Anemofilo

Secondo il Vocabolario Treccani online, anemòfilo si dice «[d]i piante in cui l’impollinazione avviene per opera del vento.»

Impollinazione

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E ci potremmo anche fermare qui. Ma l’etimo della parola rimanda a 2 termini greci, anemo- (“vento”) e -filo (“amico”), che ci fanno intravvedere un significato più ampio di quello botanico: amico del vento, amante del vento.

E infatti, per pura serendipità, trovo su La Stampa del 14 luglio 2012 la recensione di Fabio Pozzo a un libro di Fabio Fiori (un altro caso di nomen omen) in cui l’aggettivo anemofilo viene esteso a tutti coloro che «hanno bisogno del vento, ne ricevono vitalità, sicurezza, serenità, slancio e buon umore».

I venti, dichiarazione d’amore di un anemofilo

Sono un anemofilo. L’ho scoperto leggendo “Anemos” di Fabio Fiori, un libro che è un inno ai venti del Mediterraneo. Gli anemofili – scrive l’autore – “hanno bisogno del vento, ne ricevono vitalità, sicurezza, serenità, slancio e buon umore”. Ho riscoperto in queste pagine anche il significato di ànemos, vento: cosa, se non anima? E psychein, soffiare, cosa, se non pische? “Per il vento, solo il vento aumenta, il pneuma, l’indispensabile soffio vitale”.
Già così, alle prime battute, il libro convince. Ci si riconosce in una categoria di persone, è un moto di appartenenza. Poi, proseguendo a leggere, il soffio diventa sinfonia di rumori, odori, sapori. Perché ciascun vento ha un suo Dna. Fiori si limita a raccontare dei principali: Tramontana, Grecale, Levante, Scirocco, Ostro, Libeccio, Ponente, Maestrale e Bora. E delle loro declinazioni. Così la Bora è chiara e scura, Borin, Boròn e Boraza. Ma anche delle loro influenze: chi non ha mai usato il termine “sciroccato”? Il respiro africano è unico tra i venti “ad aver generato un aggettivo psicologico”. Perché “scuote anche la salute psichica, rischiando di far derivare parole e gesti, pensieri ed atteggiamenti”. Non a caso nelle ville dei “Gattopardi” siciliani c’era una stanza apposita, a prova di scirocco, ove trovare rifugio e pace.
Il libro di Fiori prosegue il viaggio tra storia e letteratura, detti popolari e pratici locali, passato e presente, strumenti e rose dei venti che si perdono nel più profondo dell’uomo, e non giunge ad alcun porto. Perché i venti del Mediterraneo non sono solo nove, perché le loro storie “sono mutevoli come i cieli e le acque, numerose come le isole e i porti, necessarie come le navi e i remi”. E noi, come dice l’autore, continuiamo ad alzare le vele per sentirle raccontare.

Io, dal canto mio, mi immagino che gli anemofili siano leggeri, pronti a essere portati via dal minimo refolo, in tutte le cose della vita. Non solo «vitalità, sicurezza, serenità, slancio e buon umore», come dice Fiori, non solo «insostenibile leggerezza dell’essere», ma anche incoerenza, prontezza a seguire le mode, a voltare gabbana, ad appiattirsi sulle opinioni e le posizioni di chi comanda.

Quanti ne conosco, di anemofili in questa seconda accezione. Purtroppo non basta un soffio a farli sparire.

Tarassaco

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Blue Moon

Oggi c’è la seconda luna piena del mese di agosto. Poiché il ciclo lunare è più breve del mese solare (29,53 giorni contro 30,44), succede ogni tanto (ogni 2,7 anni circa) che in un mese ci sia 2 volte la luna piena. L’ultima volta è successo nel dicembre del 2009 e la prossima volta sarà nel luglio del 2015.

Blue Moon 2009.12

The last “blue moon,” seen during a partial lunar eclipse in December 2009. Image via Wikimedia Commons/Codybird

Negli Stati Uniti (e in generale nei paesi di lingua inglese) si usa dire «Once in a blue moon» come noi diciamo «Una volta ogni morte di papa», anche se i papi muoiono meno di frequente e a intervalli meno regolari – se questo sia un bene o un male è questione di opinioni. La circostanza che la frase sia diventata proverbiale ci induce a ritenere, quasi automaticamente, che faccia riferimento a tradizioni e modi di dire antichissimi. Invece, la locuzione fu introdotta agli inizi del XX secolo dal Maine Farmer’s Almanac per con riferimento a un fenomeno connesso ma differente (la 4ª luna piena in una stagione) ed erroneamente traslato al significato attuale dall’astronomo dilettante James High Pruett nel 1946. La storia la racconta in un bell’articolo il professor Philip Hiscock, docente di folklore alla Memorial University in Canada, pubblicato su Space & Telescope (che è poi la rivista su cui comparve l’articolo di James High Pruett).

Ma questo lo troverete scritto, oggi, su tutti i quotidiani (e probabilmente con qualche novella imprecisione). D’altronde io stesso ho già parlato ampiamente della luna in un post dello scorso maggio (Una luna piena enorme). Quello di oggi è soltanto un pretesto per (ri)ascoltare la bella canzone composta da Richard Rodgers e Lorenz Hart a metà degli anni Trenta e presto diventata un standard. Cominciamo da Billie Holiday.

