Anemofilo

Secondo il Vocabolario Treccani online, anemòfilo si dice «[d]i piante in cui l’impollinazione avviene per opera del vento.»

Impollinazione

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E ci potremmo anche fermare qui. Ma l’etimo della parola rimanda a 2 termini greci, anemo- (“vento”) e -filo (“amico”), che ci fanno intravvedere un significato più ampio di quello botanico: amico del vento, amante del vento.

E infatti, per pura serendipità, trovo su La Stampa del 14 luglio 2012 la recensione di Fabio Pozzo a un libro di Fabio Fiori (un altro caso di nomen omen) in cui l’aggettivo anemofilo viene esteso a tutti coloro che «hanno bisogno del vento, ne ricevono vitalità, sicurezza, serenità, slancio e buon umore».

I venti, dichiarazione d’amore di un anemofilo

Sono un anemofilo. L’ho scoperto leggendo “Anemos” di Fabio Fiori, un libro che è un inno ai venti del Mediterraneo. Gli anemofili – scrive l’autore – “hanno bisogno del vento, ne ricevono vitalità, sicurezza, serenità, slancio e buon umore”. Ho riscoperto in queste pagine anche il significato di ànemos, vento: cosa, se non anima? E psychein, soffiare, cosa, se non pische? “Per il vento, solo il vento aumenta, il pneuma, l’indispensabile soffio vitale”.
Già così, alle prime battute, il libro convince. Ci si riconosce in una categoria di persone, è un moto di appartenenza. Poi, proseguendo a leggere, il soffio diventa sinfonia di rumori, odori, sapori. Perché ciascun vento ha un suo Dna. Fiori si limita a raccontare dei principali: Tramontana, Grecale, Levante, Scirocco, Ostro, Libeccio, Ponente, Maestrale e Bora. E delle loro declinazioni. Così la Bora è chiara e scura, Borin, Boròn e Boraza. Ma anche delle loro influenze: chi non ha mai usato il termine “sciroccato”? Il respiro africano è unico tra i venti “ad aver generato un aggettivo psicologico”. Perché “scuote anche la salute psichica, rischiando di far derivare parole e gesti, pensieri ed atteggiamenti”. Non a caso nelle ville dei “Gattopardi” siciliani c’era una stanza apposita, a prova di scirocco, ove trovare rifugio e pace.
Il libro di Fiori prosegue il viaggio tra storia e letteratura, detti popolari e pratici locali, passato e presente, strumenti e rose dei venti che si perdono nel più profondo dell’uomo, e non giunge ad alcun porto. Perché i venti del Mediterraneo non sono solo nove, perché le loro storie “sono mutevoli come i cieli e le acque, numerose come le isole e i porti, necessarie come le navi e i remi”. E noi, come dice l’autore, continuiamo ad alzare le vele per sentirle raccontare.

Io, dal canto mio, mi immagino che gli anemofili siano leggeri, pronti a essere portati via dal minimo refolo, in tutte le cose della vita. Non solo «vitalità, sicurezza, serenità, slancio e buon umore», come dice Fiori, non solo «insostenibile leggerezza dell’essere», ma anche incoerenza, prontezza a seguire le mode, a voltare gabbana, ad appiattirsi sulle opinioni e le posizioni di chi comanda.

Quanti ne conosco, di anemofili in questa seconda accezione. Purtroppo non basta un soffio a farli sparire.

Tarassaco

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Blue Moon

Oggi c’è la seconda luna piena del mese di agosto. Poiché il ciclo lunare è più breve del mese solare (29,53 giorni contro 30,44), succede ogni tanto (ogni 2,7 anni circa) che in un mese ci sia 2 volte la luna piena. L’ultima volta è successo nel dicembre del 2009 e la prossima volta sarà nel luglio del 2015.

Blue Moon 2009.12

The last “blue moon,” seen during a partial lunar eclipse in December 2009. Image via Wikimedia Commons/Codybird

Negli Stati Uniti (e in generale nei paesi di lingua inglese) si usa dire «Once in a blue moon» come noi diciamo «Una volta ogni morte di papa», anche se i papi muoiono meno di frequente e a intervalli meno regolari – se questo sia un bene o un male è questione di opinioni. La circostanza che la frase sia diventata proverbiale ci induce a ritenere, quasi automaticamente, che faccia riferimento a tradizioni e modi di dire antichissimi. Invece, la locuzione fu introdotta agli inizi del XX secolo dal Maine Farmer’s Almanac per con riferimento a un fenomeno connesso ma differente (la 4ª luna piena in una stagione) ed erroneamente traslato al significato attuale dall’astronomo dilettante James High Pruett nel 1946. La storia la racconta in un bell’articolo il professor Philip Hiscock, docente di folklore alla Memorial University in Canada, pubblicato su Space & Telescope (che è poi la rivista su cui comparve l’articolo di James High Pruett).

Ma questo lo troverete scritto, oggi, su tutti i quotidiani (e probabilmente con qualche novella imprecisione). D’altronde io stesso ho già parlato ampiamente della luna in un post dello scorso maggio (Una luna piena enorme). Quello di oggi è soltanto un pretesto per (ri)ascoltare la bella canzone composta da Richard Rodgers e Lorenz Hart a metà degli anni Trenta e presto diventata un standard. Cominciamo da Billie Holiday.

Restando nel classico, Nat King Cole:

A proposito di classico, ma lo sapevate che la melodia di Blue Moon è “derivata” (forse inconsapevolmente) dal 1° tema del 2° movimento (Adagio piuttosto largo) del Quartetto per pianoforte e archi in mi maggiore, opera 20, di Sergei Taneyev, scritto nel 1906? Sono le primissime note, non farete fatica a riconoscere il tema.

Le ferie e la produttività

Oggi è il mio ultimo giorno di ferie, o meglio di queste intermittenti ferie agostane. Lunedì, almeno nelle pubbliche amministrazioni, inizia ufficiosamente la famosa “ripresa autunnale”, quella cosa nell’attesa della quale avevamo rimandato un sacco di cose a luglio. Sono le gioie della procrastinazione, strutturata o meno che sia.

Structured Procrastination

cafepress.com

Forse, allora, vale la pena di riprendere una polemica estiva e far un salomonico esercizio di par condicio.

Andiamo in ordine cronologico.

Gianfranco Polillo

ansa.it

Il 19 giugno 2012, alle 8:41 di un mattino che si avviava a diventare una delle prime giornate torride di questa torrida estate (peraltro iniziata sotto il profilo meteorologico ma non astronomico) – sì, sto parodiando l’incipit de L’uomo senza qualità di Robert Musil – il sotto-segretario all’Economia Gianfranco Polillo aggiunge un altro quarto d’ora alla suo ormai lungo minutaggio di celebrità warholiana. Chi mi segue sa che mi piace risalire alle fonti e, dunque, ecco il lancio dell’ANSA.

Polillo: ‘Sette giorni ferie in meno per alzare Pil’

Sottosegretario: ‘Lavorare una settimana in più per aumentare produttività’

19 giugno, 08:41

(di Francesco Carbone)

