1° gennaio – Carpe diem

Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi,
quem tibi finem di dederint, Leuconoe, nec Babylonios
temptaris numeros. Ut melius, quidquid erit, pati,
seu plures hiemes, seu tribuit Iuppiter ultimam,
quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare
Tyrrhenum: sapias, vina liques, et spatio brevi
spem longam reseces. Dum loquimur, fugerit invida
aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.

Non domandarti – non è giusto saperlo – a me, a te
quale sorte abbian dato gli dèi, e non chiederlo agli astri,
o Leuconoe; al meglio sopporta quel che sarà:
se molti inverni Giove ancor ti conceda
o ultimo questo che contro gli scogli fiacca le onde
del mare Tirreno. Sii saggia, mesci il vino
– breve è la vita – rinuncia a speranze lontane. Parliamo
e fugge il tempo geloso: carpe diem, non pensare a domani.

Toti Scialoja, un assaggio

Ti ricordi gli storni che a stormi
nei tramonti dei nostri bei giorni
quando i treni si fanno notturni
attorniavano Terni e dintorni?

Bei tramonti che accesero Terni
rispecchiandone il fuoco dei forni
mentre i cieli diventano inferni
taciturni se ruotano stormi.

Neri stormi sui monti di Terni
che di sera perdendo i contorni
frastornavano i nostri ritorni
con l’eterno stormire degli orni.

Son trascorsi gli autunni e gli inverni
sono andati e tornati gli stormi
sulla Nera su Terni su Narni
sulle pere forate dai vermi.

***
Locomotiva avanti, locomotiva indietro,
cento camaleonti mi guardano dal vetro.
La comitiva è affranta, la comitiva è muta,
son tutti al finestrino nessuno mi saluta.
La commozione è forte, la commozione è piena,
quando schiacciano ai vetri le squame della schiena.
 ***

La stanza la stizza l’astuzia
di quando vivevi a Venezia
ed eri zanzara… la pazza
zanzara – che all’alba è un’inezia.

***

Passa in cielo una folaga…
Ne segue un’altra, analoga.

***

La cincia maschio che fischia a Schio
corre un bel rischio: ci fischio anch’io!

***

Son teneri, rosei ed inermi
i vermi di Forte dei Marmi
che in coro mi cantano : “Dormi!”.
Cullato dal canto dei vermi
se dormo non posso sognarmi
che un mare di vermi che mormori.

***

Ogni topo di chiavica
appena nato naviga.

 ***

Si fa bruno a Brunico il cielo all’imbrunire.
Dentro l’ombra al lombrico non resta che lombrire.

Mellow

L’aggettivo inglese, secondo il Merriam-Webster online, significa:

  1. di un frutto, tenero e dolce perché maturo
  2. di un vino, ben invecchiato e piacevolmente “mite” (noi diremmo rotondo, senza le spigolosità dell’eccesso di tannini)
  3. di una persona, reso gentile dall’età e dall’esperienza
  4. di una persona, di carattere ricco e a tutto tondo, senza stridore e ostentazione
  5. di una persona, caldo e rilassato, per effetto (o come per effetto) di una lieve ebbrezza
  6. di una persona, piacevole, gradevole
  7. di una persona, rilassato nell’affrontare la vita (laid-back)
  8. del terreno, soffice e argilloso.

Bene, così attrezzati possiamo apprezzare una canzone di Donovan, l’inno nazionale dei laid-back degli anni Sessanta, la cui mellowness ci sembra più da attribuire alla cannabis che all’alcol.

Il corto circuito è con lo slogan ripreso dal sindaco di Londra, Ken Livingstone, per migliorare l’impronta ecologica della città risparmiando acqua.

If it’s yellow,
let it mellow.
If it’s brown,
flush it down.

Il consiglio è ecologicamente solido. Avete bisogno che ve lo spieghi?