Restando nel classico, Nat King Cole:

A proposito di classico, ma lo sapevate che la melodia di Blue Moon è “derivata” (forse inconsapevolmente) dal 1° tema del 2° movimento (Adagio piuttosto largo) del Quartetto per pianoforte e archi in mi maggiore, opera 20, di Sergei Taneyev, scritto nel 1906? Sono le primissime note, non farete fatica a riconoscere il tema.

Le ferie e la produttività

Oggi è il mio ultimo giorno di ferie, o meglio di queste intermittenti ferie agostane. Lunedì, almeno nelle pubbliche amministrazioni, inizia ufficiosamente la famosa “ripresa autunnale”, quella cosa nell’attesa della quale avevamo rimandato un sacco di cose a luglio. Sono le gioie della procrastinazione, strutturata o meno che sia.

Structured Procrastination

cafepress.com

Forse, allora, vale la pena di riprendere una polemica estiva e far un salomonico esercizio di par condicio.

Andiamo in ordine cronologico.

Gianfranco Polillo

ansa.it

Il 19 giugno 2012, alle 8:41 di un mattino che si avviava a diventare una delle prime giornate torride di questa torrida estate (peraltro iniziata sotto il profilo meteorologico ma non astronomico) – sì, sto parodiando l’incipit de L’uomo senza qualità di Robert Musil – il sotto-segretario all’Economia Gianfranco Polillo aggiunge un altro quarto d’ora alla suo ormai lungo minutaggio di celebrità warholiana. Chi mi segue sa che mi piace risalire alle fonti e, dunque, ecco il lancio dell’ANSA.

Polillo: ‘Sette giorni ferie in meno per alzare Pil’

Sottosegretario: ‘Lavorare una settimana in più per aumentare produttività’

19 giugno, 08:41

(di Francesco Carbone)

Gli italiani vivono al di sopra delle proprie possibilità e fanno troppe ferie. Dovrebbero lavorare almeno una settimana in più per essere più produttivi e ridare fiato al Pil. Il sottosegretario all’Economia, Gianfranco Polillo, lancia una proposta-provocazione che però non trova grandi sostenitori anzi scatena un coro di polemiche. Contrari sono: Cgil, Cisl, Ugl, Confesercenti. Ma anche Pd, Idv, Pdci. Se si attuasse la proposta – sostiene Polillo – si avrebbe un effetto benefico: un punto di Pil in più. Niente male in tempi di recessione quando davanti al Pil c’è sempre il segno meno. C’è però anche un problema di ‘stile di vita’: secondo Polillo infatti “stiamo vivendo sopra le nostre possibilità: per sostenere i nostri consumi interni abbiamo bisogno di prestiti esteri che sono stati pari a 50 miliardi di euro l’anno”. Quindi? “Questo gap lo possiamo chiudere – spiega – o riducendo ulteriormente la domanda interna, inaccettabile per il Paese, oppure aumentando il potenziale produttivo”. Così si potrebbe appunto lavorare di più: “per aumentare la produttività del Paese – spiega – lo choc può avvenire dall’aumento dell’input di lavoro, senza variazioni di costo; lavoriamo mediamente 9 mesi l’anno e credo che ormai questo tempo sia troppo breve”. Quindi secondo Polillo, “se noi rinunciassimo ad una settimana di vacanza avremmo un impatto sul Pil immediato di circa un punto”. Cioé circa 14-15 miliardi. E la proposta non sarebbe neanche troppo ‘invisa’ – secondo Polillo – alle parti sociali: per quanto riguarda i sindacati “è una fase di riflessione, ma devo dire che non sono contrari a questa ipotesi, almeno la parte più avveduta del sindacato che sta riflettendo per conto suo su questo all’interno di tutte le sigle”. E in Cgil: “ci sono settori illuminati e riformisti che ci stanno ragionando”. Ma dalla stessa Cgil il segretario confederale, Fabrizio Solari, parla di “un’uscita confusa, estemporanea e non particolarmente geniale e alla quale manca un naturale complemento: perché non chiedere ai 500 mila lavoratori in cassa di rinunciare ad una settimana di indennità? Per questa via anche le casse dello Stato ne trarrebbero un beneficio. Fuor d’ironia il problema della scarsa produttività italiana è il frutto della sua stessa specializzazione produttiva nonché degli scarsi investimenti. Queste le priorità da affrontare per produrre una crescita del Pil. Di certo la difficoltà del momento impongono a tutti, specie ai membri del governo, di non andare a cercare farfalle sotto l’arco di Tito”. Anche il Segretario Confederale Cisl, Luigi Sbarra, non sembra entusiasta: “se il sottosegretario Polillo vuole lavorare una settimana in più all’anno, cominciasse lui a dare l’esempio”. E dall’Ugl, Giovanni Centrella, protesta: “con questa bufala il governo sembra proprio aver toccato il fondo”. L’idea viene bocciata dal senatore dell’Idv Elio Lannutti che parte all’attacco sul fatto che mediamente gli italiani lavorino 9 mesi l’anno: “probabilmente Polillo si riferisce a se stesso e ai suoi burocrati non certamente a quelli che neanche si possono permettere di andare in ferie”. Infine Confesercenti e Pd:la proposta danneggerebbe il turismo, proprio l’unico settore trainante per uscire dalla crisi. E il Pdci: “nemmeno la finanza creativa di Tremonti sarebbe arrivata a tanto”.