Gli italiani vivono al di sopra delle proprie possibilità e fanno troppe ferie. Dovrebbero lavorare almeno una settimana in più per essere più produttivi e ridare fiato al Pil. Il sottosegretario all’Economia, Gianfranco Polillo, lancia una proposta-provocazione che però non trova grandi sostenitori anzi scatena un coro di polemiche. Contrari sono: Cgil, Cisl, Ugl, Confesercenti. Ma anche Pd, Idv, Pdci. Se si attuasse la proposta – sostiene Polillo – si avrebbe un effetto benefico: un punto di Pil in più. Niente male in tempi di recessione quando davanti al Pil c’è sempre il segno meno. C’è però anche un problema di ‘stile di vita’: secondo Polillo infatti “stiamo vivendo sopra le nostre possibilità: per sostenere i nostri consumi interni abbiamo bisogno di prestiti esteri che sono stati pari a 50 miliardi di euro l’anno”. Quindi? “Questo gap lo possiamo chiudere – spiega – o riducendo ulteriormente la domanda interna, inaccettabile per il Paese, oppure aumentando il potenziale produttivo”. Così si potrebbe appunto lavorare di più: “per aumentare la produttività del Paese – spiega – lo choc può avvenire dall’aumento dell’input di lavoro, senza variazioni di costo; lavoriamo mediamente 9 mesi l’anno e credo che ormai questo tempo sia troppo breve”. Quindi secondo Polillo, “se noi rinunciassimo ad una settimana di vacanza avremmo un impatto sul Pil immediato di circa un punto”. Cioé circa 14-15 miliardi. E la proposta non sarebbe neanche troppo ‘invisa’ – secondo Polillo – alle parti sociali: per quanto riguarda i sindacati “è una fase di riflessione, ma devo dire che non sono contrari a questa ipotesi, almeno la parte più avveduta del sindacato che sta riflettendo per conto suo su questo all’interno di tutte le sigle”. E in Cgil: “ci sono settori illuminati e riformisti che ci stanno ragionando”. Ma dalla stessa Cgil il segretario confederale, Fabrizio Solari, parla di “un’uscita confusa, estemporanea e non particolarmente geniale e alla quale manca un naturale complemento: perché non chiedere ai 500 mila lavoratori in cassa di rinunciare ad una settimana di indennità? Per questa via anche le casse dello Stato ne trarrebbero un beneficio. Fuor d’ironia il problema della scarsa produttività italiana è il frutto della sua stessa specializzazione produttiva nonché degli scarsi investimenti. Queste le priorità da affrontare per produrre una crescita del Pil. Di certo la difficoltà del momento impongono a tutti, specie ai membri del governo, di non andare a cercare farfalle sotto l’arco di Tito”. Anche il Segretario Confederale Cisl, Luigi Sbarra, non sembra entusiasta: “se il sottosegretario Polillo vuole lavorare una settimana in più all’anno, cominciasse lui a dare l’esempio”. E dall’Ugl, Giovanni Centrella, protesta: “con questa bufala il governo sembra proprio aver toccato il fondo”. L’idea viene bocciata dal senatore dell’Idv Elio Lannutti che parte all’attacco sul fatto che mediamente gli italiani lavorino 9 mesi l’anno: “probabilmente Polillo si riferisce a se stesso e ai suoi burocrati non certamente a quelli che neanche si possono permettere di andare in ferie”. Infine Confesercenti e Pd:la proposta danneggerebbe il turismo, proprio l’unico settore trainante per uscire dalla crisi. E il Pdci: “nemmeno la finanza creativa di Tremonti sarebbe arrivata a tanto”.

Al di là delle posizioni motivate politicamente o sindacalmente, la proposta di Polillo suscitò anche immediati pareri negativi tra gli economisti e fu oggetto di satira. Per i primi, leggiamo Dario Di Vico sul Corriere della sera:

Se le aziende non hanno mercato tagliare le ferie diventa inutile

Il sottosegretario all’Economia Gianfranco Polillo è il re Mida della polemica take away. Ogni tasto che tocca fa esplodere una piccola rissa mediatica che lo ripaga della fatica di essere al governo in compagnia di colleghi di cui spesso non condivide il modo di operare. È successo anche ieri: Polillo ha proposto agli italiani di rinunciare a sette giorni in ferie perché così «avremmo un impatto immediato sul Pil di circa un punto». I sindacati, il Pd e l’Italia dei valori sono immediatamente insorti colpiti dal segno punitivo che la proposta avrebbe nei confronti dei lavoratori. Qualcuno sull’abbrivio ha chiesto persino le dimissioni di Polillo ma il caldo è un grande alibi per tutti. La verità è che in questa fase della Grande Crisi non basta modificare le condizioni dell’offerta (ovvero decidere di lavorare di più) per creare sviluppo. Magari! Il problema sta tutto nella domanda che purtroppo non c’ è e tutto ciò rende purtroppo inutile qualsiasi patto tra i produttori, anche quello taglia-ferie. Se infatti gli operai accettassero di lavorare una settimana in più a reddito invariato le loro aziende non venderebbero automaticamente di più, spalmerebbero solo su più giorni i programmi produttivi necessari a soddisfare un mercato che più pigro di così non potrebbe essere. Non dimentichiamo che oggi la capacità produttiva è utilizzata all’incirca al 70% e la produzione industriale è calata di almeno un quarto. Se proprio volessimo però interpretare lo spirito migliorista della sortita di Polillo dovremmo vincolare la settimana lavorativa sottratta (alle ferie) alla decisione da parte delle aziende di pagare di più i loro operai. In questo caso un pur limitato aumento dei salari potrebbe sostenere i consumi e ridare un po’ d’ ossigeno a quella domanda depressa di cui parlavamo. Ma è evidente che in questo caso a insorgere sarebbero le aziende. Quelle che non hanno bisogno di produrre di più considererebbero lunare l’applicazione salariale del Polillo pensiero, mentre quelle che hanno mercato preferirebbero comunque utilizzare lo strumento dello straordinario piuttosto che negoziare una settimana in più. E del resto già avviene così nelle aziende. Con la piena responsabilizzazione del sindacato.

Per i secondi, Massimo Gramellini su La Stampa:

Il sottosegretario Quaresima

Lo scrivo a voce bassa e raccomandando il massimo riserbo – non vorremo svelare i piani segreti del governo a qualche potenza straniera? – ma il sottosegretario all’Economia con delega alle chiacchiere Polillo ha appena avuto un’idea geniale per far impennare il Pil. Rinunciare a una settimana di ferie. Non lui, gli italiani tutti. Poiché i lavoratori dipendenti godono di tre mesi di vacanze l’anno, ha ragionato il grand’uomo (temo li abbia confusi con i parlamentari), basterebbe offrire alla Patria una settimana di tintarella e l’economia nazionale ripartirebbe a razzo verso il cielo stellato.
Non intendo guastare i sogni di Polillo ricordando che è inutile produrre di più se poi non c’è nessuno a cui vendere e che oggi il problema non è rappresentato da quelli che fanno le ferie, ma da quelli che non le fanno perché hanno perso il lavoro. Mi limito a prendere spunto dall’ultima uscita «tecnica» per invocare dai rispettabili membri del governo un cambio: se non di marcia, almeno di umore. Sarà vero che arriviamo da un carnevale di vent’anni (anche se la maggioranza di noi nemmeno stava sui carri e applaudiva o fischiava la sfilata dal bordo della strada). Ma non mi sembra una buona ragione per sprofondarci in questa quaresima senza pasque, quasi dovessimo espiare una colpa collettiva. Chi lavora, in Italia, lavora tantissimo. Semmai lavora male, a causa della corruzione e della burocrazia, figlie naturali della cattiva politica. Invece di farlo sentire un verme, gli andrebbe restituita una speranza, mandando in ferie non pagate gli ottusocrati e in carcere i ladri.

Ma perché riprendo oggi questa polemica ormai stantia? Perché nel frattempo, negli Stati Uniti, che notoriamente di ferie ne fanno meno di noi, un economista del lavoro di primo piano propone l’esatto opposto: 3 settimane di ferie obbligatorie.

L’autore della proposta è Robert Reich che, sul suo blog, si presenta così:

ROBERT B. REICH, Chancellor’s Professor of Public Policy at the University of California at Berkeley, was Secretary of Labor in the Clinton administration. Time Magazine named him one of the ten most effective cabinet secretaries of the last century. He has written thirteen books, including the best sellers “Aftershock” and “The Work of Nations.” His latest, “Beyond Outrage,” is now out in paperback. He is also a founding editor of the American Prospect magazine and chairman of Common Cause.

E ora leggiamo la sua proposta, pubblicata su Salon il 10 agosto 2012:

Back from three weeks off grid, much of it hiking in Alaska and Australia.
When I left the U.S. economy was in a stall, Greece was on the brink of defaulting, the eurozone couldn’t get its act together, the Fed couldn’t decide on another round of quantitative easing, congressional Democrats and Republicans were in gridlock, much of the nation was broiling, and neither Obama nor Romney had put forward a bold proposal for boosting the economy, slowing climate change, or much of anything else.
What a difference three weeks makes.
Here’s a bold proposal I offer free of charge to Obama or Romney: Every American should get a mandatory minimum of three weeks paid vacation a year.
Most Americans only get two weeks off right now. But many don’t even take the full two weeks out of fear of losing their jobs. One in four gets no paid vacation at all, not even holidays. Overall, Americans have less vacation time than workers in any other advanced economy.
This is absurd. A mandatory three weeks off would be good for everyone — including employers.
Studies show workers who take time off are more productive after their batteries are recharged. They have higher morale, and are less likely to mentally check out on the job.
This means more output per worker — enough to compensate employers for the cost of hiring additional workers to cover for everyone’s three weeks’ vacation time.
It’s also a win for the economy, because these additional workers would bring down the level of unemployment and put more money into more people’s pockets. This extra purchasing power would boost the economy overall.
More and longer vacations would also improve our health. A study by Wisconsin’s Marshfield Clinic shows women who take regular vacations experience less tension and depression year round. Studies also show that men who take regular vacations have less likelihood of heart disease and fewer heart attacks.
Better health is not just good for us as individuals. It also translates into more productive workers, fewer sick days, less absenteeism. And lower healthcare costs.
In other words, a three-week minimum vacation is a win-win-win — good for workers, good for employers, and good for the economy.
And I guarantee it would also be a winner among voters. Obama, Romney — either of you listening?

