Maryan e Nairam

Da molto tempo volevo farvi sentire questa canzone di Robert Wyatt, Maryan, tratto dall’album Shleep del 1997.

Shleep

allmusic.com

Questa è la recensione che ne fa su All Music Guide Jason Ankeny, che gli attribuisce un punteggio di ****½:

Robert Wyatt continues to follow his singular musical path with the lovely Shleep, delivering another album of considerable quirky charm and understated beauty; a less melancholy affair than much of his recent work, the record is informed by a hazy, dreamlike quality perfectly in keeping with the elements of subconsciousness implicit in the title.

Shleep è un disco di collaborazioni registrato allo studio di Phil Manzanera e Maryan non è un’eccezione. La musica è di Philip Catherine e Wyatt ha scritto le parole:

Over an ocean away
Like salmon
Turning back for Nayram
To the delta
With the rivulets tumbling down
Glide over sand
Around the rocks
Back through the wavering weeds
And the turds
In the way
Riversmell
On the route
Along away
Over gravel
The weirs of the tributaries
Against the icy waterflow
To Maryan

Gli altri musicisti – oltre allo stesso Wyatt alla voce, alla tromba e alle tastiere – sono Chucho Merchan al contrabbasso alle percussioni, Chikako Sato al violino e Philip Catherine alla chitarra. Lasciamo che sia lo stesso Wyatt, nelle note di copertina del disco, a presentarceli a modo suo:

One of Phil’s best ideas was to invite Chucho Merchan over to give us a couple of bass lines. He wears little glittering chains as shoelaces: serious stuff. He has ears like greased lightning but doesn’t make a big deal of it.

“How come you’re up a tree, if you want to catch fish” is one of Chikako’s wise sayings. Chikako Sato has brought a touch of class and magic to the out-of-the-way country town where I now live, breaking out of the classical mould to play violin (and viola) with such diverse musicians as Grimsby jazz pianist, Leo Solomon and … well … me.

I met Philip Catherine in Brussels over two decades ago, when I briefly joined him on stageduring a party to mourn his last free night before having to do national service.
Belgium has a unique guitar tradition (Django, René Thomas) of which Philip is a stunning example.

Ma forse, per una volta, Wyatt è stato poco generoso con il suo colloboratore. Perché – anche se io non ne sapevo niente fino a poco fa – Philip Catherine è un musicista importante. Ancora una volta ricorro a All Music Guide:

Philip Catherine has been called the “Young Django” by none other than Charles Mingus, and upon hearing his elliptical, rapid-fire, expressively melodic acoustic guitar, there can be no doubt as to whose records he was absorbing as a youth. Born to a Belgian father and English mother living in London during World War II, Catherine went back with his family to Brussels after the war, where he learned guitar and turned professional at 17. The examples of Larry Coryell and John McLaughlin led Catherine into jazz-rock; he played with Jean-Luc Ponty’s Experience from 1970 to 1972 before taking a year off to study at Boston’s Berklee School. Back in Europe in 1973, he founded the band Pork Pie, which recorded into the mid- and late ’70s; he also formed a duo with Niels-Henning Ørsted Pedersen and worked with such musicians as Mingus and Stephane Grappelli. If anything, Catherine is best-known in America for his duets with Coryell, which began spontaneously in Berlin in 1976, triggered some lovely duo albums for Elektra, and helped steer Coryell back to the acoustic guitar.

La musica di Maryan è quella di Nairam, un brano pubblicato da Philip Catherin nel suo album September Man del 1974 e di nuovo (ma non so se è una versione nuova o una riedizione) nell’album omonimo del 1976. Non sono riuscito a trovare in rete la versione di Catherine stesso, ma su YouTube c’è questa eseguita da Kit Watkins.

Bellissima versione anche questa. Quanto a Maryan, l’hanno incisa anche Ginevra Di Marco e Cristina Donà sull’album-tributo The Different You – Robert Wyatt e Noi del 1998. A me non piace particolarmente, ma lascio giudicare a voi.

I ferrofluidi e le Morpho Towers di Sachiko Kodama

Trovo bellissimo questo video, che ho trovato su Wired:

Video: Bizarre Magnetic Ferrofluids Will Blow Your Mind

This incredible sequence shows off ferrofluid spiraling up a pair of corkscrewing towers. From artist Sachiko Kodama, one of the first to work in this medium, the installation is titled “Morpho Towers – Two Standing Spirals.”

I ferrofluidi sono cose veramente stupefacenti. La spiegazione di che cosa sono la trovate su Wikipedia (qui l’articolo completo).

Un ferrofluido è un liquido che si polarizza fortemente in presenza di un campo magnetico. I ferrofluidi sono composti di particelle ferromagnetiche sospese in un veicolo fluido, molto spesso un solvente organico oppure acqua. Le nano-particelle ferromagnetiche sono rivestite di un tensioattivo per prevenire la loro agglomerazione (dovuta alle forze di van der Waals della chimica organica ed alle forze magnetiche). Anche se il nome suggerirebbe il contrario, i ferrofluidi non esercitano un ferromagnetismo, dal momento che non presentano la magnetizzazione in assenza di un campo applicato esternamente. In effetti, i ferrofluidi presentano il paramagnetismo, e si dice spesso che sono “superparamagnetici” a causa della loro grande suscettività magnetica. In effetti fluidi ferromagnetici “veri” sono difficili da creare oggi giorno, dal momento che richiedono alte temperature.
I ferrofluidi sono composti da microscopiche nanoparticelle ferromagnetiche, solitamente magnetite, ematite o qualche altro composto contenente Fe2+ o Fe3+. Le nanoparticelle sono tipicamente nell’ordine dei 10 nm. Le dimensioni sono sufficientemente piccole da far sì che l’agitazione termica le disperda uniformemente all’interno del liquido portatore, e che le particelle contribuiscano alla risposta magnetica complessiva del fluido. Ciò è analogo al modo in cui gli ioni di una soluzione acquosa salina paramagnetica (come una soluzione acquosa di solfato di rame o di cloruro di manganese) rendono la soluzione paramagnetica.
I veri ferrofluidi sono stabili. Ciò significa che le particelle solide non si agglomerano o creano fasi separatemente, anche quando immerse in campi magnetici estremamente forti. Comunque, i tensioattivi tendono a spezzarsi con il tempo (pochi anni), e alla fine le nanoparticelle si agglomereranno, separandosi e cessando di contribuire alla risposta magnetica del fluido. Il termine fluido magnetoreologico (MRF) si riferisce a liquidi simili ai ferrofluidi (FF), che solidificano in presenza di un campo magnetico. I fluidi magnetoreologici hanno particelle in scala micrometrica che sono da 1 a 3 ordini di grandezza più grosse di quelle dei ferrofluidi.
Quando un fluido paramagnetico è sottoposto ad un campo magnetico verticale sufficientemente intenso, la superficie forma spontaneamente una sequenza regolare di increspature. Questo effetto, noto con il nome di instabilità di campo normale, è veramente notevole. La formazione di increspature aumenta l’energia libera della superficie e l’energia gravitazionale del liquido, ma riduce l’energia magnetica. Le increspature si formano solamente a partire da un livello critico del campo magnetico, quando la riduzione dell’energia magnetica è maggiore dell’aumento di quelle di superficie e gravitazionale. I ferrofluidi hanno una suscettività eccezionalmente alta ed il campo magnetico necessario all’insorgere delle increspature può essere realizzato da un piccolo magnete.

Ferrofluido

Wikipedia.org

Daniela Ranieri – Tutto cospira a tacere di noi

Ranieri, Daniela (2012). Tutto cospira a tacere di noi. Firenze: Ponte alle Grazie. 2012. ISBN 9788862204415. Pagine 364. 11,99 €

Tutto cospira a tacere di noi

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Diciamo subito che è il più bel titolo che mi sia capitato di leggere in tempi recenti, ed è stata la molla prima per comprare il romanzo. La seconda è stata che mi trovavo nella tentacolare metropoli di Luxembourg City, con mezzo pomeriggio piovoso da passare nella stanzetta di un grigio albergo anni Settanta arredato con mobili di Ikea (però devo ammettere che la classica poltroncina Poäng è proprio comoda per leggere).

Poäng

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Il terzo, e più banale, è che ho fatto un giretto sul web e la storia prefigurata nella 4³ di copertina (che sia maledetta, quante fregature mi ha dato) mi sembrava affascinante (e me l’aspettavo anche un po’ romantico/erotico/thriller, il che in viaggio non guasta).