Al di là delle posizioni motivate politicamente o sindacalmente, la proposta di Polillo suscitò anche immediati pareri negativi tra gli economisti e fu oggetto di satira. Per i primi, leggiamo Dario Di Vico sul Corriere della sera:

Se le aziende non hanno mercato tagliare le ferie diventa inutile

Il sottosegretario all’Economia Gianfranco Polillo è il re Mida della polemica take away. Ogni tasto che tocca fa esplodere una piccola rissa mediatica che lo ripaga della fatica di essere al governo in compagnia di colleghi di cui spesso non condivide il modo di operare. È successo anche ieri: Polillo ha proposto agli italiani di rinunciare a sette giorni in ferie perché così «avremmo un impatto immediato sul Pil di circa un punto». I sindacati, il Pd e l’Italia dei valori sono immediatamente insorti colpiti dal segno punitivo che la proposta avrebbe nei confronti dei lavoratori. Qualcuno sull’abbrivio ha chiesto persino le dimissioni di Polillo ma il caldo è un grande alibi per tutti. La verità è che in questa fase della Grande Crisi non basta modificare le condizioni dell’offerta (ovvero decidere di lavorare di più) per creare sviluppo. Magari! Il problema sta tutto nella domanda che purtroppo non c’ è e tutto ciò rende purtroppo inutile qualsiasi patto tra i produttori, anche quello taglia-ferie. Se infatti gli operai accettassero di lavorare una settimana in più a reddito invariato le loro aziende non venderebbero automaticamente di più, spalmerebbero solo su più giorni i programmi produttivi necessari a soddisfare un mercato che più pigro di così non potrebbe essere. Non dimentichiamo che oggi la capacità produttiva è utilizzata all’incirca al 70% e la produzione industriale è calata di almeno un quarto. Se proprio volessimo però interpretare lo spirito migliorista della sortita di Polillo dovremmo vincolare la settimana lavorativa sottratta (alle ferie) alla decisione da parte delle aziende di pagare di più i loro operai. In questo caso un pur limitato aumento dei salari potrebbe sostenere i consumi e ridare un po’ d’ ossigeno a quella domanda depressa di cui parlavamo. Ma è evidente che in questo caso a insorgere sarebbero le aziende. Quelle che non hanno bisogno di produrre di più considererebbero lunare l’applicazione salariale del Polillo pensiero, mentre quelle che hanno mercato preferirebbero comunque utilizzare lo strumento dello straordinario piuttosto che negoziare una settimana in più. E del resto già avviene così nelle aziende. Con la piena responsabilizzazione del sindacato.

Per i secondi, Massimo Gramellini su La Stampa:

Il sottosegretario Quaresima

Lo scrivo a voce bassa e raccomandando il massimo riserbo – non vorremo svelare i piani segreti del governo a qualche potenza straniera? – ma il sottosegretario all’Economia con delega alle chiacchiere Polillo ha appena avuto un’idea geniale per far impennare il Pil. Rinunciare a una settimana di ferie. Non lui, gli italiani tutti. Poiché i lavoratori dipendenti godono di tre mesi di vacanze l’anno, ha ragionato il grand’uomo (temo li abbia confusi con i parlamentari), basterebbe offrire alla Patria una settimana di tintarella e l’economia nazionale ripartirebbe a razzo verso il cielo stellato.
Non intendo guastare i sogni di Polillo ricordando che è inutile produrre di più se poi non c’è nessuno a cui vendere e che oggi il problema non è rappresentato da quelli che fanno le ferie, ma da quelli che non le fanno perché hanno perso il lavoro. Mi limito a prendere spunto dall’ultima uscita «tecnica» per invocare dai rispettabili membri del governo un cambio: se non di marcia, almeno di umore. Sarà vero che arriviamo da un carnevale di vent’anni (anche se la maggioranza di noi nemmeno stava sui carri e applaudiva o fischiava la sfilata dal bordo della strada). Ma non mi sembra una buona ragione per sprofondarci in questa quaresima senza pasque, quasi dovessimo espiare una colpa collettiva. Chi lavora, in Italia, lavora tantissimo. Semmai lavora male, a causa della corruzione e della burocrazia, figlie naturali della cattiva politica. Invece di farlo sentire un verme, gli andrebbe restituita una speranza, mandando in ferie non pagate gli ottusocrati e in carcere i ladri.

Ma perché riprendo oggi questa polemica ormai stantia? Perché nel frattempo, negli Stati Uniti, che notoriamente di ferie ne fanno meno di noi, un economista del lavoro di primo piano propone l’esatto opposto: 3 settimane di ferie obbligatorie.

L’autore della proposta è Robert Reich che, sul suo blog, si presenta così:

ROBERT B. REICH, Chancellor’s Professor of Public Policy at the University of California at Berkeley, was Secretary of Labor in the Clinton administration. Time Magazine named him one of the ten most effective cabinet secretaries of the last century. He has written thirteen books, including the best sellers “Aftershock” and “The Work of Nations.” His latest, “Beyond Outrage,” is now out in paperback. He is also a founding editor of the American Prospect magazine and chairman of Common Cause.

