Mulo

Speravo che mulo avesse la stessa etimologia di molĕre (in fin dei conti si può mettere un mulo per far girare una macina, no?), ma pare che invece sia stato incorporato nel latino da una lingua mediterranea o medio-orientale, insieme alla “tecnologia” per fabbricarlo (il figlio, sterile, di un asino e di una cavalla; il figlio di un cavallo e di un’asina si chiama bardotto).

Ho appena scoperto che mulatto è un derivato di mulo, e quindi non è politically correct, equivalendo sostanzialmente a bastardo. La stessa origine (mulo come bastardo, e quindi ragazzo di strada, scavezzacollo) ha il termine dialettale triestino.

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Emolumento

Secondo il dizionario di Tullio De Mauro, nella versione online, è un termine poco usato, che significa: “compenso per un’attività professionale”. Il secondo significato del termine è obsoleto: “profitto, entrata, guadagno”; e anche: “interesse sul denaro”.

Trovo divertente l’etimologia, dal latino ex (da) e molĕre (macinare, grattugiare; è la stessa radice di mulino, molare e dell’inglese meal, pasto). Rinvia alla pratica di prendersi da soli l’interesse sul danaro prestato “tosando” con una lima il bordo delle monete, che erano di metallo prezioso (ancora adesso le monete hanno i bordi zigrinati, per vedere subito se sono state sottoposte a questa pratica). Non è male pensare che i compensi dei professionisti siano una limatura del valore prodotto nelle attività realmente produttive (che rinvia alla concezione del lavoro nei servizi come improduttivo).

E mi fa tornare in mente una storiella che si raccontava negli anni Ottanta.

Visita del presidente del consiglio a Reggio Emilia. Gli portano una forma di parmigiano-reggiano. “È da grattare?”, chiede Bottino Craxi. “Ma no, Presidente, glielo regaliamo noi!”

La cerniera lampo

Il 29 aprile 1913 è stata brevettata negli Stati Uniti la cerniera lampo (zipper), inventata dal canadese d’origine svedese Gideon Sundback.

Una delle grandi invenzioni degli ultimi cent’anni.

Non la pensa così Ted Stroehmann (interpretato da Ben Stiller) in Tutti pazzi per Mary.

Le interviste impossibili

Pavolini, Lorenzo (a cura di) (2006). Le interviste impossibili. Roma: Donzelli. 2006.

Nell’estate del 1974, se non ricordo male, presero avvio le “interviste impossibili”. L’idea, allora, non mi sembrò particolarmente innovativa: all’epoca, la mattina andavano in onda spesso i radiodrammi, che ascoltavo con molto divertimento: ricordo ancora Fantomas e anche Mathias Sandorf di Jules Verne, che poi ho letto. Alcuni scrittori intervistavano figure storiche, cui davano voce degli attori. Scrittori, personaggi e attori mi erano a volte noti, a volte ignoti. La serie durò circa un anno ed era trasmessa di pomeriggio: ero all’ultimo anno d’università, stavo lavorando alla tesi e se possibile l’ascoltavo. Negli anni successivi, a intermittenza, me ne sono ricordato.

Recentemente, Donzelli ha pubblicato la serie integrale (Bompiani ne aveva pubblicata una parte, penso con gli autori della sua scuderia). Allegato al libro, due CD (audio) con sette registrazioni. Qualcosa si trova anche nelle Teche Rai

La registrazione audio riporta all’emozione della prima diffusione. Gli scrittori parlano con la loro voce, mentre gli attori interpretano l’intervistato. Il sapore di vecchia radio e di “radiodramma” (i commenti musicali, i “rumoristi”…) è piacevolissimo. Le regie, per la maggior parte, erano curate da Andrea Camilleri e Vittorio Sermonti, all’epoca a me perfettamente ignoti, ma ora piuttosto famosi.

Nella lettura questi aspetti si perdono, ma si guadagna qualcos’altro. Penso che gli autori, nella maggior parte dei casi, fossero più orientati (e abituati) a predisporre un testo scritto che un copione teatrale. Lo svolgimento del tema è molto diverso da autore ad autore. Farò qui soltanto qualche esempio. Eco sceglie chiaramente la strada del divertimento: la sua Beatrice, femminista ante litteram, che parla in fiorentino e odia Dante, che non l’ha toccata ma l’ha violentata nella personalità, è spassosa. Anche quando Eco affronta un tema più seriamente, come nell’intervista a Diderot, la vena di divertimento resta. Altri autori scelgono un momento cruciale nella vita dell’intervistato (Napoleone alla vigilia di Waterloo, Giulio Cesare e Bruto alle idi di marzo, Plinio il Vecchio il giorno dell’eruzione del Vesuvio e della distruzione di Pompei, Attilio Regolo i momenti prima del suo supplizio). In pochi casi l’intervista si trasforma in una piccola pièce teatrale (Jack lo squartatore di Ceronetti).

