Formula 1 all’Eur: scampato pericolo?

Tra le tante follie che ammorbano questi nostri tempi, e sono dovute spesso alla perversa coalizione tra politici in cerca di un quarto d’ora di notorietà e di consenso e quelli che una volta si chiamavano “corposi interessi economici”, una – forse minore per molti, ma non per me che ci vivo per scelta – riguardava il progetto di tener all’Eur un Gran premio di Formula 1 su un percorso cittadino.

Sembra che per il momento abbiamo scampato questa follia, a giudicare da questo articolo comparso sull’edizione romana di la Repubblica, e che io riprendo dall’interessante sito (Eddyburg) dell’urbanista Edoardo Salzano. Grazie a Lolo che me l’ha segnalato.

Roma-Eur. “Una vittoria di tutti i cittadini contro le colate di cemento

Data di pubblicazione: 29.01.2010

Autore: Bucci, Carlo Alberto
Quando i cittadini fanno opposizione sul serio, e una istituzione raccoglie la protesta, cambiare si può. La Repubblica, ed. Roma, 29 gennaio 2009

Il fatto

Le gincane del progettato Gran premio di Formula 1 di Roma, che si dovrebbe snodare tra i parchi dell´Eur, dovranno cambiare forse tracciato. E anche la sequenza di edifici pensati lungo il decantato “Boulevard delle Tre Fontane” comincia a vacillare. Per non parlare delle feste notturne che ogni estate romana riempiono i giardini intorno alla Cristoforo Colombo. Sul verde del quartiere iniziato per l´Esposizione universale del 1942, e portato a termine negli anni Cinquanta, è stato infatti appena apposto il vincolo del ministero dei Beni culturali.

Dopo lo strumento di tutela deciso sull´Agro romano, un altro tassello nella difesa statale del paesaggio della Capitale. Con il risultato che d´ora in poi Comune ed Eur spa prima di decidere se e come intervenire sui giardini progettati dall´architetto Raffaele De Vico, dovranno chiedere e coordinarsi con la Soprintendenza statale guidata da Federica Galloni.

È stata infatti istruita dalla soprintendente la pratica del decreto, firmato dal direttore regionale Mario Lolli Ghetti, che stabilisce: «Il complesso di aree verdi denominato “Parchi dell´E. U. R. sito in Roma» è «di interesse storico artistico». In base al cosiddetto Codice Urbani (2004) il parco è «conseguentemente sottoposto a tutte le disposizioni di tutela».
Il procedimento risale al 18 marzo 2009. E già allora le “clausole di salvaguardia” proteggevano con il vincolo il Parco del Turismo e quello del Ninfeo, quello delle Cascate, tutto il verde intorno al Laghetto e il suo invaso, il Giardino degli Ulivi e quello delle Cascate, il Teatro all´aperto, fino al Bosco degli eucalipti, «piantato nell´Ottocento – si legge nelle nove pagine della relazione che accompagna il dossier fatto di foto, piante, documenti d´epoca – dai frati trappisti dell´abbazia delle Tre Fontane allo scopo di aver e a disposizione la materia prima per i loro prodotti farmaceutici». Queste sono le architetture verdi, del più giovane e fino al 2009 ancora non vincolato, parco della Città Eterna. Parco che il decreto ministeriale emanato il 16 dicembre (le notifiche sono partite il 12 gennaio) finalmente protegge.

Tra gli allegati al vincolo, c´è anche la mappa (degli anni Quaranta) con l´esatta dislocazione delle 44 specie arboree previste nei “Parchi del Ninfeo e del Turismo”. Dal «Pinus» al «Cedrus Atl. Glauca», passando per quello del Libano e per l´acanto, la robinia, i cipressi, le querce, il «myrtus communis». Anche la disposizione dei fusti è segnata nel progetto dell´epoca. E, in attesa di un restauro ambientale, ci si chiede come questa zona possa sopportare i box, le gradinate, le protezioni per i piloti lungo la pista, indispensabili per una corsa di Formula 1.

Anche le manifestazioni organizzate lungo i tre mesi estivi – fino a cinque contemporaneamente, e che a causa dell´eccessivo rumore hanno prodotto almeno una novantina di esposti da parte degli abitanti, in particolare degli inquilini di via di Val Fiorita – dovranno passare ora al vaglio della Soprintendenza. I palchi, i bar, le passerelle e le cancellate, dovranno – se autorizzati – rispettare il decoro e la salvaguardia di quei giardini e di quegli alberi che all´Eur sono riconosciuti ora «di valore artistico». E tutelati come il Colosseo quadrato, il palazzo dei Congressi o i mosaici futuristi di Prampolini e Depero.

