Notre-Dame, la bibbia di pietra e lo stormo d’uccelli

Dopo l’incendio della cattedrale di Notre-Dame a Parigi sono state dette e scritte molte cose, spesso irrilevanti o stupide. Non voglio aggiungermi al coro.

Però vorrei dire che – nella mia modesta opinione – un punto centrale delle riflessioni che la distruzione della cattedrale già sta suscitando è quello dell’identità. Non tanto del rapporto tra il monumento e l’identità francese, che pure esiste ed è rilevante, ma della stessa identità della cattedrale stessa. L’identità di cui parliamo qui non è l’identità nella sua accezione logico-matematica di perfetta eguaglianza, ma in quella propria del linguaggio comune quando si fa riferimento all’identità di una persona come “entità distinta dalle altre e continua nel tempo”, come la definisce il Vocabolario Treccani. Non c’è dubbio che ognuno di noi ha il senso della propria identità, “il senso e la consapevolezza di sé” (è sempre i Vocabolario Treccani che ci soccorre), anche se in “un essere umano adulto ogni giorno muoiono dai 50 ai 100 miliardi di cellule” e in “un anno la massa delle cellule ricambiate è pari alla massa del corpo stesso” (lo afferma qui il prof. Paolo Pinton). E anche a fronte di un evento traumatico, come l’amputazione di un arto, non smettiamo neppure per un secondo di pensare che, nonostante quella perdita, siamo rimasti noi stessi.

Lo stesso – è quello che voglio dire – accade per le città e per gli edifici. L’identità di una città, nel senso che ho cercato di argomentare, non cambia al mutare delle vicende demografiche o dell’estensione dell’abitato. L’identità di una cattedrale non cambia per effetto dei periodici interventi di manutenzione cui è sottoposta. E, secondo me, non cambia neppure quali che siano le travagliate vicende che attraversa nella sua vita: dalla fantasia neogotica di Viollet-le-Duc nella seconda metà del XIX secolo a quella che sarà la ricostruzione da intraprendere ora.

In questa accezione di identità, un edificio, una città, un territorio sono elementi costitutivi del modo in cui una società si organizza. Questo concetto mi pare è essenziale alla comprensione dei fenomeni economici e sociali. La sintesi migliore, il riferimento più appropriato o comunque più evocativo, non l’ho trovata in un testo scientifico, ma nel romanzo d’esordio d’un autore americano d’origine italiana, La fine di Salvatore Scibona (che ho recensito qui). Nel suo monologo interiore, a un certo punto uno dei personaggi fa questa considerazione:

Le persone quando dicono «posto» non intendono dire la stessa cosa di quando dicono «luogo». Dicono luogo per dire l’identità di un posto. (p. 252)

Dunque, quando si parla di un luogo non si intende la stessa cosa di quando si parla di un posto, di una localizzazione, di una posizione geografica, di un punto o di un’area nello spazio, di coordinate. Si parla, invece, di identità di una localizzazione, come la seconda parte della citazione chiarisce meglio.

È una considerazione illuminante: nello scarto tra posto e luogo, tra location e place (i termini che usa Scibona nell’originale) si trova uno stock specifico di conoscenze, un’accumulazione di identità e di “saperi” che traspira dalle mura di una città, dalla disposizione delle sue vie e delle sue piazze, dalla cultura materiale di chi ci vive, dalle manifestazioni della socialità e del senso civico, e così via.

Nei luoghi, in queste strutture reali – fatte non di edifici di mattoni e cemento, ma delle interrelazioni che si intessono tra le persone per motivi di studio, di lavoro, di soddisfacimento delle necessità familiari, di godimento del tempo libero – l’oggetto delle interazioni sono, in ultima istanza, informazioni. Le informazioni scambiate quotidianamente sono flussi: flussi informativi, appunto. Ma al tempo stesso, giorno per giorno, essi vanno accrescendo la conoscenza, in un processo di accumulazione che è ciò che, in ultima istanza, rende la città così attraente per le persone e per le attività economiche. Soltanto una parte di questa conoscenza è formalizzata e resa esplicita, tradotta in una documentazione accessibile, conservata in luoghi deputati. Un’altra parte, però, probabilmente maggioritaria, è conoscenza tacita, non formalizzata, tradotta in consuetudini e norme di comportamento, incorporata nel “capitale sociale”, cristallizzata e incastonata nel luogo stesso. La «bibbia di pietra» evocata da Victor Hugo.