Quando Luigi Trevor, ex promessa della fisica, ora membro del collettivo di «sovversione informatica» Nuclei Digitali Dissidenti, riesce a farsi assumere dalla società di comunicazione Fantasy Mix con l’intento di sabotarne i legami con le multinazionali della repressione, viene assegnato alla postazione di quella che ribattezzerà «Arianna», ex ricercatrice universitaria e impiegata dell’azienda, improvvisamente scomparsa. Frugando fra i documenti – lettere, pagine di diario, riflessioni, persino una bozza di romanzo – che riesce miracolosamente a ripescare dal suo computer, Trevor s’innamora perdutamente di Arianna – figura indimenticabile di intellettuale e amante, ironica e tragica – e si lascia guidare da lei alla scoperta delle connessioni criminali della Fantasy Mix. Attraverso la porta stretta di una complicità rivoluzionaria e di un’adorazione amorosa che mai potranno essere ricambiate, Trevor vincerà la sua battaglia ma arriverà a perdersi – definitivamente? – e Arianna, forse, a ritrovarsi. Storia d’amore fra le più intense e colte della nostra letteratura recente, noir politico, riflessione acuminata e irridente sul lavoro precario e sul culto della Rete, Tutto cospira a tacere di noi è la rivelazione di una vera scrittrice, fra i non molti oggi in grado di restituire alla letteratura – con mezzi attualissimi – la sua capacità pienamente moderna di reinterpretazione del mondo.

Certo che se Daniela Ranieri il blurb se l’è scritto da sola, come spesso accade, quest’ultimo periodo non la dovrebbe lasciare tranquilla la notte. Rileggiamolo insieme: “Storia d’amore fra le più intense e colte della nostra letteratura recente, noir politico, riflessione acuminata e irridente sul lavoro precario e sul culto della Rete, Tutto cospira a tacere di noi è la rivelazione di una vera scrittrice, fra i non molti oggi in grado di restituire alla letteratura – con mezzi attualissimi – la sua capacità pienamente moderna di reinterpretazione del mondo”.

Sono rimasto deluso? Direi di sì, per i motivi che cercherò di spiegare. Ma Daniela Ranieri mi sembra comunque una voce nuova, consapevole, onesta, con delle cose da dire, e quindi mi guarderò bene dal criticare troppo severamente il suo romanzo.

Cominciamo dal titolo e dalla 2ª Elegia duinese di Rainer Maria Rilke:

Und alles ist einig, uns zu verschweigen, halb als
Schande vielleicht und halb als unsägliche Hoffnung.

E tutto cospira a tacere di noi, un po’ come si tace
un’onta, forse, un po’ come si tace una speranza ineffabile.

Per trovare la citazione, ho ripreso in mano la mia copia dell’edizione Einaudi del 1978, nella classica Collezione di poesia, e ho (ri)scoperto con emozione che mi erano state regalate da M., con una dedica e un’epigrafe, nell’aprile del 1981, 31 anni fa. E mi sembra significante (anche se so che non lo è) che proprio la seconda elegia sia forse quella più legata al tema dell’inattendibilità (come dice Alberto Destro nella sua Introduzione) e comunque alla deperibilità dei sentimenti:

Gli amanti potrebbero, se sapessero come, nell’aria della notte
dire meraviglie. Perché pare che tutto
ci voglia nascondere. Vedi, gli alberi sono, le case
che abitiamo reggono. Noi soli
passiamo via da tutto, aria che si cambia.
E tutto cospira a tacere di noi, un po’ come si tace
un’onta, forse, un po’ come si tace una speranza ineffabile.

Amanti, a voi, placati l’uno nell’altro,
io domando di noi. Voi vi avvincete. Ne siete sicuri?
Guardate, mi accade che le mani mie s’accorgano
una dell’altra, o che il mio volto
consunto in esse si riposi. È un po’ di
sensazione. Ma per questo soltanto chi oserebbe già essere?
Ma voi che nell’estasi dell’altro
crescete, finch’esso, vinto,
vi supplica: non più –, voi che sotto le carezze
vi diventate più prosperi, come annate di grappoli;
voi che se venite meno talvolta, è solo perché l’altro
prevale del tutto: io vi domando di noi. Lo so,
vi toccate beati così, perché la carezza trattiene,
perché non svanisce quel punto che, teneri,
coprite; perché in quel tocco avvertite
il permanere puro. E l’abbraccio, per voi, è una promessa
quasi d’eternità. Eppure, dopo lo sgomento
dei primi sguardi, e lo struggersi alla finestra
e la prima passeggiata fianco a fianco, una volta per il giardino,
amanti, siete amanti ancora? Quando vi sollevate
per porvi alla bocca l’un l’altro –: bevanda a bevanda:
o come stranamente bevendo sfuggite a quel bere.

Altri elementi a favore:

  1. La struttura del romanzo è interessante. Il protagonista Luigi scopre e recupera dal portatile ereditato al lavoro i file di “Arianna” (il famoso “file di Arianna”: capita l’arguzia di Daniela Ranieri o di Luigi Trevor o di entrambi?), che l’aveva avuto prima di lui, e li riporta all’interno del suo testo. Riporta anche un romanzo incompiuto scritto da Arianna (al tempo t-1, se il tempo t è quello in cui scrive Luigi). A sua volta Arianna scrive le note al testo di Luigi (evidentemente al tempo t+1 – ma forse questo è uno spoiler).
  2. Daniela Ranieri ha letto molti libri (immagino) e il gioco delle citazioni (che Luigi non esplicita ma Arianna riprende in nota) è godibile.
  3. Ci sono alcune invenzioni linguistiche che ho trovato divertenti. La mia preferita è: “pensieri frattemporanei” [posizione 87 dell’edizione Kindle].

Sull’altro piatto della bilancia, a sfavore:

  1. Una scrittura che non so meglio definire se non barocca (o forse rococò), comunque gonfia come un torrente ingrossato, che mi piacerebbe attribuire alla giovinezza del protagonista Luigi Trevor. Se non fosse che anche Arianna (dei file) scrive esattamente allo stesso modo. Allora, mi sono detto, è Daniela Ranieri che scrive così. No, perché Arianna in quanto autrice del romanzo in bozza Domini scrive in modo completamente diverso (e più gradevole, per me, ma questa è un’opinione del tutto personale e soggettiva).
  2. Il romanzo avrebbe avuto bisogno dei consigli di un buon editor (ma Ponte alle Grazie è un editore piccolo, che forse non può permetterselo) che avrebbe evitato alcune lungaggini e almeno una svista imbarazzante, come “complementarietà” [372, ma alla posizione 4828 si trova, correttamente, “complementarità”].

***

Ci sono comunque molti passi godibili. Il riferimento è come di consueto alle posizioni sul Kindle:

C’è anche da dire che qui da noi le cose arrivano solo per sentito dire, e che i media, ormai inzuppati della semicultura d’impresa veicolata dal Presidente, balbettano pattern culturali globalizzati, provenienti per lo più da Stati Uniti e Occidente ricco, cioè da paesi rispetto ai quali il nostro è almeno diversamente progredito. [662]

Ogni tanto, passa un capo. È uno di noi: è vestito come noi, parla come noi, usa il turpiloquio sia quando è allegro sia quando qualcosa lo ha irritato. Al contrario del Padrone della Fabbrica, che vuole essere solo obbedito, egli vuole essere amato. [962]

[…] una scontentezza culturale prima che sociale, sia rispetto al luogo e alle persone che era costretto a frequentare sia rispetto all’attività che svolgeva, in un contesto di entusiasti schiavi. [1076]

[…] non sono fornitori d’opera ma prosumer… un caposaldo della narrazione postmoderna della conoscenza condivisa. [1236]

[…] io sto esattamente nel mezzo tra la fonte della comunicazione e l’utente finale, a cui mostro la faccia perché alle spalle ho il capo, o i capi, che a loro volta danno il culo al capitale. [1455]

Nulla è più catastrofico di due idiosincrasie che s’incontrano, dico.
Sorride: Klossowski. [1987]

Non mi accarezza, mi tocca. Non sfiora, preme. Controlla. Conta. Mi conta. Le vertebre, le ossa che emergono sottopelle, sotto il vestito. [2147]

Sono una parte di quella forza che vuole dormire e invece è costretta a vegliare. [2337: è una citazione/riformulazione di Goethe/Bulgakov]

Durante i cinque anni della mia permanenza in quel gallinaio di nientificazione che era l’Università romana, era tutto un pullulare di aperitivi, colazioni, pranzi di statement, brunch, apericene, talking, merende operative, avanzamenti informali. [2512]

Le riunioni, chiamate preferibilmente small talks per il loro carattere che doveva essere informale ma produttivo, si trasformavano progressivamente in colossali perdite di tempo […] Ognuno dei partecipanti aveva con sé il portatile, formalmente per prendere appunti, simbolicamente per condividere la stessa linea oltre a quella di connessione, realmente per farsi gli affari propri, pratica che i migliori di noi chiamavano multitasking. [2743-2750]