I commenti

Non sta nella pelle Matilde Spadaro, 37 anni, piccola e combattiva, un cuore rosso-verde che batte per il quartiere del XII Municipio del quale è consigliere d´opposizione. «Siamo felici per il vincolo sul verde dell´Eur, ma il merito è tutto del ministero che ha dotato il nostro quartiere di un formidabile strumento di tutela». Più compassata la sua compagna di battaglie, Cristina Lattanzi, 61 anni, un passato da imprenditrice tessile e un presente da vicepresidente del combattivo manipolo di cittadini del comitato («apolitico», ci tiene a sottolineare) “Salute e ambiente Eur”: «È una vittoria di tutti i cittadini, non una guerra contro qualcuno. Del vincolo goderanno tutti, nessuno escluso». Intorno a loro si è mossa una galassia che va dal Consiglio di Quartiere Eur all´Associazione Colle della Strega, dal Comitato di Quartiere Torrino Decima a Cecchignola vivibile, a Viviamo Vitinia. E da questo movimento è nata la richiesta di vincolo.

Matilde Spadaro, come iniziò la vostra battaglia?
«Quando nel 2006 ci rendemmo conto che sui parchi dell´Eur pesava la minaccia di edificazioni stabili per un totale di 18mila metri cubi di cemento».

Non si trattava solo di “gazebo”?
«In realtà si trattava di strutture di ristorazione previste lungo via di Tre Fontane e del tutto incompatibili con l´architettura verde prevista da De Vico nel parco del Ninfeo e del Turismo. La delibera comunale del 2008, la 72, ci diede però torto. E arrivò il permesso a costruire 12mila metri quadri lungo il Boulevard. Ma nel frattempo, insieme con Italia Nostra e altre associazioni ambientaliste, chiedemmo allo Stato di porre il vincolo sul verde dell´Eur. E, ora che è arrivato, esultiamo perché è confermato il valore storico artistico dei nostri parchi. E perché viene ribadito il ruolo di protagonista della Soprintendenza nella tutela».

Ma perché una gara di automobilismo è incompatibile con i parchi dell´Eur, non sono previste nuove strade, vero Cristina Lattanzi?
«Sembrerebbe di no. Ma i problemi sono due. Primo, c´è la questione dell´inquinamento atmosferico e acustico che un Gran Premio porta con sé. E secondo, soprattutto, c´è l´impatto che le strutture di contorno della gara avranno certamente ai bordi del tracciato. Infine, vorrei segnalare che il sottopasso sotto la Colombo è indispensabile per la gara ma non ha nessun senso per la viabilità quotidiana: lì sotto, a via delle Tre Fontane, non si creano mai ingorghi».

Eppure a Monza la Formula 1 attraversa il parco, perché a Roma no?
«A settembre siamo andate con Matilde a prendere visione del circuito. Eravamo ospiti degli “Amici dell´autodromo”. Ma lì, per l´appunto, si tratta di un autodromo vero. A Roma, invece, sarebbe un circuito cittadino. E non è pensabile che le piante, gli alberi e i prati del parco del Turismo, del Ninfeo o degli Eucalipti, non verrebbero toccati qualora si dovessero inserire le vie di fuga per le auto di soccorso, i box per i team, le recinzioni per la tutela dell´incolumità dei piloti e del pubblico. Le gradinate per la folla, poi, andrebbero messe lungo le strade. Ma sono le strade di un parco tutelato, ora».

Che rapporto c´è tra i 9-10mila abitanti dell´Eur e questi giardini di mezzo secolo fa?
«La gente dell´Eur è molto affezionata al verde tra i grandi viali e i magnifici palazzi dell´E42. E il vincolo, lo ripeto, è una vittoria di tutti».

Nell’immagine qui sotto potete vedere il progetto di percorso.

Per chi non conosce l’Eur, il percorso passa ai bordi e all’interno di due parchi urbani (immagino sarebbe necessario allargare le strade esistenti, realizzare vie di fuga, servizi, tribune, box …). In questo, l’animazione che vi propongo qui sotto e che è stata realizzata dai promotori è un’opera di fantasia, che inculca nella mente degli appassionati di F1 l’idea che il percorso si snodi tra i bianchi palazzi monumentali …

Gli alberghi più sporchi del mondo (e d’Italia)

Tripadvisor pubblica oggi (29 gennaio 2010)  la lista degli alberghi più sporchi del mondo, sulla base delle segnalazioni degli utilizzatori (Tripadvisor è un sito web 2.0). Un albergo italiano si colloca al 2° posto nella classifica europea: è il Villaggio Club Porto Ainu di Budoni in Sardegna. Di ben magra consolazione constatare che dei peggiori 10, 8 sono nel Regno Unito.

