Il ritorno del marsupio

Lo suggerisce Jaime Lowe sul New York Times Magazine del 4 settembre 2015.

Melba Stone, an Australian widow, is widely credited with inventing the fanny pack in 1962. It seems entirely possible that she was inspired by a kangaroo.

Fonte: Letter of Recommendation: Fanny Packs – The New York Times

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Quello che non si può misurare non esiste

Un articolo di Ahmed Elgammal e Babak Saleh descrive un algoritmo per confrontare opere d’arte visiva e misurarne la “creatività” o quanto meno l’originalità e la capacità di influenzare altri artisti.

Qui trovate l’articolo originario in .pdf: Quantifying Creativity in Art Networks.

 

Qui, invece, un estratto dell’articolo comparso su Quartz l’11 giugno 2015: Picasso = Genius: This algorithm can judge “creativity” in art as well as the experts.

Art is seen as unquantifiable. Great paintings are creative forces that transcend their brush strokes, colors, and compositions. They can’t be reduced to mere data, analyzed, and ranked by their creativity. Two computer scientists at Rutgers University respectfully disagree.

Ahmed Elgammal and Babak Saleh created an algorithm that they say measures the originality and influence of artworks by using sophisticated visual analysis to compare each piece to older and newer artwork. They worked from the premise that the most creative art was that which broke most from the past, and then inspired the greatest visual shifts in the works that followed.

They did it by looking specifically at qualities such as texture, color, lines, movement, harmony, and balance. “These artistic concepts can, more or less, be quantified by today’s computer vision technology,” they write in their paper “Quantifying Creativity in Art Networks” (pdf).

Their experiment—which involved two datasets totalling more than 62,000 paintings—was entirely automated. They gave the computer no information about art history. Yet what they found was that their algorithm often came to same conclusions as art experts. “In most cases the results of the algorithm are pieces of art that art historians indeed highlight as innovative and influential,” the authors wrote.

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Un mercato per i rifugiati nell’Unione europea?

Peter H. Schuck, professore della Yale Law School e autore di Why Government Fails So Often, and How It Can Do Better, propone in un articolo sul New York Times di oggi 9 giugno 2015 [Creating a Market for Refugees in Europe – NYTimes.com] di creare un mercato per comprare e vendere le quote nazionali di rifugiati che l’Unione europea si accinge ad assegnare a ogni Stato membro, analogamente a quanto già avviene in materia ambientale.

Voi che ne pensate?

A scheme allocating protection burdens according to each state’s capacities, much as the European Union is likely to adopt, is essential. A regional authority should calculate each state’s fair share using objective criteria such as gross domestic product, population and land mass. (The formula might also grant credits for past protection efforts.) It should also estimate how many refugees need protection, temporary or permanent, and how many of those can legally qualify for it — mere economic migrants cannot.

Here’s my proposed innovation: The agency should create and regulate a market in which states can buy and sell all or part of their protection quota obligations. Both the agency and the selling state must enforce international standards to ensure that the receiving state protects the human rights of those it agrees to accept.

Just as cap-and-trade schemes enhance environmental protection, this market would maximize the number of refugees protected by exploiting differences in states’ resources, politics, geography and attitudes toward newcomers. A more ethnically homogeneous or xenophobic state might eagerly pay a high price (in cash, credit, commodities, political support, development assistance or some other valuable) to more refugee-friendly states to assume its burden, rather than having to bring them in-country.

Such payments already take place, in a way: The United States and other countries sometimes pay other states to harbor immigrants; Australia just agreed to give Cambodia $32 million to do so.

Almost by definition, such a market would produce more protection than the status quo does, while ensuring that each state does its share in one form or another and that human rights are respected.

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Essere sicuri di sé non è essere convinti di farcela, ma saper convivere con i propri limiti

Detta così, è un’enorme banalità, ma l’articolo che segnalo (The one thing all confident people know – Quartz) va un po’ più in là.

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Non dàtevi obiettivi, costruite abitudini e sistemi, piuttosto

Tutte le bibbie aziendali e i loro profeti sostengono che dare (o darsi) degli obiettivi e poi realizzarli sia la ricetta sicura per il successo.

Contrordine, compagni. Adesso pare che darsi un obiettivo sia la ricetta sicura per l’insuccesso.

