst e Giorgio de Chirico) dall’altra. Si tratta di classificazioni agevolmente alla portata di chiunque sia familiare con la storia dell’arte europea, ma difficili da cogliere per un occhio non acculturato.

Il programma opera elaborando, per ciascuno dei dipinti analizzato, 4.027 descrittori dell’immagine, valori numerici che ne rappresentano i contenuti (colori, forme, sfumature cromatiche e testurali) traducendoli in elementi quantitativi. Questo passaggio consente di applicare un algoritmo che utilizza metodi statistici e di pattern recognition per individuare similarità e dissimilarità tra stili artistici meglio di quanto non possa fare un soggetto umano inesperto.

La mappa degli stili pittorici

A computer-generated graph of similarities between 34 different painters, reflecting the similarities between the artistic styles of painters as were automatically deduced by the computer. The analysis shows that the computer was clearly able to identify the differences between classical realism and modern artistic styles, and automatically separated the painters into two groups, 18 classical painters and 16 modern painters. Inside these two broad groups the computer identified sub-groups of painters that were part of the same artistic movements. Overall, the computer automatically produced an analysis that is in large agreement with the influential links between painters and artistic movements as defined by art historians and critiques. (Credit: Lior Shamir) / kurzweilai.net

Forse l’entusiasmo degli autori è esagerato, ma come primo passo è abbastanza impressionante.

Qui la notizia come l’ho trovata sulla newsletter di KurzweilAI (Can computers understand art? | KurzweilAI), qui il comunicato stampadell’Università e qui il riferimento all’articolo completo (a pagamento): Lior Shamir, Jane A. Tarakhovsky, Computer analysis of art, Journal on Computing and Cultural Heritage, 2012, DOI: 10.1145/2307723.2307726

 

I premi Ig® Nobel 2012

Come accade ormai dal lontano 1991, il 20 settembre 2012 si è svolta al Teatro Sanders dell’Università di Harvard la cerimonia di assegnazione dei premi Ig® Nobel.

Benché l’intento dei fondatori (Mark Abrahams e i suoi Annals of Improbable Research) sia quello di rendere conto di risultati della ricerca scientifica che prima fanno ridere e poi fanno pensare, c’è chi si chiede – probabilmente a ragione – se il solo parlarne, in un paese refrattario alla cultura scientifica come il nostro, non esponga la ricerca e i suoi operatori al dileggio mediatico:

Confesso di avere qualche difficoltà con gli Ig Nobel, ovvero quei premi istituiti nell’ormai lontano 1991 dalla rivista scientifico-umoristica Annals of Improbable Research e assegnati ogni anno a ricerche scientifiche che dovrebbero, secondo gli ideatori, “prima far ridere la gente e poi farla pensare”. Quando si avvicina il momento dell’annuncio dei vincitori comincio a avvertire un senso di fastidio per il tono che – lo so già – avranno molti degli articoli e dei servizi che commenteranno la notizia.

In effetti il mio problema non è tanto con gli Ig Nobel, ma con il modo in cui essi rischiano di essere percepiti al di fuori del mondo scientifico, soprattutto nel nostro paese. Le ricerche premiate sembrano confermare il pregiudizio negativo della (cospicua) parte di opinione pubblica, di intellettuali e di politici maldisposta nei confronti della scienza. Ovvero: gli scienziati perdono tempo in attività inutili, sono infantili, eccentrici o pazzi, e sprecano denaro (il nostro, sottinteso). Immancabilmente, anche quest’anno ci siamo dovuti sorbire le ironie sui fisici che studiano la forma delle code di cavallo.

[…]

[L]’intento originale non era quello di mettere alla gogna gli autori delle ricerche premiate (in effetti, i vincitori accettano di buon grado di partecipare alla cerimonia, che ricalca in modo semiserio quella dei premi Nobel) ma semmai quello di far capire che la ricerca scientifica è mossa soprattutto dalla pura e semplice curiosità, o almeno così dovrebbe essere. E che la bontà di una ricerca non si dovrebbe giudicare dalla rilevanza dei suoi risultati, o dall’aderenza a linee di indagine ritenute, in un certo periodo storico, più produttive (o più alla moda), ma unicamente dal rispetto del metodo scientifico e dell’etica professionale da parte di chi la fa. Perché non si può sapere in anticipo se una ricerca apparentemente strampalata sia in realtà il preludio a una scoperta che potrebbe cambiare la vita delle persone. [In fin dei conti è anche la logica che presiede al Golden Goose Award, di cui abbiamo parlato in un post di qualche giorno fa]

[…]

In un’epoca in cui anche nella valutazione della ricerca scientifica si stanno affermando criteri improntati all’iperproduttività e all’appiattimento culturale, sarebbe bello recuperare un po’ dello spirito di sano divertimento intellettuale che anima gli Ig Nobel. Il fatto è che per apprezzare quello spirito – e per non fraintenderne le buone intenzioni – bisogna avere non soltanto una buona cultura scientifica, ma anche una certa predisposizione per l’umorismo intelligente, oltre che un’inclinazione a non prendersi sul serio: peccato che da queste parti i Monty Python e The Big Bang Theory non abbiano mai avuto molto successo. Siamo la patria mondiale dell’accademico trombone, preferibilmente umanista. E così quello quello che resta dell’Ig Nobel, ogni anno, è qualche nota di colore, una sfilza di ricerche di cui nessuno capisce lo scopo, e un po’ di cervelloni malvestiti e spettinati che si lanciano i cartoccetti. [L’articolo completo di Amedeo Balbi, Il problema con l’Ig Nobel, lo trovate pubblicato su il Post del 25 settembre 2012. Di mio, aggiungo una precisazione: non si lanciano i cartoccetti, ma degli aeroplanini di carta]

