Autunno

Autunno. Già lo sentimmo venire
nel vento d’agosto,
nelle pioggie di settembre
torrenziali e piangenti
e un brivido percorse la terra
che ora, nuda e triste,
accoglie un sole smarrito.
Ora che passa e declina,
in quest’autunno che incede
con lentezza indicibile,
il miglior tempo della nostra vita
e lungamente ci dice addio.

Vincenzo Cardarelli (1887-1959)

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Profondo nero

Lo Bianco, Giuseppe e Sandra Rizza (2009). Profondo nero. Mattei, De Mauro, Pasolini. Un’unica pista all’origine della stragi di Stato. Milano: Chiarelettere. 2009.

Il tema mi appassiona, ma (o forse proprio per questo) il libro mi ha deluso.

La tesi è abbastanza semplice e, per la verità, non del tutto nuova. Con il contagocce, inchiesta dopo inchiesta, pentito dopo pentito, rivelazione dopo rivelazione, abbiamo avuto una ragionevole certezza politico-culturale (per parafrasare Pasolini), anche se non giudiziaria, che Mattei è stato ucciso dalla mafia su incarico dei poteri forti del nostro Paese (non senza qualche aiutino degli amerikani) perché dava fastidio, e poi De Mauro è stato ucciso (stessi esecutori, stessi mandanti) perché aveva scoperto di Mattei (di questo la famiglia De Mauro e Boris Giuliano furono convinti dall’inizio), e poi Pasolini fu ucciso (come sopra) perché aveva capito tutto. Aleggiano su tutto e tutti le ombre inquietanti di Vito Guarrasi ed Eugenio Cefis.

Il problema è tutto qui: tutti quelli che avevano capito e sospettato avevano visto giusto, ma non avevano le prove. Le prove, ahimè, non le hanno neppure gli autori di questo libro e le fonti che citano. Il risultato, temo, è che le loro argomentazioni risultano convincenti per chi già la pensava così, e irrilevanti per gli altri. Un problema frequente, tra gli autori di Chiarelettere.

Alcune osservazioni:

  • trovo irritante costruire il libro sulla parafrasi degli atti giudiziari o di altre fonti giornalistiche, e poi citarle in nota per esteso, facendo capire al lettore che non si è nemmeno fatto lo sforzo o la scelta di cambiare le parole;
  • ho trovato anche molto fastidioso il tentativo di introdurre una suspense che non c’è, come se dovessimo scoprire il ruolo di Cefis soltanto nelle ultime pagine (Razza padrona è del 1974): troppi emuli di Lucarelli;
  • non è vero che Petrolio di Pasolini sia stato letto soltanto come un’opera letteraria e non di denuncia: io l’ho letto quando uscì (anche) come opera di denuncia, non perché sono particolarmente sveglio, ma perché non lo si può leggere altrimenti;
  • che uno che si chiama Lo Bianco intitoli il suo libro Profondo nero mi pare cromaticamente inappropriato e calcisticamente troppo juventino.

Bigotto

Chi dimostra una religiosità eccessiva e puramente esteriore: lo pensavo sincero credente, ma è solo un bigotto [De Mauro online].

Etimologia controversa. Secondo alcuni è di origine francese (bigot) e affine a cagot, “falso devoto”.

Secondo altri (e a me pare verosimile) deriverebbe dal tedesco Bei Gott, “per dio, in nome di dio” che pare fosse spesso sulla bocca dei devoti, un po’ come noi diciamo “mamma mia!”. A questa ipotesi è collegata una storia carina, anche se non del tutto verosimile: Rollo il Camminatore (era così grasso che non poteva montare a cavallo), invasore vichingo della Normandia, l’ebbe concessa dal legittimo sovrano, Carlo III il Semplice, a patto che gli altri vichinghi fossero tenuti fuori dal regno. Per suggellare il patto, Rollo dovette baciare il piede calzato di Carlo, ma poiché non intendeva mantenere l’impegno bofonchiò, in una lingua composita e incerta, “Ne se, bi got” (“Non so, per dio”). Mah.