Scorrendo la classifica italiana, è una consolazione (viviamo in un mondo coerente e forse dio non gioca a dadi) ritrovare il caro vecchio Hotel Nizza di Roma (che l’anno scorso occupava il primo posto: sarà migliorato lui o peggiorati gli altri) e il Repubblica Hotel di Roma (che ha “guadagnato una posizione, passando dal 3° al 2° posto).

Per spirito di servizio pubblico, eccovi la lista.

  1. Villaggio Club Porto Ainu, Budoni, Italy
  2. Repubblica Hotel, Rome, Italy
  3. La Pace Hotel, Tropea, Italy
  4. Hotel Nizza, Rome, Italy
  5. Hotel Center 2, Rome, Italy
  6. Villaggio Gioca in Birdi, Aglientu, Italy
  7. Hotel terme parco eco, Forio, Italy
  8. Rubino, Rome, Italy
  9. Park Hotel Blanc et Noir, Rome, Italy
  10. Concorde Hotel, Florence, Italy

Autotomia

autotomìa s. f. [comp. di auto-1 e –tomia]. – In biologia, fenomeno che presentano alcuni animali, consistente nell’amputazione spontanea di alcune parti del corpo, che vengono in seguito rigenerate (per es., l’espulsione spontanea dei visceri di alcune oloturie e ascidie, la perdita di antenne, zampe e appendici boccali nei crostacei, negli insetti, ecc.). [Vocabolario Treccani]

Wikipedia

Chissà come mai, ma la parola mi è venuta in mente dopo aver sentito dell’esito delle primarie pugliesi.

Spesso la parte eliminata per autotomia si rigenera: sarà così anche per il PD?

Pubblicato su Parole. 2 Comments »

L’accento francese e i pregiudizi

Per tutta la mia vita, e fino a qualche settimana fa, sono vissuto nella convinzione che i francesi tendano ad accentare tutte le parole sull’ultima sillaba. Immagino che anche voi viviate in questa convinzione.

Poi qualche tempo fa una mia amica francese – non so come l’argomento fosse venuto a galla – mi ha detto: “Non è vero, il francese è una lingua piana.” Non ho fatto lo sforzo di capire che cosa volesse dire e me la sono cavata con una bella risata.

Qualche tempo dopo ho ricordato ridendo l’episodio con un’amica francese di mio figlio, che per di più è una normalista letterata e agrégé. Niente da scherzarci sopra. Questa amica mi ha spiegato l’arcano. Sostiene che il francese è una lingua piana in cui ogni singola sillaba pronunciata viene accentuata allo stesso modo, con la stessa intensità. In italiano, invece, noi accentiamo fortemente la sillaba dove cade l’accento tonico, e non mettiamo nessun accento, fino alla soglia dell’inaudibilità, sulle altre sillabe.

Ad esempio, la parola campo, noi la pronunciamo più o meno càmpο, mentre i francesi la pronunciano càmpò. Per questo a noi sembra che i francesi accentino l’ultima sillaba, semplicemente perché noi non l’accentiamo. Ai francesi pare invece che noi, per così dire, superaccentiamo la sillaba tonica e quasi non pronunciamo quella finale.

Non è importante se la spiegazione vi convince. È importante, invece, riflettere sul fatto che è almeno possibile che un pregiudizio, che riteniamo inoppugnabile per la sola circostanza di essere appunto un pregiudizio, su cui non abbiamo mai applicato il nostro raziocinio, sia aperto a una diversa spiegazione razionale, cui non avevamo nemmeno mai pensato.

E se è vero per una cosa in fin dei conti così insignificante, chissà quanti altri pregiudizi e luoghi comuni, dai quali facciamo magari dipendere scelte e atteggiamenti etici e politici, meriterebbero di essere messi in discussione.

Proverò a mettere tra i miei motti questo:

E se invece?

Scienza e sentimento

Pascale, Antonio (2008). Scienza e sentimento. Torino: Einaudi. 2008.

Pascale è un narratore interessante, anche se ne ho parlato su questo blog soltanto qui a proposito della sua analisi di La cura di Franco Battiato. pubblicata su Limes 2/2009 e disponibile online sul sito della rivista.

Nemmeno questa è un’opera di narrativa, ma un libello contro la posizione, largamente diffusa a sinistra, che il “naturale” è Bbuóno e lo scientifico-industriale (OGM in testa) è No Bbuóno. Dato che la penso anch’io così (come Pascale, non come la vulgata di sinistra) il libriccino mi è molto piaciuto, e lo consiglio vivamente.