Aver suonato da piccoli aiuta ad apprezzare meglio la musica da grandi

Sono uno di quei genitori che ha imposto ai propri figli alcuni anni di lezioni di pianoforte. Anche se nessuno dei due ha proseguito gli studi oltre l’adolescenza, entrambi amano e apprezzano la musica.

Del resto, io stesso ho iniziato e poi abbandonato della musica e la mia storia l’ho raccontata qui.

Soldi buttati? Ho sempre pensato di no, ma adesso una ricerca scientifica offre sostegno alla mia opinione epidermica.

Trombone

smithsonianmag.com / Photo by Brian Ambrozy

Finora la maggior parte delle ricerche sugli effetti dello studio della musica sul funzionamento del cervello si erano concentrati sulla minoranza di individui che hanno iniziato a studiare musica da piccoli e hanno continuato da grandi, spesso diventando musicisti di professione.

Questi studi – tutti condotti da un gruppo della Northwestern University – avevano mostrato che l’educazione musicale comporta una serie di benefici nello sviluppo cerebrale: i musicisti appaiono in grado di distinguere meglio le parole in un ambiente rumoroso, di cogliere diverse emozioni all’interno di un discorso e di mantenere una buona acutezza nell’elaborazione dei suoni anche invecchiando.

Una nuova ricerca, pubblicata il 22 agosto 2012 sul Journal of Neuroscience (Skoe, Erika e Nina Kraus, A Little Goes a Long Way: How the Adult Brain Is Shaped by Musical Training in Childhood: purtroppo è necessario l’abbonamento per leggerlo integralmente), illustra come anche un’educazione musicale di 1-5 anni in giovane età si associ all’elaborazione di suoni complessi da adulti.

Anche in questo caso il gruppo della Northwestern University ha usato la tecnica applicata negli esperimenti citati in precedenza : esporre i soggetti a diversi suoni e misurare accuratamente i segnali elettrici della loro corteccia auditiva con elettrodi applicati al cuoio capelluto. Come avevano scoperto nelle ricerche precedenti, questi segnali elettrici cerebrali rispecchiano accuratamente le onde sonore udite e dunque, osservando i segnali di diversi partecipanti, è possibile determinare quanto ciascuno è abile nell’ascoltare e interpretare mentalmente i suoni. I soggetti venivano collocati in una cabina individuale, con una cuffia alle orecchie e vari elettrodi in testa, ed esposti a suoni polifonici complessi.

I 45 partecipanti all’esperimento sono stati divisi in 3 gruppi:

  1. quelli con 1-5 anni di studi musicali alle spalle (blu)
  2. quelli con 6-11 anni di istruzione (rosso)
  3. quelli senza educazione musicale (nero).

Per i primi 2 gruppi, l’età media di inizio degli studi musicale era di 9 anni.

Risultati

smithsonianmag.com
Musicians with more than six years experience (red) showed the greatest mental response to the tones, but those with one to five years (blue) still did better than those with none (black)
Image via Northwestern UniversityNina Kraus

Anche senza entrare nei dettagli tecnici, la figura mostra chiaramente che il gruppo dei musicisti più istruiti (in rosso nel grafico) manifesta la risposta mentale più grande, ma anche quelli con un’istruzione più limitata conseguono comunque una abilità cognitiva ben superiore a quella dei soggetti senza studi musicali di sorta. I ricercatori della Northwestern University sostengono che la risposta mentale misurata dall’esperimento corrisponde alla capacità di estrarre da un suono complesso la frequenza più bassa, e che questa abilità è fondamentale per la comprensione della musica, ma anche del parlato, in ambienti rumorosi.

Sono abbastanza pacifiche le conseguenze di policy che se ne possono trarre, sia per i programmi scolastici, sia per le scelte integrative dei genitori.

Ho trovato la notizia sullo Smithsonian Magazione: Playing Music as a Child Leads to Better Listening as an Adult | Surprising Science.

Ian McEwan – Sweet Tooth – Recensioni

  1. La prossima potete saltarla, se volete.
  2. «Sometimes he seems interested in using the relationship between spy and
    author as a metaphor for the intricate dance of concealment and trust
    that goes on between a reader and a writer. Like Henry Perowne in Saturday,
    Serena strongly dislikes novels that play games with their readers –
    “no tricksy haggling over the limits of their art”, she declares; “no
    showing disloyalty to the reader by appearing to cross and recross in
    disguise the borders of the imaginary” – so there’s an elaborate joke at
    her expense (but to what end?) as she finds herself at the heart of
    just such a novel.»
  3. «A novel about espionage and fiction that traces the overt and covert
    connections between secrecy, deception and creativity, Sweet Tooth
    expertly navigates the gulf between perception and reality. Its feints
    and ruses prompt the thought that “all novels are spy novels”. For all
    its critique of state-supported subterfuge, McEwan muses that “The end
    of secrecy would be the end of the novel – especially the English novel.
    The English novel requires social secrecy, personal secrecy.”»

Ian McEwan – Sweet Tooth

McEwan, Ian (2012). Sweet Tooth. London: Jonathan Cape. 2012. ISBN 9781448139736. Pagine 338. 14,28 €

Sweet Tooth

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Sono un antico lettore di Ian McEwan. Non mi ricordo come l’ho scoperto, ma ricordo di aver letto In Between the Sheets nel 1979 (ho tirato fuori dalla libreria la mia copia ingiallita, un paperback Picador pagato 7.000 lire in un’epoca in cui, testimonia un biglietto Atac utilizzato come segnalibro, un biglietto dell’autobus costava 400 lire) ed esserne stato turbato. Poi, penso di aver letto quasi tutto quello che ha pubblicato (tranne il primo dei suoi libri per bambini, Rose Blanche, e le sue opere teatrali) e di essermi precipitato a farlo all’uscita del libro. Questo Sweet Tooth non fa eccezione: l’ho prenotato da Amazon e ho cominciato a leggerlo appena me l’hanno scaricato, meno di una settimana fa.

E qui sorge il primo problema: naturalmente ho letto anche il romanzo precedente di McEwan, Solar, e con grande divertimento se è per quello, ma non l’ho recensito. Conto di farlo, come conto di recensire un altro libro che ho letto e non recensito, Operation Mincemeat di Ben Macintyre che – come spiegherò tra breve – è di una qualche rilevanza per il romanzo di McEwan.

Il romanzo di McEwan forse non è uno dei suoi grandi capolavori (la mia predilezione va a Enduring Love e a Black Dogs) ma è molto bello e vi consiglio vivamente di leggerlo.

Ciò premesso, ho una serie di osservazioni da fare. Lascerò per ultima la più rilevante, che ha però il difetto di contenere uno spoiler: lo segnalerò debitamente e chi lo vuole può smettere di leggere (anche se non è un thriller e nemmeno una spy story nel senso usuale del genere).

* * *

Prima osservazione (pedante). Un intero episodio del romanzo (nel capitolo 15) è costruito attorno al Problema di Monty Hall, molto noto e non soltanto agli addetti ai lavori (è un problema di teoria della probabilità). Chi non avesse idea di che cosa stiamo parlando può andare a guardare la pagina che gli dedica Wikipedia. Su questo blog, ne ho parlato ampiamente recensendo Information di Hans Christian von Baeyer. La protagonista del romanzo, Serena Frome, lo illustra così (riporto soltanto l’inizio):

‘This was going the rounds among Cambridge mathematicians when I was there. I don’t think anyone’s written on it yet. It’s about probability and it’s in the form of a question. It comes from an American game show called Let’s Make a Deal. The host a few years ago was a man called Monty Hall. Let’s suppose you’re on Monty’s show as a contestant. Facing you are three closed boxes, one, two and three, and inside one of the boxes, you don’t know which, is a wonderful prize – let’s say a…’ [posizione Kindle 2987]

Qui McEwan (che negli Acknowledgements ringrazia per l’aiuto sull’argomento 2 accademici inglesi, Graeme Mitchison e Karl Friston) è abbastanza prudente da far dire alla sua eroina «I don’t think anyone’s written on it yet.» Ma a me non pare sufficiente. Il problema in questione ha una data di nascita (il 1977, anche se la Lettera al curatore della prestigiosa rivista The American Statistician compare sul numero 1 del 1975, immagino per uno sfasamento tra data di riferimento e data di effettiva pubblicazione abbastanza frequente nelle riviste scientifiche) e un singolo autore (il Dr. Steven Selvin, attualmente professore di biostatistica alla School of Public Health dell’Università di California a Berkeley). Lo stesso Selvin scrive su un suo profilo ufficiale:

A small but surprising “accomplishment” in his classroom teaching career is the “Monty Hall problem”. In 1977, Professor Selvin created a problem using the Monty Hall quiz show to illustrate a specific probability concept. The problem continues to this day to receive unbelievable notoriety, re-publication and internet attention. The “Monty Hall Problem” appears in economic textbooks and periodicals from the New York Times to Parade Magazine, as well as hundreds of internet sites (see http://en.wikipedia.org/wiki/Monty_Hall_problem). Reaction to the Monty Hall problem has created enough letters, emails and other attention to fill two large binders. To paraphrase Andy Warhol, “everyone gets 15 minutes of fame.”

