Cloud Atlas, il romanzo: un supplemento

Nella speranza che molti di coloro che sono andati a vedere il film siano stati spinti a leggere il romanzo che – lo ripeti – è veramente bello, vi segnalo una nuova recensione che ho scovato sul web:

Ho guardato L’atlante delle nuvole (Frassinelli 2005), per anni, almeno cinque, su una mensola della mia libreria, senza trovare la voglia di aprirlo e leggerlo, forse perché scoraggiato dalla sua palese ambizione di essere un romanzone epocale, oppure perché non ho mai sentito nessuno dire: è un libro importante, bisogna leggerlo per forza. Ed è rimasto sulla mensola, fino a quando, un paio di settimane fa, non ho visto il trailer di Cloud Atlas, mega-kolossal semi-indipendente, tratto appunto dal libro dell’inglese David Mitchell, scritto e diretto dai fratelli Wachowski e da Tom Tykwer, uscito a ottobre negli Stati Uniti e da dopodomani nelle sale italiane. Il lancio del kolossal mi ha fatto ritornare la curiosità. Giudizio sintetico a fine lettura: è un ambiziosissimo romanzone epocale. Ma anche: raggiunge livelli molto alti nella scala del puro piacere di leggere. Strano, ho pensato a lettura ultimata, che se ne sia parlato così poco in questi anni, così tanto poco. Strano non averlo letto fino a oggi. [continuate a leggere qui: L’atlante della letteratura di Cristiano de Majo]

rivistastudio.com

Naturalmente, a proposito di recensioni, mi farà piacere se avrete voglia di leggere anche la mia, oltre a quelle che pubblica the compleat review e a quelle che ho raccolto con Storify.

Remember this, too: la fine di Guy Fawkes

A tutti i romantici ammiratori del V dell’omonimo film (V per Vendetta) di cui parla Leonardo (Tondelli) in un post del 19 dicembre 2012 (V per vendetta, B per Benigni) – ammiratori nelle cui file naturalmente ci sono anch’io, anche se per il fumetto più che per il film – mi pare opportuno ricordare la fine che fece il Guy Fawkes storico, l’organizzatore della congiura delle polveri del 5 novembre 1605. Nessun giorno è meglio di oggi, perché se il 5 novembre (remember, remember) è la data dell’attentato, tentato e sventato, il 31 gennaio (1606) è la data dell’esecuzione del nostro eroe (che peraltro non era per nulla un anarchico e meno che mai un hacker, ma un estremista cattolico).

wikimedia.org/wikipedia/commons

Naturalmente, Fawkes non fu giustiziato subito. Eravamo in Inghilterra, in fine dei conti, patria della magna charta e dell’habeas corpus: Fawkes ebbe un regolare processo. Oddio, diciamo che ebbe un processo.

Prima però fu torturato. All’inizio soltanto un po’, perché lo stesso re Giacomo I, presente al primo sommario interrogatorio di Fawkes – che era stato colto letteralmente con le mani nel sacco –, ne aveva ammirato quella che egli stasso definì «a Roman resolution». Alla domanda di spiegare a qual fine fosse in possesso di una così ingente quantità di esplosivo (oltre che di fiammiferi e innesco), Fawkes rispose infatti (pare): «to blow you Scotch beggars back to your native mountains.»

L’ammirazione del re non gli impedì di autorizzare la tortura (che era vietata, a meno che fosse richiesta esplicitamente dal monarca). Già in una lettera del 6 novembre, Giacomo I ne autorizzò il ricorso, prevedendone una sorta di escalation: «the gentler Tortures are to be first used unto him et sic per gradus ad ima tenditur». Il re formulò anche una lista di quesiti da sottoporre al congiurato.

Le torture non dovevano poi essere così gentili, o forse il gradus non era stato abbastanza graduale, perché Fawkes abbandonò ben presto il suo atteggiamento spavaldo e il 9 novembre firmò la sua confessione. Doveva essere piuttosto scosso: ne fa fede lo scarabocchio tremolante che appose in calce alla confessione (nella parte superiore dell’immagine sottostante), rispetto alla sua firma usuale (nella parte inferiore).

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Il processo ebbe inizio il 27 gennaio 1606 e si concluse subito con la condanna di Guy Fawkes e di altri 7 congiurati. Fawkes si dichiarò innocente, ma fu egualmente condannato per alto tradimento. La condanna fu eseguita il 31 gennaio.