Berlusconi-Saccà

Mi rendo conto che molti l’hanno già diffuso, ma lo faccio anch’io, per due motivi:

  1. perché è istruttivo il tono, di chiacchiericcio, di arroganza, di pochezza intellettuale…
  2. non per le raccomandazioni, ma perché “io sto cercando di avere la maggioranza in Senato” (dopo il 6° minuto).

Giudicate da soli, senza paura. Ne siete capaci.

Ma non mi dite: “sono tutti eguali”. Anche se fosse vero (e in non lo penso), ogni azione va giudicata a sé. Gli errori non si compensano, non c’è una partita doppia dalle cazzate. Non basta un milioni di torti a fare una ragione.

Per i curiosi del gossip (ma non è il gossip il punto!) e per sapere qual è la merce di scambio su cui si gioca la stabilità della maggioranza al Senato, eccovi due eloquenti foto di Evelina Manna e Elena Russo.

La sera fiesolana – Gabriele D’Annunzio

Dedicata a chi pensa che D’Annunzio faccia sempre schifo (OK, fa un po’ schifo anche qui, è pur sempre dannunziano!).

Dedicata a chi sogna una sera di giugno in questa grigia mattina di dicembre.

Fresche le mie parole ne la sera
ti sien come il fruscío che fan le foglie
del gelso ne la man di chi le coglie
silenzioso e ancor s’attarda a l’opra lenta
su l’alta scala che s’annera
contro il fusto che s’inargenta
con le sue rame spoglie
mentre la Luna è prossima a le soglie
cerule e par che innanzi a sé distenda un velo
ove il nostro sogno si giace
e par che la campagna già si senta
da lei sommersa nel notturno gelo
e da lei beva la sperata pace
senza vederla.

Laudata sii pel tuo viso di perla,
o Sera, e pè tuoi grandi umidi occhi ove si tace
l’acqua del cielo!

Dolci le mie parole ne la sera
ti sien come la pioggia che bruiva
tepida e fuggitiva,
commiato lacrimoso de la primavera,
su i gelsi e su gli olmi e su le viti
e su i pini dai novelli rosei diti
che giocano con l’aura che si perde,
e su ‘l grano che non è biondo ancóra
e non è verde,
e su ‘l fieno che già patì la falce
e trascolora,
e su gli olivi, su i fratelli olivi
che fan di santità pallidi i clivi
e sorridenti.

Laudata sii per le tue vesti aulenti,
o Sera, e pel cinto che ti cinge come il salce
il fien che odora!

Io ti dirò verso quali reami
d’amor ci chiami il fiume, le cui fonti
eterne e l’ombra de gli antichi rami
parlano nel mistero sacro dei monti;
e ti dirò per qual segreto
le colline su i limpidi orizzonti
s’incúrvino come labbra che un divieto
chiuda, e perché la volontà di dire
le faccia belle
oltre ogni uman desire
e nel silenzio lor sempre novelle
consolatrici, sì che pare
che ogni sera l’anima le possa amare
d’amor più forte.

Laudata sii per la tua pura morte
o Sera, e per l’attesa che in te fa palpitare
le prime stelle!

Le benevole (2): “L’erba cresce rigogliosa sulle tombe dei vinti”

Le benevole merita un supplemento e una riflessione, in questi tempi in cui percorrono l’Italia venticelli di pogrom…

Le riflessioni del nostro protagonista colto e nazista sono davvero inquietanti, perché se non sapessimo chi è e se togliessimo qualche riferimento storico troppo rivelatore, potrebbero essere uno di quei dotti editoriali che ci propina la grande stampa (che so, un Ferrara o un Panebianco…).