E qui torniamo a Notre-Dame.

Molti hanno ricordato l’opera giovanile di Victor Hugo (Notre-Dame de Paris, il suo quarto romanzo, ma il suo primo grande successo), anche perché mossa dall’intento di richiamare l’attenzione sulla necessità di restaurare la chiesa, che versava a quel tempo (1831) in stato di abbandono.

Victor Hugo adora le divagazioni e, nella Parte V dell’opera, dedica un capitolo intero al rapporto tra architettura e libri a stampa. L’occasione gli è fornita da una visita all’arcidiacono della cattedrale, dom Claude Frollo (uno dei protagonisti del romanzo) del medico del re, il dottor Jacques Coitier, e di un misterioso accompagnatore, compare Tourangeau (che non è nessun altro che il re di Francia, Luigi XI). Frollo è un alchimista e – quando Tourangeau si dichiara impaziente di diventare suo allievo – gli dice che il primo passo è leggere i “sacri testi”:

Ma prima di tutto, vi farò leggere, una dopo l’altra, le lettere di marmo dell’alfabeto, le pagine di granito del libro. Andremo dal portale del vescovo Guillaume e di Saint-Jean-le-Rond alla Sainte-Chapelle, poi alla casa di Nicolas Flamel, in Rue Marivaulx, alla sua tomba, che si trova ai Santi Innocenti, e ai suoi due ospedali in Rue de Montmorency. Vi farò leggere i geroglifici di cui sono coperti i quattro grossi catenacci di ferro del portale dell’ospedale Saint-Gervais e della Rue de la Ferronnerie. Non solo, compiteremo insieme le facciate di Saint-Come, di Sainte-Geneviève-des-Ardents, di Saint-Martin, di Saint-Jacques-de-la-Boucherie… (Hugo, Victor. Notre-Dame de Paris. Milano: Feltrinelli. pos. 2978).

– Ma che razza di libri sono? – gli chiede uno sconcertato Tourangeau.

– Eccone uno – gli risponde Frollo, indicandogli la massa scura della cattedrale.

Ma poi, toccando con l’altra mano il libro a stampa che ha sul tavolo, commenta sconsolato:

– Ma questo ucciderà quello. Il libro ucciderà l’edificio.

È da questo commento che prende spunto la lunga divagazione, un affresco vertiginoso. Perché dunque Frollo pensava che la tipografia avrebbe ucciso l’architettura?

Era il presentimento che il pensiero umano, cambiando forma, avrebbe cambiato modalità di espressione, che l’idea fondamentale di ogni generazione non sarebbe più stata scritta con la stessa materia e nella stessa maniera, che il libro di pietra, così solido e duraturo, avrebbe fatto posto al libro di carta, più solido e duraturo ancora. (pos. 3027)

Sotto riporterò i passi salienti della divagazione di Victor Hugo. Ma consentitemi prima di trarne le mie conclusioni, perché tempo non arriviate alla fine del lungo testo di Victor Hugo con la forza di leggere quello che ho da dire io.

A me – a parte il tono un po’ roboante (Hugo era uno spirito del suo secolo, e larger than life), le semplificazioni e la tentazione di racchiudere gli sviluppi della conoscenza umana in un unico schema – il capitolo mi pare pieno di intuizioni straordinarie, che provo a riassumere:

  1. l’idea dell’architettura come testo, come informazione da accumulare e trasmettere (” il genere umano … non ha pensato nulla d’importante senza scriverlo in pietra, … perché ogni pensiero, sia religioso, sia filosofico, è interessato a perpetuarsi, perché l’idea che ha mosso una generazione vuole muoverne altre, e lasciare traccia”);
  2. l’idea, di conseguenza, che gli edifici e le città (i luoghi, dicevamo prima) accumulino conoscenza per le generazioni a venire;
  3. l’idea che la produzione e la trasmissione di conoscenza siano un’opera collettiva (“il formicaio delle intelligenze”);
  4. l’idea che ci sia una tendenza (mossa, in ultima istanza, dal progresso tecnologico) verso l’accelerazione e la crescita esponenziale della produzione e trasmissione di conoscenza (“il pensiero … da montagna … si fa stormo d’uccelli, si disperde ai quattro venti e, insieme, occupa tutti i punti dell’aria e dello spazio”);
  5. l’idea, infine, senza poter sapere nulla del web, che questo processo sia necessariamente caotico (“anche questa è una costruzione che cresce e si accumula in spirali senza fine; anche qui c’è confusione di lingue, attività incessante, lavoro infaticabile, concorso accanito dell’umanità intera, riparo promesso all’intelligenza contro un nuovo diluvio, contro l’invasione dei barbari. È la seconda torre di Babele del genere umano”) .
https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/f/fc/Pieter_Bruegel_the_Elder_-_The_Tower_of_Babel_%28Vienna%29_-_Google_Art_Project_-_edited.jpg/1280px-Pieter_Bruegel_the_Elder_-_The_Tower_of_Babel_%28Vienna%29_-_Google_Art_Project_-_edited.jpg
https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Pieter_Bruegel_the_Elder_-The_Tower_of_Babel(Vienna)-_Google_Art_Project-_edited.jpg
Pieter Brueghel the Elder [Public domain]

Ed ecco infine una sintesi del capitolo

In effetti, dall’origine delle cose fino al quindicesimo secolo dell’era cristiana incluso, l’architettura è il grande libro dell’umanità, l’espressione principale dell’uomo nei suoi diversi stadi di sviluppo sia quanto a forza, sia quanto a intelligenza. […]

L’architettura iniziò come ogni scrittura. Fu dapprima alfabeto. Si metteva una pietra in verticale, ed era una lettera, e ogni lettera era un geroglifico, e su ogni geroglifico si reggeva un gruppo di idee come il capitello sulla colonna. […]

Più tardi si fecero parole. Si sovrappose pietra su pietra, si accoppiarono quelle sillabe di granito, il verbo sperimentò le combinazioni. […]

Infine si fecero libri. Le tradizioni avevano partorito simboli sotto i quali sparivano, come il tronco di un albero sotto il fogliame […] Il simbolo aveva bisogno di sbocciare nell’edificio. L’architettura allora si sviluppò unitamente al pensiero dell’uomo; divenne un gigante a mille teste e a mille braccia, e fissò in una forma eterna, visibile, tangibile, tutto quel simbolismo fluttuante. […]

L’idea madre, il verbo, non stava solo alla base di tutti quegli edifici, ma si esprimeva anche nella loro forma. Il tempio di Salomone, per esempio, non era la semplice rilegatura del libro sacro, era il libro sacro medesimo. […]

Così, durante i primi seimila anni del mondo, […] l’architettura è stata la grande scrittura del genere umano. […]

Ogni civiltà inizia con la teocrazia e finisce con la democrazia. Questa legge della libertà che succede all’unità è iscritta nell’architettura. […]

[…] arrivano le crociate. È un grande movimento popolare; e ogni grande movimento popolare, quali che ne siano la causa e lo scopo, libera sempre dal suo precipitato ultimo lo spirito di libertà. Le novità si fanno strada. […]

Anche la cattedrale, edificio un tempo tanto dogmatico, ormai invasa dalla borghesia, dal comune, dalla libertà, si sottrae al prete e cade in balìa dell’artista. L’artista la costruisce a modo suo. Addio mistero, addio mito, addio legge. Ecco la fantasia, ecco il capriccio. Pur di avere una basilica e un altare, il prete non ha niente da dire. Le quattro mura sono dell’artista. Il libro architettonico non appartiene più al sacerdozio, alla religione, a Roma; è dell’immaginazione, della poesia, del popolo. […]

Il panneggio popolare lascia a malapena indovinare l’ossatura religiosa. Non si può avere un’idea delle licenze che si prendono allora gli architetti, anche verso la chiesa. Si vedono capitelli adorni di monaci e monache vergognosamente accoppiati, come nella sala dei camini del Palazzo di Giustizia a Parigi. C’è la vicenda di Noè scolpita a chiare lettere come sotto il portale di Bourges. C’è un monaco bacchico con le orecchie d’asino e un bicchiere in mano che ride in faccia a tutta una comunità, come sul lavabo dell’abbazia di Bocherville. Esiste a quest’epoca, per il pensiero scritto in pietra, un privilegio del tutto paragonabile all’attuale libertà di stampa. È la libertà d’architettura. […]

