Roberto Cotroneo – Niente di personale

Cotroneo, Roberto (2018). Niente di personale. Milano: La nave di Teseo. ISBN: 9788893443043. Pagine 376. 16,15 €.

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La tentazione di chiamarlo un libro di memorie (un memoir, cioè “a historical account or biography written from personal knowledge”, secondo la definizione dell’Oxford English Dictionary), anche se non un’autobiografia, è forte. Lo stesso risvolto di copertina gioca sull’ambiguità:

Uno scrittore che ha lavorato a lungo nel mondo dei giornali e della cultura si accorge d’un tratto, come per una strana epifania, di essere stato negli ultimi trent’anni il testimone di un tempo ormai perduto. Perché è scomparso il mondo di Moravia e Calvino, di Fellini e Sciascia? E il grande giornalismo, e l’anima delle case editrici? Decide quindi di ricostruire il motivo per cui tutto questo è accaduto. Attraverso una scrittura densa e il confronto con personaggi un tempo importanti e oggi quasi ai margini del mondo culturale prova a raccontare la fine di un’epoca. Tutto avviene in una Roma rarefatta e logora, che assiste indifferente al mutare delle cose. Così un universo sfuggente eppure nitido torna a vivere negli occhi e nel ricordo del protagonista […]

L’altro risvolto ci ricorda che Roberto Cotroneo, tra “i protagonisti della vita culturale italiana di questi trent’anni è stato per oltre un decennio a capo delle pagine culturali dell’Espresso.”

Fin qui tutto bene, direte: memorie. Senonché sulla copertina c’è scrittoi chiaramente: Romanzo. E l’autore, in una nota iniziale, ci tiene a precisare:

Per quanto sia sempre difficile nei romanzi storici distinguere la realtà dalle invenzioni è del tutto evidente che i personaggi raccontati in questo libro non esistono, e qualsiasi riferimento a eventi e a storie reali è del tutto casuale.

Una foglia di fico, e anche piccola e diafana, se è per quello. Alcuni dei personaggi e degli eventi sono fin troppo riconoscibili, anche quando nomi e luoghi sono cambiati (ma non è sempre così). D’altro canto: “Si dice che il luogo migliore dove nascondere una foglia sia un bosco.” (p. 375)

Eppure sono d’accordo con l’autore: è un romanzo. Un bel romanzo. E questa sua ambizione emerge con più forza nei capitoli finali. In uno c’è un particolare rivelatore, in un dialogo con il lettore che si svolge nella stazione Sèvres-Babylone della metropolitana di Parigi, “dove nel 1983 ho incrociato Julio Cortázar.” (p. 364)

Ecco, questo riferimento a Cortázar mi sembra rivelatore, e utile a comprendere questo romanzo. Perché forse questo libro non è un labirinto (anche se il riferimento ai labirinti nel romanzo non manca, insieme a quelli all’amico e nume tutelare di Cotroneo Umberto Eco), ma un “gioco del mondo”. E come nella celebre opera di Cortázar (che ho recensito qui) i possibili percorsi di lettura sono molteplici. Solo che Cotroneo, invece di creare una rete ipertestuale di rimandi, di fornirti una mappa dei percorsi possibili, ne costruisce uno lui stesso, opponendo alla sequenza lineare delle pagine (per me resa più esplicita dall’aver letto il libro su carta, e non come e-book) la sfacciata libertà di presentare gli incontri, gli episodi, le testimonianze, le case e le strade in un ordine che non è né cronologico né tematico .

Il tema è quello della perdita: della bellezza, della cultura, dell’identità. Leggo, annuisco, sorrido, mi acciglio: eppure io, che pure ho quasi dieci anni più di lui e che partecipo di alcune delle sue esperienze (le radici campagnole, il primo boom economico, il trasferimento a Roma), non riesco a condividere il rimpianto. Forse sono piuù stoico di lui, o sono caduto da una minor altezza: ma vivo in questo tempo e mi va bene così, senza il bisogno di voltarmi indietro.