Altra ipotesi. Deriverebbe per contrazione da visigoto (i visigoti erano eretici ariani, i francesi cattolici): anche cagot, di cui abbiamo detto sopra, avrebbe origine simile (ca got = “cane di un goto”, in provenzale). Allo stesso modo, pare, i Merovingi chiamavano i musulmani e gli eretici, arabi o goti che fossero, che nei Pirenei si fingevano devoti cristiani per sfuggire alla persecuzioni, e per estensione il nome fu applicato genericamente alle popolazioni del bearnese e dai paesi baschi.

Ma secondo altri, cagot deriverebbe dal bretone (cacadd significa “lebbroso”) e avrebbe attratto bigot nella sua orbita.

Altra ipotesi: da bigio, che era il colore dell’abito delle persone dedicate a pratiche di penitenza religiosa, deriverebbero, oltre che bigotto, anche beghina, bizzoco e pinzochero.

Ultime 3 proposte: dall’italiano baco, nella variante beco/bico, usato in senso spregiativo (come in bighellone); dal francese bigote, “borsa portata alla cintola”; dallo spagnolo bigote, “baffone”.

Fate voi: a me piace Rollo il Camminatore!

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Quodlibet

“Nel Medioevo, questione discussa pubblicamente nelle università intorno ad argomenti proposti dagli ascoltatori. In musica, composizione a carattere scherzoso in uso dal XII al XVIII secolo, consistente nella contrapposizione di melodie, sacre o profane, diverse sia per il tono del testo sia per la musica.” [De Mauro online]

Dal latino, quod libet, “ciò che ti pare e piace”.

Il più famoso quodlibet della storia della musica è quello che Johann Sebastian Bach piazza come 30ª variazione delle celeberrime Variazioni Goldberg (BWV 988). Come era abitudine di Bach, le Variazioni Goldberg hanno una struttura musical-matematica rigidissima. Sono 10 gruppi di 3 variazioni, di cui la terza è sempre un canone, secondo una sequenza ascendente: la variazione 3 è un canone all’unisono, la 6 un canone alla seconda, la 9 un canone alla terza e così via (non è necessario sapere che cos’è un canone all’unisono eccetera per apprezzare quanto segue, ma se siete curiosi potete leggere su Wikipedia).

Arrivato alla 30ª variazione, che dovrebbe essere un canone alla decima secondo le regole che lo stesso Bach si è dato, sorpresa!, Bach ci schiaffa un quodlibet basato su due canzoni popolari tedesche, Ich bin solang nicht bei dir g’west, ruck her, ruck her (“Per troppo tempo sono stato lontano da te, vieni qua, vieni qua”) e Kraut und Rüben haben mich vertrieben, hätt mein’ Mutter Fleisch gekocht, wär ich länger blieben (“Crauti e rape mi hanno fatto andar via, se mia madre avesse fatto la carne sarei restato”).

Penso di non dover aggiungere altro. Buon divertimento (suona il grande Grigorij Sokolov).

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Cimosa

Riassumo da Wikipedia:

La cimosa (o cimossa) è il bordo non tagliato di una pezza di tessuto, il lato destro e sinistro quando esce dal telaio. Si viene a creare sui bordi laterali di un ordito quando la navetta, dopo aver posto il filo di trama nel passo, ritorna sull’altro lato. La distanza tra una cimossa e l’altra si chiama altezza e corrisponde alla larghezza effettiva della pezza di tessuto.

La cimosa può essere molto differente dal tessuto:

L’armatura della cimosa può essere diversa da quella del tessuto, sempre per motivi di resistenza: su un tessuto operato sovente è a tela. In alcuni casi è anche di colore differente, e se il tessuto viene stampato viene lasciata bianca.

I fili d’ordito nei pressi del bordo esterno vengono raddoppiati per lo spazio di pochi centimetri per rendere la cimossa più resistente.

Quando risulta bucherellata da minuscoli fori, significa che è stato usato un tempiale per mantenere costante la larghezza del tessuto.

Quando riporta scritte, sigle, marchi di fabbrica o altri segni convenzionali viene chiamata cimosa parlante; i segni possono essere tessuti o stampati con colore contrastante.