This is improbable

oneworld-publications.com

E adesso che abbiamo salvato l’anima, l’elenco dei vincitori:

  1. Psicologia: Anita Eerland e Rolf Zwaan (Paesi Bassi) e Tulio Guadalupe (Perù, Russia e Paesi Bassi) per lo studio “Inclinarsi sulla sinistra fa sembrare la Torre Eiffel più piccola” [“Leaning to the Left Makes the Eiffel Tower Seem Smaller: Posture-Modulated Estimation,” Anita Eerland, Tulio M. Guadalupe and Rolf A. Zwaan, Psychological Science, vol. 22 no. 12, December 2011, pp. 1511-14].
  2. Pace: la società SKN (Russia) per il processo di trasformazione di munizioni russe vecchie in diamanti nuovi.
  3. Acustica: Kazutaka Kurihara e Koji Tsukada( Giappone) per la realizzazione dello SpeechJammer — una macchina che disturba il discorso delle persone, facendo loro ascoltare le parole pronunciate con un piccolo ritardo [“SpeechJammer: A System Utilizing Artificial Speech Disturbance with Delayed Auditory Feedback“, Kazutaka Kurihara, Koji Tsukada, arxiv.org/abs/1202.6106. February 28, 2012].
  4. NeuroscienzeCraig Bennett, Abigail Baird, Michael Miller e George Wolford (Stati Uniti) per avere dimostrato che gli scienziati del cervello, con strumenti complicati e statistiche semplici, sono in grado di riscontrare attività cerebrali dappertutto, anche nei salmoni morti [“Neural Correlates of Interspecies Perspective Taking in the Post-Mortem Atlantic Salmon: An Argument For Multiple Comparisons Correction,” Craig M. Bennett, Abigail A. Baird, Michael B. Miller, and George L. Wolford, Journal of Serendipitous and Unexpected Results, vol. 1, no. 1, 2010, pp. 1-5].
  5. Chimica: Johan Pettersson (Svezia e Ruanda) per aver scoperto perché nella città di Anderslöv, in Svezia, i capelli della gente diventavano verdi.
  6. Letteratura: il General Accountability Office del governo degli Stati Uniti per aver scritto un rapporto sui rapporti sui rapporti che raccomanda la predisposizione di un rapporto sui rapporti sui rapporti [“Actions Needed to Evaluate the Impact of Efforts to Estimate Costs of Reports and Studies,” US Government General Accountability Office report GAO-12-480R, May 10, 2012].
  7. Fisica: Joseph Keller (Stati Uniti), Raymond Goldstein (Stati Uniti e Regno Unito), Patrick Warren e Robin Ball (Regno Unito) per avere modellizzato l’equilibrio di forze che caratteriza il moto delle code di cavallo umane [“Shape of a Ponytail and the Statistical Physics of Hair Fiber Bundles.” Raymond E. Goldstein, Patrick B. Warren, and Robin C. Ball, Physical Review Letters, vol. 198, no. 7, 2012.”Ponytail Motion,” Joseph B. Keller, SIAM (Society for Industrial and Applied Mathematics) Journal of Applied Mathematics, vol. 70, no. 7, 2010, pp. 2667–72].
  8. Dinamica dei fluidi: Rouslan Krechetnikov (Stati Uniti, Russia e Canada) e Hans Mayer [(Stati Uniti) per avere studiato il movimento dei liquidi, con particolare riferimento a quanto accade a una persona che cammina con una tazza di caffè in mano [“Walking With Coffee: Why Does It Spill?” Hans C. Mayer and Rouslan Krechetnikov, Physical Review E, vol. 85, 2012].
  9. Anatomia: Frans de Waal (Paesi Bassi e Stati Uniti) e Jennifer Pokorny (Stati Uniti) per avere scoperto che gli scimpanzé sono in grado di individuare altri scimpanzé sulla base di una foto del loro deretano [“Faces and Behinds: Chimpanzee Sex Perception” Frans B.M. de Waal and Jennifer J. Pokorny, Advanced Science Letters, vol. 1, 99–103, 2008].
  10. Medicina: Emmanuel Ben-Soussan e Michel Antonietti (Francia) per consigliare i colleghi medici su come minimizzare il rischio che durante l’esame colonscopico il paziente esploda [“Colonic Gas Explosion During Therapeutic Colonoscopy with Electrocautery,” Spiros D Ladas, George Karamanolis, Emmanuel Ben-Soussan, World Journal of Gastroenterology, vol. 13, no. 40, October 2007, pp. 5295–8. “Argon Plasma Coagulation in the Treatment of Hemorrhagic Radiation Proctitis is Efficient But Requires a Perfect Colonic Cleansing to Be Safe,” E. Ben-Soussan, M. Antonietti, G. Savoye, S. Herve, P. Ducrotté, and E. Lerebours, European Journal of Gastroenterology & Hepatology, vol. 16, no. 12, December 2004, pp 1315-8].