Dal 1351, la pena per alto tradimento (to be drawn, hanged and quartered) era particolarmente crudele e spettacolare: il condannato veniva legato su una tavola di legno o un pezzo di staccionata e trascinato a testa in giù da un cavallo dalla prigione al luogo d’esecuzione (nel caso di Fawkes dalla Torre di Londra all’Old Palace Yard di Westminster), poi impiccato fino quasi al soffocamento, castrato, sbudellato e decapitato. A questo punto il cadavere veniva tagliato in 4 pezzi (squartato), inviati ai 4 angoli del regno come monito alla popolazione ed esposti alle intemperie e all’azione degli animali. Se avete visto Braveheart e non avete chiuso gli occhi per l’orrore, un’idea del supplizio dovreste avercela.

Tanto per aggiungere una bella dose di sadismo, Fawkes fu costretto ad assistere all’esecuzione di tre suoi compagni prima di lui. Salito per ultimo sulla forca, riuscì a saltare con il cappio al collo, morendo subito ed evitando la restante, cruenta parte del supplizio. Fu nondimeno squartato ed esposto ai 4 angoli del regno.

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Non hashtag ma mot-dièse. E noi?

Sappiamo tutti della mania tutta francese di tradurre le parole straniere. A noi sembra un sintomo di sciovinismo (a sua volta, una parola che non poteva che scaturire da un cognome francese: «Nazionalismo esclusivo, esaltato e spesso fanatico, che si risolve in un’aprioristica negazione dei valori e dei diritti degli altri popoli e nazioni. Il termine, usato polemicamente dalla pubblicistica francese di lì passato ad altre nazioni, deriva dal nome dell’ufficiale N. Chauvin, fanatico seguace di Napoleone.» – Enciclopedia Treccani), e ci sembra – oltre che ridicolo – vagamente pericoloso, perché resta nella nostra memoria la repressione fascista delle parole straniere, che ci fa ancora chiamare tramezzino un sandwich.

I francesi, anche solo a parlare di informatica, ci hanno dato l’ordinateur, il logiciel, il souris.

Twitter resta twitter: d’altra parte è un marchio posseduto dalla società Twitter Inc. e con il diritto industriale non si scherza, né negli Stati Uniti né in Francia.

E i due onnipresenti @ e #?

Della chioccioletta @ abbiamo già scritto tempo fa: anche se scopro oggi sull’edizione francese di Wikipedia che il suo nome più appropriato è arobase, oppure a commercial o arrobase, arrobe, arobas, arrobas, a rond bas (de casse) o infine arobasque. Insomma, chiamatelo e scrivetelo un po’ come vi aggrada, purché evitiate l’anglicismo at.

Quanto al cancelletto # (come siamo approssimativi noi italiani, che lo chiamiamo cancelletto. «Che volgarité!», esclamerebbe la Carla Bruni dell’imitazione di Fiorello), i francesi il simbolo lo chiamano croisillon, cioè “finestra a crociera”. Ma il simbolo seguito da una parola che si usa in Twitter e che tutti chiamiamo hashtag? Qui la cosa è più complicata. Hanno cominciato i canadesi – per l’esattezza l’Office québécois de la langue française, che fin dal 2011 ha creato e proposto il termine «mot-clic»:

mot-clic

Domaine
informatique > Internet

Auteur

Office québécois de la langue française, 2011

Définition

Série de caractères précédée du signe #, cliquable, servant à référencer le contenu des micromessages, par l’indexation de sujets ou de noms, afin de faciliter le regroupement par catégories et la recherche thématique par clic.

Notes

Un mot-clic prend la forme suivante : #motclé. Il s’agit d’un mot-clé sur lequel on clique; c’est par le clic, associé à un hyperlien, qu’il devient utile et intéressant. Ajouter un # avant un mot le transforme automatiquement en lien cliquable menant à une page de recherche contenant tous les messages avec le même mot-clic. Celui-ci permet ainsi de trouver tout ce qui est lié à un sujet (#musique, #H1N1, #Egypte, #JO2010, #motclic, etc.).
Sur Twitter, lorsque l’on crée ou utilise un mot-clic comprenant plusieurs mots ou éléments, on doit enlever l’espace, et le trait d’union s’il y a lieu, pour le rendre cliquable.
Il arrive que le mot-clic soit aussi utilisé pour caractériser le ton d’un message de façon concise, fantaisiste et souvent drôle : #pour2, #miam, #lescarottessontcuites.
Le signe # porte différents noms : dièse, carré et croisillon (norme ISO 646). [-]

Termes privilégiés
mot-clic n. m.
mot-clé n. m.