E in effetti la vittoria avrebbe sistemato tutto, perché se avessimo vinto, immaginatevelo per un momento, se la Germania avesse schiacciato i rossi e distrutto l’Unione Sovietica, non si sarebbe mai più parlato di crimini, o meglio sì, ma di crimi­ni bolscevichi, debitamente documentati grazie agli archivi sequestrati (gli archivi dell’NKVD di Smolensk, trasferiti in Germania e recuperati alla fine della guerra dagli Americani, svolsero appunto questo ruolo, quando alla fine venne il momento di spiegare quasi dall’oggi al domani ai bravi elettori democratici perché i mostri infami della vigilia dovessero ora fungere da baluardo contro gli eroici alleati del giorno prima, adesso denunciati come mostri ancora peggiori), o forse addirittura, per riprendere con dei proces­si in piena regola, perché no, il processo degli agitatori bolscevichi, immaginatevelo un po’, per fare sul serio come hanno voluto fare sul serio gli Angloamericani (Stalin, si sa, se la rideva di quei processi, li prendeva per quello che erano, un’ipocrisia, e per giunta inutile), e poi tutti, Inglesi e Americani in testa, sarebbero venuti a patti con noi, le diplomazie si sarebbero riallineate sulle nuove realtà, e nonostante l’inevitabile protesta degli ebrei di New York, gli ebrei d’Europa, di cui comunque nessuno avrebbe sentito la mancanza, sarebbero stati registrati sotto la voce profitti e perdite, come del resto tutti gli altri morti, zingari, Polacchi, che so io, l’erba cresce rigogliosa sulle tombe dei vinti, e nessuno chiede conto al vincitore, non lo dico per tentare di giustificarci, è la semplice e tremenda verità, guardate un po’ Roosevelt, quell’uomo perbene, con il suo caro amico Uncle Joe, quanti milioni ne aveva già uccisi Stalin, nel 1941, o addirittura prima del 1939, ben più di noi, di sicuro, e anche a stilare un bilancio definitivo lui rischia proprio di restare in testa, fra la collettivizzazionc, dekulakizzazione, le grandi purghe e le deportazioni di popolazioni nel 1943 e 1944, e questo all’epoca era ben noto, tutti più o meno sapevano, negli anni Trenta, cosa succedeva in Russia, anche Roosevelt lo sapeva, quell’amico del genere umano, il che non gli ha mai impedito di elogiare la lealtà e l’umanità di Stalin, malgrado i reiterati avvertimenti di Churchill del resto, un po’ meno ingenuo da un certo punto di vista, e d’altra parte un po’ meno realista, e se quindi noialtri avessimo in effetti vinto quella guerra, sarebbe stata di sicuro la stessa cosa, a poco a poco, gli ostinati che non avrebbero smesso di chiamarci nemici del genere umano si sarebbero zittiti a uno a uno, per mancanza di pubblico, e i diplomatici avrebbero smussato gli spigoli, perché dopotutto, non è vero?, Krieg ist Krieg und Schnaps ist Schnaps, e così va il mondo. forse in fin dei conti i nostri sforzi sarebbero stati addirittura applauditi, come ha spesso predetto il Fiihrer, o forse no, comunque molti avrebbero applaudito, di quelli che nel frattempo hanno invece taciuto, perché abbiamo perso, dura realtà. E anche se a questo proposito avesse continuato a sussistere una certa tensione, dieci o quindici anni, prima o poi si sarebbe allentata, per esempio quando i nostri diplomatici avessero fermamente condannato, riservandosi comunque la possibilità di dimostrare un certo grado di comprensione, le severe misure suscettibili di nuocere ai diritti dell’uomo, che prima o poi la Gran Bretagna o la Francia avrebbero dovuto applicare per ripristinare l’ordine nelle loro recalcitranti colonie oppure, nel caso degli Stati Uniti, per assicurare la stabilità del commercio mondiale e combattere i focolai di rivolta comunisti, come tutti hanno finito per fare, con i ben noti risultati. Perché sarebbe un errore, e grave a mio parere, pensare che il senso morale