Ursula

Non vi dico niente, ma chi la conosce saprà di chi sto parlando…

E anche:

30 luglio – In God We Trust

Il 30 luglio 1956, In God We Trust fu ufficialmente adottato come motto nazionale degli Stati Uniti. In precedenza, veniva utilizzato E pluribus unum, votato dal Congresso nel 1782 come sigillo nazionale (e non, strettamente, come motto). La frase In God We Trust compariva già sulle monete statunitensi dal tempo della Guerra di secessione.

Io – ma ve lo potevate immaginare – trovo la frase vagamente inquietante. Per quanto sappia che è irrazionale, e che il significato è diverso, mi ricorda il Gott mit Uns dei nazisti. Anche molti credenti, tra cui il presidente americano Theodore Roosevelt, ritengono che dio vada lasciato fuori dalle questioni politiche umane.

Forse il miglior commento è questo:

Never mind what my name is, my age, it means less.
The land that I come from is the free, open West.
Was taught and brought up there, the laws to abide,
And the country I live in has God on its side.

Oh, the history books tell it, they tell it so well.
The cavalries charged and the Indians, they fell.
The cavalries charged, the Indians, they died,
When the country was young and new, with God on its side.

Well, the Spanish-American War had its day,
And the Civil War, too, was soon laid away,
And the name of each hero, I was made to memorize,
With a gun in his hand and God on his side.

Oh, the First World War, boys, it closed out its fate,
Though the reason for fighting, I never got straight,
But I learned to accept it, and accept it with pride,
For you never ask questions when God's on your side.

Spoken line: When the Second World War finally came to an end,
We’d forgiven the Germans, and then we were friends.
Though they crucified millions, and it can’t be denied,
Well, the Germans, now too, have God on their side.

In a many dark hour, well, I’ve thought about this:
That Jesus, the Christ, was betrayed by a kiss.
Oh, but I can't think for ya, you'll have to decide
Whether Judas Iscariot had God on his side.

And so now as I'm leavin', I'm weary as Hell.
The amazement I'm feelin', mere words could not tell.
How long will it take till you believers will see
If a god is on OUR side, he'll prevent World War Three?

Curiosità: la canzone di Bob Dylan è adattata da The Patriot Game di Dominic Behan. Canzone tutt'altro che pacifista, in origine.

Dominic Behan è il fratello di Brendan Behan (qui sotto: notare il pub alle spalle).

Misocapnìa

L’odio per il fumo. Dal greco misos (odio) e kapnos (fumo).

Non basta, ai non fumatori, avere ottenuto che non si possa fumare in ambienti chiusi. Deve essere vietato fumare dappertutto. Anche all’aperto, per esempio. Ci sono edifici, nel Regno Unito, circondati da una striscia dipinta per terra, a un paio di metri dal muro: segnala l’area di rispetto, entro la quale non si può fumare. Mi pare abbastanza chiaro che tutto questo non ha più nulla a che vedere con il fumo passivo (rispetto al quale – a differenza che per il tabagismo attivo – non è mai stato provato che nuoccia alla salute: e mi pare difficile che lo possa essere in futuro, date le bassissime concentrazioni molecolari in questione, a meno che il fumo faccia effetto anche immaterialmente, in assenza anche di una sola molecola di sostanza attiva, come l’omeopatia).

No, la misocapnia vuole mettere fuorilegge noi, le persone, i fumatori. Saremo costretti a portare un simbolo cucito sui vestiti?

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Sotto i venti di Nettuno

Vargas, Fred (2004). Sotto i venti di Nettuno (Sous les vents de Neptune). Torino: Einaudi. 2005.

Anzitutto devo spiegare perché la prima categoria di questo post è Cortocircuiti e Recensioni viene per seconda. Tre coincidenze, che possono sorprendere l’uomo della strada, ma non lo statistico che è in me (ma questa è tutta un’altra storia…):

  1. Nel romanzo, in parte ambientato in Canada, si parla in più occasioni delle “bernacle” (bernàcla, secondo il De Mauro online, è l'”oca colombaccio”; il Vocabolario Treccani dà invece “bernìcla” – latino scientifico bernicla, dal francese bernicle, a sua volta dal bretone bernic, “oca”, che denota “un crostaceo, la lèpade, dal quale la credenza popolare riteneva che nascessero le oche” – “genere di uccelli della famiglia anatidi, sinonimo di branta“). Non mi chiederò qui se l’autrice non intendesse parlare della Branta canadensis piuttosto che della Branta bernicla, perché sarebbe troppo anche per la mia pignoleria. Ma ormai voi, affezionati lettori, scarsi di numero ma non certo d’intuito, avrete capito che per la seconda volta in pochi giorni incrociamo le percebes o barnacles o lepadi, prelibatezze galiziane.
  2. Nella narrazione torna un paio di volte, in posizione importante anche se non decisiva (non vi sto rovinando il giallo), alcuni versi di Victor Hugo (è da una poesia, Booz endormi, che fa riferimento a un episodio oscuro e abbastanza ittilevante della Bibbia, dal Libro di Ruth, che serve essenzialmente a stabilire che questo vecchio Booz di Betlemme e la giovane moabita Ruth erano i bisnonni di Davide):
    Quel dieu, quel moissonneur de l’éternel été,
    Avait, en s’en allant, négligemment jeté
    Cette faucille d’or dans le champ des étoiles.
    Provo a tradurre:
    Quel dio, quel mietitore dell’eterna estate,
    aveva, allontanandosi, negligentemente gettato
    quel falcetto d’oro nel campo delle stelle.