Le terme mot-clic, formé à partir de mot-clé et de clic, a été proposé par l’Office québécois de la langue française, en janvier 2011, pour désigner ce concept. Au pluriel, on écrira : des mots-clics, tout comme des mots-clés. [www.gdt.oqlf.gouv.qc.ca/ficheOqlf.aspx?Id_Fiche=26506610]

tafter.it

Ma potevano i francesi della madre patria essere soddisfatti di questo primato quebecchese (o comunque si dica)? Certamente no. E allora – lenta, certo, ma inesorabile come uno schiacciasassi – scende in campo la Délégation générale à la langue française et aux langues de France (DGLFLF – Delegazione generale per la lingua francese e per le lingue della Francia: se volete saperne di più una parte del sito è in italiano). Il nuovo termine è stato pubblicato sul Journal officiel (la Gazzetta ufficiale della Repubblica francese) il 23 gennaio 2013:

mot-dièse, n.m.
Domaine : Télécommunications-Informatique/Internet
Définition : Suite signifiante de caractères sans espace commençant par le signe # (dièse), qui signale un sujet d’intérêt et est insérée dans un message par son rédacteur afin d’en faciliter le repérage.
Note :
1. En cliquant sur un mot-dièse, le lecteur a accès à l’ensemble des messages qui le contiennent.
2. L’usage du mot-dièse est particulièrement répandu dans les réseaux sociaux fonctionnant par minimessages.
3. Pluriel : mots-dièse.
Équivalent étranger : hashtag (en) [FranceTerme]

Non so a voi, ma a me pare una parola ben trovata, con quel richiamo musicale al diesis…

E noi? Noi possiamo soltanto segnalare la registrazione di hashtag tra i neologismi nel Vocabolario Treccani a partire dal 2012:

hashtag s. m. inv. In alcuni motori di ricerca e, in particolare, in siti di microblogging, parola o frase (composta da più parole scritte unite), preceduta dal simbolo cancelletto (#), che serve per etichettare e rintracciare soggetti di interesse. ◆ E gli articoli sulla crisi di governo o sulle manifestazioni di piazza, se corredati di hashtag, sembran subito più moderni. L’hashtag è il cancelletto, quello che precede sigle che servono a identificare un tema, in modo che una ricerca reperisca rapidamente tutti i tweet in merito: per la manifestazione degenerata a Roma l’hashtag era #150 (che stava per 150ctober) […]. (Guia Soncini, Repubblica, 5 novembre 2011, D, p. 90) Su Twitter, gli hashtag #nevearoma e #alemanno presentano qualche commento irriferibile e parecchi indignati e documentati. (Maria Luisa Rodotà, Corriere della sera, 5 febbraio 2012, p. 3, Primo Piano).
Dall’ingl. hashtag, a sua volta composto dal s. hash (mark) (‘cancelletto’) e dal s. tag (‘etichetta’).

Per la giornata dalla memoria.

Sbagliando s'impera

Le benevole merita un supplemento e una riflessione, in questi tempi in cui percorrono l’Italia venticelli di pogrom…

Le riflessioni del nostro protagonista colto e nazista sono davvero inquietanti, perché se non sapessimo chi è e se togliessimo qualche riferimento storico troppo rivelatore, potrebbero essere uno di quei dotti editoriali che ci propina la grande stampa (che so, un Ferrara o un Panebianco…).

E in effetti la vittoria avrebbe sistemato tutto, perché se avessimo vinto, immaginatevelo per un momento, se la Germania avesse schiacciato i rossi e distrutto l’Unione Sovietica, non si sarebbe mai più parlato di crimini, o meglio sì, ma di crimi­ni bolscevichi, debitamente documentati grazie agli archivi sequestrati (gli archivi dell’NKVD di Smolensk, trasferiti in Germania e recuperati alla fine della guerra dagli Americani, svolsero appunto questo ruolo, quando alla fine venne il momento di spiegare quasi dall’oggi al domani ai bravi elettori democratici perché i mostri…

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The Mongoliad: Book Two (The Foreworld Saga)

Stephenson, Neal, Erik Bear, Greg Bear, Joseph Brassey, Nicole Galland, Cooper Moo, Mark Teppo (2012). The Mongoliad: Book Two (The Foreworld Saga). Las Vegas: 47North. 2012. ISBN 1612185606. Pagine 452. 5,01 €

amazon.com

Teppo, Mark (2012). Sinner: A Prequel to the Mongoliad (The Foreworld Saga). Las Vegas: 47North. 2012. ISBN 9781611092455. Pagine 56. 1,78 €

foreworld.com

Teppo, Mark (2012). Dreamer: A Prequel to the Mongoliad (The Foreworld Saga). Las Vegas: 47North. 2012. ISBN 9781611096354. Pagine 46. 0,00 €

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Ben poco da dire, rispetto alla recensione che ho fatto sul primo volume della saga: una lettura piacevole, ottima per superare una noiosa influenzetta, e poco più. Continuano a essere fastidiosi gli errori di latino.