delle potenze occidentali sia cosi fondamentalmente diverso dal nostro: dopotutto, una potenza è una potenza, non lo diventa, né lo rimane, per caso. I Monegaschi o i Lussemburghesi possono permettersi il lusso di una certa onestà politica; per gli Inglesi è un po’ diverso. Non è stato forse un amministratore britannico, educato a Oxford o a Cambridge, a preconizzare già nel 1922 dei massacri amministrativi per garantire la sicurezza del­le colonie, e a deplorare amaramente che la situazione politica in the Home Islands rendesse impossibili quelle salutari misure? Ov­vero se, come hanno fatto alcuni, si vogliono imputare tutte le no­stre colpe soltanto all’antisemitismo – un grottesco errore, a mio parere, ma da cui molti si sono fatti sedurre – non bisognerebbe forse riconoscere che, alla vigilia della Grande guerra, la Francia si comportava ben peggio di noi in questo campo (per non parlare della Russia dei pogrom!)? Spero peraltro che non vi sorprenda troppo sentirmi svalutare tanto l’antisemitismo come causa fon­damentale del massacro degli ebrei: sarebbe dimenticare che le no­stre politiche di sterminio avevano ben altra portata. Al momento della sconfitta – e lungi dal voler riscrivere la Storia, sarei il pri­mo ad ammetterlo – oltre agli ebrei avevamo già portato a termine la distruzione di tutti gli handicappati tedeschi incurabili, fisici e mentali, della maggior parte degli zingari, e di milioni di Russi e di Polacchi. E i progetti, è ben noto, erano ancora più ambiziosi: per i Russi, la necessaria riduzione naturale, secondo gli esperti del Piano quadriennale e dell’RSHA, doveva toccare i trenta milioni, se non attestarsi addirittura fra i quarantasei e i cinquantun milioni stando al parere discorde di un Dezernent un po’ zelante del­l’Ostministerium. Se la guerra fosse durata ancora qualche anno, avremmo certamente avviato la riduzione massiccia dei Polacchi. L’idea era già nell’aria da un po’: guardatevi il voluminoso carteggio fra Greiser, il Gauleiter del Warthegau, e il Reichsführer, in cui a partire dal maggio 1942 Greiser chiede di essere autorizzato a utilizzare gli impianti di gassaggio di Kulmhof per distruggere 35.000 Polacchi tubercolotici che secondo lui costituivano una gra­ve minaccia sanitaria per il suo Gau; in capo a sette mesi, il Reichsführer gli fece finalmente capire che la sua proposta era interes­sante ma prematura. Probabilmente trovate che vi intrattengo su tutto ciò con molta freddezza: intendo solo dimostrarvi che la di­struzione per mano nostra del popolo di Mosè non scaturiva unicamente da un odio irrazionale verso gli ebrei – credo di aver già dimostrato fino a che punto gli antisemiti di tipo emotivo fossero malvisti all’SD e nelle SS in generale –, ma derivava soprattutto da un’accettazione risoluta e ragionata del ricorso alla violenza per la soluzione dei più svariati problemi sociali, nella qual cosa, del resto, ci differenziavamo dai bolscevichi solo per le rispettive valutazioni delle categorie di problemi da risolvere: il loro approccio era fondato su uno schema di interpretazione sociale orizzontale (le classi), il nostro, verticale (le razze), ma entrambi altrettanto deterministici (credo di averlo già sottolineato) e tali da condurre a soluzioni analoghe in termini del rimedio da adottare. E a pensarci bene, se ne potrebbe dedurre che questa volontà, o almeno questa capacità di accettare l’esigenza di un approccio ben più radicale dei problemi che affliggono qualunque società, può essere nata solo dalle nostre sconfitte all’epoca della Grande guerra. Tutti i paesi (salvo forse gli Stati Uniti) hanno sofferto; ma la vittoria, e l’arroganza e la tranquillità morale scaturiti dalla vittoria, hanno probabilmente permesso agli Inglesi e ai Francesi e anche agli