Alcune interviste sono proprio bruttine. Rispetto ad altre, resta il rammarico che l’autore non ne abbia scritte di più (Camilleri, Bellonci, Del Buono). Arbasino è uno specialista, ma non tutte le sue interviste sono allo stesso livello.

Il mio preferito è il Bismarck di Sermonti, costruito con il procedimento di mettere in bocca al cancelliere, durante l’intervista, molte frasi contenute nei suoi scritti o attribuitegli come bon mots. L’intervista risulta divertentissima. Bismarck ripete anche la famosa battuta (involontaria) in latino “Nescio quid mihi magis farcimentum esset”. L’aneddoto è questo: nel 1871 a Versailles, dopo che la Prussia aveva sconfitto la Francia a Sedan, si discuteva, a lungo e senza giungere a nessuna conclusione, se l’imperatore si dovesse chiamare Kaiser della Germania, Kaiser tedesco o Kaiser dei tedeschi. Bismarck, scocciato, chiese come si dicesse in latino Wurscht (non m’interessa). Uno zelante funzionario, comprendendo Wurst (salsiccia), gli rispose prontamente “farcimentum“. Al che Bismarck, pronunciò solennemente la nota frase. Sermonti traduce: “Me ne sbatto la salsiccia!”

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Citizen Kane (Quarto potere)

Citizen Kane, di e con Orson Welles (1941).

Il titolo italiano, diventato proverbiale, è fuorviante: del potere della stampa non si parla molto, e non è questo il tema centrale del film.

Il DVD è in edicola a 10 euro: che aspettate? E, se potete, guardatelo in lingua originale con i sottotitoli: vale la pena di sentire come recita Orson Welles, e anche godervi il maestro di musica italiano (Signor Matiste, interpretato da Fortunio Bonanova, un attore spagnolo!). Nel cast ci sono alcuni attori fantastici, tra cui Everett Sloane (Mr Bernstein), di cui abbiamo già parlato. Le musiche sono di Bernard Herrmann, autore anche di molte belle colonne sonore di Hitchcock. Alla fotografia Greg Toland, che sperimentò molte tecniche innovative (luci e obiettivi), tra cui il deep focus, che permetteva grande profondità di campo.

Due considerazioni.

Kane ha un sogno e per realizzarlo accumula ossessivamente oggetti (la panoramica sulle statue imballate nella villa di Xanadu), attività (giornalista, politico, impresario, magnate, ospite munifico) e persone (donne e “amici”). Ma, alla fine, il suo sogno era una nostalgia (Rosebud, che brucia con tutto il resto). Trasferito dal piano individuale a quello collettivo (il sogno americano: Kane stesso, accusato di essere comunista o fascista, si dichiara solamente americano), il messaggio è fortemente reazionario, come sempre quando si nega il progresso (e la sua stessa possibilità) e si rimpiange una qualunque età dell’oro (per questo, e non per l’adorazione che ne hanno avuto alcuni gruppuscoli di controcultura fascista, il Signore degli anelli è reazionario).

Kane è un genio, un essere umano straordinario. Nessuno lo comprende (le testimonianze delle persone a lui più vicine, l’inchiesta giornalistica che costituisce l’ossatura del film, il film stesso non ne scalfiscono la superficie). Rosebud resta un mistero. Non essere capito implica il non poter essere amato: non penso che ci sia amore senza comprensione. Più in generale, non penso ci possa essere empatia senza conoscenza – è l’altra faccia della sindrome di Asperger, in cui la nostra “teoria della mente” di comuni mortali non riesce a figurarsi quello che passa per la testa del genio o dell’uomo straordinario. Questa tragedia obbliga Kane all’egocentrismo, al narcisismo, a porsi al centro di tutto, all’amore di sé. Amare Charles Foster Kane: uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo. E – chiaramente – siamo tutti un po’ Kane: Welles parla di sé, ma anche di noi.

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Guernica (26 aprile 1937)

Ho mancato un anniversario importante. Sessant’anni fa fu bombardata Guernica, dall’aviazione tedesca e da quella italiana. Grazie al noto quadro di Guernica, è forse il più famoso bombardamento aereo della storia.