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Zachar Prilepin – San’kja

Prilepin, Zachar (2006). San’kja (trad. E. Striano). Roma: Voland. 2011. ISBN 9788862432788. Pagine 288. 7,99 €

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Chi ama la lettura lo sa: quando si comincia a esplorare un territorio nuovo – una letteratura, un autore, un filone – si rischia seriamente l’esplosione. Se nelle pagine di ogni nuovo libro letto si trova lo spunto o l’aspirazione per leggerne altri 2 o 3, il percorso di lettura assume immediatamente un andamento esponenziale (è uno dei pochi casi in cui è appropriato usare questa parola abusata). Anche il lettore più curioso e più veloce a leggere ha però dei limiti e si deve rassegnare a leggere linearmente. Un’eterna ghirlanda brillante, direbbe Doug Hofstadter.

Poi ci sono, più rare ma di grande soddisfazione, le convergenze: quando 2 o più libri che hai letto ti indirizzano verso uno stesso libro o autore. A me è successo per questo romanzo di Zachar Prilebin. Da una parte, Luciana Castellina incontra Prilepin e ne racconta nel suo Siberiana, che ho appena finito di leggere:

È qui all’Arsenal [il centro d’arte contemporanea di Nižnij Novgorod – nota mia], e poi anche nel successivo pranzo in un delizioso ristorante stile vecchia Russia – il Pjatkin’ – dotato di arredi e cibi pregiati, che incontriamo una delle rivelazioni della giovane letteratura russa: Zachar Prilepin, autore di un best-seller – Patologie – che trae ispirazione dalla sua personale esperienza negli Omon (i reparti speciali russi) durante la guerra in Cecenia, e di un libro da poco uscito in Italia, San’kja.
Di un Omon, Prilepin ha tutto l’aspetto: quarant’anni, alto e muscoloso, rapato, t-shirt nera. Parliamo della crudezza dei suoi racconti, della violenza di cui sono intessuti. La conversazione si allarga amichevolmente alla politica: Putin – racconta – ha invitato a discutere lui e qualche altro scrittore. Non ne è venuto fuori granché perché il presidente e il suo doppio, Medvedev, non leggono e non si interessano ai libri. “Una volta un mio amico ha chiesto a Putin: ‘Vladimir, nel suo tempo libero, cosa legge?’ La risposta è stata: ‘Mi godo il tempo libero’. Viviamo in due mondi separati”.
Se non entri in politica, però – aggiunge – non ti toccano. “Ma Patologie è molto politico,” obietto. “No,” taglia corto, “è un libro sull’amore. Per la vita”. Ed è vero: l’insensatezza della ferocia risalta ancora di piú perché accostata ai momenti di pietà e a quelli di tenerezza per la sua donna, Daša. Come gli eroi di Sank’ja, che sono brutali, ma anche struggenti nella loro compassione e fragilità.
Prilepin ammette che alla politica non si può sfuggire. Lui però ora vive in campagna, nei pressi di Nižnij Novgorod, con quattro figli che non manda nemmeno a scuola. Preferisce che a educarli sia la natura. (E però all’impegno non deve aver rinunciato perché poi ho scoperto che ha firmato l’appello del Fronte Civile Unito pubblicato sul sito internet “Putin dimettiti” nel 2010. E anche adesso organizza incontri a San Pietroburgo, Mosca e Nižnij che prendono il nome di “Strategia 31”, assemblee di ragazzi dell’opposizione che si riuniscono per rivendicare l’applicazione dell’articolo 31 della Costituzione che sancisce il diritto a radunarsi e ad associarsi).
Nonostante questo impegno, in lui c’è anche un ripiegamento disilluso, come accade a molti. “Il liberalismo borghese progressista da noi ha fallito,” dice. “Lo sanno tutti ormai. Libertà è sinonimo di mafia e le idee perdono di peso: dignità, giustizia, tutte bufale che lasciano indifferenti. La Russia oggi si sente un paese violentato, disgregato in molti pezzi, sente di essere stata venduta per poco”.
Prilepin è stato in passato (e di quella militanza porta tuttora un segno forte) un seguace di Eduard Limonov, il piú singolare e controverso autore russo, esiliato come dissidente negli anni ’70, diventato famoso a New York fra la beat generation, poi a Parigi negli ambienti letterari ufficiali, e tornato in patria nel ’90, dove ha fondato un partito che si chiama nientemeno che Nazional-Bolscevico. Un nome da rabbrividire, senonché Ediška, questo il suo affettuoso nomignolo, è diventato uno scrittore cult fra molti giovanissimi russi, ed è dunque una chiave per capirli. È il solo dissidente sovietico rimasto al cento per cento dissidente anche in Russia, e per questo Putin ha sciolto il suo partito e poi lo ha arrestato, costringendolo a passare quasi tre anni in carcere. [Siberiana, pos. Kindle 315-334]

voland.it

Ed eccola qui, la convergenza: non è soltanto che in passato Prilepin ha militato nei Naz-Bol di Limonov. Non è neppure soltanto che un qualche idem sentire i due lo devono ancora condividere, se anche Limonov milita in Strategia 31, ed è per questo che è stato recentissimamente arrestato il 31 dicembre 2012.