[…] credo che l’amore finisca nel momento in cui pisciando si riesce a pensare a qualcuno senza interrompere il flusso […] [2841]

La fabbrica è esplosa, e noi stiamo lavorando su frammenti, su zattere di macchine che nel frattempo si sono immaterialmente (attraverso le reti) e materialmente (attraverso la finanza) connesse tra loro, allontanandoci sempre di più tra noi e da noi. Il cronometro della fabbrica è stato sostituito dalle statistiche, il cui potere veridittivo è schiacciante, copre ogni individualità, affossa ogni tentativo di dare un’impronta qualitativa al proprio operato: è una forma molto complessa di dittatura dell’audience. Non è la popolarità dei contenuti, come in TV, a decretarne il successo: entrano qui in gioco fattori del tutto arbitrari ed effimeri, che non si dispongono per frequenze o in base a variabili fisse e riconoscibili. Il popolo del web non può essere fidelizzato nelle maniere classiche: è umorale, saltuario, sfuggente a qualsiasi tassonomia. Senza considerare che le statistiche sono basate su un numero vero – cioè un numero che esce in seguito alle effettive visite – ma che questo numero può essere alterato manipolando surrettiziamente le visite stesse, comprandole, o creando delle routine nei server dopo aver svuotato la cache. Svuotare, aggiornare, aumentare, contare: una ginnastica numerica che allena il vuoto. Anche se tutto quello che faccio non è reale, tanto quello che faccio che quello che subisco hanno delle conseguenze reali. [3996-4002]

Vorrei partire, andare a Genova, o a Trieste: la solitudine degli alberghi è l’unica sopportabile. [4035]

Sei nell’epoca delle deboli passioni, è di soffrire che non vale la pena. [5005]

[…] un corpo che era bambino e forse potenzialmente felice, ora sottoutilizzato e sfruttato, disperato, come si direbbe denaturato di un alcol. [5136]

25 aprile 2012

25 aprile 2012. Repetita iuvant.

E già che c’ero ho rimesso la canzone (il video precedente era stato rimosso).

Sbagliando s'impera

Finalmente la canzone (di cui avevo già parlato in un post di quasi un anno fa)  è ora disponibile su YouTube:

Il testo è di L. Lunari e la musica del maestro Gino Negri.

Non maledire questo nostro tempo
Non invidiare chi nascerà domani,
chi potrà vivere in un mondo felice
senza sporcarsi l’anima e le mani.
Noi siam vissuti come abbiam’ voluto
negli anni oscuri senza libertà.
Siamo passati tra le forche e i cannoni
chiudendo gli occhi e il cuore alla pietà.

Ma anche dopo il più duro degli inverni
ritorna sempre la dolce primavera,
la nuova vita che comincia stamattina,
di queste mani sporche a una bandiera.
Non siamo più né carne da cannone
né voci vuote che dicono di sì.
A chi è caduto per la strada noi giuriamo
pei loro figli non sarà così.

Vogliamo un mondo fatto per la gente
di cui ciascuno possa…

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Regole del buon romanzo poliziesco

Il programma dello scorso anno di Fabio Fazio e Roberto Saviano, Vieni via con me, ha popolarizzato la moda degli elenchi. In realtà, Umberto Eco aveva pubblicato Vertigine della lista nel 2008 e dovrebbe essere attribuito a lui il primato di questa rinnovata attenzione . Come genere/artifizio letterario, un altro testo canonico è High Fidelity di Nick Hornby, con le sue classifiche. Per tacere della componente ossessivo-compulsiva che abbiamo in molti, in cui la lista è una forma di accumulazione.

Proprio per questo, anch’io amo le liste, come molti geek. Con molto piacere ho perciò scoperto, abbastanza di recente, che c’è un blog dedicato alle note: si chiama, abbastanza prevedibilmente, List of Notes ed è curato da Shaun Usher.

Tra le liste che ho trovato, c’è questa, dedicata alle Rules for Detective Writers e pubblicata il 26 marzo 2012.

In un’altra occasione, recensendo un romanzo di Fred Vargas, La cavalcata dei morti, ho riportato il decalogo di Ronald Knox, l’eccentrico prete cattolico che va ricordato anche per aver anticipato la burla radiofonica di Orson Welles con il suo reportage dalle presunte barricate di una rivoluzione londinese del 1926 (Broadcasting from the Barricades).

Ronald Knox

wikipedia.org

Anche Raymond Chandler, l’indimenticabile creatore dell’investigatore privato Philip Marlowe (se non lo conoscete, vi suggerisco la bella raccolta in 2 volumi curata da Oreste del Buono un quarantina d’anni fa, Tutto Marlowe investigatore, che contiene – oltre al saggio di OdB Un uomo migliore per un mondo peggiore – : Il testimone; Il grande sonno; Addio, mia amata; Finestra sul vuoto; In fondo al lago; Troppo tardi; Il lungo addio; Ancora una notte; La matita; Poodle Springs Story; La semplice arte del delitto; Ancora sul giallo; Lettere in giallo), volle cimentarsi nel 1949 (20 anni dopo Knox) con un decalogo di regole per il romanzo poliziesco:

  1. It must be credibly motivated, both as to the original situation and the dénouement.
  2. It must be technically sound as to the methods of murder and detection.
  3. It must be realistic in character, setting and atmosphere. It must be about real people in a real world.
  4. It must have a sound story value apart from the mystery element: i.e., the investigation itself must be an adventure worth reading.
  5. It must have enough essential simplicity to be explained easily when the time comes.
  6. It must baffle a reasonably intelligent reader.
  7. The solution must seem inevitable once revealed.
  8. It must not try to do everything at once. If it is a puzzle story operating in a rather cool, reasonable atmosphere, it cannot also be a violent adventure or a passionate romance.
  9. It must punish the criminal in one way or another, not necessarily by operation of the law. If the detective fails to resolve the consequences of the crime, the story is an unresolved chord and leaves irritation behind it.
  10. It must be honest with the reader.
Raymond Chandler

wikipedia.org

Qualche anno prima, nel 1935, Frank Armer, editore della pulp fiction Spicy Detective, pubblicò un “esalogo” di regole sulla rappresentazione del sesso nelle detective stories, abbastanza comiche con il senno di adesso:

  1. In describing breasts of a female character, avoid anatomical descriptions.
  2. If it is necessary for the story to have the girl give herself to a man, do not go too carefully into the details. You can lead up to the actual consummation, but leave the rest up to the reader’s imagination. This subject should be handled delicately and a great deal can be done by implication and suggestion.
  3. Whenever possible, avoid complete nudity of the female characters. You can have a girl strip to her underwear, or transparent negligee, or nightgown, or the thin torn shred of her garments, but while the girl is alive and in contact with a man, we do not want complete nudity.
  4. A nude female corpse is allowable, of course.
  5. Also, a girl undressing in the privacy of her own room, but when men are in the action try to keep at least a shred of something on the girls.
  6. Do not have men in underwear in scenes with women, and no nude men at all.
Spicy Detective

vintagelibrary.com

Ma la lista più famosa in assoluto è quella di S. S. Van Dine (pseudonimo di Willard Huntington Wright) scritte nel 1928:

  1. The reader must have equal opportunity with the detective for solving the mystery. All clues must be plainly stated and described.
  2. No wilful tricks or deceptions may be played on the reader other than those played legitimately by the criminal on the detective himself.
  3. There must be no love interest in the story. To introduce amour is to clutter up a purely intellectual experience with irrelevant sentiment. The business in hand is to bring a criminal to the bar of justice, not to bring a lovelorn couple to the hymeneal altar.
  4. The detective himself, or one of the official investigators, should never turn out to be the culprit. This is bald trickery, on a par with offering some one a bright penny for a five-dollar gold piece. It’s false pretenses.
  5. The culprit must be determined by logical deductions–not by accident or coincidence or unmotivated confession. To solve a criminal problem in this latter fashion is like sending the reader on a deliberate wild-goose chase, and then telling him, after he has failed, that you had the object of his search up your sleeve all the time. Such an author is no better than a practical joker.
  6. The detective novel must have a detective in it; and a detective is not a detective unless he detects. His function is to gather clues that will eventually lead to the person who did the dirty work in the first chapter; and if the detective does not reach his conclusions through an analysis of those clues, he has no more solved his problem than the schoolboy who gets his answer out of the back of the arithmetic.
  7. There simply must be a corpse in a detective novel, and the deader the corpse the better. No lesser crime than murder will suffice. Three hundred pages is far too much pother for a crime other than murder. After all, the reader’s trouble and expenditure of energy must be rewarded. Americans are essentially humane, and therefore a tiptop murder arouses their sense of vengeance and horror. They wish to bring the perpetrator to justice; and when “murder most foul, as in the best it is,” has been committed, the chase is on with all the righteous enthusiasm of which the thrice gentle reader is capable.
  8. The problem of the crime must be solved by strictly naturalistic means. Such methods for learning the truth as slate-writing, ouija-boards, mind-reading, spiritualistic séances, crystal-gazing, and the like, are taboo. A reader has a chance when matching his wits with a rationalistic detective, but if he must compete with the world of spirits and go chasing about the fourth dimension of metaphysics, he is defeated ab initio.
  9. There must be but one detective–that is, but one protagonist of deduction–one deus ex machine. To bring the minds of three or four, or sometimes a gang of detectives to bear on a problem is not only to disperse the interest and break the direct thread of logic, but to take an unfair advantage of the reader, who, at the outset, pits his mind against that of the detective and proceeds to do mental battle. If there is more than one detective the reader doesn’t know who his co-deductor is. It’s like making the reader run a race with a relay team.
  10. The culprit must turn out to be a person who has played a more or less prominent part in the story–that is, a person with whom the reader is familiar and in whom he takes an interest. For a writer to fasten the crime, in the final chapter, on a stranger or person who has played a wholly unimportant part in the tale, is to confess to his inability to match wits with the reader.
  11. Servants–such as butlers, footmen, valets, game-keepers, cooks, and the like–must not be chosen by the author as the culprit. This is begging a noble question. It is a too easy solution. It is unsatisfactory, and makes the reader feel that his time has been wasted. The culprit must be a decidedly worth-while person–one that wouldn’t ordinarily come under suspicion; for if the crime was the sordid work of a menial, the author would have had no business to embalm it in book-form.
  12. There must be but one culprit, no matter how many murders are committed. The culprit may, of course, have a minor helper or co-plotter; but the entire onus must rest on one pair of shoulders: the entire indignation of the reader must be permitted to concentrate on a single black nature.
  13. Secret societies, camorras, mafias, et al., have no place in a detective story. Here the author gets into adventure fiction and secret-service romance. A fascinating and truly beautiful murder is irremediably spoiled by any such wholesale culpability. To be sure, the murderer in a detective novel should be given a sporting chance, but it is going too far to grant him a secret society (with its ubiquitous havens, mass protection, etc.) to fall back on. No high-class, self-respecting murderer would want such odds in his jousting-bout with the police.
  14. The method of murder, and the means of detecting it, must be rational and scientific. That is to say, pseudo-science and purely imaginative and speculative devices are not to be tolerated in the roman policier. For instance, the murder of a victim by a newly found element–a super-radium, let us say–is not a legitimate problem. Nor may a rare and unknown drug, which has its existence only in the author’s imagination, be administered. A detective-story writer must limit himself, toxicologically speaking, to the pharmacopoeia. Once an author soars into the realm of fantasy, in the Jules Verne manner, he is outside the bounds of detective fiction, cavorting in the uncharted reaches of adventure.
  15. The truth of the problem must at all times be apparent–provided the reader is shrewd enough to see it. By this I mean that if the reader, after learning the explanation for the crime, should reread the book, he would see that the solution had, in a sense, been staring him in the face–that all the clues really pointed to the culprit–and that, if he had been as clever as the detective, he could have solved the mystery himself without going on to the final chapter. That the clever reader does often thus solve the problem goes without saying. And one of my basic theories of detective fiction is that, if a detective story is fairly and legitimately constructed, it is impossible to keep the solution from all readers. There will inevitably be a certain number of them just as shrewd as the author; and if the author has shown the proper sportsmanship and honesty in his statement and projection of the crime and its clues, these perspicacious readers will be able, by analysis, elimination and logic, to put their finger on the culprit as soon as the detective does. And herein lies the zest of the game. Herein we have an explanation for the fact that readers who would spurn the ordinary “popular” novel will read detective stories unblushingly.
  16. A detective novel should contain no long descriptive passages, no literary dallying with side-issues, no subtly worked-out character analyses, no “atmospheric” preoccupations. Such matters have no vital place in a record of crime and deduction. They hold up the action, and introduce issues irrelevant to the main purpose, which is to state a problem, analyze it, and bring it to a successful conclusion. To be sure, there must be a sufficient descriptiveness and character delineation to give the novel verisimilitude; but when an author of a detective story has reached that literary point where he has created a gripping sense of reality and enlisted the reader’s interest and sympathy in the characters and the problem, he has gone as far in the purely “literary” technique as is legitimate and compatible with the needs of a criminal-problem document. A detective story is a grim business, and the reader goes to it, not for literary furbelows and style and beautiful descriptions and the projection of moods, but for mental stimulation and intellectual activity–just as he goes to a ball game or to a cross-word puzzle. Lectures between innings at the Polo Grounds on the beauties of nature would scarcely enhance the interest in the struggle between two contesting baseball nines; and dissertations on etymology and orthography interspersed in the definitions of a cross-word puzzle would tend only to irritate the solver bent on making the words interlock correctly.
  17. A professional criminal must never be shouldered with the guilt of a crime in a detective story. Crimes by house-breakers and bandits are the province of the police department–not of authors and brilliant amateur detectives. Such crimes belong to the routine work of the Homicide Bureaus. A really fascinating crime is one committed by a pillar of a church, or a spinster noted for her charities.
  18. A crime in a detective story must never turn out to be an accident or a suicide. To end an odyssey of sleuthing with such an anti-climax is to play an unpardonable trick on the reader. If a book-buyer should demand his two dollars back on the ground that the crime was a fake, any court with a sense of justice would decide in his favor and add a stinging reprimand to the author who thus hoodwinked a trusting and kind-hearted reader.
  19. The motives for all crimes in detective stories should be personal. International plottings and war politics belong in a different category of fiction–in secret-service tales, for instance. But a murder story must be kept gemütlich, so to speak. It must reflect the reader’s everyday experiences, and give him a certain outlet for his own repressed desires and emotions.
  20. And (to give my Credo an even score of items) I herewith list a few of the devices which no self-respecting detective-story writer will now avail himself of. They have been employed too often, and are familiar to all true lovers of literary crime. To use them is a confession of the author’s ineptitude and lack of originality.

    (a) Determining the identity of the culprit by comparing the butt of a cigarette left at the scene of the crime with the brand smoked by a suspect.
    (b) The bogus spiritualistic séance to frighten the culprit into giving himself away.
    (c) Forged finger-prints.
    (d) The dummy-figure alibi.
    (e) The dog that does not bark and thereby reveals the fact that the intruder is familiar.
    (f) The final pinning of the crime on a twin, or a relative who looks exactly like the suspected, but innocent, person.
    (g) The hypodermic syringe and the knockout drops.
    (h) The commission of the murder in a locked room after the police have actually broken in.
    (i) The word-association test for guilt.
    (j) The cipher, or code letter, which is eventually unraveled by the sleuth.

Ecco la traduzione di Wikipedia:

  1. Il lettore deve avere le stesse possibilità del poliziotto di risolvere il mistero. Tutti gli indizi e le tracce debbono essere chiaramente elencati e descritti.
  2. Non devono essere esercitati sul lettore altri sotterfugi e inganni oltre quelli che legittimamente il criminale mette in opera contro lo stesso investigatore.
  3. Non ci deve essere una storia d’amore troppo interessante. Lo scopo è di condurre un criminale davanti alla Giustizia, non due innamorati all’altare.
  4. Né l’investigatore né alcun altro dei poliziotti ufficiali deve mai risultare colpevole. Questo non è un buon gioco: è come offrire a qualcuno un soldone lucido per un marengo; è una falsa testimonianza.
  5. Il colpevole deve essere scoperto attraverso logiche deduzioni: non per caso, o coincidenza, o non motivata confessione. Risolvere un problema criminale a codesto modo è come spedire determinatamente il lettore sopra una falsa traccia per dirgli poi che tenevate nascosto voi in una manica l’oggetto delle ricerche. Un autore che si comporti così è un semplice burlone di cattivo gusto.
  6. In un romanzo poliziesco ci deve essere un poliziotto, e un poliziotto non è tale se non indaga e deduce. Il suo compito è quello di riunire gli indizi che possono condurre alla cattura di chi è colpevole del misfatto commesso nel capitolo I. Se il poliziotto non raggiunge il suo scopo attraverso un simile lavorio non ha risolto veramente il problema, come non lo ha risolto lo scolaro che va a copiare nel testo di matematica il risultato finale del problema.
  7. Ci deve essere almeno un morto in un romanzo poliziesco e più il morto è morto, meglio è. Nessun delitto minore dell’assassinio è sufficiente. Trecento pagine sono troppe per una colpa minore. Il dispendio di energie del lettore dev’essere remunerato!
  8. Il problema del delitto deve essere risolto con metodi strettamente naturalistici. Apprendere la verità per mezzo di scritture medianiche, sedute spiritiche, la lettura del pensiero, suggestione e magie, è assolutamente proibito. Un lettore può gareggiare con un poliziotto che ricorre a metodi razionali: se deve competere anche con il mondo degli spiriti e con la metafisica, è battuto “ab initio”.
  9. Ci deve essere nel romanzo un poliziotto, un solo “deduttore“, un solo “deus ex machina. Mettere in scena tre, quattro, o addirittura una banda di segugi per risolvere il problema significa non soltanto disperdere l’interesse, spezzare il filo della logica, ma anche attribuirsi un antipatico vantaggio sul lettore. Se c’è più di un poliziotto, il lettore non sa più con chi sta gareggiando: sarebbe come farlo partecipare da solo a una corsa contro una staffetta.
  10. Il colpevole deve essere una persona che ha avuto una parte più o meno importante nella storia, una persona cioè, che sia divenuta familiare al lettore, e lo abbia interessato.
  11. I servitori non devono essere, in genere, scelti come colpevoli: si prestano a soluzioni troppo facili. Il colpevole deve essere decisamente una persona di fiducia, uno di cui non si dovrebbe mai sospettare.
  12. Nel romanzo deve esserci un solo colpevole, al di là del numero degli assassinii. Ovviamente che il colpevole può essersi servito di complici, ma la colpa e l’indignazione del lettore devono ricadere su un solo cattivo.
  13. Società segrete, associazioni a delinquere “et similia” non trovano posto in un vero romanzo poliziesco. Un delitto interessante è irrimediabilmente sciupato da una colpa collegiale. Certo anche al colpevole deve essere concessa una “chance“: ma accordargli addirittura una società segreta è troppo. Nessun delinquente di classe accetterebbe.
  14. I metodi del delinquente e i sistemi di indagine devono essere razionali e scientifici. Vanno cioè senz’altro escluse la pseudo-scienza e le astuzie puramente fantastiche, alla maniera di Jules Verne. Quando un autore ricorre a simili metodi può considerarsi evaso, dai limiti del romanzo poliziesco, negli incontrollati domini del romanzo d’avventura.
  15. La soluzione del problema deve essere sempre evidente, ammesso che vi sia un lettore sufficientemente astuto per vederla subito. Se il lettore, dopo aver raggiunto il capitolo finale e la spiegazione, ripercorre il libro a ritroso, deve constatare che in un certo senso la soluzione stava davanti ai suoi occhi fin dall’inizio, che tutti gli indizi designavano il colpevole e che, se fosse stato acuto come il poliziotto, avrebbe potuto risolvere il mistero da sé, senza leggere il libro sino alla fine. Il che – inutile dirlo – capita spesso al lettore ricco d’istruzione.
  16. Un romanzo poliziesco non deve contenere descrizioni troppo diffuse, pezzi di bravura letteraria, analisi psicologiche troppo insistenti, presentazioni di “atmosfera”: tutte cose che non hanno vitale importanza in un romanzo di indagine poliziesca. Esse rallentano l’azione, distraggono dallo scopo principale che è: porre un problema, analizzarlo, condurlo a una conclusione positiva. Si capisce che ci deve essere quel tanto di descrizione e di studio di carattere che è necessario per dare verosimiglianza alla narrazione.
  17. Un delinquente di professione non deve mai essere preso come colpevole in un romanzo poliziesco. I delitti dei banditi riguardano la polizia, non gli scrittori e i brillanti investigatori dilettanti. Un delitto veramente affascinante non può essere commesso che da un personaggio molto pio, o da una zitellona nota per le sue opere di beneficenza.
  18. Il delitto, in un romanzo poliziesco, non deve mai essere avvenuto per accidente: né deve scoprirsi che si tratta di suicidio. Terminare una odissea di indagini con una soluzione così irrisoria significa truffare bellamente il fiducioso e gentile lettore.
  19. I delitti nei romanzi polizieschi devono essere provocati da motivi puramente personali. Congiure internazionali ecc. appartengono a un altro genere narrativo. Una storia poliziesca deve riflettere le esperienze quotidiane del lettore, costituisce una valvola di sicurezza delle sue stesse emozioni.
  20. Ed ecco infine, per concludere degnamente questo “credo”, una serie di espedienti che nessuno scrittore poliziesco che si rispetti vorrà più impiegare; perché già troppo usati e ormai familiari a ogni amatore di libri polizieschi. Valersene ancora è come confessare inettitudine e mancanza di originalità:
a) scoprire il colpevole grazie al confronto di un mozzicone di sigaretta lasciata sul luogo del delitto con le sigarette fumate da uno dei sospettati;
b) il trucco della seduta spiritica contraffatta che atterrisca il colpevole e lo induca a tradirsi;
c) impronte digitali falsificate;
d) alibi creato grazie a un fantoccio;
e) cane che non abbaia e quindi rivela il fatto che il colpevole è uno della famiglia;
f) il colpevole è un gemello, oppure un parente sosia di una persona sospetta, ma innocente;
g) siringhe ipodermiche e bevande soporifere;
h) delitto commesso in una stanza chiusa, dopo che la polizia vi ha già fatto il suo ingresso;
i) associazioni di parole che rivelano la colpa;
j) alfabeti convenzionali che il poliziotto decifra.
S. S. Van Dine

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Galileo – Giornale di Scienza | Una pioggia di dati ci sommergerà

Mathematics Awareness Month

mathaware.org

via Galileo – Giornale di Scienza | Una pioggia di dati ci sommergerà

di Giovanna Dall’Ongaro

Il messaggio della locandina è chiarissimo: mettetevi al riparo, o una violenta pioggia di dati vi sommergerà. Le quattro grandi associazioni di matematici statunitensi (American Mathematical Society, American Statistical Association, Mathematical Association of America, Society for Industrial and Applied Mathematics) che da qualche tempo hanno eletto aprile il “Mese della consapevolezza matematica” quest’anno hanno scelto di pubblicizzare le loro iniziative con l’immagine di un omino spaesato che tenta di proteggersi sotto l’ombrello da un incessante diluvio.

Si tratta della smisurata quantità di informazioni gestite dai social network, come Facebook e Twitter, dai motori di ricerca, dalle agenzie pubblicitarie che cercano visibilità sul web. Ma anche di tutti i risultati forniti dai dispositivi scientifici come satelliti, sensori, strumenti astronomici, congegni biometrici e così via. O delle tantissime tracce lasciate dalle nostre attività quotidiane, come i pagamenti con le carte di credito.

Per tutto il mese di aprile matematici e statistici americani sono invitati a riflettere sulla ineludibile questione: cosa farsene di tutti questi dati? La domanda, rimbalzata dall’altra parte dell’oceano, è stata riproposta agli esperti di casa nostra dalla Società Italiana di Matematica Applicata e Industriale che in questi giorni promuove iniziative parallele a quelle americane.

Trovare una soluzione non è facile, ma, come leggiamo sul sito della Simai, “la matematica può essere uno strumento decisivo per capire e organizzare questo diluvio di dati”. Vediamo quindi cosa hanno da dirci gli esperti di calcoli numerici. Sul sito sono pubblicati, tradotti nella nostra lingua, alcuni interventi di studiosi americani insieme a saggi originali di scienziati italiani. Tra questi ultimi troviamo un affascinante viaggio nel mondo del data mining, l’estrazione di informazione da un insieme di dati, di Paola Bertolazzi e Giovanni Felici, articolo già pubblicato su Sapere nell’ottobre 2011, un’analisi del ruolo della matematica nel sequenziamento massivo del genoma di Claudia Angelini e Italia De Feis.

Due analisti americani, Timothy C. Owen e William Kahn, riflettono sulle cifre da capogiro della pubblicità on line: 1 KB di dati rilevanti per ogni banner visualizzato, che vuol dire 1TB al mese nelle mani dei commercianti. Tre volte il volume di dati proveniente dal telescopio spaziale Hubble.

Un altro scienziato statunitense, Daniel Krasner, parla delle sfide lanciate ai matematici dai colossi del Web, come Google, Facebook, Twitter, Amazon, Netflix: ricavare da una massa informe di dati “intuizioni che possono portare a una comprensione del presente e a delle previsioni del futuro”.

E c’è chi parla di una vera e propria rivoluzione: “È una rivoluzione, dice Gary King dell’Università di Harvard di recente in un’intervista sul New York Times “il cammino della quantificazione … dilagherà attraverso il mondo accademico, delle imprese e politico. Non c’è area che non ne verrà coinvolta”.

Basterà un ombrello a ripararci?