Ma l’argomento e la tesi del libro è meglio lasciarli esporre a lui (cito dalla quarta di copertina):

In questi ultimi anni molti intellettuali, privi in realtà di solide conoscenze scientifiche, hanno trasformato questioni molto serie in simboli di facile lettura. Con interventi di orientamento «romantico» hanno tentato di guadagnarsi l’applauso del pubblico raccontando di un passato mitico o usando categorie come naturale (bene) e artificiale (male), chimico (veleno) e organico (sano).
Davanti a categorie come queste, si sa, non c’è ragione che tenga. Il nostro romantico cuore spinge verso il naturale e l’organico e combatte il veleno. Ma il cuore è un organo largamente sopravvalutato.
E il rischio è che la cultura umanistica alimenti una nuova inquisizione, di fronte alla quale è sempre piú forte l’esigenza di un pensiero laico. Perché il buon laico in fondo somiglia al bravo scienziato. E davanti al bicchiere d’acqua non si lascia prendere né dal panico (apocalittico) né dall’emozione (creativa). Non ricama teorie sui bei tempi andati, ma si concentra e cerca di fornirne una misura.
Da un narratore darwinista il manifesto laico per una nuova discussione sulla scienza. Con alcune risposte agli argomenti che dominano la nostra discussione pubblica: l’agricoltura, la chimica, il biologico, gli Ogm. Risposte forse non definitive, ma certamente misurazioni piú esatte.

Prima che qualcuno protesti che un letterato non si deve impicciare di problemi che non conosce (a meno che non sia un intellettuale organico, va da sé), dirò che Pascale è laureato in agraria e lavora al ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali.

Ma naturalmente il punto non è questo. Quasi tutte le affermazioni di Pascale sono – secondo me – ampiamente condivisibili. Inoltre, Pascale scrive in un modo accattivante e originale. Infine, i collegamenti che riesce a fare tra argomenti “umanistici” e argomenti “scientifici” sono sempre stimolanti e invitano a pensare fuori dagli schemi.

Tre buoni motivi per comprare e leggere il libro.

Pubblicato su Recensioni. 6 Comments »

Sad Song

Sempre Lou Reed. Sempre Berlin. Sempre più triste e disperata.

Staring at my picture book
she looks like Mary, Queen of Scots
She seemed very regal to me
just goes to show how wrong you can be

I’m gonna stop wastin’ my time
Somebody else would have broken both of her arms

Sad song, sad song
Sad song, sad song

My castle, kids and home
I thought she was Mary, Queen of Scots
I tried so very hard
shows just how wrong you can be

I’m gonna stop wasting time
Somebody else would have broken both of her arms

Sad song, sad song
Sad song, sad song
Sad song, sad song
Sad song, sad song
Sad song, sad song
Sad song, sad song

Pubblicato su Musica. Leave a Comment »

Kaiak e canoe

Stasera sono stato al Festival delle scienze all’Auditorium di Roma (Roma, Auditorium Parco della musica, “Tra Possibile e Immaginario” Festival delle Scienze 2010, giovedì 14/01/2010 Sala Petrassi ore 21:  La Cattedrale di Turing e l’universo digitale. Conferenza con George Dyson, John Brockman, Vittorio Bo).

George Dyson è uno storico della scienza, figlio del fisico Freeman Dyson e fratello di Esther Dyson (quella di Release 2.0). John Brockman è uno scrittore e agente letterario, curatore tra l’altro di Edge, una rivista online che consiglio vivamente.
Ogni fine d’anno Brockman fa una domanda a una platea di intellettuali. La domanda di quest’anno era: “In che modo Internet ha cambiato la tua vita?”

La risposta di Dyson l’ho trovata bellissima:

KAYAKS vs CANOES

In the North Pacific ocean, there were two approaches to boatbuilding. The Aleuts (and their kayak-building relatives) lived on barren, treeless islands and built their vessels by piecing together skeletal frameworks from fragments of beach-combed wood. The Tlingit (and their dugout canoe-building relatives) built their vessels by selecting entire trees out of the rainforest and removing wood until there was nothing left but a canoe.

The Aleut and the Tlingit achieved similar results — maximum boat / minimum material — by opposite means. The flood of information unleashed by the Internet has produced a similar cultural split. We used to be kayak builders, collecting all available fragments of information to assemble the framework that kept us afloat. Now, we have to learn to become dugout-canoe builders, discarding unneccessary information to reveal the shape of knowledge hidden within.

I was a hardened kayak builder, trained to collect every available stick. I resent having to learn the new skills. But those who don’t will be left paddling logs, not canoes.

Giovedì 14/01/2010 Sala Petrassi ore 21
“Tra Possibile e Immaginario” Festival delle Scienze 2010
La Cattedrale di Turing e l’universo digitale
Conferenza con George Dyson, John Brockman, Vittorio Bo
Pubblicato su Citazioni. 7 Comments »