Ecco il lungo ma divertente webcast della cerimonia:

Nella foto, 3 premi Nobel veri – Wolfgang Ketterle (fisica, a sinistra), Orhan Pamuk (letteratura) e Paul Krugman (economia, a destra) – sperimentano l’invenzione della vincitrice dell’Ig Nobel Elena Bodnar, un reggiseno che si trasforma rapidamente in una maschera facciale protettiva.

IgNobel

improbable.com/

Lipari, l’iPhone e la negromanzia: un ripensamento

A volte basta poco: una notte di riposo, una bella giornata autunnale, la prospettiva di una breve vacanza e il pessimismo si dissipa. Per continuare la metafora da spiaggia: una bella doccia che lava via la sabbia, un cambio di biancheria pulita e l’irritazione scompare.

E se non fosse la scomparsa dei fatti o l’uso di armi di distrazione di massa, come temevo ieri, ma una prima ammissione di sconfitta della corporazione dei professionisti della comunicazione? Un arretramento non tanto verso le notizie, spesso strillate e quasi sempre imprecise (oppure: quasi sempre strillate e spesso imprecise, scegliete voi) di facebook; ma rispetto all’onesto lavoro di siti come meteoweb.eu e al citizen journalism (suppongo, anche se non mi pare si tratti di siti esaltanti) dei siti a loro volta citati dall’articolo di meteoweb: Il notiziario delle Eolie online e Lipari.biz…? Se fosse così sarebbe tutto considerato una buona notizia, perché ci lascerebbe la possibilità di cercare e trovare le informazioni di prima mano, con qualche rischio di affidabilità (ma perché, quelle della “grande stampa”, dove i professionisti sono una minoranza, e quelli seri una minoranza sparuta, sono notizie attendibili?) ma con la possibilità di controllarle attraverso un piccolo lavoro di comparazione e collaborando tra “utenti” per definire insieme la reputazione delle fonti. L’informazione di massa continui a rimpallarsi i commenti dei commenti dei commenti, in un gioco autoreferenziale. E se qualche professionista vuole continuare a fare il giornalista, scelga oculatamente il suo campo.

Arthur C. Clarke

wikipedia.org

Chiara Giaccardi mi dà una soddisfazione ancora maggiore. Non perché abbia cambiato opinione sulla dose di superciliosa fuffa che ci propina nel suo fintamente dotto commento (se fosse dotta davvero, saprebbe che cosa Arthur C. Clarke, il famoso autore di fantascienza padre, tra l’altro, del racconto ispiratore di 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick, ha scritto nell’ormai lontano 1961):

Any sufficiently advanced technology is indistinguishable from magic. [Profiles of the Future, 1961: una raccolta di saggi, non un romanzo]

E su questo blog abbiamo anche citato (qui)  la frase di Leonardo che capovolge l’affermazione di Clarke:

Questa cosa […] ha del magico, come ogni tecnologia desueta: dateci un altro secolo di microonde, e i nostri nipoti guarderanno con occhi sbarrati la pentola che bolle.

E dunque? Dunque ci pare di vedere una mossa difensiva. Ci pare di vedere un senso in tutto questo attaccare, da parte delle gerarchie cattoliche, Harry Potter e l’iPhone. Il messaggio è: perché seguire le mode del momento, quando noi abbiamo da offrire un modello tried and tested da 2000 anni? Perché agitare la bacchetta magica quando abbiamo l’aspersorio con l’acqua benedetta? perché «azzerare l’intervallo tra desiderio e realizzazione» con l’iPhone quando possiamo offrirvi la vita eterna? Don’t settle for less!

Eppure ,tutta questa attenzione segnala un po’ di nervosismo, se non di paura, di venire scavalcati proprio sul terreno su cui si sentivano più sicuri. E più i sonni di Chiara Giaccardi sono agitati, più i miei sono razionalisticamente appaganti.

E adesso vado a informarmi sul miracolo di San Gennaro, che oggi è il 19 settembre.

Il miracolo di San Gennaro

wikipedia.org

Lipari, l’iPhone e la negromanzia

Oggi devo essere particolarmente confuso, perché non riesco a capire se quello che mi dà tanto fastidio è quella che qualche anno fa Marco Travaglio ha chiamato La scomparsa dei fatti o se sono quelle che Sabina Guzzanti ha chiamato Armi di distrazione di massa.

I primi sintomi di irritazione – nulla di grave, una sensazione come quando la sabbia s’infila nelle braghette del costume – si sono manifestati con il nubifragio di Lipari, o meglio con il modo con cui hanno dato la notizia i giornali-radio Rai (i telegiornali non so: di televisione ne guardo poca o punta). Se ho capito bene – ma i condizionali sono d’obbligo – il nubifragio si è abbattuto su Lipari sabato 15 settembre. Io ne ho avuto notizia domenica 16 alle 16:45 quando una mia amica ha condiviso su facebook una notizia (con allegata foto) che recitava:

INCREDIBILE DISASTRO A LIPARI, E’ STATA UNA VERA E PROPRIA ALLUVIONE MA SUI MASS-MEDIA NESSUNO NE PARLA!!! FATE GIRARE QUESTO REPORTAGE CON TUTTE LE FOTO!! LE EOLIE ADESSO HANNO BISOGNO DI AIUTO!!!