Lo stile è molto rapsodico, paratattico (ci sono molte virgole dove io avrei messo il punto), incalzante, apparentemente scritto di getto anche se suppongo studiatissimo. Pieno di aggettivi. Evidentemente Cotroneo non fa propria la lezione di Piero Ottone che – anche questo è citato nel romanzo – diceva ai suoi giornalisti di chiamarlo al telefono prima di inserire un aggettivo (il riferimento è a un articolo di Ottone pubblicato su la Repubblica il 16 aprile 2008, in cui si racconta di un direttore di quotidiano – lo stesso Ottone, suppongo – che istruiva i principianti così: «ogni frase comincia col soggetto, poi viene il predicato verbale, poi vengono i complementi. E se lei vuole inserire un aggettivo, passi prima nel mio ufficio e mi chieda il permesso»). Ma sia altrettanto chiaro che un romanzo non è un articolo di giornale e che la prosa di Cotroneo è quasi sempre bella ed efficace, raramente stucchevole.

Qualche citazione:

Ma più il mondo si fa veloce e illeggibile e più si cade nelle ossessioni. Se il buon Dio si fosse nascosto in tutti i particolari su cui ci concentriamo avremmo teofanie continue, smisurate e incontrollabili. [61]

Il centro di Roma è un concetto inafferrabile, perché non esiste. Esistono rivelazioni, epifanie, discrasie, imperfezioni, incertezze. pensieri abbandonati […] [109]

[…] ma salire sulle spalle dei giganti serve davvero a poco, se sei miope e non riesci a vedere nulla. [129]

Ho un’amica che insegna ad Harvard. È italiana ma vive lì da sempre. Non sono cervelli in fuga. È solo gente che va e viene, viaggia, si muove. Cose normali. [289]

“Il cinema è la vita senza le parti noiose.” Un’altra di quelle frasi che colpiscono, sarebbe di Alfred Hitchcock ma ormai è di tutti. Cambiare l’ordine dei fattori non è difficile, ed è una pratica diffusa. Ma il risultato in questo caso cambia: la vita è cinema. E le parti noiose non sono più sopportabili. [337]

E poi il vertiginoso esercizio di stile sulle frasi fatte (forse abusato, ma sempre efficace):

Sono il sentire, l’emozione, la passione, l’intensità, la felicità, il vicino e lontano, il centro delle cose e la periferia, lo sguardo verso, l’indicibile, la sofferenza, l’amore, l’attesa, la scrittura, il tempo (nelle variante del tempo lento, del darsi tempo), la distanza, la visione, la trama dell’essere, il destino (i destini, al plurale quando tendono a incrociarsi), il respiro (ritrovarlo quel respiro, ma anche il respiro del tempo), la prospettiva (che è sempre un’altra, che è alle volte capovolta), l’accadimento (che è fato sommato al quotidiano, le cose accadono, ma quando è un accadimento è molto di più), i lampi improvvisi (che sono degli accadimenti spot), i silenzi (che naturalmente rivelano), il disordine (che è creativo), l’ordine (che non è autoritario, o totalitario, ma è metodo, è Feng shui), la forza oscura dell’universo, il pudore, l’intermittenza, le collezioni di attimi, la grammatica della fantasia (Gianni Rodari), il corpo, la scrittura sul corpo, il corpo della scrittura, l’attrazione, le ferite (che quasi mai si rimarginano e restano come un monito), le cicatrici, lo stillicidio, la voce, il cielo quando cambia e diventa presagio, e naturalmente il presagio, la maieutica, il trasmettere, la sensazione, le radici (quelle buone, quelle corrette), il cuore, le chiavi del cuore, il pane quotidiano, una piccola rivoluzione, e il vale la pena di ricordarlo, le piccole rivoluzioni, il senso, la ricerca di un senso (Greimas e Vasco Rossi), il preconfezionato (soprattutto le verità), il sorriso (basta il sorriso), il sorriso enigmatico (Leonardo da Vinci), il sorriso ignoto (Antonello da Messina), la luce sopra ogni cosa, il disagio, ai limiti, la platea del mondo, i simboli, simboli della rivolta, simboli del disagio, simboli della coerenza, simboli della determinazione (e coerenza, determinazione, rivolta), la scelta, l’innamorarsi di tutto, il ricostruire (ogni giorno), la tenacia, il carattere, la grandezza della sconfitta, i traghettatori, la storia impossibile, l’enigma, l’assenza (che è più acuta della presenza), la presenza (che è attenzione), l’incessante (che spesso è un lavoro), i cattivi pensieri (che non vanno dominati ma compresi), i no che aiutano a crescere, le sintonie, la pancia (la pancia dell’America, quasi sempre, ma non solo), le parole smozzicate, l’amore quando bussa alla tua porta, lo spaesamento, le ossessioni, la sfida, il corpo a corpo, gli errori, i begli errori come le belle bandiere, e poi fuori è primavera, la chiave (trovare la chiave, anche la chiave di volta), lo svanire, il rivelare, il disincanto, l’affacciarsi (a tutto, alla vita, alle possibilità), la propria strada (il proprio cammino), l’inquietudine, l’album dei ricordi, l’inesorabile (il susseguirsi inesorabile), il confine sottile, il discrimine, lo scampolo (di attenzione, di amore, di bontà), l’improbabile, l’indispensabile, il bastare a se stessi, i conti con il mondo, la diversità, i parallelismi, il tenere assieme. [329-330]