Il pensiero allora non era libero se non a quel modo, sicché non si scriveva per intero se non su quei libri chiamati edifici. Senza la forma edificio, si sarebbe visto bruciare sulla pubblica piazza per mano del boia nella forma manoscritto, se fosse stato abbastanza imprudente da azzardarsi a esprimersi per iscritto. Il pensiero portale ecclesiastico avrebbe assistito al supplizio del pensiero libro. Così, non avendo altra via se non l’arte muraria per farsi strada, vi si affollava da tutte le parti. Di qui l’immensa quantità di cattedrali che hanno coperto l’Europa, numero talmente prodigioso che ci si crede a malapena, anche dopo averlo verificato. Tutte le forze materiali, tutte le forze intellettuali della società convergevano in un medesimo punto: l’architettura. In questo modo, col pretesto di costruire chiese a Dio, l’arte si sviluppava in proporzioni magnifiche. […]

Così, fino a Gutenberg, l’architettura è la principale scrittura, la scrittura universale. Di quel libro di granito iniziato in Oriente, proseguito nell’antichità greca e romana, il medioevo ha scritto l’ultima pagina. […]

Riassumendo ciò che abbiamo indicato fin qui in maniera alquanto sommaria, trascurando mille prove e anche mille obiezioni puntuali, si approda a questo: che l’architettura è stata fino al quindicesimo secolo il registro principale dell’umanità, che in questo lasso di tempo non è venuto al mondo un pensiero un po’ complicato che non si sia fatto edificio, che ogni idea popolare come pure ogni legge religiosa ha avuto i suoi monumenti; che il genere umano infine non ha pensato nulla d’importante senza scriverlo in pietra. E perché? Perché ogni pensiero, sia religioso, sia filosofico, è interessato a perpetuarsi, perché l’idea che ha mosso una generazione vuole muoverne altre, e lasciare traccia. […]

Nel quindicesimo secolo tutto cambia. […]

L’invenzione della stampa è il più grande evento della storia. È la rivoluzione madre. È la modalità d’espressione dell’umanità che si rinnova totalmente, è il pensiero umano che si spoglia di una forma per rivestirsi di un’altra, è la totale e definitiva muta di quel serpente simbolico che, a partire da Adamo, rappresenta l’intelligenza.

Sotto forma di stampa, il pensiero è più imperituro che mai; è volatile, inafferrabile, indistruttibile. Si confonde con l’aria. Al tempo dell’architettura, esso si faceva montagna e si impossessava potentemente di un secolo e di un luogo. Ora si fa stormo d’uccelli, si disperde ai quattro venti e, insieme, occupa tutti i punti dell’aria e dello spazio. […]

Da solido che era, si fa semprevivo. Passa dalla durata all’immortalità. Si può demolire un masso, ma come estirpare l’ubiquità? […]

Così, per riassumere quello che abbiamo detto fin qui in maniera necessariamente incompleta e monca, il genere umano ha due libri, due registri, due testamenti, l’arte muraria e la stampa, la bibbia di pietra e la bibbia di carta. Senza dubbio, quando si contemplano queste due bibbie così spalancate nei secoli, ci è concesso di rimpiangere la maestà visibile della scrittura di granito, quei giganteschi alfabeti formulati in colonne, pilastri, obelischi, quelle specie di montagne umane che ricoprono il mondo e il passato, dalla piramide alla torre campanaria, da Cheope a Strasburgo. Bisogna rileggere il passato su quelle pagine di marmo. Bisogna ammirare e risfogliare senza posa il libro scritto dall’architettura; ma non si può d’altro canto negare la grandezza dell’edificio eretto per parte sua dalla stampa.