Guernica era una piccola città basca, ma un simbolo delle libertà di quel popolo: sotto una quercia – il Gernikako Arbola – si riuniva l’assemblea di Biscaglia.

Il bombardamento ebbe luogo di lunedì, giorno di mercato, quando in paese affluivano in molti dalle località vicine. Fu al tempo stesso il primo bombardamento a tappeto e uno dei primi esempi di terror bombing, con la popolazione civile come obiettivo esplicito. Alla missione parteciparono 29 aerei: due squadroni della Legione Condor e uno della Legione Lutzow della Luftwaffe, tre bombardieri italiani SM79 dell’Aviazione Legionaria Fascista, con il supporto caccia dei Messerschmitt Bf 109 e di cinque Fiat G50 italiani sotto il comando del Capitano Corrado Ricci (non quello cui è dedicato un largo a Roma, tra via Cavour e i Fori imperiali, che era un archeologo). Il comando dell’operazione fu dell’Oberstleutnant Wolfram Freiherr von Richthofen, cugino del più noto Manfred von Richtofen, il Barone rosso (sì, quello di Snoopy).

Il bombardamento, in cinque ondate, rase al suolo la città e provocò una tempesta di fuoco. Altri morti furono causati dal mitragliamento delle strade. Si parlò all’epoca di 1.700 morti e 900 feriti; ora si dice che furono soltanto 300. La quercia si salvò.

Guernica è famosa per il capolavoro di Picasso, esposto al Museo Reina Sofia di Madrid. L’immagine non dà un’idea del suo impatto visivo: le dimensioni reali sono 3,5 metri per 8!

Curiosità:

  • Non se i miei genitori avessero in mente di ispirare in me l’orrore per la guerra o l’ammirazione per Picasso, ma ho avuto fin da bambino una riproduzione (piccola) accanto al mio letto, dalla prima elementare a quando sono venuto ad abitare a Roma. Ha funzionato: odio la guerra e amo Picasso.
  • Si dice che Picasso abbia risposto a un ufficiale tedesco, che gli chiedeva “Maestro, l’avete fatto voi?”: “No, l’avete fatto voi con la Luftwaffe”.
  • Un arazzo che riproduce Guernica in dimensioni naturali è al Palazzo di vetro delle Nazioni unite a New York ed è stato per anni lo sfondo delle dichiarazioni ufficiali del Segretario dell’ONU. È stato coperto da un panno blu alla vigilia della guerra preventiva contro l’Iraq. “Sparava” nelle riprese televisive (ironie della storia).
  • Altri bombardamenti a tappeto famosi nella storia: Coventry (i tedeschi coniarono il termine Coventriert, “coventrizzato”) e Dresda (Vonnegut, che era prigioniero di guerra a Dresda all’epoca del bombardamento, ne ha fatto uno dei suoi capolavori – Mattatoio 5; George Roy Hill ne ha tratto un film con lo stesso nome, che non è un capolavoro, ma contiene l’unica colonna sonora scritta da Glenn Gould – che forse aveva la sindrome di Asperger).

La squadra 8 (2)

Sì, mi sto commercializzando. Ho visto che oggi in tanti hanno cercato notizie sulla puntata di ieri (e il mio post era vecchio), così ruffianamente dico la mia, per guadagnare in popolarità.

Un’ipotesi è che quello di Ruotolo sia un bluff. Ha cambiato di nascondiglio perché l’avrebbe fatto comunque e mette alla prova la De Luca per capire come reagisce sotto stress. La De Luca è una dura, non batte ciglio, tutto bene. Non ci credo neppure io.

Scenario più inquietante. Cafasso ha sbagliato: lo sappiamo tutti, e anche lui, che al Sant’Andrea c’è una talpa. Non doveva far partecipare i suoi all’operazione, ma soltanto i NOCS. Ne fotte più l’orgoglio del petrolio (George Vasco Bush). Certo, a questo punto il più sospetto è Battiston…

La De Luca potrebbe anche salvarsi: ad esempio, a Ruotolo viene una bella fitta al momento di sparare, chiude gli occhi un momento e la De Luca, rapida come un cobra… Poi torna con il marito (magari dopo un momento di tenerezza con Sciacca, che gli farebbe solo che bene). Certo la De Luca a questo punto sarebbe bruciata e nella prossima serie non ci sarà più.

A margine: per una volta ha sbagliato anche Pettenella. La paranoia è ciò che un bravo sbirro dovrebbe tenersi di più caro. Dice bene Max Peltier (Tom Sizemore) in Strange Days: “The issue isn’t whether you’re paranoid, but whether you’re paranoid enough”.