No Pussyfooting live

28 maggio 1979 (30 anni fa) all’Olympia di Parigi.

Even Spaces

Swastika Girls

Miracles of Life

Ballard, James G. (2008). Miracles of Life. London: Harper Perennial. 2008.

Sorge spontaneo il confronto tra questa autobiografia di Ballard e quella di Anna Negri. Confronto semplicissimo e semplicissima spiegazione: quella di Ballard è una degna autobiografia e quella di Anna Negri è un documento interessante, perché Ballard è un (grande) scrittore e Anna Negri no.

Per di più, Anna Negri ci dà la sensazione di avere subito la “storia” che le è passata sulla testa e l’ha travolta come un treno, Ballard quella di avere scelto, nel limite entro cui scegliere ci è consentito.

Ho troppo amato Ballard (anche se negli ultimi anni ha sempre riscritto, con alterna fortuna, lo stesso romanzo) per poter essere oggettivo. Per me Ballard ha il dono di poter scrivere di tutto (anche l’elenco del telefono o la lista della spesa, come si suol dire) con fredda, implacabile esattezza. Naturalmente, per goderlo appieno, bisogna leggerlo in originale. E allora faccio parlare lui.

Peace, I realised, was more threatening because the rules that sustained war, however evil, were suspended. [p. 107]

The forerunners of Star Trek, they described an American imperium colonising the entire universe, which they turned in a cheerful, optimistic hell, a 1950s American suburb paved with good intentions and populated by Avon ladies in spacesuit. Eerily, this may prove to be an accurate prophecy. [p. 165]

Science fiction is now the only place where the future survives, just as television costume dramas are the only place where the past survives. [p. 194]

The nuclear family, dominated by an overworked mother, is in many ways deeply unnatural, as is marriage itself, part of the huge price we pay to control the male sex. [p. 228]

Parole sante e ben scritte, vecchio Jim. Mi mancherai.

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A un cerbiatto somiglia il mio amore

Grossman, David (2008). A un cerbiatto somiglia il mio amore. Milano: Mondadori. 2008.

Forse basterebbe una parola per questa recensione: leggetelo.

È un romanzo molto complesso che si presta, come si suol dire, a molte letture. Per me è soprattutto la storia di una generazione che si è presentata alla vita piena di speranze, anzi di certezze, sul futuro, su un progresso che ci rendesse passo dopo passo più umani e più ricchi, che pensava di avere capito gli errori dei propri genitori e non li avrebbe ripetuti. Che pensava che ognuno avesse il diritto e il dovere di trovare una strada da solo, senza ripercorrere i sentieri degli altri e senza scorciatoie. E che adesso si trova, con altri 25 anni da vivere, se la demografia non ci inganna, senza più speranze. Certo, nel libro c’è molto di più, c’è soprattutto la situazione della Palestina e di Israele (un’altra storia parallela, di uno Stato costruito sulla speranza e andato a male…), c’è la tragedia presentita che ha colpito Grossman. Ma per me è questo: la fine delle belle speranze. Questa la corda che ha risuonato in me (me ne ha consigliato la lettura mia madre, ben più grande di me, e mi chiedo quali corde abbiano risuonato in lei, ma penso di saperlo: in un modo diverso, anche la sua generazione ha lottato – e tanti suoi coetanei sono morti – per un’Italia e un mondo diversi da questo).

A noi, a differenza della generazione che ci ha preceduti e di quelli che ci hanno seguiti, resta una piccola certezza: non ci sono ricette, né per la felicità né per l’infelicità. Esistono soltanto i singoli, meravigliosi, dolorosi, rapporti (bilaterali!) con gli altri. Ognuno una storia a sé. Per fortuna e per dannazione.

L’ho letto in un periodo duro, di fatica e d’insonnia, e mi sono trovato spesso a dover interrompere la lettura con un nodo alla gola, gonfio d’emozione e con le lacrime agli occhi (io, che sono una bestia, il prototipo del sopravvissuto…).

Non è il romanzo perfetto, naturalmente. Dopo le prime 96 folgoranti pagine, il filo ci mette parecchio a ritrovarsi. La verità, la storia non possono che venire a galla lentamente, ma il lettore si perde e un po’ si scoraggia per altre 100-120 pagine. Forse un editor avrebbe aiutato. Ma sono piccolezze. La forza scorre potente nell’inchiostro di Grossman.