Per tutti questi motivi la cimosa non può essere utilizzata in un lavoro di sartoria ma deve essere nascosta o tagliata.

Questo ci porta al secondo significato di cimosa:

“striscia di panno arrotolata per cancellare le scritte di gesso sulla lavagna [De Mauro online]

A me risulta che questo secondo uso del termine “cimosa” sia diffuso soltanto in Toscana. Quando andavo a scuola io, a Milano, chiamavamo l’oggetto “cancellino” (o più spesso “scancellino”). Mi risulta che al Sud lo chiamino “cassino”. Quello che abbiamo in mente tutti, peraltro, è di feltro e non di cimosa!

lnx.edsdidact.it

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Nisida e la soluzione 30%

Il 14 settembre 2009, il ministro Mariastella Gelmini ha inaugurato il nuovo anno scolastico all’istituto penitenziario per minori di Nisida.

Cito da Il Giornale (giusto per farmi male):

«Abbiamo annunciato un provvedimento di cui stiamo studiando gli aspetti tecnici che prevederà un tetto del 30 per cento per favorire le condizioni migliori per un’integrazione anche degli alunni stranieri», ha spiegato il ministro dell’Istruzione nel corso di un’intervista su Canale 5.
«In alcune classi – ha aggiunto – la presenza degli immigrati sfiora il 100%: queste non sono le condizioni adatte per favorire l’integrazione». Un chiaro riferimento alla «Carlo Pisacane», la scuola elementare romana con l’82% di iscritti stranieri […]

Già, “gli aspetti tecnici”. Certo non si può pretendere che il ministro sappia fare 4 conti, e quindi sarà necessario che qualche esperto, magari una commissione istituita all’uopo, studi gli aspetti tecnici.

Ma proviamo a farli noi, questi 4 conti, sul retro di una busta, giusto per ribadire il tormentone che è la “cultura quantitativa” che ci manca. Quanti sono, in Italia, i bambini che frequentano la scuola dell’obbligo? Tra i 550.000 e i 560.000 all’anno, per ogni singola classe d’età (questo dato, e tutti gli altri che cito, li ho presi dal sito dell’Istat). Poiché gli italiani (i residenti in Italia, per essere più precisi) sono 60.000.000, in media i bambini di ogni classe della scuola dell’obbligo sono poco meno dell’1% della popolazione totale. Diciamo l’1% per non complicarci troppo la vita.

La prima conclusione è questa: per fare una classe di 25 alunni ci vuole, mediamente, un bacino di popolazione di 2.500 abitanti. Con meno di 2.500 abitanti o si fanno classi più piccole o, superato un certo limite, si fanno le cosiddette pluriclassi. È quello che succede, molto spesso in montagna (e quando succede, o si costringono i bambini a lunghi spostamenti, o li si disincentiva alla frequenza scolastica, o si spingono i genitori a trasferirsi in centri più popolosi e si contribuisce allo spopolamento delle aree montane…). Trascuriamo il problema delle località abitate e delle frazioni (dove però, spesso, la scuola dell’obbligo c’è o quanto meno c’era) e cerchiamo di capire quanti comuni hanno la dimensione minima che permette di formare almeno una sezione di 25 alunni per ogni classe. Allora, i comuni italiani sono 8.100. Ma soltanto 3.990 comuni hanno almeno 2.500 abitanti; gli altri 4.110 ne hanno meno, e formare classi di 25 alunni sarà presumibilmente difficile.

Ma perché sto ragionando su una classe di 25 alunni? Perché in una classe di 25 alunni (dimensione che mi sembra ragionevole), il “tetto” del 30% proposto da Mariastella Gelmini si traduce in 7,5 alunni stranieri. Anche se siamo di manica larga, e non tagliamo a metà nessun piccolo straniero, vuol dire al massimo 7-8 su 25. E se sono di più dove li mandiamo: a fare scuola in un altro comune? A spese sue o con uno scuola-bus?