E ora leggiamo la sua proposta, pubblicata su Salon il 10 agosto 2012:

Back from three weeks off grid, much of it hiking in Alaska and Australia.
When I left the U.S. economy was in a stall, Greece was on the brink of defaulting, the eurozone couldn’t get its act together, the Fed couldn’t decide on another round of quantitative easing, congressional Democrats and Republicans were in gridlock, much of the nation was broiling, and neither Obama nor Romney had put forward a bold proposal for boosting the economy, slowing climate change, or much of anything else.
What a difference three weeks makes.
Here’s a bold proposal I offer free of charge to Obama or Romney: Every American should get a mandatory minimum of three weeks paid vacation a year.
Most Americans only get two weeks off right now. But many don’t even take the full two weeks out of fear of losing their jobs. One in four gets no paid vacation at all, not even holidays. Overall, Americans have less vacation time than workers in any other advanced economy.
This is absurd. A mandatory three weeks off would be good for everyone — including employers.
Studies show workers who take time off are more productive after their batteries are recharged. They have higher morale, and are less likely to mentally check out on the job.
This means more output per worker — enough to compensate employers for the cost of hiring additional workers to cover for everyone’s three weeks’ vacation time.
It’s also a win for the economy, because these additional workers would bring down the level of unemployment and put more money into more people’s pockets. This extra purchasing power would boost the economy overall.
More and longer vacations would also improve our health. A study by Wisconsin’s Marshfield Clinic shows women who take regular vacations experience less tension and depression year round. Studies also show that men who take regular vacations have less likelihood of heart disease and fewer heart attacks.
Better health is not just good for us as individuals. It also translates into more productive workers, fewer sick days, less absenteeism. And lower healthcare costs.
In other words, a three-week minimum vacation is a win-win-win — good for workers, good for employers, and good for the economy.
And I guarantee it would also be a winner among voters. Obama, Romney — either of you listening?

Aver suonato da piccoli aiuta ad apprezzare meglio la musica da grandi

Sono uno di quei genitori che ha imposto ai propri figli alcuni anni di lezioni di pianoforte. Anche se nessuno dei due ha proseguito gli studi oltre l’adolescenza, entrambi amano e apprezzano la musica.

Del resto, io stesso ho iniziato e poi abbandonato della musica e la mia storia l’ho raccontata qui.

Soldi buttati? Ho sempre pensato di no, ma adesso una ricerca scientifica offre sostegno alla mia opinione epidermica.

Trombone

smithsonianmag.com / Photo by Brian Ambrozy

Finora la maggior parte delle ricerche sugli effetti dello studio della musica sul funzionamento del cervello si erano concentrati sulla minoranza di individui che hanno iniziato a studiare musica da piccoli e hanno continuato da grandi, spesso diventando musicisti di professione.

Questi studi – tutti condotti da un gruppo della Northwestern University – avevano mostrato che l’educazione musicale comporta una serie di benefici nello sviluppo cerebrale: i musicisti appaiono in grado di distinguere meglio le parole in un ambiente rumoroso, di cogliere diverse emozioni all’interno di un discorso e di mantenere una buona acutezza nell’elaborazione dei suoni anche invecchiando.

Una nuova ricerca, pubblicata il 22 agosto 2012 sul Journal of Neuroscience (Skoe, Erika e Nina Kraus, A Little Goes a Long Way: How the Adult Brain Is Shaped by Musical Training in Childhood: purtroppo è necessario l’abbonamento per leggerlo integralmente), illustra come anche un’educazione musicale di 1-5 anni in giovane età si associ all’elaborazione di suoni complessi da adulti.

Anche in questo caso il gruppo della Northwestern University ha usato la tecnica applicata negli esperimenti citati in precedenza : esporre i soggetti a diversi suoni e misurare accuratamente i segnali elettrici della loro corteccia auditiva con elettrodi applicati al cuoio capelluto. Come avevano scoperto nelle ricerche precedenti, questi segnali elettrici cerebrali rispecchiano accuratamente le onde sonore udite e dunque, osservando i segnali di diversi partecipanti, è possibile determinare quanto ciascuno è abile nell’ascoltare e interpretare mentalmente i suoni. I soggetti venivano collocati in una cabina individuale, con una cuffia alle orecchie e vari elettrodi in testa, ed esposti a suoni polifonici complessi.

I 45 partecipanti all’esperimento sono stati divisi in 3 gruppi:

  1. quelli con 1-5 anni di studi musicali alle spalle (blu)
  2. quelli con 6-11 anni di istruzione (rosso)
  3. quelli senza educazione musicale (nero).

Per i primi 2 gruppi, l’età media di inizio degli studi musicale era di 9 anni.

Risultati

smithsonianmag.com
Musicians with more than six years experience (red) showed the greatest mental response to the tones, but those with one to five years (blue) still did better than those with none (black)
Image via Northwestern UniversityNina Kraus

Anche senza entrare nei dettagli tecnici, la figura mostra chiaramente che il gruppo dei musicisti più istruiti (in rosso nel grafico) manifesta la risposta mentale più grande, ma anche quelli con un’istruzione più limitata conseguono comunque una abilità cognitiva ben superiore a quella dei soggetti senza studi musicali di sorta. I ricercatori della Northwestern University sostengono che la risposta mentale misurata dall’esperimento corrisponde alla capacità di estrarre da un suono complesso la frequenza più bassa, e che questa abilità è fondamentale per la comprensione della musica, ma anche del parlato, in ambienti rumorosi.