Ma basta così. Facciamo parlare lui. Qualche assaggio.

La pienezza della vita, diceva l’Ilan di un tempo arrossendo di gratitudine, con uno stupore timido e schivo che faceva nascere in Orah un’ondata di amore per lui. Le pareva sempre meravigliato di aver ottenuto un simile privilegio, la pienezza della vita […] [p. 120]

Il concetto di famiglia è alta matematica per me, […] ci sono troppe incognite, troppe parentesi, troppe moltiplicazioni ed elevamenti a potenza. [p. 232]

Stavano davanti al piano di lavoro, al lavello. Non si toccavano, guardavano la parete, le loro tempie pulsavano all’unisono. [p. 321]

Probabilmente per via della vecchiaia, si disse (da un po’ di tempo provava la strana ansia di proclamarsi vecchia, come se non avesse la pazienza di aspettare il sollievo della dichiarazione ufficiale di fallimento). È così che funziona: gli esseri umani si separano da se stessi ancor prima che lo facciano gli altri, addolcendo il colpo che, in ogni caso, subiranno di lì a poco. [p. 343]

[…] a volte una cattiva notizia non è che una buona notizia che è stata fraintesa […] [p. 401]

E a quel punto aveva compreso, per una frazione di secondo, non di più (che però le sarebbe bastata per tutta la vita), come ci si sente quando non si vede la linea ma soltanto i punti che la compongono, il buio sotto gli occhi chiusi, il baratro tra un istante e quello successivo. […] Ecco, era così che si cadeva fra un passo e l’altro. era quello il suono prodotto dalla disgregazione. Era così che il suo Adam guardava a occhi aperti, e forse vedeva, ciò che gli era proibito: il modo in cui avrebbe potuto disintegrarsi nel nulla. Tornare alla polvere da cui era venuto. Com’era debole quella cosa che compattava tutto. [pp. 553-554]

[a proposito della gelosia …] sentiva un cerchio di gelo serrarle le viscere [p. 576]

Ho letto le ultime pagine ascoltando la Sonata in si minore di Liszt di Richter, che propongo anche a voi, perché mi sembra racconti in un modo diverso la stessa ansia di vivere, costi quel che costi.

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Gariga

No, non è il grido di battaglia degli ascari eritrei.

E infatti si dice garìga, con l’accento sulla “i”.

È il “tipo di vegetazione tipica dei terreni aridi delle zone mediterranee, composta specialmente da bassi arbusti sempreverdi, come rosmarino, timo, palme nane eccetera, e da prati aridi.” [De Mauro online]

La parola ha origine provenzale (occitanica, dicono i dotti): garriga, equivalente al proto-francese jarrie. Secondo alcuni è anche imparentata con il guascone carroc e con lo svizzero-tedesco Karren, che significano entrambi “roccia”. di conseguenza si ipotizza l’esistenza di una radice carra, pre-latina o addirittura pre-indoeuropea, data la sua diffusione (c’è una radice basca,  *karr-, harri, sempre con il significato di “roccia”). La parola è anche imparentata con il latino quercus (quercia) – nella gariga è spesso presente un tipo di quercia, la Quercus coccifera – e rimanda a un’altra radice pre-indoeuropea, kar (duro), in cui si riconosce l’origine del nostro corno e dell’inglese hard.

pwet.fr

pwet.fr

L’estensione della gariga è un sintomo di desertificazione (è una degradazione della macchia e prelude alla steppa) ed è molto diffusa nell’area mediterranea, con vari nomi (tomillar o tomillares in Spagna, garrigue in Francia, mato in Portogallo, phrygana in Grecia e nei Balcani, batha in Palestina). Un’associazione fitoclimatica affine è il chaparral del Sud-ovest degli Stati Uniti, visto in un milione di film western.

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Li turche so’ sbarcati a la marina

Dalla musica composta da Eugenio Bennato come colonna sonora dello sceneggiato televisivo L’eredità della priora, tratto dall’omonimo romanzo di Carlo Alianello, andato in onda sulla RAI nel 1980.