La donna elettrica

La donna elettrica (Kona fer í stríð), 2018, di Benedikt Erlingsson, con Halldóra Geirharðsdóttir, Jóhann Sigurðarson, Juan Camillo Roman Estrada.

Kona fer í stríð (2018)
http://www.imdb.com

Film bello e difficile da inquadrare. Con la sensazione che la cinematografia islandese abbia un sapore un po’ esotico, come quella al di fuori dell’ambito mid-atlantic, cioè statunitense ed europeo. A meno che a essere un po’ esotico sia il regista, di cui non conosco altro (in Italia era arrivato Storie di uomini e di cavalli, che io però non ho visto).

Sarebbe facile, e forse doveroso, raccontare la vicenda cronologicamente, come fa il film. Ma a me pare importante, e significativo, partire dalla scena finale, insieme un battesimo e un passaggio del Mar Rosso. Mi sembra che questa scena, di cui non dirò altro per non guastarvi la visione, dia un senso a tutta la pellicola, e che il senso sia diverso da quello “politico” che pure c’è: Halla, la protagonista, è a modo suo una terrorista, e così viene giudicata da quasi tutta la società islandese. Il film è contemporaneo, e fa capire come sia difficile realizzare attentati alla rete elettrica nell’era delle telecamere a circuito chiuso, dei droni e del DNA.

La protagonista (che recita due parti…) è bravissima ed espressiva, come il suo presunto cugino. Ma gli altri protagonisti sono il paesaggio islandese (che contribuisce non poco al sentore esotico del film) e la scelta di “mettere in scena” (letteralmente) gli esecutori della colonna sonora. Una scelta a mio parere felice, che aggiunge una stelletta alla mia personale valutazione.

Vedetelo, se potete.

AA. VV. – Donne nel Sessantotto

AA. VV. (2018). Donne nel Sessantotto. Bologna: il Mulino. eISBN: 9788815340566. Pagine 291. 11,20 €.

Donne nel Sessantotto (Biblioteca storica) di [Cioni, Paola, Di Caro, Eliana, Gaglianone, Paola, Galimberti, Claudia, Levi, Lia, Maraini, Dacia, Palieri, Maria Serena, Sabbadini, Linda Laura, Sancin, Francesca, di San Marzano, Cristiana, Serri, Mirella, Valentini, Chiara]

Lo dico sùbito che il libro non mi è piaciuto per niente, consapevole del rischio di passare per maschilista e snob. Naturalmente, la scelta delle figure da inserire nella raccolta di saggi biografici è del tutto soggettiva, ma il lettore (o almeno il lettore Boris) si aspetta di poter cogliere una logica, con minore o maggiore fatica. Io non l’ho trovata: perché proprio queste sedici donne, e non altre? Perché il riferimento al Sessantotto, se la partecipazione al “movimento” di quegli anni – sia che si pensi al movimento studentesco e operaio (certo un bel po’ maschile e maschilista), sia che si pensi al movimento femminista, affermatosi per la verità un po’ dopo (affermatosi, ho detto, non sto parlando di chi lo ha precorso e ha contribuito alla sua affermazione) – non è certo un denominatore comune delle biografie? Perché il riferimento puntuale a un anno, se poi l’arco temporale abbracciato è molto più vasto?

Giudicate voi stessi, se vi va. Le 16 donne sono (nell’ordine in cui sono citate nalla “quarta di copertina”, se è appropriato parlarne per un ebook): Franca Viola, Mara Cagol, Amelia Rosselli, Carla Accardi, Patty Pravo, Giovanna Marini, Perla Peragallo, Krizia, Emma Bonino, Rossana Rossanda, Carla Lonzi, Letizia Battaglia, Annabella Miscuglio, Mira Furlani, Elena Gianini Belotti, Tina Lagostena Bassi.