L’arresto di Limonov, il 31 dicembre 2012 (radio3.rai.it)

È che Sank’ja è sostanzialmente la storia di un giovane militante Naz-Bol e del suo gruppo, appena appena nascosto dietro un velo (il partito nazional-bolscevico si chiama partito rosso-bruno, il suo leader in carcere si chiama nel  romanzo Kostenko mentre il vero cognome di Limonov è Savenko …). Inevitabile – almeno per me che ho appena letto il Limonov di Carrère – leggere Sank’ja come la possibilità di accostarsi alla difficile Russia di oggi e alla sua dissidenza radicale da un punto di vista diverso da quello di Carrère.

Per prima cosa, allora, vediamo che cosa Prilepin (per bocca del protagonista del romanzo Saša) ha da dire su Kostenko-Savenko-Limonov:

Sia lui, sia il suo carattere – pensava Saša di Kostenko – sono racchiusi tra le due definizioni di ‘magnifico’ e ‘mostruoso’. Un uomo magnifico capace di gesti mostruosi. Sì, è così… La magnifica sfrontatezza di Kostenko e la sua mostruosa resistenza alla fatica. La parola ‘mostruosa’ qui è in senso metaforico, è vero… Ma appropriata.
E Saša ricordò a un tratto di come si fosse stupito nell’imbattersi in biblioteca, dopo i libri aggressivi di Kostenko – aggressivi in maniera talvolta sofisticata, talvolta indecente – nei suoi versi, infantili, assurdisti, stampati in una o due occasioni tanto tempo addietro, una ventina d’anni prima. Esprimevano una visione del mondo assolutamente irreale, primigenia, come un bambino di un anno che vada conoscendo il mondo e impari a parlare e a interpretare tutto ciò che vede per la prima volta – a interpretarlo autonomamente e a verbalizzarlo senza suggerimenti. Nei versi di Kostenko il mondo era straordinariamente armonioso, primigenio, quale dovrebbe essere o, meglio, quale è: soltanto che a noi ce lo hanno insegnato, presentato, illustrato in maniera inesatta. E da quel momento tante cose le vediamo senza capirne il senso, né lo scopo…
Quella stessa felice capacità di vedere tutto come per la prima volta Kostenko la metteva nei suoi libri filosofici, ma lì di fanciullesco era rimasto poco… Lì di bontà non ce n’era affatto. Vi traspariva talvolta qualche cosa di trascendente, quasi che gli esseri umani avessero deluso Kostenko una volta e per sempre. Le sapeva mostrare, lui, le proprie delusioni.
E mentre gli unionisti sognavano semplicemente di rimpiazzare il potere rivoltante, immorale e bugiardo del paese, Kostenko cercava di pensare come minimo a duecento anni più in là. Ci vedeva qualcosa di mirabolante. Ah, già, quasi dimenticavo, non di mirabolante; di magnifico e mostruoso. [2726]

Direi che combacia come una tessera di puzzle con il ritratto a tutto tondo che ce ne offre Carrère.

Ma questo è un aspetto tutto sommato secondario. Se ero partito con un intento quasi documentario, o storiografico se volete, mi sono però reso conto molto presto di essere davanti un autore vero, e a un romanzo bello e aspro. Ve lo raccomando vivamente e, per parte mia, non mancherò di leggere Patologie.

* * *

Il protagonista del romanzo è Saša, raccontato in terza persona ma con ampi squarci sul suo mondo interiore:

Da quando era diventato un uomo, dall’età di leva, tutto gli era diventato chiaro. Questioni insolubili non ne sorgevano più. Dio c’è. Senza padre si sta male. La madre è buona e cara. La Patria è una.
“La Volga si getta nel Caspio…” si prese in giro Saša, ma senza ridere. Era proprio così.
Ogni suo atto era la conseguenza di presupposti evidenti. [2024]