La conversazione che ho trascritto sopra tra Serena e Tom si svolge alla fine del 1973. A me sembra molto improbabile che il problema – un problema così bello ed elegante, credetemi sulla parola, da diventare un meme citato da moltissimi e in moltissime occasioni – potesse circolare a Cambridge, in Inghilterra, 4 anni prima di essere stato ideato e pubblicato da uno statistico operante in California su una rivista prestigiosa come potrebbe essere Nature o Science per un biologo. Se fossi Selvin sarei certamente lusingato di essere anche entrato a far parte di un romanzo di McEwan, ma forse avrei gradito (e forse preteso) un riconoscimento esplicito negli Acknowledgements da parte di McEwan. Magari al posto di quello ai 2, Mitchison e Friston, che non gli hanno evitato la gaffe.

* * *

Alla vigilia di natale del 1973, in piena crisi energetica, Serena torna alla casa paterna in East Anglia (capitolo 17). Il suo cammino è illuminato da una mezza luna. Più tardi la luna è più alta nel cielo. Vediamo insieme:

I took the six thirty, got in just before nine, and walked from the station, crossing the river then following by a clear half-moon the semi-rural path along it, past dark boats tethered to the bank, inhaling air icy and pure, blown in across East Anglia from Siberia. [3338]

The moon was higher now and the touch of frost on the grass was light, even more tasteful than our mother’s efforts with the spray can. [3418]

Freed from Luke’s anecdotes, I went quickly, retracing the route we had come by, and then I cut across the grass, feeling the frost crunch pleasantly underfoot, until I was right by the cloisters, well out of the half-moon’s light, and found in the near darkness a stone protrusion to sit on and turned up the collar of my coat. [3455]

I stepped out onto the moonlit grass and saw my sister and her boyfriend on the path a hundred yards away, and I hurried towards them, keen to apologise. [3470: tutti i corsivi sono miei]

Tutto questo per farvi capire che il riferimento alla lune non è casuale. Un critico letterario potrebbe dire che l’illuminazione della mezza luna è co-protagonista, con Serena, di tutta questa scena algida e notturna. Peccato solo che la luna alla vigilia di Natale del 1973 non splendesse nel cielo inglese: era luna nuova. Una notte illune, direbbe un poeta.

Perché la faccio tanto lunga? Non sono ammesse le licenze letterarie? Vorrei fare, in proposito, 2 osservazioni. Sono opinioni personali e sono certo che molti dei miei pochi lettori non condivideranno:

  1. Anche se la distinzione non è poi così netta, introdurre una distinzione tra letteratura realistica e letteratura di fantasia mi aiuta a spiegare meglio quello che intendo dire. In una prospettiva fantastica, l’autore è libero di inventarsi la topografia della sua storia, Macondo o la Fortezza Bastiani o il Castello di Kafka o New Crobuzon. Ma se stiamo parlando della New York di Paul Auster o della Londra di Dickens ci aspettiamo una topografia aderente alla realtà; e aderente alla realtà io vorrei anche le fasi lunari, in un romanzo realistico, a differenza del tocco di colore che sono disposto ad accettare in un brano lirico o fantastico.
  2. Ma non sarà, poi, che la lettura nell’era dell’iPad comincia a essere un’esperienza diversa? Lo so che, detta così, può sembrare un’osservazione elzeviristica alla Francesco Merlo. Eppure, a me capita abbastanza spesso di andare a cercare un riferimento o un’immagine su Google mentre leggo, per pura curiosità e perché il costo di soddisfarla è minimo. [E se in quello che dico c’è un po’ di verità, allora anche il romanziere, quanto meno il romanziere realistico della tradizione cui mi pare appartenere McEwan, ha qualche dovere in più in materia di fact-checking.] Vi faccio un esempio: stavo leggendo il riferimento alla «lattice steel cavern of the Brighton terminus» [4377] e mi è venuta la curiosità di vedere come fosse la stazione di Brighton. Et voilà:
Brighton

photoeverywhere.co.uk

Naturalmente, un errore tira l’altro. E così, una decina di giorni dopo la vigilia di natale, «[i]t must have been January 3rd or 4th, another of our Friday evenings» [4529] «[t]here was supposed to be a waning half-moon, but it had no chance against the heavy lid of tangerine cloud.» [3625]. E invece, venerdì 4 gennaio (almeno questo McEwan l’ha controllato) la luna aveva oltrepassato il primo quarto (crescente gibbosa), ma era tramontata poco prima delle 9: non l’avrebbero vista comunque i nostri 2 amanti. E poiché a McEwan, in questo contesto narrativo ed emotivo, quello che stava a cuore era «the heavy lid of tangerine cloud», la frase sulla presenza o l’assenza della luna è alla fine solo d’impiccio.

* * *

Basta pedanterie. Il romanzo si svolge, per lo più, tra il 1972 e il 1974, in un periodo di crisi economica, disordine sociale e terrorismo che è quasi il corrispettivo di quello che il nostro paese avrebbe attraversato qualche anno più tardi. A me ha fatto venire voglia di rileggere The Rotters’ Club (La banda dei brocchi) di Jonathan Coe, ambientato nello stesso cupo periodo, ma in una prospettiva tutta diversa (tra l’altro Coe ha 13 anni meno di McEwan).

* * *

Proprio nelle pagine finali, Ian McEwan capovolge la metafora abituale a proposito delle spalle dei giganti – cui abbiamo dedicato attenzione qui e qui, ma anche qui e qui – e fa scrivere a Tom, a proposito del declino britannico: «Our moment was thirty years ago. In our decline we live in the shadow of giants.» [4653]

* * *

Finora abbiamo (quasi) scherzato. Qui viene il cuore della mia recensione, che però è uno spoiler per chi volesse leggere il romanzo come una storia di spionaggio. Quindi lo scrivo bello grande.

SPOILER

Il romanzo si chiude con un colpo di scena nel capitolo finale, come ogni spy story che si rispetti. Si scopre, nell’ultima lettera di Tom a Serena, che il romanzo che abbiamo appena finito di leggere, scritto in prima persona da Serena, che ne è cioè l’io narrante, è stato in realtà scritto da Tom, che nel romanzo è uno scrittore alle prime armi (e tanto per non lasciarci dubbi sulla sovrapponibilità Tom/Ian nel testo del romanzo sono contenuti alcuni racconti di Tom che sono in realtà prove giovanili di Ian). Fin qui nulla di particolarmente sconvolgente o rivoluzionario: un romanzo a forma di rosa in cui i petali più interni sono rappresentati dalla narrazione in prima persona di Serena, che rinviano alla storia scritta fittiziamente da Tom (strato intermedio) ma realmente da Ian (petali esterni).

Non può sfuggire, almeno a me che l’ho appena riletto, il lieve senso di vertigine che questa struttura ci dà, che è poi lo stesso che ci regala Calvino alla conclusione di Se una notte d’inverno un viaggiatore:

Ora siete marito e moglie, Lettore e Lettrice. Un grande letto matrimoniale accoglie le vostre letture parallele.
Ludmilla chiude il suo libro, spegne la sua luce, abbandona il capo sul guanciale, dice: – Spegni anche tu. Non sei stanco di leggere?
E tu: – Ancora un momento. Sto per finire Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino. [4782]

Ma il punto che – mi pare – preme a Ian McEwan è il capovolgimento, nel rivelatore capitolo finale, tra lo spionaggio della spia di mestiere (Serena) e lo spionaggio del romanziere (Tom). Sono abbastanza convinto che al cuore di questa riflessione, dell’affinità tra spionaggio e romanzo, o meglio tra spia di professione e professione di scrittore, ci sia la consapevolezza che lo scrittore deve, senza darlo a vedere, essere capace si sottrarre ai suoi personaggi, o meglio alle persone reali che ne costituiscono potenzialmente  il modello, abbastanza informazioni da consentire la creazione ex nihilo dei personaggi e per di più di soppiatto, in modo da non guastarne la naturalezza. E che questa riflessione abbia origine dalla lettura della ricostruzione che  Ben Macintyre fa di Operation Mincemeat, una vicenda di spionaggio culminata nel 1943. Ma lasciamo raccontare a Tom/Ian e poi commentiamo:

[L]et me tell you my favourite spy story. MI5 had a hand in it, as well as Six. 1943. The struggle was starker and more consequential than it is now. In April that year the decomposing body of an officer of the Royal Marines washed up on the coast of Andalucia. Attached to the dead man’s wrist by a chain was a briefcase containing documents referring to plans for the invasion of southern Europe through Greece and Sardinia. The local authorities contacted the British attaché, who at first seemed to take little interest in the corpse or its luggage. Then he appeared to change his mind and worked frantically to get both returned. Too late. The Spanish were neutral in the war, but generally more favourable to the Nazi cause. The German intelligence community was on to the matter, the documents in the briefcase found their way to Berlin. German High Command studied the contents of the briefcase, learned of the Allies’ intentions and altered their defences accordingly. But as you probably know from The Man Who Never Was, the body and the plans were fake, a plant devised by British intelligence. The officer was actually a Welsh tramp, retrieved from a morgue and, with thorough attention to detail, dressed up in a fictional identity, complete with love letters and tickets to a London show. The Allied invasion of southern Europe came through the more obvious route, Sicily, which was poorly defended. At least some of Hitler’s divisions were guarding the wrong portals.
Operation Mincemeat was one of scores of wartime deception exercises, but my theory is that what produced its particular brilliance and success was the manner of its inception. The original idea came from a novel published in 1937 called The Milliner’s Hat Mystery. The young naval commander who spotted the episode would one day be a famous novelist himself. He was Ian Fleming, and he included the idea along with other ruses in a memo which appeared before a secret committee chaired by an Oxford don, who wrote detective novels. Providing an identity, a background and a plausible life to a cadaver was done with novelistic flair. The naval attaché who orchestrated the reception of the drowned officer in Spain was also a novelist. Who says that poetry makes nothing happen? Mincemeat succeeded because invention, the imagination, drove the intelligence. [4636-4647]

Ecco nelle sue tappe principali la sequenza di intervento romanzesco/azione di spionaggio ricostruita da McEwan (e da Macintyre, che McEwan non può citare senza commettere un anacronismo, dal momento che la sua “definitiva” ricostruzione storica è stata pubblicata nel 2010):

  1. Sir Basil Home Thomson, agente segreto britannico, ufficiale di polizia, direttore di carcere, amministratore coloniale della Nuova Guinea e scrittore, pubblica nel 1937 un romanzo, della serie dell’Ispettore Richardson, in cui a un morto viene erroneamente attribuita una diversa identità, sulla base delle carte e dei documenti falsi trovati (ma in precedenza impiantati) sul cadavere.
  2. Il romanzo non ha alcun successo, ma viene letto da un giovane ufficiale della marina inglese che amava la serie: Ian Fleming, il futuro “padre” di James Bond.
  3. Allo scoppio della guerra, Fleming manda ai suoi superiori un memo riservato in cui suggerisce 51 azioni di controinformazione per ingannare i servizi segreti tedeschi.
  4. Il suggerimento n. 28 è il seguente:
    A suggestion (not a very nice one). The following suggestion is used in a book by Basil Thomson: a corpse dressed as an airman, with dispatches in his pockets, could be dropped on the coast, supposedly from a parachute that had failed. I understand there is no difficulty in obtaining corpses at the Naval Hospital, but, of course, it would have to be a fresh one.
  5. L’azione viene realizzata nel 1943, in forma leggermente diversa, e ha successo.
  6. Nel 1950, Duff Cooper, diplomatico britannico che aveva occupato posti di responsabilità durante la guerra, pubblica un romanzo di spionaggio, Operation Heartbreak; al centro della trama, un cadavere galleggiante sulle coste spagnole con documenti tesi a ingannare i tedeschi.
  7. Benché Cooper abbia probabilmente inventato autonomamente la trama, i servizi inglesi decidono di correre ai ripari e autorizzano Ewen Montagu, che aveva guidato l’operazione Mincemeat, a raccontarne i tratti principali in The Man Who Never Was (il testo citato da Tom/Ian a Serena).
  8. Dopo l’apertura degli archivi del controspionaggio per prescrizione dei termini, Ben Macintyre ricostruisce Operation Mincemeat.

* * *

Come di consueto, le mie annotazioni. Riferimenti numerici all’edizione Kindle.

[…] thinking in circles […] [1023]

And feeling clever, I’ve always thought, is just a sigh away from being cheerful. [1246]

[…] it had been raining heavily and the place had a canine smell of damp jeans and hair. [1616]

Let me put it another way. In this work the line between what people imagine and what’s actually the case can get very blurred. In fact that line is a big grey space, big enough to get lost in. You imagine things – and you can make them come true. The ghosts become real. [1975]

He has been doggedly faithful throughout his marriage. His fidelity now seems like one more aspect of the general constriction and failure in his life. His marriage is over, there can be no going back, for how can he live with her now? How can he trust a woman who has stolen from him and lied? It’s over. But here is the chance of an affair. An affair with madness. If she needs help, then this is what he can offer. [2320]

What is missing now is the love, or the guilty memory of love, or the need for it, and that is a liberation. She has become another woman, devious, deceitful, unkind, even cruel, and he is about to make love to her. [2332]

It’s a matter of dishonour, and when it gets out, which it’s bound to, this will be the one act you’ll be remembered for. Everything else you achieved will be irrelevant. Your reputation will rest only on this, because ultimately reality is social, it’s among others that we have to live and their judgements matter. Even, or especially, when we’re dead. [2514]

Looking at pictures with a stranger is an unobtrusive form of mutual exploration and mild seduction. [2574]

No single element of an imagined world or any of its characters should be allowed to dissolve on authorial whim. The invented had to be as solid and as self-consistent as the actual. This was a contract founded on mutual trust. [2835: è importante che McEwan lo dica perché, nonostante la struttura del romanzo, mantiene fede a questo impegno nella sostanza]

Love doesn’t grow at a steady rate, but advances in surges, bolts, wild leaps, and this was one of those. [2956]

Then I kept my thoughts off the worst possibilities by dreaming up a Poisson distribution. [4342]

He said I had to understand, any institution, any organisation eventually becomes a dominion, self-contained, competitive, driven by its own logic and bent on survival and on extending its territory. It was as inexorable and blind as a chemical process. [4456]

I didn’t want to get drunk, not at five in the afternoon. I didn’t want to be sober either. I didn’t want anything, even oblivion.
But beyond existence and oblivion there’s no third place to be. [4467]

I could feel a comfortable bed around me, but who and where I was lay beyond my grasp. It lasted only a few seconds, this episode of pure existence, the mental equivalent of the blank page. Inevitably, the narrative seeped back, with the near details arriving first – the room, the hotel, the city, Greatorex, you; next, the larger facts of my life – my name, my general circumstances. [4487]

Articolo precedente

Grazie a Mark Nichols e soprattutto a Luisa Carrada (con richiesta postuma di permesso, ma spero non se ne abbia)

Legitimate Rape: l’uscita di Todd Akin diventa una canzoncina su YouTube

La notizia la conoscete tutti, ma per fissarla nella memoria la riprendo da Il Post del 20 agosto 2012:

— Mondo

L’assurda tirata anti-aborto del deputato americano Todd Akin

Da ieri negli Stati Uniti si parla molto di un politico repubblicano che l’ha detta particolarmente grossa

Da ieri sui giornali e siti di news degli Stati Uniti – e sui blog, e sui social network – si parla molto di Todd Akin, deputato repubblicano e candidato al Senato per lo stato del Missouri, che ieri ha fatto una dichiarazione sull’aborto che tira un ballo un non meglio precisato meccanismo biologico che difenderebbe il corpo femminile dalla gravidanza in caso di stupro.

Todd Akin

ilpost.it

Todd Akin si oppone alla libertà di scelta delle donne anche in caso di stupro e per difendere la sua tesi ha sostenuto, intervistato durante il programma televisivo The Jaco Report, che «stando a quel che dicono i medici, non accade spesso che in caso di un vero e proprio stupro [“a legitimate rape”, ha detto Akin, ndr] ci sia una gravidanza, perché il corpo femminile ha un suo modo di evitare che accada. Ma anche se non dovesse funzionare, penso che a essere punito debba essere lo stupratore, non il bambino». Il sottotesto di Akin è piuttosto evidente: se una donna rimane incinta allora non è stata vittima di uno stupro “vero e proprio”. La frase ha provocato un fiume di critiche e dichiarazioni di protesta.