I bambini stranieri residenti nell’età dell’obbligo scolastico sono tra i 35.000 e i 45.000 l’anno (qui l’incidenza degli stranieri aumenta al diminuire dell’età, mentre il totale resta abbastanza stabile: il motivo lo vedremo tra un po’). Badate che sto parlando soltanto degli stranieri residenti, cioè iscritti nelle anagrafi comunali. Ma secondo le norme italiane, “tutti gli alunni con cittadinanza non italiana, qualora siano soggetti all’obbligo di istruzione, anche se sprovvisti di permesso di soggiorno, devono essere iscritti presso una istituzione scolastica.” [DPR 31 agosto 1999, n. 394, articolo 45]. Secondo i dati del Ministero dell’istruzione, nell’anno scolastico 2007/2008 l’incidenza di alunni stranieri era del 7,7% nella scuola primaria e del 7,3% nella secondaria di 1° grado: cifre molto lontane dal fatidico 30%, che però nascondono enormi differenze territoriali. In prima elementare e nel Nord-est, per esempio, l’incidenza degli stranieri raggiungeva il 13%. Vi sono già ora comuni in cui l’incidenza degli alunni stranieri si avvicina o supera il 30% e il “rischio” di avvicinarsi o superare la soglia gelminiana è tanto più elevato quanto più il comune è piccolo.

Nel valutare queste cifre, e per non farsi disorientare da un fattore emotivo, occorre ricordare che il 60% di questi alunni stranieri è nato in Italia. Arriva in prima elementare dopo 6 anni in cui è cresciuto in Italia, tra altri bambini italiani, e parla in genere l’italiano come prima lingua. È integrato, mi vien da dire, per nascita. E allora perché li chiamiamo stranieri? Perché per la legge italiana, il nato in Italia da genitori di cittadinanza straniera è straniero. Si chiama ius sanguinis, ed è un retaggio del diritto romano. In altri Paesi, come in Francia, vige lo ius soli: chi è nato sul suolo francese è francese  a tutti gli effetti, a prescindere dalla cittadinanza dei suoi genitori.

E allora vuol dire, cara Gelmini, che nella nostra ipotetica prima elementare in cui su 25 bambini 7 sono stranieri, 4 sono nati e cresciuti in Italia. Non vedo nessun problema di integrazione per loro, onestamente. Vedo un problema di razzismo, per chiamare le cose con il loro nome, se li discriminiamo per il colore della pelle o per il nome e cognome “forestieri”.

La soluzione del 30%, dunque, è inapplicabile, sbagliata ed eticamente ripugnante. Resta da aggiungere che è destinata a peggiorare (la soluzione, non il problema!), per il semplice fatto che il numero e l’incidenza degli alunni stranieri è destinata a crescere: i ragazzi stranieri di 13 anni sono meno di 35.000, i bambini di 6 anni 45.000, ma i nati stranieri (in Italia) hanno già superato i 65.000. Tra 6 anni andranno in prima elementare. Il numero di nati di madre italiana, invece, non cresce.

È bene ricordare che questo è l’effetto non tanto di una propensione ad avere figli particolarmente elevata tra la popolazione straniera, ma di quella italiana particolarmente bassa. Le donne italiane hanno, in media, 1,28 figli: un tasso di fecondità particolarmente basso. Le straniere hanno in media 2,4 figli per donna: un tasso di fecondità circa doppio.

“Ma nessuno lo sa”: come di Nisida, che è un’isola, e non solo un penitenziario…

No no no no, quando arriva l’estate
no no no no, non lasciatevi suggestionare
dai cataloghi che vi parlano di isole incantate
e di sirene-e in offerta speciale

No no no no, non cercate lontano
quello che avete qui a portata di mano
a questo punto vi starete certamente chiedendo
chissà stavolta questo dove vuole andare a parare…

Venite tutti a Nisida, ya ya ya ya ya Nisida
ya ya ya ya ya Nisida un’isola e nessuno lo sa!…

No no no no, niente voli speciali
e neanche traversate intercontinentali
per arrivarci basta solo la Cumana
Nisida così vicina così lontana

Coi suoi giardini e il porto naturale
con l’Italsider alle spalle che la sta a guardare
Nisida sembra un’isola inventata
ma mio padre mi assicura che c’è sempre stata!…

Venite tutti a Nisida, ya ya ya ya ya Nisida
ya ya ya ya ya Nisida un’isola e nessuno lo sa!…

Non un problema ecologico per carità
Nisida un classico esempio di stupidità!…

Venite tutti a Nisida, ya ya ya ya ya Nisida
ya ya ya ya ya Nisida un’isola e nessuno lo sa!…

Dante Alighieri

Muore a Ravenna, tra il 13 e il 14 settembre 1321.