All’arme all’arme la campana sona
li Turche so’ sbarcati a la marina
chi tene ‘e scarpe vecchie se l’assòla
c’avimm’a fare nu lungo cammino

Quant’è lungo stu cammino disperato
e sta storia se ripete ciento volte
nuie fuimmo tutte quante assai luntano
quanno sona la campana

All’arme all’arme la campana sona
li Turche so’ sbarcati a la marina
chi tiene o grano lo porta a la mola
comme ce vene janca la farina

Ma nun bastano farina festa e forca
pe sta gente ca n’ha mai vuttàto e mane
o padrone vene sempe da luntano
quanno sona la campana

E po’ vene o re Normanno ca ce fa danno
E po’ vene l’Angiuino ca ce arruvina
E po’ vene l’Aragunese, ih che surpresa
e po’ vene o re Spagnolo ch’è mariuolo
E po’ vene o re Burbone can un va buono
E po’ vene o Piemontese ca ce vo’ bene
Ca pussa essere cecato chi nun ce crede
Ca pussa murire acciso chi nun ce crede.

Me l’ha fatta tornare in mente, per un cortocircuito sinaptico della più bell’acqua, questo articolo pubblicato sulle pagine romane di La Repubblica del 17 maggio 2009.

Nostra Signora dei Turchi

Ormai ci si ritrova di fronte a una gran bella scelta: crederci che «l’ Italia non è multietnica» e, allora, lasciar perdere. Oppure raccontarla la Roma degli Anatolici: la Roma di Enea, Cibele, Artemide & C. che Virgilio, Ovidio, Giuliano l’ Apostata & C. ci hanno tramandato. Figurarsi a scuola, i professori. Diventerà imbarazzante quel III libro dell’ Eneide? Lì Apollo appare in sogno al profugo troiano Enea che, disperato, cerca una nuova patria per spiegargli dove ricominciare le loro vite: «Vi è un luogo, i Greci lo chiamano Esperia, antica terra, potente d’ armi e di feconde zolle». E Anchise, al racconto del figlio, si ricorda di Cassandra: «Ora la rammento prevedere tali destini alla nostra stirpe,e spesso invocare l’ Esperia e i regni italici». Respingi in mare Enea e ti svapora Roma e l’ intera sua storia. E figurarsi nei nostri musei – che, dove vai vai, comunque una Cibele o un’ Artemide, primao poi, le incontri- gli archeologie le guide cosa dovrebbero dirci di queste dee che mezza Roma adorava? Che sono roba nostra? Divinità autoctone? Non è così: l’ abbiamo pregata a lungo, Cibele, ma è ci arrivata da fuori: bella, santa, turca e già famosa da secoli. La si riconosce subito: ha una corona di torri sulla testa (proprio come ancor oggi l’ immagine tradizionale dell’ Italia turrita), un trono, un’ aria severa. Talvolta con lei ci sono uno o due leoni. Una simbologia la sua che, in parte, già appartiene alla Dea Madre di Chatal Hoyuk (VI millennio a.C.) e che riassume il suo mito che, nel I millennio a.C., la lega stretta stretta ad Attis, il giovinetto che muore e risorge grazie a lei. L’ abbiamo voluta noi, quella pietra nera che la evocava, facendola immigrare da Pessinunte, nel 204 a.C. Certo, allora c’ era anche da tenersi buono il padrone del suo tempio, Attalo di Pergamo, utile come alleato contro Annibale. E si pensava anche che – potente com’ era, Cibele – riuscisse a entusiasmare l’ esercito dai brutti colpi subiti. Funzionò a perfezione, la dea: Scipione vinse Cartagine e divenne l’ Africano; il Mediterraneo Occidentale divenne romano: Mare Nostrum. Fu così che nel 191 a.C ebbe l’ onore di un suo tempio al Palatino. Ovidio racconta, nel IV dei suoi «Fasti», come andò il suo arrivo: «Quando Enea trasferì Troia in terra d’ Italia, la dea fu tentata dall’ idea di seguire la nave che trasportavai sacri tesori, ma poi capì che il destino non l’ aveva ancora chiamata a trasferire nel Lazio la sua presenza divina». Rimase a casa sua Cibele, fin quando, alla fine di quel III secolo a.C., i sacerdoti di Roma, consultando i libri sacri per capire come mai le cose andassero così male, ebbero un responso chiarissimo: «Manca la madre. Vi ordino Romani di cercare la madre. Quando verrà, essa dovrà essere accolta da una mano pure». Trattarono con Attalo: ma solo un terremoto e un messaggio perentorio della dea lo convinsero a lasciar partire Cibele. Ovidio mette in bocca al re di Pergano, la città delle prime pergamene, queste parole rivolte alla dea: «Vai pure, resterai ugualmente nostra: Roma discende da progenitori Frigi». E Roma l’ amò davvero questa Nostra Signora dei Turchi, Madre Santa dei Padri di Roma: al tempio sul Palatino, ne seguì un altro all’ Aventino, un altro ancora in Vaticano del II o III secolo. La sua statua finì al centro del Circo Massimo, con le divinità più sacre. Dal 15 al 27 marzo era festa grande per lei, con timpani, urla e sonagli di bronzo: una processione, lavacri, offerte, sacerdoti vistosi, spesso castrati, ma anche veglie, il taglio dell’ albero sacro, e giochi al Circo. Ovidio si toglie lo sfizio di