    Il campo delle stelle, Santiago de Compostela, La via lattea: tutto si tiene…
  3. Adamsberg viene più volte definito e poi si autodefinisce “spalatore di nuvole”. Vi confesso, io che di mestiere faccio più umilmente lo “spalatore di letame” (per tenersi sul lato sicuro dell’eufemismo), ma che aspiro – come avrete intuito – a spalar nuvole o quanto meno a soffiarle qua e là, mi approprio ufficialmente dell’epiteto per me medesimo personalmente.

Adesso la recensione vera e propria.

Riassunto delle puntate precedenti. Sono al 5° romanzo della Vargas, tutti recensiti su questo sito: L’uomo a rovescio, Chi è morto alzi la mano, Io sono il Tenebroso (dove ho riportato anche una cronologia delle opere della Vargas, tradotte e non tradotte in italiano) e Parti in fretta e non tornare.

Qui la traduzione è nuovamente di Yasmina Melaouah, e si sente! Quanto è brava! Tra l’altro, è importantissimo, perché il romanzo ha un divertente risvolto linguistico legato alla trasferta in Canada, e la Melaouah deve rendere le bizzarrie del quebechese in italiano, e secondo me ci riesce benissimo (cfr. Capitolo XVII).

I manierismi dell’autrice cominciano ad affiorare, e qualche fastidio me lo suscitano. A volte, la tiriamo un po’ per le lunghe. Soprattutto si va perdendo un po’ quella ordinarietà del delitto che mi era tanto piaciuta nelle prime prove. Probabilmente è difficile tenere tutto insieme: l’approfondimento dei personaggi, la caratterizzazione di quelli nuovi, una storia plausibile, l’effetto sorpresa, le sotto-storie, le battute divertenti, l’erudizione…

Mi è piaciuta la sensibilità femminile alla “bellezza” non convenzionale di Violette Retancourt, di cui sono perdutamente innamorato.

Nascita di un guru

Takeshi Kitano (2006). Nascita di un guru. Milano: Mondadori. 2006.

Inutile.

L’ho comprato perché Takeshi Kitano è un grande regista. Ma non è sufficiente per essere un bravo scrittore o, quanto meno, per scrivere un bel romanzo.

Non leggetelo.

26 luglio – L’assalto alla caserma Moncada

Il 26 luglio 1953, alle 5 del mattino, Fidel Castro alla testa di circa 160 ribelli mosse all’attacco della caserma fortificata Moncada, a Santiago di Cuba, forte di circa 400 uomini bene armati.

Il piano era d’impadronirsi della caserma per farne una base rivoluzionaria e un centro di propaganda e telecomunicazioni contro il regime di Batista, che era tornato al potere con un colpo di Stato.

L’idea di Castro era che – il giorno dopo la festa patronale – i soldati avrebbero scontato i postumi delle libagioni e si sarebbero fatti cogliere di sorpresa. Inoltre, una colonna di veicoli avrebbe dovuto dare l’impressione dell’arrivo di una delegazione ufficiale. Niente funzionò come previsto. I ribelli erano pochi. Non c’erano armi per tutti. Gli uomini erano armati per lo più con fucili da caccia. Il convoglio si spezzò e le armi pesanti non arrivarono mai. L’assalto fu un disastro: 61 ribelli uccisi, altri 50 catturati e torturati a morte. Un pugno di ribelli, tra cui Fidel, fuggì sulla Sierra Madre, ma fu catturato entro una settimana.

Al processo Fidel fu condannato a morte, ma la pena capitale fu abrogata prima dell’esecuzione della sentenza, tramutata in 15 anni di carcere. Castro e gli altri furono liberati nel 1955, per un provvedimento d’amnistia.

Dal fallito assalto prese il nome del Movimento fondato da Fidel Castro, il Movimiento 26 Julio o M 26-7, protagonista della rivoluzione vittoriosa del 1959.