Sono abbastanza pacifiche le conseguenze di policy che se ne possono trarre, sia per i programmi scolastici, sia per le scelte integrative dei genitori.

Ho trovato la notizia sullo Smithsonian Magazione: Playing Music as a Child Leads to Better Listening as an Adult | Surprising Science.

Ian McEwan – Sweet Tooth – Recensioni

  1. La prossima potete saltarla, se volete.
  2. «Sometimes he seems interested in using the relationship between spy and
    author as a metaphor for the intricate dance of concealment and trust
    that goes on between a reader and a writer. Like Henry Perowne in Saturday,
    Serena strongly dislikes novels that play games with their readers –
    “no tricksy haggling over the limits of their art”, she declares; “no
    showing disloyalty to the reader by appearing to cross and recross in
    disguise the borders of the imaginary” – so there’s an elaborate joke at
    her expense (but to what end?) as she finds herself at the heart of
    just such a novel.»
  3. «A novel about espionage and fiction that traces the overt and covert
    connections between secrecy, deception and creativity, Sweet Tooth
    expertly navigates the gulf between perception and reality. Its feints
    and ruses prompt the thought that “all novels are spy novels”. For all
    its critique of state-supported subterfuge, McEwan muses that “The end
    of secrecy would be the end of the novel – especially the English novel.
    The English novel requires social secrecy, personal secrecy.”»

Ian McEwan – Sweet Tooth

McEwan, Ian (2012). Sweet Tooth. London: Jonathan Cape. 2012. ISBN 9781448139736. Pagine 338. 14,28 €

Sweet Tooth

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Sono un antico lettore di Ian McEwan. Non mi ricordo come l’ho scoperto, ma ricordo di aver letto In Between the Sheets nel 1979 (ho tirato fuori dalla libreria la mia copia ingiallita, un paperback Picador pagato 7.000 lire in un’epoca in cui, testimonia un biglietto Atac utilizzato come segnalibro, un biglietto dell’autobus costava 400 lire) ed esserne stato turbato. Poi, penso di aver letto quasi tutto quello che ha pubblicato (tranne il primo dei suoi libri per bambini, Rose Blanche, e le sue opere teatrali) e di essermi precipitato a farlo all’uscita del libro. Questo Sweet Tooth non fa eccezione: l’ho prenotato da Amazon e ho cominciato a leggerlo appena me l’hanno scaricato, meno di una settimana fa.

E qui sorge il primo problema: naturalmente ho letto anche il romanzo precedente di McEwan, Solar, e con grande divertimento se è per quello, ma non l’ho recensito. Conto di farlo, come conto di recensire un altro libro che ho letto e non recensito, Operation Mincemeat di Ben Macintyre che – come spiegherò tra breve – è di una qualche rilevanza per il romanzo di McEwan.

Il romanzo di McEwan forse non è uno dei suoi grandi capolavori (la mia predilezione va a Enduring Love e a Black Dogs) ma è molto bello e vi consiglio vivamente di leggerlo.

Ciò premesso, ho una serie di osservazioni da fare. Lascerò per ultima la più rilevante, che ha però il difetto di contenere uno spoiler: lo segnalerò debitamente e chi lo vuole può smettere di leggere (anche se non è un thriller e nemmeno una spy story nel senso usuale del genere).

* * *

Prima osservazione (pedante). Un intero episodio del romanzo (nel capitolo 15) è costruito attorno al Problema di Monty Hall, molto noto e non soltanto agli addetti ai lavori (è un problema di teoria della probabilità). Chi non avesse idea di che cosa stiamo parlando può andare a guardare la pagina che gli dedica Wikipedia. Su questo blog, ne ho parlato ampiamente recensendo Information di Hans Christian von Baeyer. La protagonista del romanzo, Serena Frome, lo illustra così (riporto soltanto l’inizio):

‘This was going the rounds among Cambridge mathematicians when I was there. I don’t think anyone’s written on it yet. It’s about probability and it’s in the form of a question. It comes from an American game show called Let’s Make a Deal. The host a few years ago was a man called Monty Hall. Let’s suppose you’re on Monty’s show as a contestant. Facing you are three closed boxes, one, two and three, and inside one of the boxes, you don’t know which, is a wonderful prize – let’s say a…’ [posizione Kindle 2987]

Qui McEwan (che negli Acknowledgements ringrazia per l’aiuto sull’argomento 2 accademici inglesi, Graeme Mitchison e Karl Friston) è abbastanza prudente da far dire alla sua eroina «I don’t think anyone’s written on it yet.» Ma a me non pare sufficiente. Il problema in questione ha una data di nascita (il 1977, anche se la Lettera al curatore della prestigiosa rivista The American Statistician compare sul numero 1 del 1975, immagino per uno sfasamento tra data di riferimento e data di effettiva pubblicazione abbastanza frequente nelle riviste scientifiche) e un singolo autore (il Dr. Steven Selvin, attualmente professore di biostatistica alla School of Public Health dell’Università di California a Berkeley). Lo stesso Selvin scrive su un suo profilo ufficiale:

A small but surprising “accomplishment” in his classroom teaching career is the “Monty Hall problem”. In 1977, Professor Selvin created a problem using the Monty Hall quiz show to illustrate a specific probability concept. The problem continues to this day to receive unbelievable notoriety, re-publication and internet attention. The “Monty Hall Problem” appears in economic textbooks and periodicals from the New York Times to Parade Magazine, as well as hundreds of internet sites (see http://en.wikipedia.org/wiki/Monty_Hall_problem). Reaction to the Monty Hall problem has created enough letters, emails and other attention to fill two large binders. To paraphrase Andy Warhol, “everyone gets 15 minutes of fame.”