Steven Pinker – The Better Angels of Our Nature: Why Violence Has Declined

Pinker, Steven (2011). The Better Angels of Our Nature: Why Violence Has Declined. New York: Viking Press. 2011. ISBN 9781101544648. Pagine 832. 25,29 $

The Better Angels of Our Nature

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Di Steven Pinker su questo blog abbiamo parlato più d’una volta, sia recensendo una sua opera precedente (The Stuff of Thought), sia accennando di sguincio a The Blank Slate nella recensione di The Moral Animal di Robert Wright, sia – di recente – parlando dell’influenza che Robert Trivers ha avuto su di lui (The Folly of Fools).

Pinker, oltre che un autore controverso, è un autore che ama le controversie e – dopo avere conseguito una meritata notorietà come studioso del linguaggio e delle sue origini – ha voluto affrontare nelle sue opere destinate al pubblico non specialistico temi che sembravano fatti apposta per provocare reazioni anche emotive, non solo dalla destra repubblicana (Pinker è canadese ma insegna a Harvard) e dai credenti di qualunque religione, ma anche nella sinistra legata a quello che nel 1992 John Tooby e Leda Cosmides hanno definito “Standard Social Science Model” (The Adapted Mind: Evolutionary Psychology and the Generation of Culture).

Come già The Blank Slate, anche questo The Better Angels of Our Nature conta detrattori e sostenitori, affratellati soltanto dalla vis polemica con cui sostengono tesi contrapposte. Pinker, per la verità, spiega il perché del suo interesse per il tema della violenza nella storia e nelle società umane come uno sbocco naturale dei suoi interessi:

Many people have asked me how I became involved in the analysis of violence. It should not be a mystery: violence is a natural concern for anyone who studies human nature. I first learned of the decline of violence from Martin Daly and Margo Wilson’s classic book in evolutionary psychology, Homicide, in which they examined the high rates of violent death in nonstate societies and the decline in homicide from the Middle Ages to the present. In several of my previous books I cited those downward trends, together with humane developments such as the abolition of slavery, despotism, and cruel punishments in the history of the West, in support of the idea that moral progress is compatible with a biological approach to the human mind and an acknowledgment of the dark side of human nature. [256: il riferimento è alla posizione sull’edizione Kindle]

Ma questo non spiega (mi pare) né la passione con cui l’autore affronta l’argomento (in un tour de force di oltre 800 pagine!) né la virulenza dei detrattori, che hanno accusato Pinker un po’ di tutto, e soprattutto di usare dati statistici di dubbia robustezza. Sospetto che le divisioni di campo siano da attribuire ad almeno due altre ragioni. La prima la individua lo stesso Pinker:

The question of whether the arithmetic sign of trends in violence is positive or negative also bears on our conception of human nature. Though theories of human nature rooted in biology are often associated with fatalism about violence, and the theory that the mind is a blank slate is associated with progress, in my view it is the other way around. [142: il corsivo è mio]

Sospetto che una seconda spiegazione sia più sgradevole per chi si professa di sinistra: la sinistra è storicamente e ideologicamente legata alla critica sociale, nel senso che fa leva sull’insoddisfazione sullo stato di cose presenti e sull’ipotesi che esse siano destinate a peggiorare (“o socialismo o barbarie”, per esprimersi con la Juniusbroschüre di Rosa Luxemburg), a meno di una vigorosa correzione di rotta apportata dal movimento di sinistra stesso. Questo, incidentalmente ma non troppo, mi sembra alla radice di un’altra frase-slogan molto citata – quella, attribuita ad Antonio Gramsci, su “pessimismo della ragione e ottimismo della volontà”. In realtà, anche se non sono né gramsciano né gramscista, a me risulta che abbia scritto, nella lettera dal carcere del 19 dicembre 1929:

Mi pare che in tali condizioni, prolungate per anni, con tali esperienze psicologiche, l’uomo dovrebbe aver raggiunto il grado massimo di serenità stoica, e aver acquistato una tale convinzione profonda che l’uomo ha in se stesso la sorgente delle proprie forze morali, che tutto dipende da lui, dalla sua energia, dalla sua volontà, dalla ferrea coerenza dei fini che si propone e dei mezzi che esplica per attuarli – da non disperare mai piú e non cadere piú in quegli stati d’animo volgari e banali che si chiamano pessimismo e ottimismo. Il mio stato d’animo sintetizza questi due sentimenti e li supera: sono pessimista con l’intelligenza, ma ottimista per la volontà. Penso, in ogni circostanza, alla ipotesi peggiore, per mettere in movimento tutte le riserve di volontà ed essere in grado di abbattere l’ostacolo. Non mi sono fatto mai illusioni e non ho avuto mai delusioni. Mi sono specialmente sempre armato di una pazienza illimitata, non passiva, inerte, ma animata di perseveranza. [i corsivi sono miei]

E purtroppo, qualche anno più tardi, a Gramsci l’ottimismo si era ormai esaurito:

Fino a qualche tempo fa io ero, per cosí dire, pessimista con l’intelligenza e ottimista con la volontà. Cioè, sebbene vedessi lucidamente tutte le condizioni sfavorevoli e fortemente sfavorevoli a ogni miglioramento nella mia situazione (tanto generale, per ciò che riguarda la mia posizione giuridica, come particolare, per ciò che riguarda la mia salute fisica immediata), tuttavia pensavo che con uno sforzo razionalmente condotto, condotto con pazienza e accortezza, senza trascurare nulla nell’organizzare i pochi elementi favorevoli e nel cercare di immunizzare i moltissimi elementi sfavorevoli, fosse stato possibile di ottenere un qualche risultato apprezzabile, di ottenere per lo meno di poter vivere fisicamente, di arrestare il terribile consumo di energie vitali che progressivamente mi sta prostrando. Oggi non penso piú cosí. Ciò non vuol dire che abbia deciso di arrendermi, per cosí dire. Ma significa che non vedo piú nessuna uscita concreta e non posso piú contare su nessuna riserva di forze da esplicare. [29 maggio 1933]

Insomma – scusate la lunga divagazione – ma sospetto che la sinistra abbia bisogno di poter dire che le cose vanno male e tendono al peggio (anche i doverosi riferimenti al “tanto peggio, tanto meglio” e alla “caduta tendenziale del saggio del profitto” meriterebbero lunghe digressioni, che però per il momento ci risparmiamo) per convincere cittadini ed elettori a sostenerla e, nei casi peggiori, per giustificare le proprie malefatte (“il fine giustifica i mezzi“).

Pinker si pone invece nella prospettiva che (recensendo Risk di Dan Gardner, il cui ultimo capitolo è intitolato There’s never been a better time to be alive) ho chiamato del neo-ottimismo quantitativamente fondato, il cui manifesto è The Rational Optimist di Matt Ridley. Rispetto a quest’ultimo, che è più liberista che liberal (Ridley si chiama in realtà Matthew White Ridley, 5th Viscount Ridley, figlio dell’omonimo 4th Viscount e di Lady Anne Katharine Gabrielle Lumley, nipote di un ministro conservatore, etoniano e oxfordiano, proprietario di un avito maniero in cui risiede, presidente della banca di famiglia Northern Rock fino al fallimento del 2007: insomma uno di quegli inglesi come non ne fanno più. Ha una rubrica fissa, Mind & Matter, sul Wall Street Journal. È rimasto famoso un intervento su Edge nel 2006 il cui titolo dice tutto: Government is the problem not the solution), Pinker è però su una linea più liberal (nel senso americano del termine), anche se – pur avendovi partecipato – considera la controcultura e i movimenti di protesta degli anni Sessanta un arretramento nel progresso storico verso una società meno violenta.

Nel complesso, è un libro da leggere e da raccomandare, sia perché le sue tesi, anche quando e qualora non le si condivida, sono uno stimolo importante alla riflessione liberata dai preconcetti che inevitabilmente abbiamo sull’argomento; sia perché le 800 pagine del libro sono talmente ricche di digressioni e di spunti intelligenti da meritare la lettura anche solo per incontrare idee e riflessioni inconsuete e territori poco battuti.

Per avere un’idea del libro e del suo autore vi presento qui sotto un suo intervento TED del 2007 (una lezione più recente ma molto più lunga a una master class di Edge la trovate qui).