Ed egli comprese, o forse addirittura sognò, come Dio avesse creato l’uomo a propria immagine e somiglianza.
L’uomo è un immane vuoto frusciante, dove tra atomo e atomo ci sono correnti d’aria e distanze paurose. È il cosmo. Se si guardasse dentro un corpo morbido e caldo – quello di Saša, per esempio – essendo un milione di volte più piccoli di un atomo, tutto apparirebbe proprio così: un cielo frusciante e caldo sopra la testa.
E viviamo dentro un vuoto, sconosciuto, che ci atterrisce. Ma non è poi così terribile: in realtà siamo a casa, dentro qualcosa che è fatta a nostra immagine e somiglianza. [3258]

È falso, Lëva, quando dicono che la vita è fatta di scelte. Tutto quanto esiste di autentico nega il concetto stesso di scelta. [3491]

– Tutto rimarginato, sano come un cane.
– Di solito si dice ‘sano come un pesce’.
– E io sto come un cane. [3721]

Andò al bagno, lì in piedi sentiva la propria faccia resa estranea dall’ubriachezza, quasi fatta di plastilina. Gli sembrava che se avesse strizzato gli occhi e aggrottato la fronte con tutte le forze, dalla faccia si sarebbero staccati pezzetti di una sostanza estranea che ci si era rappresa sopra. [4525]

* * *

Anche Saša – come il principe Andréj in Guerra e pace e Konstantin Dmitrič Levin in Anna Karenina – si trova in una circostanza a osservare il “cielo alto”. Dev’essere un locus immancabile del romanzo russo:

Saša fu gettato in terra e guardò il cielo, che era sgombro.
I tipi, stanchi del loro lavoro da uomini duri, si accesero una sigaretta: a tratti facevano due passi per sgranchirsi, lanciavano occhiate a Saša. Erano stanchi…
Il Grigio gli si accovacciò accanto, di colpo Saša ne udì le vecchie ossa scrocchiare.
– Ascolta, Saša, sei arrivato – disse il Grigio. – E potresti non andartene più. Lo capisci benissimo. Sai quanta ce n’è di gente come te sotterrata qui? E nessuno li cerca. In questo paese non è cambiato e non cambierà mai niente. Bisogna amarlo e custodirlo così com’è. Mi capisci?
Saša fissava il cielo. [3094]

* * *

Poi c’è la storia d’amore con la bella Jana, che ci viene presentata, la prima volta, come “sinceramente indifferente” [120]:

– Mi accompagni? E poi torni… – Jana guardò Saša seria, qualche frazione di secondo più del dovuto. Sul suo volto non c’era l’attesa di una risposta, ma il tentativo di prendere una decisione, o di convincersi di quanto già deciso. [2148]