La conversazione che ho trascritto sopra tra Serena e Tom si svolge alla fine del 1973. A me sembra molto improbabile che il problema – un problema così bello ed elegante, credetemi sulla parola, da diventare un meme citato da moltissimi e in moltissime occasioni – potesse circolare a Cambridge, in Inghilterra, 4 anni prima di essere stato ideato e pubblicato da uno statistico operante in California su una rivista prestigiosa come potrebbe essere Nature o Science per un biologo. Se fossi Selvin sarei certamente lusingato di essere anche entrato a far parte di un romanzo di McEwan, ma forse avrei gradito (e forse preteso) un riconoscimento esplicito negli Acknowledgements da parte di McEwan. Magari al posto di quello ai 2, Mitchison e Friston, che non gli hanno evitato la gaffe.

* * *

Alla vigilia di natale del 1973, in piena crisi energetica, Serena torna alla casa paterna in East Anglia (capitolo 17). Il suo cammino è illuminato da una mezza luna. Più tardi la luna è più alta nel cielo. Vediamo insieme:

I took the six thirty, got in just before nine, and walked from the station, crossing the river then following by a clear half-moon the semi-rural path along it, past dark boats tethered to the bank, inhaling air icy and pure, blown in across East Anglia from Siberia. [3338]

The moon was higher now and the touch of frost on the grass was light, even more tasteful than our mother’s efforts with the spray can. [3418]

Freed from Luke’s anecdotes, I went quickly, retracing the route we had come by, and then I cut across the grass, feeling the frost crunch pleasantly underfoot, until I was right by the cloisters, well out of the half-moon’s light, and found in the near darkness a stone protrusion to sit on and turned up the collar of my coat. [3455]

I stepped out onto the moonlit grass and saw my sister and her boyfriend on the path a hundred yards away, and I hurried towards them, keen to apologise. [3470: tutti i corsivi sono miei]

Tutto questo per farvi capire che il riferimento alla lune non è casuale. Un critico letterario potrebbe dire che l’illuminazione della mezza luna è co-protagonista, con Serena, di tutta questa scena algida e notturna. Peccato solo che la luna alla vigilia di Natale del 1973 non splendesse nel cielo inglese: era luna nuova. Una notte illune, direbbe un poeta.

Perché la faccio tanto lunga? Non sono ammesse le licenze letterarie? Vorrei fare, in proposito, 2 osservazioni. Sono opinioni personali e sono certo che molti dei miei pochi lettori non condivideranno:

  1. Anche se la distinzione non è poi così netta, introdurre una distinzione tra letteratura realistica e letteratura di fantasia mi aiuta a spiegare meglio quello che intendo dire. In una prospettiva fantastica, l’autore è libero di inventarsi la topografia della sua storia, Macondo o la Fortezza Bastiani o il Castello di Kafka o New Crobuzon. Ma se stiamo parlando della New York di Paul Auster o della Londra di Dickens ci aspettiamo una topografia aderente alla realtà; e aderente alla realtà io vorrei anche le fasi lunari, in un romanzo realistico, a differenza del tocco di colore che sono disposto ad accettare in un brano lirico o fantastico.
  2. Ma non sarà, poi, che la lettura nell’era dell’iPad comincia a essere un’esperienza diversa? Lo so che, detta così, può sembrare un’osservazione elzeviristica alla Francesco Merlo. Eppure, a me capita abbastanza spesso di andare a cercare un riferimento o un’immagine su Google mentre leggo, per pura curiosità e perché il costo di soddisfarla è minimo. [E se in quello che dico c’è un po’ di verità, allora anche il romanziere, quanto meno il romanziere realistico della tradizione cui mi pare appartenere McEwan, ha qualche dovere in più in materia di fact-checking.] Vi faccio un esempio: stavo leggendo il riferimento alla «lattice steel cavern of the Brighton terminus» [4377] e mi è venuta la curiosità di vedere come fosse la stazione di Brighton. Et voilà:
Brighton

photoeverywhere.co.uk

Naturalmente, un errore tira l’altro. E così, una decina di giorni dopo la vigilia di natale, «[i]t must have been January 3rd or 4th, another of our Friday evenings» [4529] «[t]here was supposed to be a waning half-moon, but it had no chance against the heavy lid of tangerine cloud.» [3625]. E invece, venerdì 4 gennaio (almeno questo McEwan l’ha controllato) la luna aveva oltrepassato il primo quarto (crescente gibbosa), ma era tramontata poco prima delle 9: non l’avrebbero vista comunque i nostri 2 amanti. E poiché a McEwan, in questo contesto narrativo ed emotivo, quello che stava a cuore era «the heavy lid of tangerine cloud», la frase sulla presenza o l’assenza della luna è alla fine solo d’impiccio.