Quest’edificio è colossale. […] quando si cerca di farsi col pensiero un’immagine totale dell’insieme dei prodotti della tipografia dalle origini ai nostri giorni, quest’insieme non ci appare forse come un’immensa costruzione, che ha per fondamenta il mondo intero, a cui l’umanità lavora senza posa, e la cui testa mostruosa si perde nelle brume profonde del futuro? È il formicaio delle intelligenze. È l’alveare al quale tutte le immaginazioni, come api dorate, vanno col loro miele. L’edificio a mille piani. Qua e là si vedono aprirsi sulle sue rampe le tenebrose caverne della scienza che si intersecano nelle sue viscere. Ovunque sulla sua superficie l’arte fa lussureggiare per la gioia degli occhi i suoi arabeschi, i suoi rosoni e le sue traforature. Lì, ogni opera individuale, per quanto capricciosa e isolata possa sembrare, ha il suo posto e il suo rilievo. L’armonia risulta dal tutto. […]

La stampa, questa gigantesca macchina, che pompa senza posa tutta la linfa intellettuale della società, vomita incessantemente nuovi materiali per la sua opera. L’intero genere umano sta sulle impalcature. Ogni spirito è muratore. […]

Certo, anche questa è una costruzione che cresce e si accumula in spirali senza fine; anche qui c’è confusione di lingue, attività incessante, lavoro infaticabile, concorso accanito dell’umanità intera, riparo promesso all’intelligenza contro un nuovo diluvio, contro l’invasione dei barbari. È la seconda torre di Babele del genere umano. (pos. 3031-3246)

Ezio Sinigaglia – Il pantarèi

Sinigaglia, Ezio (2019). Il pantarèi. Alberobello: TerraRossa Edizioni. ISBN: 9788894845075. Pagine 312. 14,00 €.

Anche questa lettura ha una storia, che parte da lontano.

Paolo Natale ha frequentato il mio stesso liceo. Di un paio d’anni più piccolo di me, e quindi due anni indietro. Uno dei piccoli, secondo le categorie impietose che si usavano allora (e forse si usano ancora). Per di più faceva lo scientifico, e io il classico. Però si faceva notare, perché era molto vivace, brillante, ironico (anzi sarcastico). Poi, nel 1971 ho fatto la maturità e ho seguito strade diverse. Però Paolo Natale ha assunto di recente una sua visibilità che me lo ha fatto incontrare di nuovo, anche se solo virtualmente: è un professore di scienze politiche a Milano, politologo e metodologo della ricerca sociale, esperto di elezioni e flussi elettorali. Scrive su Gli stati generali e io leggo sistematicamente i suoi interventi, sempre puntuali e stimolanti. Ricordo con piacere e con orgoglio di averlo incrociato da ragazzo.

Mi ha dunque stupito, poco più di un mese fa (il 5 febbraio 2019, per l’esattezza) leggere una sua recensione di un libro, entusiastica fin dal titolo: Un libro indimenticabile. Fidandomi del giudizio di Paolo Natale ed essendo un lettore vorace e compulsivo, mi sono affettato a ordinarlo (su carta: non c’è, per quanto ne so io, un’edizione digitale) e leggerlo. Sono forse un po’ meno entusiasta dell’inaspettato recensore, ma è un bel romanzo.

La tentazione di riprodurre qui per intero la recensione di Natale è forte, ma resisterò (almeno in parte). Chi è interessato se la vada a leggere al link che ho messo sopra. A me serve però riportarne almeno una parte, per mettere meglio in luce le sensazioni e le differenze che la lettura ha provocato in me. Allora, cominciamo da Natale (anche se oggi è il mercoledì delle ceneri: immagino che queste battute gliele facessero dai tempi dell’asilo, ma non so resistere).