Decine di km più a nord e centinaia di anni dopo, ma nello stesso giorno, alla festa dei popoli della Padania Umberto Bossi dichiara: la Padania “sarà libera con le buone o con le meno buone. La libertà è un diritto, e quindi è un diritto ottenerla in tutti i modi. Siamo qui a Venezia perché sappiamo che un giorno la Padania sarà uno Stato libero, indipendente e sovrano. Abbiamo la necessità che i nostri diritti vengano rispettati”. [dai quotidiani di oggi]

Povero Dante.

Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province, ma bordello!

Quell’ anima gentil fu così presta,
sol per lo dolce suon de la sua terra,
di fare al cittadin suo quivi festa;

e ora in te non stanno sanza guerra
li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode
di quei ch’un muro e una fossa serra.

Cerca, misera, intorno da le prode
le tue marine, e poi ti guarda in seno,
s’alcuna parte in te di pace gode.

Che val perché ti racconciasse il freno
Iustinïano, se la sella è vòta?
Sanz’ esso fora la vergogna meno.

Ahi gente che dovresti esser devota,
e lasciar seder Cesare in la sella,
se bene intendi ciò che Dio ti nota,

guarda come esta fiera è fatta fella
per non esser corretta da li sproni,
poi che ponesti mano a la predella.

O Alberto tedesco ch’abbandoni
costei ch’è fatta indomita e selvaggia,
e dovresti inforcar li suoi arcioni,

giusto giudicio da le stelle caggia
sovra ‘l tuo sangue, e sia novo e aperto,
tal che ‘l tuo successor temenza n’aggia!

Ch’avete tu e ‘l tuo padre sofferto,
per cupidigia di costà distretti,
che ‘l giardin de lo ‘mperio sia diserto.

Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,
Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:
color già tristi, e questi con sospetti!

Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura
d’i tuoi gentili, e cura lor magagne;
e vedrai Santafior com’ è oscura!

Vieni a veder la tua Roma che piagne
vedova e sola, e dì e notte chiama:
«Cesare mio, perché non m’accompagne?».

Vieni a veder la gente quanto s’ama!
e se nulla di noi pietà ti move,
a vergognar ti vien de la tua fama.

E se licito m’è, o sommo Giove
che fosti in terra per noi crucifisso,
son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?

O è preparazion che ne l’abisso
del tuo consiglio fai per alcun bene
in tutto de l’accorger nostro scisso?

Ché le città d’Italia tutte piene
son di tiranni, e un Marcel diventa
ogne villan che parteggiando viene.

Fiorenza mia, ben puoi esser contenta
di questa digression che non ti tocca,
mercé del popol tuo che si argomenta.

Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca
per non venir sanza consiglio a l’arco;
ma il popol tuo l’ha in sommo de la bocca.

Molti rifiutan lo comune incarco;
ma il popol tuo solicito risponde
sanza chiamare, e grida: «I’ mi sobbarco!».

Or ti fa lieta, ché tu hai ben onde:
tu ricca, tu con pace e tu con senno!
S’io dico ‘l ver, l’effetto nol nasconde.

Atene e Lacedemona, che fenno
l’antiche leggi e furon sì civili,
fecero al viver bene un picciol cenno

verso di te, che fai tanto sottili
provedimenti, ch’a mezzo novembre
non giugne quel che tu d’ottobre fili.

Quante volte, del tempo che rimembre,
legge, moneta, officio e costume
hai tu mutato, e rinovate membre!

E se ben ti ricordi e vedi lume,
vedrai te somigliante a quella inferma
che non può trovar posa in su le piume,

ma con dar volta suo dolore scherma.
[La divina commedia, Purgatorio, Canto VI]