* * *

Basta pedanterie. Il romanzo si svolge, per lo più, tra il 1972 e il 1974, in un periodo di crisi economica, disordine sociale e terrorismo che è quasi il corrispettivo di quello che il nostro paese avrebbe attraversato qualche anno più tardi. A me ha fatto venire voglia di rileggere The Rotters’ Club (La banda dei brocchi) di Jonathan Coe, ambientato nello stesso cupo periodo, ma in una prospettiva tutta diversa (tra l’altro Coe ha 13 anni meno di McEwan).

* * *

Proprio nelle pagine finali, Ian McEwan capovolge la metafora abituale a proposito delle spalle dei giganti – cui abbiamo dedicato attenzione qui e qui, ma anche qui e qui – e fa scrivere a Tom, a proposito del declino britannico: «Our moment was thirty years ago. In our decline we live in the shadow of giants.» [4653]

* * *

Finora abbiamo (quasi) scherzato. Qui viene il cuore della mia recensione, che però è uno spoiler per chi volesse leggere il romanzo come una storia di spionaggio. Quindi lo scrivo bello grande.

SPOILER

Il romanzo si chiude con un colpo di scena nel capitolo finale, come ogni spy story che si rispetti. Si scopre, nell’ultima lettera di Tom a Serena, che il romanzo che abbiamo appena finito di leggere, scritto in prima persona da Serena, che ne è cioè l’io narrante, è stato in realtà scritto da Tom, che nel romanzo è uno scrittore alle prime armi (e tanto per non lasciarci dubbi sulla sovrapponibilità Tom/Ian nel testo del romanzo sono contenuti alcuni racconti di Tom che sono in realtà prove giovanili di Ian). Fin qui nulla di particolarmente sconvolgente o rivoluzionario: un romanzo a forma di rosa in cui i petali più interni sono rappresentati dalla narrazione in prima persona di Serena, che rinviano alla storia scritta fittiziamente da Tom (strato intermedio) ma realmente da Ian (petali esterni).

Non può sfuggire, almeno a me che l’ho appena riletto, il lieve senso di vertigine che questa struttura ci dà, che è poi lo stesso che ci regala Calvino alla conclusione di Se una notte d’inverno un viaggiatore:

Ora siete marito e moglie, Lettore e Lettrice. Un grande letto matrimoniale accoglie le vostre letture parallele.
Ludmilla chiude il suo libro, spegne la sua luce, abbandona il capo sul guanciale, dice: – Spegni anche tu. Non sei stanco di leggere?
E tu: – Ancora un momento. Sto per finire Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino. [4782]

Ma il punto che – mi pare – preme a Ian McEwan è il capovolgimento, nel rivelatore capitolo finale, tra lo spionaggio della spia di mestiere (Serena) e lo spionaggio del romanziere (Tom). Sono abbastanza convinto che al cuore di questa riflessione, dell’affinità tra spionaggio e romanzo, o meglio tra spia di professione e professione di scrittore, ci sia la consapevolezza che lo scrittore deve, senza darlo a vedere, essere capace si sottrarre ai suoi personaggi, o meglio alle persone reali che ne costituiscono potenzialmente  il modello, abbastanza informazioni da consentire la creazione ex nihilo dei personaggi e per di più di soppiatto, in modo da non guastarne la naturalezza. E che questa riflessione abbia origine dalla lettura della ricostruzione che  Ben Macintyre fa di Operation Mincemeat, una vicenda di spionaggio culminata nel 1943. Ma lasciamo raccontare a Tom/Ian e poi commentiamo:

[L]et me tell you my favourite spy story. MI5 had a hand in it, as well as Six. 1943. The struggle was starker and more consequential than it is now. In April that year the decomposing body of an officer of the Royal Marines washed up on the coast of Andalucia. Attached to the dead man’s wrist by a chain was a briefcase containing documents referring to plans for the invasion of southern Europe through Greece and Sardinia. The local authorities contacted the British attaché, who at first seemed to take little interest in the corpse or its luggage. Then he appeared to change his mind and worked frantically to get both returned. Too late. The Spanish were neutral in the war, but generally more favourable to the Nazi cause. The German intelligence community was on to the matter, the documents in the briefcase found their way to Berlin. German High Command studied the contents of the briefcase, learned of the Allies’ intentions and altered their defences accordingly. But as you probably know from The Man Who Never Was, the body and the plans were fake, a plant devised by British intelligence. The officer was actually a Welsh tramp, retrieved from a morgue and, with thorough attention to detail, dressed up in a fictional identity, complete with love letters and tickets to a London show. The Allied invasion of southern Europe came through the more obvious route, Sicily, which was poorly defended. At least some of Hitler’s divisions were guarding the wrong portals.
Operation Mincemeat was one of scores of wartime deception exercises, but my theory is that what produced its particular brilliance and success was the manner of its inception. The original idea came from a novel published in 1937 called The Milliner’s Hat Mystery. The young naval commander who spotted the episode would one day be a famous novelist himself. He was Ian Fleming, and he included the idea along with other ruses in a memo which appeared before a secret committee chaired by an Oxford don, who wrote detective novels. Providing an identity, a background and a plausible life to a cadaver was done with novelistic flair. The naval attaché who orchestrated the reception of the drowned officer in Spain was also a novelist. Who says that poetry makes nothing happen? Mincemeat succeeded because invention, the imagination, drove the intelligence. [4636-4647]