Era il lontano 1985. Coltivavo tiepide velleità letterarie, a quei tempi, ipotizzando l’idea che il moribondo romanzo dovesse venir sostituito con racconti di una o due paginette, unica forma di scrittura adatta ai tempi brevi del secolo breve. Vedete?, dicevo, tutti i grandi romanzi sono già stati scritti, nella forma tradizionale ottocentesca e poi in quella più rivoluzionaria del Novecento, da Proust a Joyce, da Kafka a Musil. Che senso ha riproporne altri, che non raggiungeranno mai le vette di quei capolavori? Se qualcuno vuole leggersi un bel libro, vada a riprendersi quelli: non c’è che l’imbarazzo della scelta.
Un amico, sentendomi puntualizzare spesso queste mie apodittiche argomentazioni giovanili, si presentò un bel giorno con un romanzo fresco di stampa, uscito da una piccola casa editrice, di un suo vecchio compagno di scuola. […] Leggilo, mi disse, forse ti farà cambiare idea sulla morte del romanzo.
Iniziai, un po’ scettico per la verità. Ma quell’iniziale scetticismo durò esattamente una pagina e mezzo, dopo le quali mi resi conto di star leggendo un piccolo capolavoro. Il racconto intenso e ironico delle avventure del suo protagonista, Daniele Stern, nella Milano degli anni Ottanta, interagiva con i brevi ma azzeccati intermezzi saggistici, che descrivevano l’opera fondamentale dei più rilevanti scrittori del Novecento, protagonisti della destrutturazione del romanzo classico.

[…]

Ma il romanzo, oh, il romanzo era un piccolo gioiello, scritto da un trentenne che pareva avere la maturità di un cinquantenne, di un consumato scrittore che riesca ad indovinare tutte le parole giuste al momento giusto, con ritmi e cadenze degne di un consumato forgiatore dell’anima, come ciò che voleva diventare il Dedalus di Joyce.

[…]

E oggi, rileggendolo per la terza o quarta volta, in questa nuova ri-edizione, il piacere della lettura si rinnova a distanza di quasi 35 anni, immutato. Di cosa parla questo libro quasi-inedito? Parla di noi, parla della scrittura, parla dell’evoluzione del romanzo, parla della nostra storia, del nostro rapporto con la vita, con l’amore, con se stessi e con chi gravita intorno a noi, della società e dei tristi o gioiosi protagonisti della nostra vita quotidiana, delle cadute e delle risalite, del coinvolgimento e del distacco, dell’ironia con cui vivere la nostra esistenza, e delle nostre paure di essere all’altezza di noi stessi, senza arretramenti e ignavie.
Non si può raccontare, non è possibile farne un breve riassunto. Bisogna leggerlo, immergersi nelle sue parole, nel racconto di una settimana che cambia la vita del suo protagonista e della storia del romanzo, della sua rinascita, proprio quando tutto pareva in via di estinzione. Il Pantarei è il più bel libro scritto negli ultimi 40 anni in Italia, e leggerlo è obbligatorio.
In my opinion.

Vabbè, alla fine l’ho riportata quasi tutta. Sono d’accordo su quasi tutto, fuorché su alcuni punti.

Il primo è che, secondo me, “i brevi ma azzeccati intermezzi saggistici” sono tutt’altro che intermezzi. Non lo dico io. Lo dice l’autore nella prefazione alla nuova edizione:

Il progetto nacque con una sua sorprendente unità da una meravigliosa notte d’insonnia durante la quale, disteso nella camera in penombra accanto alla mia sposa addormentata, vidi due ascensori percorrere quasi simultaneamente, dal basso verso l’alto, le due trombe delle scale parallele di un palazzone di sette o otto piani che si ergeva al di là del piccolo giardino di casa nostra. Ciascuna delle due gabbie illuminate degli ascensori rischiarava via via il finestrone di vetro smerigliato di un pianerottolo e, mentre a sinistra si accendeva per esempio quello del quarto, del quinto, del sesto piano, a destra splendeva quello del terzo, del quarto, del quinto, in una sequenza ordinata della quale nessuno oltre a me poteva avere coscienza.

Uno spettacolo messo in scena per me soltanto, per illuminare la scaletta del mio romanzo, rivelandomi che le scalette, in realtà, erano due.

Così il mio progetto nacque già equipaggiato di uno schema pressoché completo e fornito di un titolo che riproduceva fedelmente la struttura binaria dell’insieme: I romanzi e i giorni.

I romanzi stavano sull’ascensore di sinistra, i giorni su quello di destra. I romanzi erano la scala saggistica, i giorni quella narrativa.