[…]

Todd Akin ha 65 anni e prima di entrare in politica nel partito repubblicano si è laureato all’università di Worcester, in Massachusetts, in ingegneria gestionale. Dal 1972 al 1980 ha lavorato per la Guardia Nazionale del Missouri. Finita la sua carriera nell’esercito ha lavorato qualche anno all’IBM, fino a che venne è stato eletto per il Missouri alla Camera nel 1989. È stato rieletto per cinque volte. È un convinto anti-abortista, è contrario alla ricerca sulle cellule staminali ed è favorevole al possesso di armi. […]

Potete vedere il filmato della trasmissione televisiva e leggere il testo dell’affermazione (dal New York Times) che fa a partire da 2′ 20″:

It seems to me, from what I understand from doctors, that [pregnancy from rape] is really rare. If it’s a legitimate rape, the female body has ways to try to shut that whole thing down. But let’s assume that maybe that didn’t work or something: I think there should be some punishment, but the punishment ought to be of the rapist, and not attacking the child. [il corsivo è mio]

Ma come fa l’utero a sapere se la stupro era legitimate o no? Ce lo spiega Taylor Ferrera con una canzoncina già diventata virale su YouTube:

How can you tell if it’s legitimate rape?
I’ll tell you how to spot legitimate rape.
You’re not sure if you got legitimate raped?
Well here’s a little lesson for you.
Tell me if the following things are true:

I was a little drunk
Illegitimate rape!
I knew the rapist well
Illegitimate rape!
My skirt was kinda short
Illegitimate rape!
I’m married to the man
That’s a husband’s privilege!

How can you tell if it’s legitimate rape?
I’ll tell you how to spot legitimate rape.
You’re not sure if you got legitimate raped?
Well here’s a little lesson for you.
Tell me if the following things are true:

I let him take me out.
illegitimate rape!
I said I was 18.
illegitimate rape!
He didn’t have consent.
I’m sure your eyes were saying yes.
I’m pregnant from the rape.
Clearly not legitimate!

So now we all know what’s legitimate rape.
We all know who to trust to tell us what’s rape.
Republicans who’ve never experienced rape.
They’re the ones I want to decide
That I should keep the baby growing inside.
Because abortion’s always wrong.
Glad things are so black and white.

Italo Calvino – Se una notte d’inverno un viaggiatore

Calvino, Italo (1979). Se una notte d’inverno un viaggiatore. Torino: Einaudi. 2012. ISBN 9788852027352. Pagine 304. 6,99 €

Se una notte d'inverno un viaggiatore

wikipedia.org

Sto mantenendo fede a un quasi-impegno, preso recensendo pochi giorni fa Cloud Atlas di David Mitchell: ho dunque riletto il classico di Calvino, che avevo letto alla sua uscita nel 1979. Naturalmente in 33 anni la mia sensibilità è cambiata, ho fatto molte altre letture e anche il romanzo di Italo Calvino è invecchiato.

Ma andiamo in ordine. Quando il romanzo uscì, nel 1979, c’era molta attesa e, se non ricordo male, serpeggiò anche un po’ di delusione. Calvino era già considerato un autore italiano molto importante, ma non era ancora il “mostro sacro” che sarebbe diventato con le Lezioni americane e la morte prematura. Soprattutto, nonostante Il castello dei destini incrociati e Le città invisibili (che con Se una notte d’inverno un viaggiatore costituiscono la sua trilogia combinatoria), Calvino era all’epoca noto al grande pubblico – e io all’epoca ne facevo parte – soprattutto per l’altra trilogia, quella composta da Il visconte dimezzato, Il barone rampante e Il cavaliere inesistente, che si leggeva a scuola. Di mio, poi, avevo letto e amato Marcovaldo, le opere fantascientifiche (Le cosmicomiche o Ti con zero) e la raccolta delle Fiabe italiane, che avevo letto alla mia sorellina.

Circle Limit

Non ricordo, per la verità, se avessi già letto, nel 1979 Il castello dei destini incrociati e Le città invisibili. Ma certamente non avevo letto Queneau, nemmeno Esercizi di stile e Zazie nel metro, né Georges Perec (La vita, istruzioni per l’uso fu pubblicata in italiano, se non ricordo male, soltanto nel 1984). E certamente nulla sapevo dell’OuLiPo (l’Ouvroir de Littérature Potentielle, l’Officina di letteratura potenziale) di cui Calvino faceva parte. Comunque sia, e proprio per questo, Se una notte d’inverno un viaggiatore mi colpì allora come un romanzo di sfolgorante fantasia, mentre oggi non posso evitare di notare i suoi dettagli strutturali. Insomma, se nel 1979 leggere Se una notte d’inverno un viaggiatore fu come immergersi in un’opera di Escher, nel 2012 è stato più un guardare ammirato le impalcature a vista del Centre Pompidou.

Centre Pompidou

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C’è un’altra cosa da dire. Se una notte d’inverno un viaggiatore è anche un meta-romanzo (o, come avrebbe detto il Calvino delle Lezioni americane, un iper-romanzo) … – Abbiate un po’ di pazienza, qui mi serve una lunga citazione dalla 5ª lezione, quella sulla molteplicità:

Tra i valori che vorrei fossero tramandati al prossimo millennio c’è soprattutto questo: d’una letteratura che abbia fatto proprio il gusto dell’ordine mentale e della esattezza, l’intelligenza della poesia e nello stesso tempo della scienza e della filosofia, come quella del Valéry saggista e prosatore. (E se ricordo Valéry in un contesto in cui dominano i nomi di romanzieri, è anche perché, lui che romanziere non era, anzi, grazie a una sua famosa battuta, passava per il liquidatore della narrativa tradizionale, era un critico che sapeva capire i romanzi come nessuno, proprio definendone la specificità in quanto romanzi.)
Nella narrativa se dovessi dire chi ha realizzato perfettamente l’ideale estetico di Valéry d’esattezza nell’immaginazione e nel linguaggio, costruendo opere che rispondono alla rigorosa geometria del cristallo e all’astrazione d’un ragionamento deduttivo, direi senza esitazione Jorge Luis Borges. Le ragioni della mia predilezione per Borges non si fermano qui; cercherò di enumerarne le principali: perché ogni suo testo contiene un modello dell’universo o d’un attributo dell’universo: l’infinito, l’innumerabile, il tempo, eterno o compresente o ciclico; perché sono sempre testi contenuti in poche pagine, con una esemplare economia d’espressione; perché spesso i suoi racconti adottano la forma esteriore d’un qualche genere della letteratura popolare, forme collaudate da un lungo uso, che ne fa quasi delle strutture mitiche. Per esempio il suo più vertiginoso saggio sul tempo, El jardín de los senderos que se bifurcan (Il giardino dei sentieri che si biforcano), si presenta come un racconto di spionaggio, che include un racconto logico-metafisico, che include a sua volta la descrizione d’uno sterminato romanzo cinese, il tutto concentrato in una dozzina di pagine.
Le ipotesi che Borges enuncia in questo racconto, ognuna contenuta (e quasi nascosta) in poche righe, sono: un’idea di tempo puntuale, quasi un assoluto presente soggettivo «… reflexioné que todas las cosas le suceden a uno precisamente, precisamente ahora. Siglos de siglos y sólo en el presente ocurren los hechos; innumerables hombres en el aire, en la tierra y el mar y todo lo que realmente pasa me pasa a mi…» [… riflettei che ogni cosa, a ognuno accade precisamente, precisamente ora. Secoli e secoli, e solo nel presente accadono i fatti; innumerevoli uomini nell’aria, sulla terra o sul mare, e tutto ciò che realmente accade, accade a me…]; poi una idea di tempo determinato dalla volontà, in cui il futuro si presenti irrevocabile come il passato; e infine l’idea centrale del racconto: un tempo plurimo e ramificato in cui ogni presente si biforca in due futuri, in modo di formare «una red creciente y vertiginosa de tiempos divergentes, convergentes y paralelos» [una rete crescente e vertiginosa di tempi divergenti, convergenti e paralleli]. Questa idea d’infiniti universi contemporanei in cui tutte le possibilità vengono realizzate in tutte le combinazioni possibili non è una digressione del racconto ma la condizione stessa perché il protagonista si senta autorizzato a compiere il delitto assurdo e abominevole che la sua missione spionistica gli impone, sicuro che ciò avviene solo in uno degli universi ma non negli altri, anzi, che commettendo l’assassinio qui e ora, egli e la sua vittima possano riconoscersi amici e fratelli in altri universi.
Il modello della rete dei possibili può dunque essere concentrato nelle poche pagine d’un racconto di Borges, come può fare da struttura portante a romanzi lunghi o lunghissimi, dove la densità di concentrazione si riproduce nelle singole parti. Ma direi che oggi la regola dello «scrivere breve» viene confermata anche dai romanzi lunghi, che presentano una struttura accumulativa, modulare, combinatoria.
Queste considerazioni sono alla base della mia proposta di quello che chiamo «l’iper-romanzo» e di cui ho cercato di dare un esempio con Se una notte d’inverno un viaggiatore. Il mio intento era di dare l’essenza del romanzesco concentrandola in dieci inizi di romanzi, che sviluppano nei modi più diversi un nucleo comune, e che agiscono su una cornice che li determina e ne è determinata. Lo stesso principio di campionatura della molteplicità potenziale del narrabile è alla base d’un altro mio libro, Il castello dei destini incrociati, che vuol essere una specie di macchina per moltiplicare le narrazioni partendo da elementi figurali dai molti significati possibili come un mazzo di tarocchi. Il mio temperamento mi porta allo «scrivere breve» e queste strutture mi permettono d’unire la concentrazione nell’invenzione e nell’espressione con il senso delle potenzialità infinite.
Un altro esempio di ciò che chiamo «iper-romanzo» è La vie mode d’emploi di Georges Perec, romanzo molto lungo ma costruito da molte storie che si intersecano (non per niente il suo sottotitolo è Romans al plurale), facendo rivivere il piacere dei grandi cicli alla Balzac. Credo che questo libro, uscito a Parigi nel 1978, quattro anni prima che l’autore morisse a soli 46 anni, sia l’ultimo vero avvenimento nella storia del romanzo. E questo per molti motivi: il disegno sterminato e insieme compiuto, la novità della resa letteraria, il compendio d’una tradizione narrativa e la summa enciclopedica di saperi che danno forma a un’immagine del mondo, il senso dell’oggi che è anche fatto di accumulazione del passato e di vertigine del vuoto, la compresenza continua d’ironia e angoscia, insomma il modo in cui il perseguimento d’un progetto strutturale e l’imponderabile della poesia diventano una cosa sola.
Il puzzle dà al romanzo il tema dell’intreccio e il modello formale. Altro modello è lo spaccato d’un tipico caseggiato parigino, in cui si svolge tutta l’azione, un capitolo per stanza, cinque piani d’appartamenti di cui s’enumerano i mobili e le suppellettili e si narrano i passaggi di proprietà e le vite degli abitanti, nonché di ascendenti e discendenti. Lo schema dell’edificio si presenta come un «biquadrato» di dieci quadrati per dieci: una scacchiera in cui Perec passa da una casella (ossia stanza, ossia capitolo) all’altra col salto del cavallo, secondo un certo ordine che permette di toccare successivamente tutte le caselle. (Sono cento i capitoli? No, sono novantanove, questo libro ultracompiuto lascia intenzionalmente un piccolo spiraglio all’incompiutezza.)
Questo è per così dire il contenitore. Quanto al contenuto, Perec ha steso delle liste di temi, divisi per categorie, e ha deciso che in ogni capitolo dovesse figurare, anche se appena accennato, un tema d’ogni categoria, in modo da variare sempre le combinazioni, secondo procedimenti matematici che non sono in grado di definire ma sulla cui esattezza non ho dubbi. (Ho frequentato Perec durante i nove anni che ha dedicato alla stesura del romanzo, ma conosco solo alcune delle sue regole segrete.) Queste categorie tematiche sono nientemeno che 42 e comprendono citazioni letterarie, località geografiche, date storiche, mobili, oggetti, stili, colori, cibi, animali, piante, minerali e non so quante altre, così come non so come ha fatto a rispettare queste regole anche nei capitoli più brevi e sintetici.
Per sfuggire all’arbitrarietà dell’esistenza, Perec come il suo protagonista ha bisogno d’imporsi delle regole rigorose (anche se queste regole sono a loro volta arbitrarie). Ma il miracolo è che questa poetica che si direbbe artificiosa e meccanica dà come risultato una libertà e una ricchezza inventiva inesauribili. Questo perché essa viene a coincidere con quella che è stata, fin dal tempo del suo primo romanzo, Les choses (1965), la passione di Perec per i cataloghi: enumerazioni d’oggetti definiti ognuno nella sua specificità e appartenenza a un’epoca, a uno stile, a una società, e così menus di pasti, programmi di concerti, tabelle dietetiche, bibliografie vere o immaginarie.
Il demone del collezionismo aleggia continuamente nelle pagine di Perec, e la collezione più «sua» tra le tante che questo libro evoca direi che è quella di unica, cioè di oggetti di cui esiste un solo esemplare. Ma collezionista lui non era, nella vita, se non di parole, di cognizioni, di ricordi; l’esattezza terminologica era la sua forma di possesso; Perec raccoglieva e nominava ciò che fa l’unicità d’ogni fatto e persona e cosa. Nessuno è più immune di Perec dalla piaga peggiore della scrittura d’oggi: la genericità.
Vorrei insistere sul fatto che per Perec il costruire il romanzo sulla base di regole fisse, di «contraintes» non soffocava la libertà narrativa, ma la stimolava. Non per niente Perec è stato il più inventivo dei partecipanti all’Oulipo (Ouvroir de littérature potentielle) fondato dal suo maestro Raymond Queneau. Queneau che già molti anni prima, ai tempi della sua polemica con la «scrittura automatica» dei surrealisti scriveva:
Une autre bien fausse idée qui a également cours actuellement, c’est l’équivalence que l’on établit entre inspiration, exploration du subconscient et libération, entre hasard, automatisme et liberté. Or, cette inspiration qui consiste à obéir aveuglément à toute impulsion est en réalité un esclavage. Le classique qui écrit sa tragédie en observant un certain nombre de règles qu’il connaît est plus libre que le poète qui écrit ce qui lui passe par la tête et qui est l’esclave d’autres règles qu’il ignore.
[Un’altra falsissima idea che pure ha corso attualmente è l’equivalenza che si stabilisce tra ispirazione, esplorazione del subconscio e liberazione; tra caso, automatismo e libertà. Ora, questa ispirazione che consiste nell’ubbidire ciecamente a ogni impulso è in realtà una schiavitù. Il classico che scrive la sua tragedia osservando un certo numero di regole che conosce è più libero del poeta che scrive quel che gli passa per la testa ed è schiavo di altre regole che ignora] (Segni, cifre e lettere).
Sono giunto al termine di questa mia apologia del romanzo come grande rete. Qualcuno potrà obiettare che più l’opera tende alla moltiplicazione dei possibili più s’allontana da quell’unicum che è il self di chi scrive, la sincerità interiore, la scoperta della propria verità. Al contrario, rispondo, chi siamo noi, chi è ciascuno di noi se non una combinatoria d’esperienze, d’informazioni, di letture, d’immaginazioni? Ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario d’oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili.
Ma forse la risposta che mi sta più a cuore dare è un’altra: magari fosse possibile un’opera concepita al di fuori del self, un’opera che ci permettesse d’uscire dalla prospettiva limitata d’un io individuale, non solo per entrare in altri io simili al nostro, ma per far parlare ciò che non ha parola, l’uccello che si posa sulla grondaia, l’albero in primavera e l’albero in autunno, la pietra, il cemento, la plastica…
Non era forse questo il punto d’arrivo cui tendeva Ovidio nel raccontare la continuità delle forme, il punto d’arrivo cui tendeva Lucrezio nell’identificarsi con la natura comune a tutte le cose? [pp. 115-120]

Ecco: se accettiamo l’ipotesi (che d’altronde fa lo stesso Calvino) che Se una notte d’inverno un viaggiatore sia un meta-romanzo/iper-romanzo, allora non è rilevante soltanto la circostanza che all’epoca non avessi letto certi altri libri di Calvino o di autori oulipisti che mi avrebbero aiutato a capire meglio la struttura del romanzo, ma anche che non avessi letto qualcuno dei romanzi di cui più o meno trasparentemente Calvino fa la parodia (nel senso bachiano del termine: «Parodia indica la trascrizione di un brano musicale con la sostituzione dell’orchestrazione e/o del testo cantato. Celebre parodia è il Salmo 51 BWV 1083 di Johann Sebastian Bach, che riutilizza la musica dello Stabat Mater di Pergolesi. In questo genere di parodia, non vi è alcun intento satirico, anzi, si tratta, in genere, di testimonianze di sincera ammirazione fra autori.» – da Wikipedia). È il caso, ad esempio, dello stile hard-boiled del belga Bertrand Vandervelde o della prosa pasternakiana di Ukko Athi o dei trasparenti debiti nei confronti de La signora di Shanghai del brano “In una rete di linee che s’intersecano” di Silas Flannery.

Ma oltre a essere cresciuto (almeno per volume di letture) e invecchiato io, è invecchiato anche il romanzo di Calvino? Direi di sì, anche oggettivamente, cioè anche dopo aver sottratto – nella misura del possibile – gli effetti del mio invecchiamento e delle mie letture.Ma è invecchiato male? In una certa misura sì, soprattutto nelle parti iniziali, dove il gioco del Lettore e della Lettrice è troppo scoperto e troppo didascalico. Via via che si procede e la trama si infittisce, cresce anche il romanzo, come se – per usare una frase trita e piuttosto imprecisa – in Calvino l’arte prevalesse alla fine sull’intento programmatico e didascalico.