Al processo per i fatti della Moncada, Castro – avvocato di formazione – si difese da solo, pronunciando la famosa frase “La storia mi assolverà” (l’arringa, coerentemente con i noti principi della retorica castrista, è lunga più di 25.000 parole e occupa 61 pagine a stampa!). Il tribunale della storia è ancora riunito in camera di consiglio.

Ne approfitto per segnalare la lettera aperta di Ivan Della Mea a Bertinotti, pubblicata su il manifesto di oggi, che ho riportato in una pagina di questo blog.

È ispirato all’assalto della Moncada un racconto di Julio Cortázar, El perseguidor.

Percebes

Mannaggia al senso del dovere. Almeno la storia delle oche di magro ve la debbo raccontare.

Percebes, dunque. Sono un frutto di mare, particolarmente apprezzato in Galizia (dove si trova Santiago de Compostela, guardacaso) e in Portogallo (dove si chiamano perceves).

Sembrano un mollusco (monovalva, come una lumachella, non bivalva come una cozza o una vongola), ma in realtà sono crostacei, come i gamberi o le aragoste. Infatti, passano lo stadio larvale della loro vita come una specie di gamberetto (il nauplio), nello zooplankton. Quelli che non finiscono nella pancia di qualche balena, dopo un paio di settimane e qualche trasformazione, cercano un posto adatto (forte marea e grandi onde). Come un professore universitario, il nostro mollusco cirripede ci si getta letteralmente a capofitto, si aggrappa con la testa alla roccia (o anche a un’imbarcazione o a un animale!), sviluppa una corazza formata da sei placche dure e lascia sporgere soltanto i piedi “pennuti” con cui cattura plankton e uova di passaggio. La testa, al nostro ordinario, non serve più.

Il nome scientifico dell’infraclasse, Cirripedi, significa appunto “dai piedi arricciati”.

Fanno impressione ma, credetemi, sono una squisitezza. Bolliti, e nient’altro. Puro mare. Soltanto le ostriche li battono.

Poiché le percebes crescono sugli scogli battuti dalle onde della costa atlantica, in Galizia e Portogallo, il lavoro del percebeiro è pericolosissimo. Sotto il profilo commerciale, per essere maturo un crostaceo deve essere lungo almeno 5 cm e avere 1 cm di diametro. Se ne distinguono due varietà, quelli ancorati “al sole” (de sol), più tozzi e cicciotti, e quelli meno pregiati cresciuti sotto il livello del bagnasciuga (de sombra), più smilzi e acquosi.

Come si cucinano? Si buttano vivi in acqua bollente salata per 5 minuti (ma tanto non li troverete qui). In gallego si dice: “auga a ferver, percebes botar, auga a ferver percebes sacar”.

I loro parenti più stretti, nei nostri mari, sono i balanidi, quelle specie di verruche biancastre e calcaree che cresconio sugli scogli e sulla chiglia delle vecchie barche. Li avete visti senz’altro.

In inglese, i percebes si chiamano barnacles. Hanno un posto nella genesi della teoria dell’evoluzione, perché se ne è occupato anche Darwin tra il 1851 e il 1854.

Cosa c’entrano le oche di magro? Adesso arrivo. Il Pollicipes polymerus (gooseneck barnacle), la specie più prelibata, ha un peduncolo carnoso simile a un collo d’oca. Lo vedete bene qui sotto.

La rassomiglianza indusse gli antichi a pensare che l’oca – o meglio un’oca migratoria marina che non si risproduceva nei paesi temperati, ma soltanto nell’Artico – nascesse dai barnacles. Quest’oca fu chiamata barnacle goose (Branta leucopsis) e, in quanto di origine marina, si poteva mangiare nei giorni e nei periodi di magro.

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Santiago (25 luglio)

Quando dopo la pentecoste gli apostoli si dispersero per evangelizzare il mondo, Giacomo fu destinato alla Spagna.

Dovrei scrivere tutte le leggende – e ne so tante… – e i parallelismi tra Santiago e Gilgamesh, e Matamòros (quando la jihad la facevamo noi), e il simbolo della conchiglia, e già che ci sono le percebes e perché si può mangiare un’oca nei giorni di magro…

Ma stasera non mi va proprio, e vi dovrete accontentare di una cartina…

… e naturalmente della Via lattea di Buñuel:

The Rain Before It Falls

Coe, Jonathan (2007). The Rain Before It Falls. London: Penguin. 2007.

Un libro molto bello, e anche magistralmente scritto. Un Coe sorprendente, che ha abbandonato la sua vena satirica e comica e tira fuori, invece, una profonda amarezza che – ancorché presente in alcune sue opere precedenti, come The House of Sleep – non era certo il suo tema centrale.