fare una domanda anche sui sacerdoti eunuchi: «Che origine ha la frenesia per cui si tagliano il membro?» Ed è una musa a spiegargli che si tratta di una citazione del peccato carnale commesso da Attis che, pur avendo promesso alla dea di restar per sempre fanciullo, s’ era poi invaghito di una ninfa e per punirsi decise che doveva «morire quella parte del corpo che mi ha rovinato». Un voto di castità, il suo, che mezzo Mediterraneo conobbe, con cento variazioni. Se si va a Ostia Antica – e s’ imbocca il decumano fino al Foro per prender poi a sinistra, percorrendo il cardo massimo fino alla fine del parco archeologico – si arriva al Campus Magnae Matris: zona sua. Era proprio lei, Cibele, infatti, che veniva considerata la Madre degli Dei. Di tutti gli dei: Demetra, Hera, Ade, Poseidone, persino Zeus, tutti figli suoi, secondo gli Antichi. Non che in quel grande spazio poco distante dal Tevere ci sia rimasto granché: un podio e, in asse, una cappella per Attis. Là dentro vennero trovate 19 statue, finite in gran parte in Vaticano, in minima parte al Museo di Ostia. Anche delle copie fatte per sostituire la roba che c’ era è rimasto poco: la statua di Attis adagiato, due Telamoni mostruosi con gambe di capro e pelle di leone, che sorvegliano l’ ingresso, l’ alberello sacro che faceva parte della liturgia e che, ormai, si sta sfaldando. Nel museo nella stessa sala di Mithra e Serapide – due bassorilievi ce ne fanno conoscere i riti e un sacerdote. E un suo fedele si è fatto rappresentare sul sarcofago che è lì: al polso, sul suo bracciale, l’ immagine santissima della dea. Tra II e III secolo Tertulliano – nell’ ora delle polemiche tra Cristiani e Gentili – si accanì proprio su Cibele divertendosi a raccontare che, ormai morto a Sirmione Marco Aurelio, il gran sacerdote della dea a Roma, ancora all’ oscuro di tutto, «indiceva pubbliche preghiere per la salute di Marco, già morto da una settimana».E sarcastico: «O lenti corrieri, o tardivi messaggi! Fu colpa vostra se Cibele non conobbe in tempo la morte dell’ imperatore, perché i Cristiani non avessero a ridere di una simile dea!». Bisognerà arrivare all’ Imperatore Giuliano – cresciuto cristiano, ma poi restauratore degli antichi culti – per tornare a parole rispettose verso l’ antica Madre degli Dei. Lui – mezzo secolo circa dopo la cristianizzazione dell’ impero voluta da Costantino- le dedica una vibrante omelia. In quel suo solenne atto di fede racconta non solo dell’ arrivo miracolistico della Dea Anatolica qui da noi via mare (con la sua nave che s’ incaglia e con una vergine che miracolo! – riesce a trascinarla via con la sua cinta, dimostrando così di esser davvero vergine, cosa di cui molti sospettavano) ma si sforza di spiegare il senso di questa divinità e del suo amatissimo Attis, mortoe risorto. Convinto com’ era che non si potevano affidare i giovani a insegnanti cristiani che – snobbando gli antichi miti non erano in grado di spiegare gli antichi testi da studiare, Giuliano con un editto del 17 giugno 362 interdì loro la docenza. Morì giovane, l’ Apostata Giuliano, l’ anno dopo. «Un segno di Dio» spiegò la Chiesa degli Inizi che – tra pogrom, persecuzioni, discriminazioni – aveva vissuto le sue restaurazioni come una terribile sorpresa. «Un segno degli Dei» dissero, però, anche i pagani, che mai compresero le profondità di questo imperatore che fu anche un grande scrittore mistico: convinto, sincero, in buona fede. Il Cristianesimo tornò religione di stato. Tempo altri 30 anni e l’ imperatore Teodosio metterà fuori legge i culti degli Antichi. Sopravviveranno nei villaggi – nei «pagi» – riserve dimenticate del «paganesimo»: il nostro Sud, con i suoi flagellanti e il taglio rituale dell’ albero sacro, ne conserva antiche memorie. Non fu l’ unica Cibele ad arrivare dall’ Anatolia per conquistare il cuore dei Romani. L’ altra, Artemide di Efeso si chiama: più anatolica di così. Ora si mostra ai Capitolini con quel suo viso scuro e il busto sorprendente che l’ ha fatta passare per secoli come una superdotata, zeppa di seni, fin quando, qualche anno fa, uno studioso svizzero non dimostrò che quelle escrescenze toraciche erano collane di testicoli di toro appena sacrificati alla dea. Sacrilego far sparire con una boutade il sangue misto che ci ha creato. Ci fu un momento terribile in cui, però, ci si riuscì: ai professori d’ Italia venne comunicato da «Razza e Civiltà» (nel suo numero di maggio-luglio 1941) un diktat di Mussolini: era venuto il momento di smetterla di ragionare e indagare sulla multietnicità delle nostre origini, e che in Italia si è tutti di «razza ario-romana». Molti, moltissimi ubbidirono. – SERGIO FRAU