Invece di rispondere lei si voltò di scatto, ma non verso Saša, verso la bottiglia di champagne sul pavimento. Ne bevve maldestramente a canna, qualche sorso. Riappoggiò la bottiglia sul pavimento, si lasciò cadere sulla schiena, e Saša vide i suoi occhi spalancati, smarriti, e il piccolo seno scoperto. Con una mano prese dolcemente Jana sotto il collo, si chinò e la baciò piano sulle labbra, sfiorandola appena. Sentì odore di champagne e poi la lingua svelta, felina, di Jana e i suoi piccoli denti.
Si baciavano piano, con concentrazione e perfino con cura, quasi come ciechi che si studino con le labbra.
Lui accarezzava Jana: era esile, sottile sottile, e ancora un po’ bagnata dopo la doccia, una leggera e fresca umidità, che soltanto in un punto si rivelò infuocata e sorprendentemente abbondante: lo avvertì con le dita… Lei emise un flebile sospiro.
[…]
Si sdraiò su un fianco vicino a Jana, la prese per una spalla voltandola a sé. Lei non fece resistenza, in un attimo furono faccia a faccia e lei lo abbracciò straordinariamente forte con il braccio libero, alla maniera dei bambini. Si strinse a Saša con il ventre e con il petto, lo baciò sugli zigomi, sul collo, sul mento.
Poggiò una gamba leggera sul bacino di Saša e si scoprì tutta. Lui si lasciò soltanto scivolare appena con il corpo, tenendo Jana per le piccole natiche, e via…
Si guardavano nel buio e non chiudevano gli occhi. A Saša pareva perfino che quelli di Jana si sgranassero sempre più. Quasi lui l’avesse sconcertata e avesse poi continuato a stupirla sempre più.
[…]
Saša non si voltava verso Jana, temendo quasi di sciupare quella dolcezza e quell’intimità, cui poteva essere subentrato qualcosa di assolutamente indesiderato. Ma sentì un tuffo al cuore dalla gioia, perché Jana saltò leggera sul divano letto e guizzò sotto le coperte, gli si sdraiò accanto, a qualche centimetro – e in qualche punto anche millimetro – tanto che i peli bianchi, impercettibili, sui loro corpi, parvero sfiorarsi. Sdraiata, ansante, fremeva come una liscia lucertola di una razza regale e ignota. Forse una lucertola lunare. E si poteva percepire che sorrideva, ma non col viso, né con le labbra, bensì con tutto il corpo esile ed elastico.
Saša la premette sotto di sé, bramoso, irruente e tenace per l’eccitazione. La baciava, la mordicchiava, ogni tanto si faceva indietro, la contemplava.
Capiva bene che lei non sarebbe scappata, non gli si sarebbe sottratta per nulla al mondo, ciononostante la teneva forte per le braccia, se le giaceva sopra, o per le anche e la schiena, se stava sotto.
– Hai questi occhi sfacciati – disse lei con piacere.
[…]
Senza chiudere gli occhi e probabilmente senza neppure essere semincosciente, Saša sentì che lo facevano cadere e lo colpivano diverse volte alla testa e in altri punti – sugli organi che riforniscono d’aria – con manganelli molto elastici. Aria non ce n’era più, ma dentro di sé ne trovava a sufficienza, tanta da permettergli di non respirare con la bocca.
Lo percuotevano a più non posso, a ritmo serrato e via via crescente, e lui si offriva ai colpi, vi tendeva con tutto il corpo. Sopportava l’umiliazione, sentendo di voler urlare, ma di non avere voce. Non c’era bisogno.
Aveva i crampi alle gambe. Picchiate sulle gambe, chiedeva, ho i crampi. Gli sembrava che, più forte l’avessero picchiato, più in fretta il dolore avrebbe abbandonato i muscoli attanagliati da quei duri lacci emostatici. E i muscoli si sarebbero distesi.
[…]
Era chiaro che volevano immortalare il momento della sua morte. Ma gli ultimi flash parvero confusi, sfocati, quasi lo stessero fotografando nella nebbia…
E tutto scomparve.
[…]
A quanto pare, lei lo aveva baciato. Dapprima sentì la sua bocca stanca e bollente – come dopo un tè caldo – e poi il proprio sapore bestiale, quasi svanito, ma ancora vivo sulle sue labbra, mischiato alla sua saliva; e questo era più che sufficiente.
…Più che… sufficiente…
Jana somigliava davvero a una lucertola, con quel corpo sfuggente e rapido. A volte pareva che lei, come una lucertola, non ce la facesse a restare sdraiata sulla schiena e volesse capovolgersi per sparire, guizzare, scappare. Saša la prendeva forte per le braccia, per le spalle, in modo da esaminarla, coglierne il respiro, lo sguardo perennemente fuggevole, le pupille scure e taglienti.
La accarezzava, comprendendo di colpo che la sua pelle non era affatto setosa e liscia, no; al contrario, era dura. E tiepida appena… come… Saša provò a ricordare a cosa somigliasse la sensazione del contatto con la schiena di Jana, con le sue gambe flessuose, e di colpo si vide in spiaggia, d’estate, da ragazzino, steso con il petto e la pancia sul cerchio nero di un pneumatico d’automobile che emanava un odore dolce e pungente, d’acqua, di sole, stordente. [2269-2361]

* * *

Infine, un pezzo di virtuosismo, tanto per farvi capire di che cosa Prilepin sia capace:

Entrò in un supermercato. Passava di banco in banco, ammaliato.
Osservava i pesci, rari perfino per un manuale di zoologia. Immersi nell’olio come metalli preziosi. Un tripudio di gamberi, polpi, aragoste, calamari, granchi, meduse e mitili, abbondanti come se provenissero da vivai del posto, come se li avessero tirati su con il retino nelle acque scandalosamente pullulanti di pesci di un vascone lì accanto. E dopo si chiedessero con qualche salsa servirli.
E poi i formaggi, provenienti da dispense e cantine di fiabe lette tanto tempo prima. Formaggi profumati come le donne più giovani e belle. Formaggi impossibili da mangiare, cui puoi solamente accostare una guancia e piangere.
Carne, una quantità indecente di carne, tanta da perderci la ragione. Una carne tanto nuda e inerme può andar bene all’aria aperta, alla luce di un falò, quando sei stato tu a cacciare, catturare, uccidere la preda: solo in quel caso lo spettacolo di carni sanguinolente, indifese, denudate e scuoiate può avere un senso. Qui invece la esponevano in bella mostra… e noi, cosa abbiamo fatto per meritarla?…
E ancora ghirlande di polli nudi, e oche lunghe e altezzose, anche se spennate e senza testa.
Ortaggi fragranti come in sogno, pomodori grandi e rossi come se ne mangiavano da bambini, cetrioli che non entrerebbero per intero in una natura morta.
Banchi di frutta stracolmi, succulente angurie spaccate a metà, grappoli di uva mollemente adagiati, arance dai fianchi rotondi, mandarini facili da sbucciare, la buccia leggera come un soprabito gettato sulle spalle. Kiwi irsuti come le attrattive maschili di un neanderthaliano, mele di tutti i colori, abbordabili pere, indecenti banane e certi frutti somiglianti all’occhio rosso di un semaforo staccato dai vandali.
File e file di bottiglie di birra, di marche ignote. File e file di bottiglie di vodka dalle forme più disparate, come se a progettarle fossero stati grandi architetti, distoltisi per un attimo dalla costruzione della città del futuro. E ancora alcolici, tanti da non riuscire a ricordare le etichette… [4805]