Nubifragio a Lipari

meteoweb.eu

In realtà, l’articolo che si citava era già vecchio di un giorno e per la verità non accusava i mass-media di una sorta di congiura del silenzio.

La cosa curiosa (la sabbia nel costume da bagno) è che finalmente il 17 settembre il giornale radio della mezzanotte (RadioRai 1 de): «Ha dato la notizia del nubifragio,» direte voi. No. Ha smentito che si sia intervenuto tardivamente! Lo potete ascoltare qui: il servizio comincia circa a 13’15”. Il servizio è di Ilaria Amenta, già in odor di Pulitzer: non dice quando è stato il nubifragio (più di 36 ore prima) ma che ora splende il sole. Naturalmente intervista un’assessora che con un incredibile accento milanese racconta che il coordinamento è stato ottimo. Si è edificato nel letto del torrente, ammette l’assessore, ma da sempre…

L’altra grande assente dalle notizie di questa settimana è l’articolo con cui Avvenire, quotidiano della Conferenza episcopale italiana, prende le distanze dall’iPhone. Tutti l’hanno commentato, nessuno però citandolo letteralmente. Eppure, se c’è una cosa di cui si dovrebbero essere accorti tutti, è che trovare e linkare qualche cosa su internet è facilissimo. E che quindi consentire al lettore di farsi un’idea di prima mano dovrebbe essere considerato un dovere del commentatore.

Ecco dunque l’articolo di Chiara Giaccardi, professore ordinario di Sociologia e antropologia dei media all’Università cattolica del Sacro Cuore di Milano.

Chiara Giaccardi

vitatrentina.it

Fatevi un’idea da soli. A me sembra ancora più delirante di come ce l’hanno presentato i commentatori. Intervallo (in rosso) qualche commento mio.

Un altro superprodotto, qualcosa su cui riflettere persino con urgenza

Tutti (davvero) pazzi per la tecno-novità

La rete nelle ultime ore è stata inondata di post, tweet, articoli sull’uscita e le meraviglie dell’iPhone 5, presentato al pubblico mercoledì e dal 28 settembre in commercio anche in Italia. A meno di un anno dalla scomparsa del mitico (nel senso usato da Barthes: un vero «mito di oggi») fondatore della Apple, Steve Jobs, e dall’uscita del modello precedente, il 4s, il nuovo “nato” viene presentato come «il più grande evento nella storia dell’iPhone dopo il primo iPhone». Come recita la presentazione ufficiale, «grande, ma con un basso profilo» dato che è «il 18% più sottile e il 20% più leggero dell’iPhone 4S».  Ma qualche millimetro e qualche grammo in meno giustificano il tam tam che sta intasando il Web?

Un momento, l’iPhone 5 non è soltanto più sottile e più leggero del modello precedente, ma anche maggiore potenza e velocità, e una serie di caratteristiche innovative. Che siano molto o poco innovative è questione opinabile. Ma falsare i dati di fatto non mi pare il modo più corretto di svolgere un’argomentazione.

Pur essendo, lo confesso, una utilizzatrice entusiasta degli “aggeggi” Apple (senza però inseguire l’ultimo modello), e apprezzando la sintesi riuscitissima tra forma e funzione che Jobs ha saputo realizzare, come studiosa non posso non osservare, con uno sguardo critico, una serie di fenomeni che questo “caso” mediatico fa emergere con particolare evidenza. Il primo è l’autoreferenzialità, oserei dire il provincialismo del sistema dei media. Il villaggio globale multipiattaforma è diventato una gigantesca stanza degli echi, che fa rimbalzare, amplificandoli, messaggi già costruiti con la piena consapevolezza di questi meccanismi: casi che diventano quindi miracoli annunciati, profezie che si autoavverano.

Ho osservato questa dinamica su Twitter: i micro blogger italiani, molti legati alla stampa, riprendono gli studiosi stranieri, che riprendono i grandi quotidiani, che rilanciano i comunicati pubblicitari dell’azienda. Qualcuno, lamentandosi dell’eccessivo spazio occupato dai commenti a questo lancio, contribuisce ad aumentare il volume della comunicazione sul caso. Un circuito che vale anche per gli altri generi di notizie: ormai la stampa e la tv guardano sempre più massicciamente alla rete come fonte di contenuti e soprattutto di “novità”, nella frenetica rincorsa ad arrivare primi a dire qualcosa che non sia già stato detto. L’effetto è quello di rinforzo, di legittimazione reciproca. Sempre meno di pluralismo. Casi come questo dimostrano che la moltiplicazione dei canali e delle piattaforme non necessariamente diversifica i punti di vista. E, spesso, i giornalisti – con tutto il rispetto per chi svolge con impegno e coscienza questa importantissima professione – rischiano di trasformarsi in uomini di marketing al servizio – gratuito – delle aziende.