Ecco nelle sue tappe principali la sequenza di intervento romanzesco/azione di spionaggio ricostruita da McEwan (e da Macintyre, che McEwan non può citare senza commettere un anacronismo, dal momento che la sua “definitiva” ricostruzione storica è stata pubblicata nel 2010):

  1. Sir Basil Home Thomson, agente segreto britannico, ufficiale di polizia, direttore di carcere, amministratore coloniale della Nuova Guinea e scrittore, pubblica nel 1937 un romanzo, della serie dell’Ispettore Richardson, in cui a un morto viene erroneamente attribuita una diversa identità, sulla base delle carte e dei documenti falsi trovati (ma in precedenza impiantati) sul cadavere.
  2. Il romanzo non ha alcun successo, ma viene letto da un giovane ufficiale della marina inglese che amava la serie: Ian Fleming, il futuro “padre” di James Bond.
  3. Allo scoppio della guerra, Fleming manda ai suoi superiori un memo riservato in cui suggerisce 51 azioni di controinformazione per ingannare i servizi segreti tedeschi.
  4. Il suggerimento n. 28 è il seguente:
    A suggestion (not a very nice one). The following suggestion is used in a book by Basil Thomson: a corpse dressed as an airman, with dispatches in his pockets, could be dropped on the coast, supposedly from a parachute that had failed. I understand there is no difficulty in obtaining corpses at the Naval Hospital, but, of course, it would have to be a fresh one.
  5. L’azione viene realizzata nel 1943, in forma leggermente diversa, e ha successo.
  6. Nel 1950, Duff Cooper, diplomatico britannico che aveva occupato posti di responsabilità durante la guerra, pubblica un romanzo di spionaggio, Operation Heartbreak; al centro della trama, un cadavere galleggiante sulle coste spagnole con documenti tesi a ingannare i tedeschi.
  7. Benché Cooper abbia probabilmente inventato autonomamente la trama, i servizi inglesi decidono di correre ai ripari e autorizzano Ewen Montagu, che aveva guidato l’operazione Mincemeat, a raccontarne i tratti principali in The Man Who Never Was (il testo citato da Tom/Ian a Serena).
  8. Dopo l’apertura degli archivi del controspionaggio per prescrizione dei termini, Ben Macintyre ricostruisce Operation Mincemeat.

* * *

Come di consueto, le mie annotazioni. Riferimenti numerici all’edizione Kindle.

[…] thinking in circles […] [1023]

And feeling clever, I’ve always thought, is just a sigh away from being cheerful. [1246]

[…] it had been raining heavily and the place had a canine smell of damp jeans and hair. [1616]

Let me put it another way. In this work the line between what people imagine and what’s actually the case can get very blurred. In fact that line is a big grey space, big enough to get lost in. You imagine things – and you can make them come true. The ghosts become real. [1975]

He has been doggedly faithful throughout his marriage. His fidelity now seems like one more aspect of the general constriction and failure in his life. His marriage is over, there can be no going back, for how can he live with her now? How can he trust a woman who has stolen from him and lied? It’s over. But here is the chance of an affair. An affair with madness. If she needs help, then this is what he can offer. [2320]

What is missing now is the love, or the guilty memory of love, or the need for it, and that is a liberation. She has become another woman, devious, deceitful, unkind, even cruel, and he is about to make love to her. [2332]

It’s a matter of dishonour, and when it gets out, which it’s bound to, this will be the one act you’ll be remembered for. Everything else you achieved will be irrelevant. Your reputation will rest only on this, because ultimately reality is social, it’s among others that we have to live and their judgements matter. Even, or especially, when we’re dead. [2514]

Looking at pictures with a stranger is an unobtrusive form of mutual exploration and mild seduction. [2574]

No single element of an imagined world or any of its characters should be allowed to dissolve on authorial whim. The invented had to be as solid and as self-consistent as the actual. This was a contract founded on mutual trust. [2835: è importante che McEwan lo dica perché, nonostante la struttura del romanzo, mantiene fede a questo impegno nella sostanza]

Love doesn’t grow at a steady rate, but advances in surges, bolts, wild leaps, and this was one of those. [2956]

Then I kept my thoughts off the worst possibilities by dreaming up a Poisson distribution. [4342]

He said I had to understand, any institution, any organisation eventually becomes a dominion, self-contained, competitive, driven by its own logic and bent on survival and on extending its territory. It was as inexorable and blind as a chemical process. [4456]

I didn’t want to get drunk, not at five in the afternoon. I didn’t want to be sober either. I didn’t want anything, even oblivion.
But beyond existence and oblivion there’s no third place to be. [4467]

I could feel a comfortable bed around me, but who and where I was lay beyond my grasp. It lasted only a few seconds, this episode of pure existence, the mental equivalent of the blank page. Inevitably, the narrative seeped back, with the near details arriving first – the room, the hotel, the city, Greatorex, you; next, the larger facts of my life – my name, my general circumstances. [4487]

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Grazie a Mark Nichols e soprattutto a Luisa Carrada (con richiesta postuma di permesso, ma spero non se ne abbia)