Un’altra possibile logica sarebbe potuta essere quella dell’omogeneità stilistica e di trattazione: ma la scelta di assegnare uno o più saggi biografici ad autrici diverse (Paola Cioni, Eliana Di Caro, Paola Gaglianone, Claudia Galimberti, Lia Levi, Dacia Maraini, Maria Serena Palieri, Linda Laura Sabbadini, Francesca Sancin, Cristiana di San Marzano, Mirella Serri, Chiara Valentini) non poteva che rendere questa scelta impraticabile.

Detto questo, alcune delle biografie sono interessanti e ben scritte. Ma non suggerirei comunque la lettura del libro.

Ho preso poche note. Due erano riferite a dubbi che nel frattempo ho sciolto. La prima riguarda la nomina a membro della Commissione europea di Emma Bonino: la ricordavo nel 1995 (come il libro scrive correttamente) e quindi non riuscivo ad attribuirla al primo Governo Berlusconi (che si era dimesso il 22 dicembre 1994). Ma invece è così, e si trattò dunque forse di un provvedimento in extremis di un governo che restò formalmente in carica fino all’insediamento del Governo Dini, il 17 gennaio 1995.

La seconda riguarda Il paradiso di Patty Pravo ( uno degli aspetti più sorprendenti del libro è la beatificazione in vita di Patty Pravo, che a me non piace e non è mai piaciuta, anche se ora in molti la collocano tra i “venerati maestri”, per dirla con Edmondo Berselli): io pensavo fosse la cover di un brano degli Amen Corner (If paradise is half as nice…). Invece è effettivamente della coppia Mogol-Battisti: solo che la casa discografica l’aveva fatta interpretare da una certa Ragazza 77 (al secolo Ambra Borelli), e nessuno ne era rimasto impressionato. Solo dopo il successo d’oltremanica e il nuovo arrangiamento del gruppo inglese, Patty Pravo la fece propria e la portò al Festivalbar.

La terza nota è in effetti una citazione, ma non di Eliana Di Caro (l’autrice del saggio), ma di Rossana Rossanda stessa:

Non è affatto vero, come pensava la Rivoluzione francese, che si nasce uguali e si resta uguali nei diritti per tutta la vita. Si nasce inuguali e si cerca di stabilire un’uguaglianza. E per lo più si perde. (pos. 3122)

Kate Atkinson – Transcription

Atkinson, Kate (2018). Transcription. London: Penguin. eISBN: 9781409043768. Pagine 341. 12,99 €.

Kate Atkinson è molto brava. Kate Atkinson ha scritto uno dei romanzi più belli che abbia letto, Life After Life, che ho recensito qui. Ho letto anche altre cose sue, che recensirò quando sarò un po’ meno pigro. Questo romanzo è diverso, e si cimenta con un tema che mi ha reso all’inizio diffidente: quello dello spionaggio britannico, dalla Seconda guerra mondiale alla guerra fredda. Diffidenza quasi obbligata, se uno pensa a Bletchley Park (di Enigma, la macchina, sul blog ho parlato qui, ma in realtà in questo momento ho in mente l’omonimo romanzo di Robert Harris e il film che ne è stato tratto grazie al finanziamento di Mick Jagger, e anche il Cryptonomicon di Neal Stephenson) e alla produzione di John le Carré.

Kate Atkinson si avvicina al tema con reverenza (almeno così è sembrato a me), con mano leggera, con un umorismo understated tipicamente inglese, e con il suo marchio di fabbrica degli slittamenti temporali (chi ha letto Vita dopo vita sa di che cosa sto parlando).

Non dirò altro, perché in fin dei conti è un thriller sui generis.

Vi dispenso invece le consuete citazioni (con riferimento è alla posizione Kindle):

‘Yes, Mr Prendergast,’ Juliet had said, because it seemed a much simpler answer than ‘no’. She had learnt from experience. (111)

Inside each pearl there was a little piece of grit. That was the true self of the pearl, wasn’t it? The beauty of the pearl was just the poor oyster trying to protect itself. From the grit. From the truth. (264-5)

[…] snoring like a goods train […] (3195)

(What was an actuary, Juliet wondered? It sounded as if it belonged in a zoo, along with a cassowary and a dromedary.) (3266)

MI5 is like the hierarchy of angels. I doubt we would ever meet the ones at the top – cherubim and seraphim and so on.’ (4411)

Bureaucratic vandalism in the service of interior decoration. (4564)

‘I don’t want to live in Russia.’