Meglio, certamente, il pluralismo e l’indipendenza dalle opinioni dominanti e dalle gerarchie per cui è famosa, da secoli, santa romana chiesa …

Una seconda considerazione è più antropologica: dispositivi come il nuovo iPhone sembrano realizzare il sogno prometeico di un controllo della realtà attraverso la tecnologia. E, in un mondo il cui il “pensiero” dominante tende a rifiutare la religione in nome della ragione, paradossalmente riaccendono la fiducia nella magia: come la bacchetta magica (un tipico dispositivo touch, estensione del braccio umano) era in grado di produrre immediatamente apparizioni, trasformazioni, eliminazioni, così lo smartphone, protesi ubiqua e sempre attiva, sempre più leggera, maneggevole (anzi, user friendly) e quasi trasparente ci consente, secondo la definizione di magia formulata dal celebre antropologo Marcel Mauss, di «azzerare l’intervallo tra desiderio e realizzazione»: le cose che desideriamo succedono immediatamente, basta un tocco (e la app giusta).

Meraviglioso capovolgimento. La tecnologia è magia, ci dice Chiara che parla dall’interno, dall’organo ufficiale di stampa, del più rigoroso e autoconcluso sistema di credenze magiche e irrazionali del pianeta. O c’è una magia buona (quella dei miracoli di Padre Pio) e una magia cattiva (quella di Harry Potter o delle previsioni del tempo online)?

Forse, su questa nostalgia del magico occorrerebbe una riflessione. Poi ci sono le dinamiche sociali: il mimetismo, lo spostamento del desiderio su oggetti sempre nuovi, la rincorsa degli status symbol, il bisogno di sentirsi al passo con un tempo che corre sempre più veloce…  Pare, secondo alcune recenti ricerche svolte negli Usa, che la rincorsa all’ultimo modello, e la supremazia simbolica della “mela morsicata” stiano producendo nuove forme di disuguaglianza e una sorta di «razzismo tecnologico», che discrimina i not have: chi non possiede l’iPhone e deve ripiegare su dispositivi più economici, e chi non può permettersi il modello più aggiornato soffre di una sorta di «inferiorità sociale».

La supercazzola …

Le stesse tecnologie che hanno reso il mondo più orizzontale rischiano dunque di produrre nuove tensioni, se il discorso dell’innovazione viene affrontato solo in termini di entusiasmo tecnologico. E infine, anche ci sarebbe tanto ancora da dire, non si può negare un “effetto distrazione”. Proprio stamattina ho letto un tweet che mi ha fatto riflettere. Era in inglese, lo traduco così: «Più impressionante caratteristica dell’iPhone 5: capacità di eliminare dalla tua mente ogni fatto spiacevole che accade fuori». Anche di questo, forse, bisogna essere consapevoli.

Se è per questo che lo comprate, una canna o una bottiglia di grappa costano meno …

Chiara Giaccardi

Biblioterapia, il valore terapeutico della lettura

Istintivamente lo sappiamo tutti, e forse non è nemmeno una gran scoperta: leggere può aiutare a superare i momenti difficili. Qualcuno, però, ha preso questa intuizione abbastanza sul serio da darle un nome – biblioterapia – e da guadagnarci su. Ne parla il sito smithsonianmag.org, la rivista online dell’omonimo multimuseo statunitense, in un questo articolo: What’s the Perfect Book to Get Over a Breakup? | Arts & Culture | Smithsonian Magazine.

When times get rough, sometimes you wish you had just the right book to get you over the hump. Perhaps you have been laid off from work. What’s the best read to chart a new course? Or if a loved one has died, is there a story to help you grieve?
Alain de Botton, a firm believer in the healing power of books, argues that the books we read should not just be entertainment, or ways to pass an exam and impress the neighbors, but tools for tackling some or our deepest anxieties. “They should be therapeutic,” he says.
In 2008, de Botton, a philosopher and author of several of his own books, and a few partners founded the School of Life, a quirky storefront in the heart of London offering classes, dinners and sermons on “how to live wisely and well.” Since the school opened, one of its most highly demanded services has been “bibliotherapy.”
For 80 British pounds (about $125), someone can visit the School of Life, talk with a therapist about his or her struggles (for instance, raising a rebellious kid or balancing home and work life) and walk away with a prescription. For books, that is.

Alain de Botton

Alain de Botton / smithsonianmag.com

Un esempio? Ecco la lista proposta dalla biblioterapista Ella Berthoud della School of Life di Londra:

  1. Riprendersi da una separazione, Parte I: Flashman, di George MacDonald Fraser (non ho trovato una traduzione italiana). To start with, you should distract yourself from your heartbreak with a great novel. Ecco che ne dice Ella Berthoud: Flashman, by George MacDonald Fraser, is a fantastically entertaining romp through the 19th century wars and adventures of a cad, who becomes a high-ranking British soldier. He beds every available girl, behaves like a coward, but is always decorated for his heroism. Lose yourself in his awful behavior, thus curing yourself of self-pity.
  2. Riprendersi da una separazione, Parte II: Noi, di Yevgeny Zamyatin. Da Wikipedia: La storia è raccontata in prima persona dal suo protagonista, D-503, sotto forma di un diario che raccoglie sia le sue osservazioni di lavoro come ingegnere che le sue disavventure con un gruppo di resistenti noto come Mefi (dal nome Mefistofele). Il diario ha lo scopo di raccontare la felicità finalmente conseguita dai cittadini dello Stato Unico e di presentarla alle civiltà extraterrestri che la nave spaziale alla cui costruzione D-503 sovrintende, l’Integrale, incontrerà nel suo viaggio. L’innovativa visione futuristica di Zamjatin comprende abitazioni (e qualsiasi altro oggetto) costruite esclusivamente in vetro e materiali trasparenti, così che chiunque sia visibile in ogni momento. I nomi dei protagonisti – O-90, D-503 e I-330 – derivano quasi certamente dai parametri ingegneristici della Saint Alexander Nevskij, la nave rompighiaccio preferita di Zamjatin (che fu ingegnere navale e si vantò di averne firmato personalmente i disegni preparatori). Alcuni sostengono che i numeri siano in realtà un codice biblico. I nomi sono inoltre legati al sesso dei personaggi: gli uomini hanno nomi che iniziano per consonante e sono caratterizzati da numeri dispari, mentre tutti i nomi femminili iniziano per vocale e contengono numeri pari.
    Questa invece la presentazione di Ella Berthoud: Then read of a seriously doomed love affair in We, by Yevgeny Zamyatin. The first of the great dystopian romances, this novel describes the hopeless love of D503 for I-330. They both live in One-State, where each man and woman is entitled to the right of sexual activity with any one else, but romance is not allowed or acknowledged. This novel will cheer you up from your own misery, perhaps leaving you feeling that love was never worth it anyway.
  3. Adattarsi a una nuova città, Parte I: Le città invisibili, di Italo Calvino. Ella Berthoud: Invisible Cities, by Italo Calvino, is a treatise on what a city can be, should be and really is. Framed as a conversation between the busy emperor Kublai Khan and Marco Polo, the chapters are more like prose poems, as Polo describes the cities he has seen to Khan. In between descriptions, the two men chat about various ideas brought about by the descriptions of the cities, such as linguistics and the vagaries of human nature.
  4. Adattarsi a una nuova città, Parte II: Come diventare un esploratore del mondo, di Keri Smith. La nota editoriale di presentazione: Questo libro è iniziato con una lista scritta una notte in cui non riuscivo a dormire… Così si apre “Come diventare un esploratore del mondo”, un quaderno di appunti e suggerimenti per documentare e osservare il mondo che ci sta attorno come se non l’avessimo mai visto prima. Una raccolta di idee ispirate dai grandi pensatori e artisti della nostra epoca che Keri Smith reinterpreta e mette in pratica attraverso un racconto fatto di illustrazioni e fotografie. Ella Berthoud: How to be an Explorer of the World, by Keri Smith, is neither a novel nor a philosophical book, but an artist’s book, which looks a bit like a sketchbook. The book suggests ways in which we can use our imagination creatively. Keri Smith, who is a successful illustrator, encourages her readers to observe their environment and see the world with new eyes, and to then document their observations. This book will help you learn to love your new environment.
  5. Sfinito dal lavoro e bisognoso di vacanza: L’anno della lepre, di Arto Paasilinna. La nota editoriale di presentazione: l libro narra le stravaganti e spesso esilaranti peripezie del giornalista di Helsinki Vatanen che, dopo avere investito una lepre, la cerca, la cura e decide di sparire con lei nei boschi della Finlandia. Si trasforma così in un vagabondo che parte all’avventura, senza fretta e senza meta, sempre accompagnato dalla sua lepre come irrinunciabile talismano. Ella Berthoud: Finnish author Arto Paasilinna is a master of the vacation of the mind. The Year of the Hare tells the story of a disgruntled journalist who one day runs over a hare, hurting but not killing it. He then leaves his home and family and sets off on the road, with the hare. Very funny and surreal, but well written, you may find yourself wanting to take off into the wild and finding your own long-eared companion.
  6. Per piangere la perdita di una persona amata, Parte I: Diario di un dolore, di C. S. Lewis. Ella Berthoud: C.S. Lewis was a confirmed bachelor until he met a young American woman, Joy Davidson. They fell in love quickly, and enjoyed a happy marriage of only a few years before Joy died of cancer. Devastated, C.S. Lewis worked through his grief in his extraordinary but little known A Grief Observed, in which he describes with great feeling the many aspects of loss.
  7. Per piangere la perdita di una persona amata, Parte II: L’anno del pensiero magico, di Joan Didion. La nota editoriale di presentazione: Dicembre 2003. Qualche giorno prima di Natale, gli scrittori John Gregory Dunne e Joan Didion vedono una banale influenza della loro unica figlia Quintana degenerare prima in polmonite, poi in choc settico. Soltanto qualche giorno più tardi, rientrati da una visita alla figlia ancora grave in ospedale, John e Joan siedono a tavola: all’improvviso l’uomo cade a terra e, in pochi minuti, muore d’infarto. “La vita cambia in fretta”, scriverà Joan Didion qualche giorno dopo. Per oltre un anno la vita di Joan Didion è stata schiacciata dalla portata di questi due eventi, e questo libro è il resoconto di quell’anno, del tentativo di venire a patti con il modo repentino in cui la sua vita è stata stravolta. Diventa faticoso allora il dialogo tra la realtà e le strategie che si mettono in atto per accettarla: se per sopportare la malattia della figlia studia testi di medicina, si rende insopportabile alle infermiere dell’ospedale e si rivolge ad amici in cerca di numeri di telefono e indirizzi di ottimi medici, allo stesso tempo si rende conto che la morte e la malattia sono eventi che al di là dal suo controllo la lasciano in preda dei suoi ricordi, e si sorprende a pensare come i bambini: “come se i miei pensieri o i miei desideri avessero il potere di rovesciare la storia dei fatti”. Ella Berthoud: Someone in this situation might find The Year of Magical Thinking, by Joan Didion, helpful. She describes the death of her husband and illness of her daughter, and how she copes with it. The book is widely described as one of the most helpful books about bereavement around, partly because Didion is so factual and, in a way, emotionally removed from her subject.
  8. Preoccupazione per il primo anno d’università: Risposte nella polvere, di Rosamond Lehmann. Ella Berthoud: First published in 1927, Dusty Answer, by Rosamond Lehmann, is a magical novel describing the coming of age of Judith, a lonely, sensitive girl who falls in love with all her cousins at once. As it is exactly about going to college, the passions and pains inherent in that time, you will find yourself heartened by it and more able to face your own immediate future.
  9. Confuso, tra un lavoro e l’altro, Parte I: Il re della pioggia, di Saul Bellow. Ella Berthoud: In Henderson the Rain King, by Saul Bellow, Henderson is a very wealthy man in his 50s, who feels a void at the heart of his life. He goes to Africa to find meaning and inadvertently becomes a god-like figure to the tribe he tries to help by ridding their well of frogs. The central themes are religion, spirituality and personal freedom — it’s a great book to read when you are confused about what to do next.
  10. Confuso, tra un lavoro e l’altro, Parte II: Bartleby lo scrivano, di Herman Melville. Ella Berthoud: If you are only just discovering the joys of unemployment, you could start by reading Bartleby, the Scrivenerby Herman Melvillea hilarious short story in which an employee is constantly asked to do things he “would prefer not to.” He is eventually asked to leave, but he remains night and day in the offices. He does it with such grace and dignity that one can only admire him.