Cominciamo dalla maestria. Maestria a più livelli:

  • per gran parte del libro, la voce narrante descrive, per una ragazza cieca, delle fotografie. A partire dalle foto, scandita dalle 20 foto, si dipana una storia che abbraccia 4 generazioni. Lo stratagemma narrativo è di grande semplicità, ma di efficacia ancora più grande;
  • la voce narrante, al termine della sua vita, detta questa storia in un registratore. Coe è abilissimo nel farci cogliere nel testo scritto la narrazione orale, in modo tanto trasparente da costringerci – di tanto in tanto – a fare un passo indietro per cogliere i due livelli, orale e scritto, della narrazione;
  • questa necessità di distacco, un espedente che mi sembra vicino all’epicità brechtiana, contribuisce qui piuttosto al senso drammatico, tragico, della storia, a farci coinvolgere ancora di più;
  • infine – ma questo mi sembra meno riuscito – il nòcciolo della storia (la narrazione di Rosamond) è racchiuso in una sorta di cornice, un antefatto e un epilogo, che mi sembrano soltanto funzionali alla completezza della narrazione, ma non necessari alla sua riuscita poetica.

Tre temi mi hanno colpito in modo particolare. Il primo è quello dell’omosessualità della protagonista che, anche in una società “moderna” e tollerante come quella che viene rappresentata, la priva tragicamente della sua realizzazione umana, ne frustra per due volte il desiderio più profondo ed essenziale. Il secondo è quello dell’indissolubile legame della tragedia che ci viene raccontata con la famiglia: non tanto con la patologia della famiglia, quanto con il suo funzionamento normale, quotidiano. Il terzo è il dubbio – insinuato ma non risolto – che la tragedia fosse necessaria, già scritta nelle sue conclusioni attuali negli eventi di 50-60 anni prima. Affinché non pensiate che l’ergodicità sia una mia mania, ma vi rendiate conto che sta diventando una costante della letteratura inglese contemporanea (The Weight of Numbers), vi citerò alcuni passi:

‘Just look at those clouds. It will be some rainstorm, if those come our way.’ Thea heard this remark: she was always quick to notice changes of mood – it surprised me, every time, to realize what a sensitive child she was, how attuned to grown-up feelings. It prompted her to ask: ‘Is that why you’re looking sad?’ ‘Sad?’ said Rebecca, turning. ‘Me? No, I don’t mind summer rain. In fact I like it. It’s my favourite sort.’ ‘Your favourite sort of rain?’ said Thea. I remember that she was frowning, and pondering these words, and then she announced: ‘Well, I like the rain before it falls.’ (pp. 161-2)

How strange, that I should be thinking of her and of that place, now that the moment has come. I always imagined that my last thought would be of Warden Farm, and Beatrix, the night we became blood-sisters, the night we lay together under the winter moon.
But no. The circle was broken years ago. That was how it all started, yes. Everything followed from that night, but the path it set me upon… It was all leading, I realize now, to the day by the lake – that was the culmination… Everything after that was wrong. When Beatrix came back, to take Thea away, that was when the world tilted, went out of shape…
But Imogen exists… The rightness of that… (pp. 256-7)

A dog that ran away, inexplicably. First Beatrix in pursuit, then Imogen. Mother and granddaughter, almost fifty years apart…
The Auvergne: Rosamond imagining that she would arrive there when she died. Gill herself travelling there with her husband, and then driving alone along an empty road. A blackbird thudding into her windscreen, a terrible intimation of death.
[…]
Nothing was random, after all. There was a pattern, a pattern to be found somewhere…
[…]
A pattern, made up of… coincidences? Was that what they were? If only she could stand back, see the design more clearly. But if anything it was getting fainter, already.
[…]
The pattern she had been searching was gone. Worse than that – it had never existed. How could it? What she had been hoping for was a figment, a dream, an impossible thought: like the rain before it falls. (pp. 276-278 )

Il libro cita più volte una canzone, Bailero, dai Chants d’Auvergne di Marie Joseph Canteloube De Malaret. ne ho trovato soltanto una versione pop:

Ma per quel senso di essere sospesi a un passo da una comprensione che ci sfugge, mi sembra più appropriata la Canzone della bambina portoghese di Guccini...

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Nume

“Nella religione e nella mitologia classica, divinità: i numi dell’Olimpo” (De Mauro online).

Dal latino nuĕre, fare un cenno (d’approvazione) con il capo.

Curioso che il diavolo, per contro, sia connotato come “colui che nega”. Ad esempio, Mefistofele nel Faust di Goethe, così si presenta: “Sono lo spirito che nega continuamente: ed è ragione; però che quanto sussiste è degno che sia subissato: e sarebbe stato pur meglio che niuna cosa fosse mai uscita ad esistenza. Or dunque tutto ciò che voi uomini dite peccato, distruzione, quel che in somma chiamate male, è mio special elemento.” D’altra parte, Non serviam fu il motto dell’angelo caduto, Lucifero.

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