L’ultima questione che mi resta da chiarire è se davvero ci sia una parentela tra Se una notte d’inverno un viaggiatore e Cloud Atlas. Se c’è è molto tenue. In primo luogo perché, come ho scritto nella recensione a quest’ultimo, «a differenza che in Calvino […]  in cui ognuna delle storie si interrompe e il romanzo-cornice si sviluppa linearmente, in Mitchell e nella Weltanschauung di questo suo romanzo la ciclicità, e dunque la permanenza delle pulsioni umane, è assolutamente essenziale.» In secondo luogo, posso aggiungere ora, in Calvino prevale l’esercizio di stile sulla necessità di raccontare una storia dotata di un qualche senso (anche se, e per fortuna, qualche volta la storia prende il sopravvento e conduce a un racconto o a un mini-romanzo sostanzialmente compiuto), mentre in Mitchell è la storia narrata a “chiamare a sé” lo stile più adatto per raccontarlo (non senza un po’ di compiacimento virtuosistico).

Questo ci porta diritto a un altro aspetto in cui Se una notte d’inverno un viaggiatore mostra l’usura del tempo: ed è legato agli sviluppi che hanno avuto in questi anni la complessità delle trame e il modo di narrare. Secondo me, cioè, si applica anche alla letteratura, il processo che Steven Johnson ha raccontato nel suo Everything Bad Is Good for You: How Today’s Popular Culture Is Actually Making Us Smarter (Tutto quello che fa male ti fa bene) a proposito della televisione (cito, per pura pigrizia, la sintesi di Wikipedia):

Earlier television, Johnson says, simplified narrative and human relationships, while modern trends not only in reality shows but in “multiple threading” in scripted programs such as The Sopranos improve the audience’s cognitive skills. He suggests too that modern television and films have reduced the number of “flashing arrows”, narrative clues to help the audience understand the plot, and require audiences to do more cognitive work paying attention to background detail and information if they wish to follow what they are viewing.

* * *

Di seguito alcune mie annotazioni, che non siete obbligati a leggere. Riferimenti numerici all’edizione Kindle.

Ma prima una piccola notazione impertinente: Calvino scrive valige, non valigie [1236]

[…] (la parola «isoscele» per averla una volta associata al pube d’Irina si carica per me d’una sensualità tale che non posso pronunciarla senza battere i denti). [2214]

Così apprendo che in una boîte di Place Clichy Sibylle fa un numero coi caimani; lì per lì la cosa m’ha fatto un così brutto effetto che non ho chiesto altri particolari. Sapevo che lavorava nei locali notturni, ma questa di prodursi in pubblico con un coccodrillo mi pare sia l’ultima cosa che un padre possa augurarsi come avvenire dell’unica figlia femmina; almeno per uno come me che ha avuto un’educazione protestante. [2589]

Si legge da soli anche quando si è in due. [3085: ma è poi vero? non lo penso]

[…] tutto quel che lui tocca se non è già falso lo diventa. [3157]

(Cominciare. Sei tu che l’hai detto, Lettrice. Ma come stabilire il momento esatto in cui comincia una storia? Tutto è sempre cominciato già da prima, la prima riga della prima pagina d’ogni romanzo rimanda a qualcosa che è già successo fuori dal libro. Oppure la vera storia è quella che comincia dieci o cento pagine più avanti e tutto ciò che precede è solo un prologo. Le vite degli individui della specie umana formano un intreccio continuo, in cui ogni tentativo d’isolare un pezzo di vissuto che abbia un senso separatamente dal resto – per esempio, l’incontro di due persone che diventerà decisivo per entrambi – deve tener conto che ciascuno dei due porta con sé un tessuto di fatti ambienti altre persone, e che dall’incontro deriveranno a loro volta altre storie che si separeranno dalla loro storia comune.) [3180]

[…] l’esplorazione dell’immensità degli spazi carezzabili e reciprocamente carezzevoli, […] [3195]

Sono un uomo con molti nemici a cui devo continuamente sfuggire. Se credono di raggiungermi colpiranno soltanto una superficie di vetro su cui appare e si dilegua un riflesso tra i tanti della mia ubiqua presenza. [3322]

I lettori sono i miei vampiri. [3432]

Vorrei poter scrivere un libro che fosse solo un incipit, che mantenesse per tutta la sua durata la potenzialità dell’inizio, l’attesa ancora senza oggetto. Ma come potrebb’essere costruito, un libro simile? S’interromperebbe dopo il primo capoverso? Prolungherebbe indefinitamente i preliminari? Incastrerebbe un inizio di narrazione nell’altro, come le Mille e una notte? [3533]

Il libro è sbriciolato, dissolto, non più ricomponibile, come una duna di sabbia soffiata via dal vento. [4209]

Forza, pecchiamo: i 7 peccati capitali non sono poi male

Un articolo di Judy Dutton pubblicato il 17 agosto 2012 su mental_floss (come a dire, «il filo interdentale per la mente») torna sul tema dei 7 peccati capitali e – come aveva peraltro fatto Simon Laham con The Joy of Sin, che ho recensito qui – argomenta che sono tratti non deleteri, ma anzi potenzialmente utili, tant’è che sono stati “selezionati” dagli algoritmi dell’evoluzione.

Scientists have found that the seven deadly sins aren’t all bad. Consider this your official permission to give in to temptation. [Permission to Sin: Why The 7 Deadlies Aren’t So Terrible After All – Mental Floss]

Peccati capitali

mentalfloss.com

Ecco la lista:

  1. Accidia. Nel 2004, Timothy Lightfoot ha selezionato 2 stirpi di topi, atletici e pigri: i primi correvano sulla ruota per 8-13 km al giorno, i secondi per meno di 500 metri (ma c’erano anche quelli che nella ruota ci si facevano la cuccia!). Secondo le analisi di Lightfoot, la componente genetica spiegava più del 50% delle differenze di comportamento. Ma l’iperattività fa male: secondo uno studio del 2011 dell’University College di Londra, chi lavora più di 11 ore al giorno ha un rischio di attacco cardiaco del 67% maggiore degli sfaticati. La durata della giornata lavorativa è anche correlata positivamente con stress, affaticamento, depressione, affezioni muscolo-scheletriche, infezioni croniche, diabete e morte precoce.
  2. Lussuria. In uno studio che ha seguito 252 residenti della North Carolina per oltre 25 anni, il professor Erdman Palmore ha scoperto che gli uomini che facevano sesso almeno una volta alla settimana sono vissuti in media 2 anni più degli altri. Per le donne conta più la qualità: quelle che avevano dichiarato di amare l’attività sessuale sono vissute 7-8 anni di più.
  3. Invidia. Un’intensa gelosia ha un effetto di stimolo sulla performance in qualunque ambito d’attività  (lo affermano Sarah Hill e David Buss nel loro libro Envy: Theory and Research). È l’invidia che spinge la specie umana a ribellarsi al potere ingiusto e alle gerarchie troppo rigide: secondo il professor Nader Habibi, economista della Brandeis University, è stata l’invidia del successo della ribellione tunisina a stimolare l’ondata di rivoluzioni sulla sponda nord del Mediterraneo.
  4. Avarizia. Accumulare risorse è un evidente vantaggio evolutivo in situazioni di scarsità, come quelle che hanno accompagnato gran parte dell’esistenza della specie umana. Per questo, il circuito cerebrale del piacere opera con più intensità nell’aspettativa di un guadagno che nella sua realizzazione. Inoltre, secondo un modello di simulazione del 2010 del Politecnico di Zurigo, una certa dose di avarizia è necessaria alla creazione spontanea di nuclei di coesione sociale.
  5. Gola. In uno studio del 2005, il professor Leif Nelson della New York University ha sottoposto un questionario sul peso ideale del partner all’ingresso e all’uscita dalla mensa. Prima di pranzo, i maschi hanno dichiarato in media di preferire in una ragazza un peso di 56,9 kg, 1,2 kg in più di quelli intervistati all’uscita. Anche la disponibilità di danaro ha un effetto: quelli più squattrinati preferiscono ragazze più cicciottelle, sui 57,7 kg. Per le ragazze, invece, l’aver mangiato o meno non sembra influire sul peso preferito nel partner. Inoltre, secondo uno studio del 2010 dell’Università del Missouri, ispirano più fiducia i candidati a cariche politiche leggermente sovrappeso.
  6. Ira. In uno studio sperimentale del 2007, Wesley Moons dell’Università di California a Santa Barbara ha rilevato che, a fronte di un gruppo di controllo, i volontari artificialmente fatti adirare hanno fatto registrare una performance migliore in alcuni compiti cognitivi: probabilmente perché l’ira aiuta a sceverare gli aspetti importanti di un problema da quelli secondari.
  7. Superbia. In un esperimento del 2007, Julian Keenan della Montclair State University (New Jersey) ha trovato una forte correlazione negativa tra superbia e depressione clinica.