***

Rinuncio a mettere le centinaia (letteralmente) di passi che mi sono annotato, per limitarmi a quelli che mi sembrano di interesse più generale. Il riferimento è come di consueto alle posizioni sul Kindle:

In the teeth of these preconceptions, I will have to persuade you with numbers, which I will glean from datasets and depict in graphs. In each case I’ll explain where the numbers came from and do my best to interpret the ways they fall into place. [161]

Honor is a bubble that can be inflated by some parts of human nature, such as the drive for prestige and the entrenchment of norms, and popped by others, such as a sense of humor. [782]

“Formerly we suffered from crimes; now we suffer from laws.” [1475: è una citazione di Tacito]

For as long as I have known how to eat with utensils, I have struggled with the rule of table manners that says that you may not guide food onto your fork with your knife. To be sure, I have the dexterity to capture chunks of food that have enough mass to stay put as I scoot my fork under them. But my feeble cerebellum is no match for finely diced cubes or slippery little spheres that ricochet and roll at the touch of the tines. I chase them around the plate, desperately seeking a ridge or a slope that will give me the needed purchase, hoping they will not reach escape velocity and come to rest on the tablecloth. On occasion I have seized the moment when my dining companion glances away and have placed my knife to block their getaway before she turns back to catch me in this faux pas. Anything to avoid the ignominy, the boorishness, the intolerable uncouthness of using a knife for some purpose other than cutting. Give me a lever long enough, said Archimedes, and a fulcrum on which to place it, and I shall move the world. But if he knew his table manners, he could not have moved some peas onto his fork with his knife! [1496]

Another historical change was that homicides in which one man kills another man who is unrelated to him declined far more rapidly than did the killing of children, parents, spouses, and siblings. This is a common pattern in homicide statistics, sometimes called Verkko’s Law: rates of male-on-male violence fluctuate more across different times and places than rates of domestic violence involving women or kin. [1572]

[…] we will look at a faculty of the mind that psychologists call self-control, delay of gratification, and shallow temporal discounting and that laypeople call counting to ten, holding your horses, biting your tongue, saving for a rainy day, and keeping your pecker in your pocket. We will also look at a faculty that psychologists call empathy, intuitive psychology, perspective-taking, and theory of mind and that lay people call getting into other people’s heads, seeing the world from their point of view, walking a mile in their moccasins, and feeling their pain. [1742]

A classic positive-sum game in economic life is the trading of surpluses. […] Of course, an exchange at a single moment in time only pays when there is a division of labor. […] A fundamental insight of modern economics is that the key to the creation of wealth is a division of labor, in which specialists learn to produce a commodity with increasing cost-effectiveness and have the means to exchange their specialized products efficiently. [1820-1823]

[…] with Homo sapiens a man’s position in the pecking order is secured by reputation, an investment with a lifelong payout that must be started early in adulthood. [2356]

[…] the fact that women show a lot of skin or that men curse in public is not a sign of cultural decay. On the contrary, it’s a sign that they live in a society that is so civilized that they don’t have to fear being harassed or assaulted in response. [2882]

«First, . . . set fire to their synagogues or schools and . . . bury and cover with dirt whatever will not burn, so that no man will ever again see a stone or cinder of them…. Second, I advise that their houses also be razed and destroyed…. Third, I advise that all their prayer books and Talmudic writings, in which such idolatry, lies, cursing, and blasphemy are taught, be taken from them…. Fourth, I advise that their rabbis be forbidden to teach henceforth on pain of loss of life and limb…. Fifth, I advise that safe-conduct on the highways be abolished completely for the Jews…. Sixth, I advise that usury be prohibited to them, and that all cash and treasure of silver and gold be taken from them and put aside for safekeeping. Seventh, I recommend putting a flail, an ax, a hoe, a spade, a distaff, or a spindle into the hands of young, strong Jews and Jewesses and letting them earn their bread in the sweat of their brow, as was imposed on the children of Adam (Gen. 3[:19]). For it is not fitting that they should let us accursed Goyim toil in the sweat of our faces while they, the holy people, idle away their time behind the stove, feasting and farting, and on top of all, boasting blasphemously of their lordship over the Christians by means of our sweat. Let us emulate the common sense of other nations . . . [and] eject them forever from the country». [3150: la citazione è da Martin Lutero]

«Some say that because the crime consists only of words there is no cause for such severe punishment. But we muzzle dogs; shall we leave men free to open their mouths and say what they please? . . . God makes it plain that the false prophet is to be stoned without mercy. We are to crush beneath our heels all natural affections when his honour is at stake. The father should not spare his child, nor the husband his wife, nor the friend that friend who is dearer to him than life». [3163: questo, per par condicio, è Calvino]

Beccaria began from first principles, namely that the goal of a system of justice is to attain “the greatest happiness of the greatest number” (a phrase later adopted by Jeremy Bentham as the motto of utilitarianism). [3293]

[…] democracies tend to avoid wars because the benefits of war go to a country’s leaders whereas the costs are paid by its citizens. [3670]

Reading is a technology for perspective-taking. When someone else’s thoughts are in your head, you are observing the world from that person’s vantage point. Not only are you taking in sights and sounds that you could not experience firsthand, but you have stepped inside that person’s mind and are temporarily sharing his or her attitudes and reactions. [3839]

Oppressive autocrats can remain in power even when their citizens despise them because of a conundrum that economists call the social dilemma or free-rider problem. In a dictatorship, the autocrat and his henchmen have a strong incentive to stay in power, but no individual citizen has an incentive to depose him, because the rebel would assume all the risks of the dictator’s reprisals while the benefits of democracy would flow diffusely to everyone in the country. [3940]

Science is thus a paradigm for how we ought to gain knowledge—not the particular methods or institutions of science but its value system, namely to seek to explain the world, to evaluate candidate explanations objectively, and to be cognizant of the tentativeness and uncertainty of our understanding at any time. [3978]

The universality of reason is a momentous realization, because it defines a place for morality. [3999]

Morality […] is a consequence of the interchangeability of perspectives and the opportunity the world provides for positive-sum games.[ 4010-4011]

[…] narratives without statistics are blind, statistics without narratives are empty. [4215]

In the case of a war of attrition, one can imagine a leader who has a changing willingness to suffer a cost over time, increasing as the conflict proceeds and his resolve toughens. His motto would be: “We fight on so that our boys shall not have died in vain.” This mindset, known as loss aversion, the sunk-cost fallacy, and throwing good money after bad, is patently irrational, but it is surprisingly pervasive in human decision-making. [4725]

One of the dangers of “self-determination” is that there is really no such thing as a “nation” in the sense of an ethnocultural group that coincides with a patch of real estate. [5170]

“The greatness of the idea of European integration on democratic foundations is its capacity to overcome the old Herderian idea of the nation state as the highest expression of national life.” [5534: l’ha scritto Vaclav Havel]

Though it’s tempting to think of this stereotyping as a kind of mental defect, categorization is indispensable to intelligence. Categories allow us to make inferences from a few observed qualities to a larger number of unobserved ones. [6891]

The capital necessary to prosper in middlemen occupations consists mainly of expertise rather than land or factories, so it is easily shared among kin and friends, and it is highly portable. [7038]

For all the rigor that a logistic regression offers, it is essentially a meat grinder that takes a set of variables as input and extrudes a probability as output. What it hides is the vastly skewed distribution […] [7312]

Still, you might ask, isn’t it the essence of science to make falsifiable predictions? Shouldn’t any claim to understanding the past be evaluated by its ability to extrapolate into the future? Oh, all right. I predict that the chance that a major episode of violence will break out in the next decade—a conflict with 100,000 deaths in a year, or a million deaths overall—is 9.7 percent. How did I come up with that number? Well, it’s small enough to capture the intuition “probably not,” but not so small that if such an event did occur I would be shown to be flat-out wrong. My point, of course, is that the concept of scientific prediction is meaningless when it comes to a single event—in this case, the eruption of mass violence in the next decade. [7726]

Junk statistics from advocacy groups are slung around and become common knowledge, such as the incredible factoid that one in four university students has been raped. [8552]

Since the point of erotica is to offer the consumer sexual experiences without having to compromise with the demands of the other sex, it is a window into each sex’s unalloyed desires. Pornography for men is visual, anatomical, impulsive, floridly promiscuous, and devoid of context and character. Erotica for women is far more likely to be verbal, psychological, reflective, serially monogamous, and rich in context and character. Men fantasize about copulating with bodies; women fantasize about making love to people. [8616]

By the late 20th century, the idea that parents can harm their children by abusing and neglecting them (which is true) grew into the idea that parents can mold their children’s intelligence, personalities, social skills, and mental disorders (which is not). Why not? Consider the fact that children of immigrants end up with the accent, values, and norms of their peers, not of their parents. That tells us that children are socialized in their peer group rather than in their families: it takes a village to raise a child. And studies of adopted children have found that they end up with personalities and IQ scores that are correlated with those of their biological siblings but uncorrelated with those of their adopted siblings. That tells us that adult personality and intelligence are shaped by genes, and also by chance (since the correlations are far from perfect, even among identical twins), but are not shaped by parents, at least not by anything they do with all their children. Despite these refutations, the Nurture Assumption developed a stranglehold on professional opinion, and mothers have been advised to turn themselves into round-the-clock parenting machines, charged with stimulating, socializing, and developing the characters of the little blank slates in their care. [9395]