The Sentinel

Clarke, Arthur C. (1983). The Sentinel. London: HarperCollins. 2000.

Una celebre raccolta di racconti di Arthur C. Clarke, in cui compare il racconto (The Sentinel, appunto) che ispirò o meglio fu il punto di partenza di 2001 Odissea nello spazio.

Lo stesso Clarke distingue tra 2 tipi di fantascienza, o meglio tra fantascienza e fantasy:

“[…] I recognize the distinction between the genres. Critics have been trying for decades to define both categories, without much success. Here is my working definition: Fantasy is something that couldn’t happen in the real world (though often you wish it would); Science Fiction is something that really could happen (though often you’d be sorry if it did).” [pp. 312-313]

Acuto, e meravigliosamente scritto, come sempre. Ma a me pare che la differenza fondamentale sia un’altra. Forse sto cercando di introdurre una distinzione diversa, che per me però è più fondamentale. Per me ci sono 2 tipi di storie di fantascienza: quelle in cui l’ambientazione “fantascientifica” (nel futuro e/o in un altro pianeta o universo) serve a esplorare un’idea e svilupparla nelle sue conseguenze e implicazioni, spesso utopiche e più spesso distopiche; e quelle attente soprattutto all’evoluzione delle tecnologie.

Ho cominciato a leggere fantascienza, o meglio a farne indigestione, negli anni della mia pubertà e adolescenza (in realtà avevo cominciato prima, divorando tutto lo Jules Verne che ho potuto). Stiamo parlando di Urania, in cui trovavi rare perle in un mare di letteratura di serie B o C. All’inizio, sospetto, lo leggevo soprattutto per esorcizzare le mie paure e quindi, con un misto di attrazione e terrore, prediligevo le storie catastrofiche: epidemie devastanti, invasioni di alieni infidi. Ma piano piano – dopo una vasta esplorazione dei classici del genere, tra cui Clarke e Asimov, quello della Fondazione e quello dei Robot – ho cominciato a prediligere quei romanzi di fantascienza in cui l’elemento tecnologico-scientifico e la sua verosimiglianza passavano in secondo piano e quello utopico-distopico, il racconto e l’analisi del “radicalmente diverso”, avevano il sopravvento. Lo slogan no-global “Un altro mondo è possibile” (d’altro canto, la famosa antologia di fantascienza curata da Fruttero e Lucentini per Einaudi s’intitolava Le meraviglie del possibile) era perfetto per le mie letture. Anche perché accompagnava – molto profondamente – le mie esplorazioni e le mie radicate convinzioni sulla necessità di superare il capitalismo: se il capitalismo e il mercato non sono stati il modo di produzione prevalente in passato (e me lo dicevano storici economici come Karl Polanyi), non lo sono in altre società umane (e me lo dicevano gli etnologi e gli antropologi come Margaret Mead e Claude Lévi-Strauss) e non lo sono su altri mondi (me lo dicevano gli autori di fantascienza più amati: dal Robert Heinlein di Stranger in a Strange Land al Philip Jose Farmer di Riverworld, da Philip K. Dick alla grandissima Ursula K. LeGuin), allora il nostro modi vivere e produrre, i nostri stessi valori e disvalori, il nostro mondo, non sono eterni, non sono dati una volta per tutte. Ma ho divagato troppo, e sono anche andato troppo avanti nel tempo: in realtà non ho mai smesso di leggere fantascienza.