Un ultimo consiglio: non prendetemi e non prendetevi sul serio.

Diamond-Robinson (eds.) – Natural Experiments of History

Diamond, Jared & James A. Robinson (eds.) (2010). Natural Experiments of History. Cambridge (MA): Belknap. 2010. ISBN 9780674035577. Pagine 288. 29,95 $

Natural Experiments of History

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Un libro prezioso. La questione da cui muove è apparentemente semplice: non è possibile applicare il metodo canonico dell’esperimento scientifico nelle scienze sociali, e per la verità nemmeno nelle scienze naturali, in situazioni caratterizzate da uno statuto etico particolare – il celebre esperimento di Milgram del 1961 non potrebbe essere ripetuto oggi in nessuna università – o quando le circostanze storiche sono irripetibili – nonostante Jurassic Park non è possibile fare esperimenti sui dinosauri. Si deve allora ricorrere a qualche cosa di diverso, che conserva dell’esperimento scientifico alcuni assunti, e in particolare il metodo comparativo e il ricorso massiccio a dati quantitativi.

Gli 8 casi di studio presentati sono riferiti a diverse discipline (storia, archeologia, economia, storia economica, geografia e scienze politiche), coprono differenti epoche storiche (da società illetterate e preistoriche, a società letterate del passato, a società contemporanee) e diverse aree geografiche (dagli Stati Uniti al Messico, al Brasile, all’Europa occidentale, all’Africa tropicale, all’India, alla Siberia, all’Australia, alla Nuova Zelanda alle isole del Pacifico) e spaziano da semplici comparazioni a coppie prevalentemente qualitative (ad esempio, tra Haiti e la Repubblica dominicana) a complesse analisi quantitative come quelle riferite a 81 isole del Pacifico o a 233 regioni dell’India.

Ognuno dei saggi che compongono il volume ha motivi d’interesse suoi propri.

Dal primo, quello di Patrick Kirch sull’evoluzione culturale polinesiana, ho imparato a estendere la distinzione tra omologo e analogo (di cui ho parlato su questo blog) al concetto di sinologia:

Homologous traits are retentions from a common ancestral condition, whereas analogous traits have arisen after the breakup of an ancestral culture into descent groups, usually in response to similar conditions or challenges. Synologous traits are those that have been borrowed across cultural boundaries. [p. 48: cfr. anche di Boyd et al. Are Cultural Phylogenies Possible?]

Del secondo saggio, quello di James Belich su Exploding Wests: Boom and Busts in Nineteenth-Century Settler Societies, ho apprezzato la considerazione che «economic history is in fact too important to be left solely to economists» [p. 67] e, più in generale, l’attenzione al ritmo degli insediamenti e degli eventi storici (per esempio, Belich sostiene che i popoli indigeni – dai Sioux e i Comanci del Nord-America ai Maori della Nuova Zelanda – sono stati in genere capaci di adattarsi al contatto con gli Europei, ma non all’esplosione dell’insediamento).