Semplicissimo, come sono quasi sempre i buoni progetti. (pp. 7-8)

Aggiungo io: i saggi non sono per niente banali e svolgono una funzione strutturale, come spiega lo stesso Sinigaglia. Inoltre, gli autori di cui si analizza l’opera (Proust, Joyce, Musil, Svevo, Kafka, Céline, Faulkner e Robbe-Grillet) influenzano il protagonista Daniele Stern sia in quello che è (e questo lo scrive anche Sinigaglia, sempre nella prefazione: “Se è vero che II pantarèi mette in scena nella sua metà narrativa la stessa storia raccontata nella metà saggistica, cioè la storia del romanzo del Novecento, è logico dedurne che Stern debba essere un personaggio emblematico, capace di incarnare un po’ Marcel e un po’ Dedalus, un po’ Ulrich e un po’ Bloom, un po’ Zeno e un po’ K. Personaggi certo assai diversi l’uno dall’altro, ma accomunati dalla loro natura di anti-eroi. Uomini senza qualità, per parafrasare Musil […] – p. 10), sia nella scrittura stessa della parte romanzesca, che mima via via lo stile degli autori citati, anche se non in una corrispondenza uno-a-uno tra capitolo del saggio e parte della vicenda narrata. Questo è a volte un punto di forza, ma altre un punto di debolezza, perché spesso, e soprattutto nella parte finale, la mimesi stilistica mi sembra prendere il sopravvento sulla storia, che a questo punto ci ha catturato. My humble opinion, va da sé. Chissà se qualcuno l’ha scritto anche a proposito dell’Ulysses…

Questo poi è il mio secondo punto, tutto sommato. Perché la mia impressione è che il romanzo inizi magnificamente (anch’io – come Natale – non riuscivo a metterlo giù, e per di più tormentavo la mia compagna infliggendoli brani più o meno lunghi letti ad alta voce), ma finisca in modo deludente. Desinit in piscem, come diceva Orazio.

Però, in conclusione, leggetelo e scopritelo, questo piccolo gioiello.

Mulholland Drive

Mulholland Drive (Mulholland Dr.), 2001, di David Lynch, con Naomi Watts, Laura Harring e Justin Theroux.

Naomi Watts in Mulholland Dr. (2001)
imdb.com

Visto quando uscì (a Parigi, ricordo) e rivisto pochi giorni fa.

La prima volta mi era sembrato molto più incomprensibile che in questa seconda visione. Ero uscito dalla sala affascinato dalle immagini, dalla maestria del regista, dalla bellezza delle scene e della musica, dalla bravura delle attrici (e soprattutto di Naomi Watts). Ma ero confuso: che cosa avevo visto? che storia mi avevano raccontato? Mi ero rifugiato in poche certezze impressionistiche: il rinvio a un film di culto (almeno per me: Eva contro Eva di Mankiewitz), il cinema sul cinema (troppi esempi e riferimenti per citarli tutti), Hollywood come bosco sacro, La tempesta di Shakespeare (“We are such stuff / As dreams are made on, and our little life / Is rounded with a sleep.”). Poco più. D’altra parte, come raccomanda lo stesso Lynch: Silencio!

C’era poi un fondo d’irritazione: la suspension of disbelief può tutto. Ci fa credere a Biancaneve e i sette nani, a Babbo natale e alla Befana, all’intero pantheon delle divinità, alla “favola bella / che ieri / t’illuse, che oggi m’illude”. E può tanto più, quanto più si mettono al suo servizio le tecnologie (in senso lato): la voce ipnotizzante di Omero che racconta la guerra di Troia, la scrittura romanzesca, il cinema (lo specifico filmico di Pudovkin). E adesso la realtà virtuale. Epperò – mi dicevo e mi dico ancora – al di là di un certo limite non vale. Il narratore, lo scrittore, il regista si prende gioco di noi. Non è facile stabilire la linea di confine, eppure c’è. Per il romanzo poliziesco ce n’è più d’una (ne ho parlato in questo blog, in un post chiamato proprio Regole del buon romanzo poliziesco)

In quasi vent’anni, a me e al mendo sono successe tante cose.

Sergio Rizzo – 02.02.2020. La notte che uscimmo dall’euro

Rizzo, Sergio (2018). 02.02.2020. La notte che uscimmo dall’euro. Milano: Feltrinelli. 2018. ISBN: 9788858824382. Pagine 92. 9,99 €.