It would be an exaggeration to say that the British mathematician Alan Turing explained the nature of logical and mathematical reasoning, invented the digital computer, solved the mind-body problem, and saved Western civilization. But it would not be much of an exaggeration. [9476]

In 1785 Jeremy Bentham took the next step. Using utilitarian reasoning, which equates morality with whatever brings the greatest good to the greatest number, Bentham argued that there is nothing immoral about homosexual acts because they make no one worse off. [9533]

The demographic sector with the largest proportion of vegetarians is teenage girls, and their principal motive may not be compassion for animals. Vegetarianism among teenage girls is highly correlated with eating disorders. [9978]

If I were to put my money on the single most important exogenous cause of the Rights Revolutions, it would be the technologies that made ideas and people increasingly mobile. The decades of the Rights Revolutions were the decades of the electronics revolutions: television, transistor radios, cable, satellite, long-distance telephones, photocopiers, fax machines, the Internet, cell phones, text messaging, Web video. They were the decades of the interstate highway, high-speed rail, and the jet airplane. They were the decades of the unprecedented growth in higher education and in the endless frontier of scientific research. Less well known is that they were also the decades of an explosion in book publishing. From 1960 to 2000, the annual number of books published in the United States increased almost fivefold. [10113]

No one is smart enough to invent anything in isolation that anyone else would want to use. Successful innovators not only stand on the shoulders of giants; they engage in massive intellectual property theft, skimming ideas from a vast watershed of tributaries flowing their way. [10153]

“I have never killed a man, but I have read many obituaries with great pleasure.” [10243: è di Clarence Darrow]

Self-serving biases are part of the evolutionary price we pay for being social animals. People congregate in groups not because they are robots who are magnetically attracted to one another but because they have social and moral emotions. They feel warmth and sympathy, gratitude and trust, loneliness and guilt, jealousy and anger. The emotions are internal regulators that ensure that people reap the benefits of social life—reciprocal exchange and cooperative action—without suffering the costs, namely exploitation by cheaters and social parasites. We sympathize with, trust, and feel grateful to those who are likely to cooperate with us, rewarding them with our own cooperation. And we get angry at or ostracize those who are likely to cheat, withdrawing cooperation or meting out punishment. A person’s own level of virtue is a tradeoff between the esteem that comes from cultivating a reputation as a cooperator and the ill-gotten gains of stealthy cheating. A social group is a marketplace of cooperators of differing degrees of generosity and trustworthiness, and people advertise themselves as being as generous and trustworthy as they can get away with, which may be a bit more generous and trustworthy than they are. [10391]

[…] too much history per square mile. [10460: sui Balcani]

[…] the standpoint of the scientist resembles the standpoint of the perpetrator, while the standpoint of the moralizer resembles the standpoint of the victim […] [10528]

People exaggerate not just their moral rectitude but their power and prospects, a subtype of self-serving bias called positive illusions. Hundreds of studies have shown that people overrate their health, leadership ability, intelligence, professional competence, sporting prowess, and managerial skills. People also hold the nonsensical belief that they are inherently lucky. Most people think they are more likely than the average person to attain a good first job, to have gifted children, and to live to a ripe old age. They also think that they are less likely than the average person to be the victim of an accident, crime, disease, depression, unwanted pregnancy, or earthquake. […] The most plausible explanation is that positive illusions are a bargaining tactic, a credible bluff. In recruiting an ally to support you in a risky venture, in bargaining for the best deal, or in intimidating an adversary into backing down, you stand to gain if you credibly exaggerate your strengths. Believing your own exaggeration is better than cynically lying about it, because the arms race between lying and lie detection has equipped your audience with the means of seeing through barefaced lies. As long as your exaggerations are not laughable, your audience cannot afford to ignore your self-assessment altogether, because you have more information about yourself than anyone else does, and you have a built-in incentive not to distort your assessment too much or you would constantly blunder into disasters. [10840-10847]

As Winston Churchill noted, “Always remember, however sure you are that you can easily win, that there would not be a war if the other man did not think he also had a chance.” [10860]

The commodity that is immediately at stake in contests of dominance is information, and that feature differentiates dominance from predation in several ways. […] Reputation is a social construction that is built on what logicians call common knowledge. […] Common knowledge may be undermined by a contrary opinion, and so contests of dominance are fought in arenas of public information.[10928-10936]

Women’s competitive tactics consist in less physically perilous relational aggression such as gossip and ostracism. [10971]

Human cooperation has another twist. Because we have language, we don’t have to deal with people directly to learn whether they are cooperators or defectors. We can ask around, and find out through the grapevine how the person has behaved in the past. This indirect reciprocity, as game theorists call it, puts a tangible premium on reputation and gossip. [11378]

The law may be an ass, but it is a disinterested ass, and it can weigh harms without the self-serving distortions of the perpetrator or the victim. […] The fashion accessories of Justitia, the Roman goddess of justice, express the logic succinctly : (1) scales; (2) blindfold; (3) sword. [11440-11443]

[…] the psychological ingredients of a murderous ideology. The cognitive prerequisite is our ability to think through long chains of means-ends reasoning, which encourage us to carry out unpleasant means as a way to bring about desirable ends. After all, in some spheres of life the ends really do justify the means, such as the bitter drugs and painful procedures we undergo as part of a medical treatment. Means-ends reasoning becomes dangerous when the means to a glorious end include harming human beings. [11845]

Groups are apt to tell their leaders what they want to hear, to suppress dissent, to censor private doubts, and to filter out evidence that contradicts an emerging consensus. [11862: sul groupthink]

[…] coordination games, where individuals have no rational reason to choose a particular option other than the fact that everyone else has chosen it. Driving on the right or the left side of the road is a classic example: here is a case in which you really don’t want to march to the beat of a different drummer. Paper currency, Internet protocols, and the language of one’s community are other examples. [11930]

[…] empathy today is becoming what love was in the 1960s—a sentimental ideal, extolled in catchphrases (what makes the world go round, what the world needs now, all you need) but overrated as a reducer of violence. [12186]

The Old Testament tells us to love our neighbors, the New Testament to love our enemies. The moral rationale seems to be: Love your neighbors and enemies; that way you won’t kill them. But frankly, I don’t love my neighbors, to say nothing of my enemies. Better, then, is the following ideal: Don’t kill your neighbors or enemies, even if you don’t love them. [12612]

The neuroscientist Etienne Koechlin summarizes the functioning of the frontal lobe in the following way. The rearmost portions respond to the stimulus; the lateral frontal cortex responds to the context; and the frontal pole responds to the episode. Concretely, when the phone rings and we pick it up, we are responding to the stimulus. When we are at a friend’s house and let it ring, we are responding to the context. And when the friend hops into the shower and asks us to pick up the phone if it rings, we are responding to the episode. [12752]

So far all the evidence that violence is released by a lack of self-control is correlational. [12835]

[…] the movie dialogue in which Diane Keaton says, “I believe that sex without love is a meaningless experience” and Woody Allen replies, “Yes, but as meaningless experiences go, it’s one of the best.” [12901]

They [Daly and Wilson] propose that organisms are equipped with an internal variable, like an adjustable interest rate, that governs how steeply they discount the future.120 The setting of the variable is twiddled according to the stability or instability of their environment and an estimate of how long they will live. [12979]

Self-domestication and pedomorphy.
Richard Wrangham has noted that the domestication of animals usually tames them by slowing down components of the developmental timetable to retain juvenile traits into adulthood, a process called pedomorphy or neoteny. 146 Domesticated strains and species tend to have more childlike skulls and faces, to show fewer sex differences, to be more playful, and to be less aggressive. These changes can be seen in farm animals that have been deliberately domesticated, such as horses, cattle, goats, and foxes, and in one species of wolf that was self-domesticated after it started to hang around human campsites thousands of years ago scrounging leftover food and eventually evolved into dogs. [13171]

[…] disapproval of a moralized act is universalized. […] moralized beliefs are actionable. […] moralized infractions are punishable. [13330-13338]

Humor with a political or moral agenda can stealthily challenge a relational model that is second nature to an audience by forcing them to see that it leads to consequences that the rest of their minds recognize as absurd. [13544]

Haidt observes that when one zooms in on an electoral map of the United States, from the coarse division into red and blue states to a finer-grained division into red and blue counties, one finds that the blue counties, representing the regions that voted for the more liberal presidential candidate, cluster along the coasts and major waterways. […] The micro-geography of liberalism suggests that the moral trend away from community, authority, and purity is indeed an effect of mobility and cosmopolitanism. [13690-13695]