Non lo dico io. Lo sostiene Scott Adams, il creatore di Dilbert:

Goals are for losers. [Scott Adams. How to Fail at Almost Everything and Still Win Big: Kind of the Story of My Life]

… you will spend every moment until you reach the goal — if you reach it at all — feeling as if you were short of your goal. In other words, goal-oriented people exist in a state of nearly continuous failure that they hope will be temporary.

Per di più, fissare un obiettivo significa (ovviamente) non averlo ancora raggiunto e, quindi, conferma la sensazione di essere inadeguati. Tipico della mentalità da perdenti:

When you’re working toward a goal, you are essentially saying, ‘I’m not good enough yet, but I will be when I reach my goal’. [James Clear]

Se – come spesso accade – l’obiettivo è fuori dal tuo controllo, in tutto o in parte, ecco garantita la frustrazione.

Che fare allora? Questo articolo [Goals Suck: Why Building Habits and Systems Makes Sense] suggerisce di puntare su abitudini e sistemi.

Un sistema è un processo da seguire. Si può ripetere e ogni volta porta allo stesso risultato (o a un risultato simile). Naturalmente, per costruire un sistema ci vogliono tempo e fatica. Ma mentre lo costruisci, impari tantissimo sul risultato che vuoi ottenere e su come ottenerlo.

Sono sistemi in questa accezione il tuo programma di esercizio fisico, la tua routine di lavoro, il tuo progetto di auto-apprendimento.

Un’abitudine è un’azione ripetibile. È qualcosa che fai senza pensarci. In questo è diversa da un sistema, che è una sequenza di azioni consapevoli (nell’esempio che abbiamo fatto poco fa, il tuo programma di esercizio fisico è un sistema fatto di un alternarsi di corsa, ginnastica e riposo).

Sono esempi di abitudini quella di mangiare il frutta a colazione, di correre tutti i giorni di bel tempo, di leggere prima di addormentarsi.

Sistemi e abitudini hanno in comune la ripetizione. Per costruirli, si deve prendere una piccola decisione ogni giorno, non fissarsi su una meta lontana. Ci vorrà del tempo (tipicamente un paio di mesi, secondo l’articolo che sto citando), ma alla fine sarà diventata una seconda natura.

La teologia di Charlie Hebdo è più solida di quella dei jihadisti, scrive Giles Fraser sul Guardian

A più di una settimana dalla strage compiuta nella redazione di Charlie Hebdo si può forse cominciare a fare qualche riflessione più articolata, superando quell’urgenza di schierarsi che ha caratterizzato, inevitabilmente, le prime reazioni.

Tra i primi a cimentarsi su un terreno di analisi è stato The Guardian con un articolo pubblicato venerdì 9 gennaio 2015 e firmato da Giles Fraser, parroco (anglicano) della chiesa di St Mary’s, Newington a Londra e visiting professor di antropologia alla London School of Economics.

“Giles Fraser Levellers Day Burford 20080517” by Kaihsu Tai – Own work. Licensed under CC BY-SA 3.0 via Wikimedia Commons – http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Giles_Fraser_Levellers_Day_Burford_20080517.jpg#mediaviewer/File:Giles_Fraser_Levellers_Day_Burford_20080517.jpg

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L’uomo sulla luna: complottisti nella merda?

Cari amici complottisti, che sostenete che le missioni Apollo non hanno mai portato astronauti sulla luna e che la NASA ha filmato falsi sbarchi in qualche studio cinematografico utilizzando effetti speciali, ora il modo per risolvere una volta per tutte la diatriba è a portata di mano: basta tornare sulla luna e recuperare tutta la monnezza che gli astronauti hanno lasciato lassù, comprese 96 sacche sigillate piene di cacca, pipì e vomito.

Sì, perché il modulo lunare aveva poco carburante e una capacità molto limitata di tornare nell’orbita lunare: quindi, se gli astronauti volevano riportare a terra reperti lunari (rocce, polvere e così via) dovevano lasciare giù un peso equivalente di scarti: residui organici, in primo luogo, ma anche chiavi inglesi, utensili, eccetera. Persino palle da golf.

La storia – in tutti i suoi sordidi dettagli – è raccontata qui.