‘That’s your problem, you see, you and Merton and his ilk. You’re intellectual Communists, but you don’t actually want to live beneath its iron thumb.’ ‘It’s called idealism, I suppose.’ ‘No, it’s called betrayal […]’ (4646)

A servant with two masters. A mouse being toyed with by two cats. (4683)

Moles, Juliet thought, wasn’t that what they were called? A final gift of irony from her country. (4782)

William T. Vollmann – Europe Central

Vollmann, William T. (2005). Europe Central. New York NY: Viking. 2005. eISBN: 9781101118191. Pagine 832. 14,04 €.

Forse la prima cosa da dire – almeno questa è la mia soggettiva impressione – è che dopo avere letto questo romanzo non ascolterete mai più Šostakovič allo stesso modo di prima, soprattutto l’Op. 40 e l’Op. 110, ma anche la Settima sinfonia.

Ma andiamo con ordine. Devo ringraziare Il barbarico re (ma chissà se si fa ancora chiamare così da qualcuno) per il suggerimento. Ho acquistato il libro la sera stessa che me lo ha consigliato. per la verità me ne aveva parlato già un paio d’anni fa in occasione di una bella esecuzione del Quartetto Op. 110 al Museo Bilotti di Roma il 17 febbraio 2017. Ma non avevo prestato sufficiente attenzione.

Il romanzo è monumentale, non soltanto per la lunghezza (più di 800 pagine, e ci ho messo un buon mese e mezzo per leggerle), ma anche per il respiro e per le ambizioni. Viene fuori alla distanza, dopo un po’ di disorientamento iniziale. La narrazione, infatti, procede grosso modo cronologicamente, mentre le storie seguono i diversi protagonisti – in parte inventati, ma per lo più “ricreati” a partire da persone reali (oltre a Dmitri Šostakovič, Käthe Kollwitz, Friedrich Paulus, Andrej Andreevič Vlasov e altri). Un “romanzo storico”, dunque, ma sui generis. Il tema è l’immane conflitto tra Germania e Russia, e tra i due dittatori che le guidavano (senza però nessuna equiparazione tra le due, salvo che una grande compassione per le sofferenze dei due popoli). Nonostante le molte diversità, difficile non pensare a Vita e destino di Vasilij Grossman: altro romanzo monumentale e straordinario, che ho letto nel 2013, ma non recensito per colpevole pigrizia.

Eviterò di fare una recensione anch’essa lunghissima. Mi limito di consigliarne vivamente la lettura a chi voglia impegnarsi a capire meglio il Novecento, le radici del totalitarismo (che non sono ancora estirpate) e i grandi rischi che comporta (comprese la guerra, lo sterminio e la completa disumanizzazione). Il libro (che conserva il titolo originale) è stato tradotto in italiano da Gianni Pannofino e pubblicato da Mondadori nella collana Strade Blu nel 2010: in questa edizione si superano le mille pagine.

Se volete una bella recensione, lunga ed esauriente (anche se non sono sempre d’accordo con l’autore), vi consiglio quella di Giuseppe Genna (autore anche lui di un libro su Hitler, bruttino, che ho letto e recensito qui). Nel rinviarvi al testo completo della recensione, che trovate su carmillaonline, vi riporto la parte dedicata a Hitler in persona:

Da pagina 164 a pagina 180, questo genio neorinascimentale (ma anche neogreco e neobabilonese e tutti i neo più epici della storia della letteratura universale) compie ciò che nessuno è riuscito a compiere: narra Hitler. La narrazione di Hitler è difficile, al punto che se ne hanno pochissimi esempi – il romanzo latita a fronte dello sbaglio a cui induce la rappresentazione del Führer. Spiegarlo, renderlo umano, renderlo disumano, farne leggenda, abbassarlo a figurina polverosa, dichiararlo perdente, essere asettici nei suoi confronti: come si vede, tra alcune opzioni di narrazione possibile, ciascuna risulta immorale, eticamente scorretta, sbagliata drammaturgicamente. Ciò semplicemente perché Hitler non è un personaggio. Vollmann coglie proprio questa gigantesca falla, che non si dimostra affatto una chance narrativa: vede il buco bianco Hitler e lo attraversa, facendolo chiudere dall’interno. Questo capitolo di poche pagine, Il sonnambulo, è un’opera nell’opera, è il centro della Centrale Europa narrata con sforzo omerico. In nemmeno venti pagine Vollmann compie un gesto impressionante, che a mio parere non ha pari nella storia della narrativa contemporanea occidentale. Vengono narrate, per brevi metope, alcune diseguali gesta del sonnambulo e della realtà da lui innescata. Il sonnambulo: è scritto così, semplicemente in minuscolo, non nominato se non con questa qualifica che lo mette in contatto con l’umanità, ma anche lo separa dall’umanità, lui che vorrebbe separare l’umanità da se stessa. Non si è mai visto infatti un sonnambulo che lo sia per tutta la sua vicenda esistenziale. In sedici pagine Vollmann esaurisce l’avventura tragica in cui Hitler trascina il mondo, la sua grottesca e quasi ineffata seminagione di male – e ciò senza mitizzare Hitler nemmeno in una frase. Chi scrive ha affrontato di persona, con mezzi di intelletto e vocazione artistica assai inferiori a quelli di Vollmann, il problema della narrazione di Hitler e assicura che quanto è stato realizzato in Europe Central ha dell’incredibile, del sovraumano: e cioè dell’umanissmo. Qui l’arte non sutura affatto la ferita, ma è mimetica dello svuotamento a cui Hitler deve essere sottoposto affinché gli sia impedita ogni vittoria postuma. Ecco un esempio della prosa e della visione e del trattamento che Vollmann riserva a Hitler per svuotarlo trattenendo tutto quanto è stato, in modo che non continui a essere:
“Il sonnambulo, nel suo cappotto grigio chiaro (i nostri ricordi di lui si sono fatti così grigi e sgranati) anela a essere un altro Gunnar. Non è forse un apripista anche lui? Non è forse stato abile a incantare tutti i serpenti fino a quel momento? E la sua Germania sarà Gúthrun. La Germania deve morire feroce, mettendo a fuoco ogni cosa…”
Il sonnambulo sogna cosa? La realtà. Tanto che riesce a muoversi in essa, quasi fosse sveglio, agilmente, non urta, incede. Incide nella realtà e sulla realtà, essendone di fatto separato per un fatto di percezione – per un fatto coscienziale che lo separa dalla veglia e dall’umano. Lo separa sì, ma chi si azzarderebbe a dire che un sonnambulo non appartiene all’umanità?

Come di consueto, qualche citazione (il riferimento è alla posizione Kindle):

(People forget that Hagen, the man who murdered Siegfried, was also a German. He had his reasons. This war was Siegfried’s war. The next war would be Hagen’s.) (757)

The woman with the dead child is me, myself. And the child is also myself. (1160)

The future doesn’t exist until it happens. (1247)

Pyotr Alexeev, with whom I sometimes do wet work, told me a funny one yesterday. It seems that a herd of kolkhozniks with fresh manure on their shoes get to Moscow; you know; they’re shock workers; they’ve won the prize! Think of them as Rodchenko’s robotlike abstract paper cutouts painted with dark oil and mounted on circular wooden bases. The guide explains that they are now in the world capital of progress, abundance, freedom, you name it. Eventually one of the farmers comes up timidly and says: Comrade Leader, yesterday I walked all over the city and didn’t see any of those things! The guide has just the right answer. He replies: You should spend less time walking around and more time reading newspapers! (1256)

[…] the piano was the skeleton; the cello was the flesh; he was the knowledge and commemoration; she was the life. (1615)

I’m only a mollusk; I need to hide forever within your lovely shell […] (1622)

[…] imagining the future, then mistaking imagination for foresight, is one of life’s luxuries; (1644)

And how can love be self-ironic? (1709)

She loved him without understanding him, which may be the noblest love of all. (2287)

I love you, he said. I love you, too, very very much. I need you. No you don’t! she cried in a panic. You don’t need to need anybody. You love me. That’s enough. (4692)

Paulus himself believed far less in luck than he did in application. (6594)

[…] the skin of her naked throat was as perfect as a political idea. (8147)

Those Greek caryatids, they’re female without being human. (8551)