Naturalmente ho letto anche Clarke, ma soprattutto il Clarke dei romanzi (ho sempre avuto problemi con i racconti, un genere che non amo moltissimo). Penso che se si può parlare di “classicismo” in tema di fantascienza, Clarke ne sia il rappresentante più tipico.

Questa raccolta di racconti non fa eccezione. Clarke sembra preoccupato prima di tutto della verosimiglianza delle tecnologie e dei mondi che narra. Per questo, tra l’altro, la maggior parte delle sue storie accadono nel nostro sistema solare (Clarke non sfrutta i trucchetti dei suoi colleghi per aggirare il limite rappresentato dalla velocità della luce). La necessità di spiegarci per filo e per segno le tecnologie utilizzate, le basi scientifiche dei fenomeni raccontati, gli ambienti planetari e quello che succede a bordo delle navi nuoce un po’ alla narrazione. Ma 2 aspetti comunque lo raccomandano. Il primo è che spesso, anche se non sempre, vale la pena di aspettare che il racconto si dispieghi per restare stupiti davanti alla “sorpresa della bellezza” che Clarke è capace di farci provare. Il secondo è che Clarke ci restituisce, con un po’ di nostalgia, il sapore di un’epoca in cui la fede nel progresso era pervasiva, il progresso era largamente identificato con il progresso tecnologico, e quest’ultimo con la conquista dello spazio. Childhood’s End (per citare un altro titolo clarkiano) per me è arrivata nel 1969, con il primo uomo sulla luna e l’esplosione dell’interesse per la politica.

Siete stati pazienti a seguire fin qui le mie elucubrazioni. Vi siete meritati in premio 2 citazioni. La prima dà un’idea della “saggezza” un po’ oracolare di Clarke, e della sua consapevolezza di essere uno scrittore a tutto tondo, e non di genere:

There were some thing that only time could cure. Evil men could be destroyed, but nothing could be done about good men who were deluded. [p. 97 – forse dovrei farmene un poster da appendere in ufficio]

Il secondo è uno dei tanti esempi della “preveggenza” della fantascienza. Clarke sembra avere ipotizzato l’intelligenza connettiva e collettiva del web 2.0 nel marzo del 1945 (quando scrisse il racconto da cui la citazione è tratta). D’altra parte, in un altro celebre racconto, scritto quasi 20 anni dopo (Dial F for Frankenstein), Clarke ipotizza che la rete telefonica sviluppi una propria intelligenza.

Long ago, Alarkane had written a book trying to prove that eventually all intelligent races would sacrifice individual consciousness and that one day only group-minds would remain in the Universe. [p. 44]

Arthur C. Clarke era nato il 16 dicembre 1917 ed è morto, ultranovantenne, il 19 marzo 2008. In occasione del suo 90° compleanno registrò il messaggio che segue (se avete difficoltà a seguire, qui trovate la trascrizione del messaggio):

Clarke va anche ricordato, con un sorriso, per una battuta autoironica sulla sua presunta omosessualità. A un giornalista che gli chiedeva se fosse gay, rispose: “No, merely mildly cheerful.”

E anche per uno dei racconti di fantascienza più brevi di tutti i tempi (pubblicato su Wired)

God said, ‘Cancel Program GENESIS.’ The universe ceased to exist.

Buon compleanno, Brian Eno

Baby’s On Fire, in una rara versione live (con Robert Fripp).