02.02.2020. La notte che uscimmo dall'euro di [Rizzo, Sergio]

Poco da dire. Un instant pamphlet in forma di romanzo. Non penso ne resterà molto tra qualche mese o qualche anno: le cose potrebbero andare meglio o peggio di così, ma è difficile che vadano esattamente così. C’è da sperare che i posteri non lo annoverino tra i testi profetici.

***

Ce n’è per tutti. Anche per l’Istat:

Dopo la diffusione delle statistiche sulla povertà e la disoccupazione dilaganti , il presidente dell’Istat venne sostituito con un commissario che aveva l’ordine di sottoporre preventivamente al governo i dati prima della loro diffusione , per evitare problemi di ordine pubblico .

Rizzo, Sergio. 02.02.2020. La notte che uscimmo dall’euro (Italian Edition) (posizioni nel Kindle 1221-1223). Feltrinelli Editore. Edizione del Kindle.

Chiedo scusa in anticipo. Questa è una prova

Chiedo scusa in anticipo. Questa è una prova.

Emerson, Lake & Palmer – Milano, 4 maggio 1973

In memoriam.
Con qualche correzione fattuale.
Il gruppo di sostegno non era la PFM, che quella sera suonava da qualche altra parte: secondo il loro sito, la sera del 3 maggio a Verona (erano comunque in tournée con Sinfield e Collins). Chiunque fossero i supporters, che ci sia stato un lancio di cose verso il palco non lo ricordo. Ma certo erano anni irrequieti.
Il concerto cominciò con enorme ritardo. All’epoca i ritardi erano all’ordine del giorno, e nessuno ti diceva niente, e se te lo diceva non si sentiva o non si capiva e giravano solo voci. A un certo punto girò quella che il concerto sarebbe saltato. Che stesse male dei tre sinceramente non lo so.
Si passeggiava su e giù nel catino, con un gran caldo. Ma poi ci fu forse un temporale estivo? Io non me lo ricordo, e nemmeno WolframAlpha!

Sbagliando s'impera

Era molto tempo che non li ascoltavo. Eppure ci fu un periodo, neppure brevissimo, in cui sembrava che Emerson, Lake & Palmer fossero l’epitome del progressive. Quanto meno, a giudizio della maggioranza e (soprattutto, per quanto mi riguarda) dei conduttori di Per voi giovani, che accompagnavano da anni i miei pomeriggi di studio («Ma come fai con la radio accesa?» era una domanda ricorrente, ma anche a distanza di decenni mi sembra che la cosa funzionasse egregiamente).

wikimedia.org/wikipedia

All’epoca (inizio 1973) penso fossero il napoletano Raffaele Cascone (il «Raffaele è contento / non ha fatto il soldato / ma ha girato e conosce la gente / […] /Raffaele è contento / non si è mai laureato / ma ha studiato e guarisce la gente / e mi dice: stai attento / che ti fanno fuori dal gioco /se non hai niente da offrire al mercato» della canzone Venderò cantata da Edoardo Bennato ma…

View original post 328 altre parole

Miles Davis va alla Casa bianca

Nancy Reagan. Ci piace ricordarla così.

Sbagliando s'impera

Miles Davis – uno dei più grandi musicisti di tutti i tempi, non soltanto nel jazz – era un uomo di poche parole. La sua voce, che si sente in qualche registrazione in studio, era bassa e rugginosa, probabilmente proprio perché usata raramente. Ma quando parlava, ero spesso abrasivo, ben cosciente dei torti subiti dai neri.

Una sera del 1987, fu invitato a una cena da Ronald Reagan. A un certo punto, Nancy, la first lady, gli si rivolse, evidentemente ignara di chi fosse quel tizio seduto a tavola con lei, e gli chiese garrula che cosa avesse fatto nella vita per meritare un invito a cena alla Casa bianca.

«Be’ – rispose Miles Davis con perfetto aplomb – ho cambiato il corso della musica 5 o 6 volte. E lei, oltre a scopare con il presidente?»

Miles Davis nel 1985 wikipedia.org

Grazie al Guardian via boingboing. Le vie del web non…

View original post 6 altre parole

Pubblicato su Uncategorized. 1 Comment »