Nel suo saggio su Intra-Island and Inter-Island Comparison, Jared Diamond riprende in modo più tecnico argomenti di cui ci aveva già parlato in Collapse: How Societies Choose to Fail or Succeed. In particolare, affronta il tema della deforestazione in alcune isole polinesiane prendendo in considerazione un dataset di 9 variabili (precipitazioni, temperatura, età geologica, ricaduta di ceneri vulcaniche, ricaduta di polvere e sabbia dall’Asia centrale, presenza di makatea – un detrito corallino vetroso e tagliente – superficie, altitudine e isolamento geografico), capaci di spiegare gran parte della variazione nella variabile dipendente (la deforestazione):

Thus Easter became deforested not because its inhabitants were especially shortsighted or did especially strange things, but because they had the bad luck to find themselves living on one of the Pacific’s most environmentally fragile islands, with the lowest regrowth rates of trees. We could never have teased apart this complex multicausal problem without a quantitative statistical analysis of a big database. For example, if we had studied just one island, or even if we had compared one wet island with one dry island, the effect of rainfall alone would have been confounded or obscured by the effect of the eight other variables. Similarly, epidemiologists could have never identified the many risk factors, or even a single risk factor, for cancer just by publishing a single case study of one smoker. Easter constitutes just one piece of a massive natural experiment on Pacific islands. By comparing many islands, one can confidently extract many conclusions, whereas by studying just a single island, it would be difficult to extract even a single conclusion [p. 133]

Del capitolo di Nathan Nunn, Shackled to the Past: The Causes and Consequences of Africa’s Slave Trades, ho trovato interessante la conferma, a partire da una prospettiva diversa, della tesi esposta da Easterly e Levine in un articolo del 1997 pubblicato da The Quarterly Journal of Economics (Africa’s Growth Tragedy : Policies and Ethnic Divisions):

For economists, Africa’s ethnic diversity has been a leading explanation for Africa’s poor economic performance. The explanation and supporting statistical evidence were first proposed in a 1997 article published in the Quarterly Journal of Economics by William Easterly and Ross Levine. The authors argue that ethnically diverse societies are less likely to agree on the specific public goods and policies the government should implement. Because of these disagreements, there will be less provision of public goods, such as schooling, health, and infrastructure. Easterly and Levine show that across countries, higher ethnic diversity is associated with lower levels of education, infrastructure, financial development, and with less political stability.
It is possible that part of the adverse effects of the slave trades stems from the fact that they impeded the formation of larger ethnic groups and therefore resulted in more ethnic diversity today. Using the constructed slave export data, one can examine whether the data are consistent with this theory by testing whether countries that had more slaves taken in the past are more ethnically diverse today. […] Figure 5.5 shows a clear positive relationship between the two measures. The more slaves a country exported during the slave trades, the more ethnically diverse the country is today. The statistical estimates of the relationship show that as much as 50% of the differences in countries’ ethnic diversity within Africa can be explained by the number of slaves exported during the slave trades. [173: per un aggiornamento delle misure di diversità proposte originariamente da Easterly e Levine si può vedere: Alesina et al. Fractionalization]

Il saggio che – forse anche per motivi professionali – a me è piaciuto più di tutti è From Ancien Régime to Capitalism: The Spread of the French Revolution as a Natural Experiment, di Daron Acemoglu, Davide Cantoni, Simon Johnson e James A. Robinson. La tesi, sostenuta e corroborata con grande eleganza, è che la diffusione del Codice napoleonico, portato in alcune parti della Germania ma non in tutte dalle armate francesi, ha avuto un effetto duraturo sui livelli di reddito e di crescita delle regioni e delle popolazioni che vi sono entrate in contatto. Oltre che per il merito storico-economico, l’articolo è anche particolarmente acuto sotto il profilo del metodo. Si discutono, tra le difficoltà incontrate, quella della reverse causality (è stata la caduta dell’ancien régime a favorire lo sviluppo economico, o piuttosto il progresso capitalistico ad aver minato il sistema feudale?) e dell’omitted variable bias, illustrato elegantemente con una citazione di Max Weber:

“Montesquieu says (Esprit des Lois, book XX, chapter 7) of the English that they ‘had progressed the farthest of all peoples of the world in three important things: in piety, in commerce, and in freedom’. Is it not possible that their commercial superiority and their adaptation to free political institutions are connected in some way with that record of piety which Montesquieu ascribes to them?” Hence Max Weber directly argued that an omitted factor, here religion, explained both democracy and capitalism in England. [p. 224]

La parte più importante del libro è certamente l’Afterword scritto dai due curatori (Afterword: Using Comparative Methods in Studies of Human History): se disponessi della versione elettronica del testo, a costo di sfiorare la violazione del copyright (ma senza malizia, ma anzi per incentivarne la conoscenza), lo riprodurrei pressoché integralmente. Ma questo è un libro che ho letto nel volume cartaceo, e non mi resta che invitarvi vivamente a cercarlo e leggere almeno quelle pagine. Soprattutto se siete economisti o scienziati sociali di qualche altra varietà. L’altra cosa che posso fare è – nel caso non vi fidiate del mio giudizio, posizione scettica che vi suggerisco di assumere – indirizzarvi alla lettura della recensione fa Thad Dunning dell’Università di Yale (Review of Natural Experiments of History).