And the further those subjects (I mean objects) get altered in accordance with the purpose, the more problematic it becomes to perceive their irrelevantly human qualities. I quote the testimony of Michal Chilczuk, Polish People’s Army (he’d participated in the liberation of Sachsenhausen): But what I saw were people I call humans, but it was difficult to grasp that they were humans. What did Chilczuk mean by this? To put it aphoristically, a human skeleton is not human. (8875)

[…] when you flee one menace for another, the world will call you brave. (9969)

Send me out, and I’ll take the wires in my teeth; who cares what happens after that, as long as their signal goes through? (10123: mi ha fatto venire in mente Underground di Kusturica)

After all, one of life’s best pleasures is reading a book of perfect beauty; more pleasurable still is rereading that book; most pleasurable of all is lending it to the person one loves. (10220)

When you separate from a woman, what you have to do is kill your love for her; you have to blockade it and starve it to death, just as the sleepwalker set out to do in Leningrad; that’s the only way. (10669)

Soviets had antidotes to everything, even unfortunate facts. (10864)

That was how I learned that no is stronger than yes. It takes two yesses for I to become we, but only one no for we to break apart, no matter what the other party wishes. (11121)

Frau Lange had much on her side: logic, experience, and, above all, love. (11284)

Happiness is the absence of unpleasant information. (12105: forse l’aforisma più bello del libro)

You can’t hide your secrets from me, Mitya. When you were sleeping with that slut Elena I could literally smell her on you. That cheap, catty smell of her—ugh! You’re a man who has to have affairs. Maybe I would have preferred to love somebody different, but that’s how it is, right? Well, are you going to answer me or not? I, I don’t see what this has to do with— Maybe the only person that an artist can be faithful to is himself. Maybe he’s got to betray everybody else. (12633)

Just as in winter we frontline men dread abandoning our dugouts, because it’s so difficult to dig new ones in the frozen ground, so he did not want to give up Ustvolskaya, especially now that his penis could no longer perform its world-historic task; there was nothing more to it than that. (13337: the world-historic task!)

(The center of the world is Leningrad, which is Stalingrad, which is Auschwitz.) (13902)

When his death began, it was as if successive shrouds, each one so gauzy as to be nearly transparent, kept settling over his face, strangling away the breath almost tenderly, with Irina bending over him in the hospital ward, screaming his name like a shrilling telephone. He could hear her longer than he could see her, for the shrouds kept swirling down so that her image steadily greyed into a blackness deeper than meaning, and although for a little while longer he could almost perceive the reflection of her presence swimming on the nightstruck waters, she was fading very rapidly now; indeed, before he had time to mistake her for a certain other woman, she’d vanished with an almost playful suddenness, so that he sank irremediably alone into his velvet agony which drowned and tickled him while a blood-red spot rushed before him in ever-narrowing spirals. (14365: la morte di Šostakovič)

 


Sergio Rizzo – 02.02.2020. La notte che uscimmo dall’euro

Rizzo, Sergio (2018). 02.02.2020. La notte che uscimmo dall’euro. Milano: Feltrinelli. 2018. ISBN: 9788858824382. Pagine 92. 9,99 €.

02.02.2020. La notte che uscimmo dall'euro di [Rizzo, Sergio]

Poco da dire. Un instant pamphlet in forma di romanzo. Non penso ne resterà molto tra qualche mese o qualche anno: le cose potrebbero andare meglio o peggio di così, ma è difficile che vadano esattamente così. C’è da sperare che i posteri non lo annoverino tra i testi profetici.

***

Ce n’è per tutti. Anche per l’Istat:

Dopo la diffusione delle statistiche sulla povertà e la disoccupazione dilaganti , il presidente dell’Istat venne sostituito con un commissario che aveva l’ordine di sottoporre preventivamente al governo i dati prima della loro diffusione , per evitare problemi di ordine pubblico .

Rizzo, Sergio. 02.02.2020. La notte che uscimmo dall’euro (Italian Edition) (posizioni nel Kindle 1221-1223). Feltrinelli Editore. Edizione del Kindle.

Ian McEwan – The Children Act

McEwan, Ian (2014). The Children Act. London: Jonathan Cape. 2014. ISBN: 9781473513273. Pagine 213. 12,99 €

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Ian McEwan ha scritto – ancora una volta – un romanzo molto bello e anche quasi perfetto.

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