A me non pare che il Financial Times abbia fatto marcia indietro

Oggi, molti giornali italiani scrivono che – dopo la lettera al Financial Times di Mario Monti (che si firma in qualità di presidente del consiglio, e non di “candidato premier”, quale che sia il significato di quest’ultima espressione) – il quotidiano inglese avrebbe fatto marcia indietro (Italy’s crucial vote – FT.com).

123people.it

A me non pare, né nella forma né nella sostanza.

Non lo ha fatto nella forma, perché l’articolo di ieri era firmato da un editorialista (Wolfgang Münchau) mentre quello di oggi non è firmato e dunque attribuibile alla direzione (avendo avuto occasione di leggere in altre occasioni le opinioni di Münchau, non mi aspetto nessuna sua ritrattazione, né ora né mai).

Non nella sostanza, perché l’editoriale di oggi si limita a mettere in positivo ciò che ieri Münchau giudicava con scetticismo: che i due candidati credibili potenzialmente (Bersani e Monti, perché il giudizio su Berlusconi è negativo al limite dell’irrisione) hanno un mese di tempo per delineare una linea di politica economica credibile. Giudicate da soli:

Pier Luigi Bersani, candidate for the centre-left Democrats, and Mario Monti, who is heading a centrist coalition, both have personal credibility. […]
However, neither leader has yet to set out a convincing economic vision for the country. The Democrat leader has to prove he will not be taken hostage by the leftwing of his party, which opposes reforms to an inefficient labour market. Mr Monti is right to argue for tax cuts but must spell out where he will find the savings needed to deliver them.
With a strong, export-oriented manufacturing sector and a highly educated labour force, Italy has the potential to return to sustainable growth. Mr Monti and Mr Bersani should use next month’s vote to make the case for a fresh start. This will allow voters to make a real choice about Italy’s future.

Pier Luigi Bersani, candidato per i Democratici di centro-sinistra, e Mario Monti, che guida la coalizione centrista, hanno entrambi credibilità personale. […]
Tuttavia, nessuno dei due ha ancora delineato una visione economica convincente. Il leader democratico deve provare che non si darà prendere ostaggio dall’ala sinistra del partito, che si oppone alle riforme dell’inefficiente mercato del lavoro italiano. Monti ha ragione a proporre tagli delle tasse ma deve dire chiaramente dove intende operare i risparmi che li renderebbero possibili.
Con un settore manifatturiero forte e orientato alle esportazioni e una forza lavoro altamente istruita, l’Italia ha il potenziale per tornare a una crescita sostenibile. Monti e Bersani dovranno utilizzare il voto del mese prossimo per chiarire da dove intendono ripartire. Soltanto questo permetterà agli eklettori di operare una vera scelta sul futuro dell’Italia. [la traduzione è mia]

Quanto al giudizio su Berlusconi, mi sembra tutt’altro che compassato…

[…] Silvio Berlusconi, the plutocrat-cum-politician who is planning a comeback after taking his country to the edge of the fiscal precipice. Some elements of his election manifesto, such as steep cuts to government spending that would finance a reduction in business taxes, are sensible in principle. But we have heard it all before. In his nine years in power, Mr Berlusconi, the laughing cavalier, promised much but delivered nothing. Italians should not be beguiled again.

[…] Silvio Berlusconi, il plutocrate/politico che medita di tornare al potere dopo aver portato il suo paese sull’orla del precipizio fiscale. Alcuni elementi del suo manifesto elettorale – come la proposta di drastici tagli alla spesa pubblica per finanziare le tasse sulle imprese – sono condivisibili in linea di principio. Ma gliel’abbiamo già sentito dire. In nove anni al governo, Berlusconi, l’ilare cavaliere, ha promesso molto senza mantenere niente. Gli italiani non si devono far abbindolare di nuovo. [la traduzione è mia]

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