Italiani di dimenticare con più facilità le loro sofferenze e le loro perdite, e di riadagiarsi, talvolta addirittura di sprofondare nell’autocompiacimento, e quindi anche di spaventarsi più facilmente, per timore di assistere alla disgregazione di quel compromesso tanto fragile. Quanto a noi, non avevamo più niente da perdere. Ci eravamo battuti altrettanto onorevolmente dei nostri nemici; siamo stati trattati da criminali, ci hanno umiliati e fatti a pezzi, e hanno schernito i nostri morti. La sorte dei Russi, obiettivamente, non è stata molto migliore. Niente di più logico, perciò, di arrivare a dirsi: be’, se è cosi, se è giusto sacrificare il meglio della Nazione, mandare a morire gli mini più patriottici, più intelligenti, più generosi, più leali della nostra razza, e tutto ciò in nome della salvezza della Nazione – e se poi non serve a niente – e si sputa sul loro sacrificio – allora, che diritto alla vita possono avere gli elementi peggiori, i criminali, i pazzi, i ritardati, gli asociali, gli ebrei, senza parlare dei nostri nemici esterni? I bolscevichi, ne sono convinto, hanno fatto lo stesso ragionamento. Dato che rispettare le regole della cosiddetta umanità non ci è servito a niente, perché ostinarsi a mantenere quel rispetto di cui non ci sono nemmeno stati grati? Di lì, inevitabilmente, un approccio molto più inflessibile, più duro, più radicale ai nostri problemi. In tutte le società, in ogni epoca, i problemi sociali sono stati oggetto di arbitrato fra i bisogni della collettività e i diritti dell’individuo, e hanno pertanto prodotto un numero di risposte tutto sommato molto limitato: schematicamente, la morte, la carità, o l’esclusione (soprattutto, sto­ricamente, sotto forma di esilio esterno). I Greci esponevano i figli deformi; gli Arabi, riconoscendo che costituivano, dal pun­to di vista economico, un peso troppo gravoso per le loro fami­glie, ma non volendo ucciderli, li mettevano a carico della comu­nità, con il meccanismo della zakat, l’elemosina religiosa obbli­gatoria (una tassa per le opere di bene); ancor oggi, da noi, esistono per questi casi degli istituti specializzati, per evitare di affliggere i sani con lo spettacolo della loro disgrazia. Tuttavia, se si adotta questa visione globale, si può constatare che almeno in Europa, a partire dal XVIII secolo, tutte le diverse soluzioni ai vari problemi – il supplizio per i criminali, l’esilio per i malati contagiosi (lebbrosari), la carità cristiana per gli idioti – sono con­fluite, per influenza dell’Illuminismo, verso un tipo di soluzione unica, applicabile a tutti i casi e declinabile a piacere: la reclu­sione istituzionalizzata, finanziata dallo Stato, una forma di esi­lio interno, per cosi dire, a volte con una pretesa pedagogica, ma soprattutto con una finalità pratica: i criminali in prigione, gli ammalati all’ ospedale, i pazzi al manicomio. Come non vedere che queste soluzioni cosi umane erano anch’esse frutto di un com­promesso, erano rese possibili dalla ricchezza e in fin dei conti restavano contingenti? Dopo la Grande guerra molti hanno ca­pito che non erano più adeguate, che non bastavano più a far fronte alla nuova portata dei problemi, per via della riduzione delle risorse economiche e anche del livello, un tempo impensa­bile, della posta in gioco (i milioni di morti della guerra). Occor­revano nuove soluzioni, le abbiamo trovate, perché l’uomo trova sempre le soluzioni di cui ha bisogno, e perché i paesi cosiddetti democratici le avrebbero trovate anche loro, se ne avessero avuto bisogno (pp. 645-649).

Agghiacciante vero? A me dà davvero da pensare:

  • “gli ebrei d’Europa, di cui comunque nessuno avrebbe sentito la mancanza, sarebbero stati registrati sotto la voce profitti e perdite, come del resto tutti gli altri morti, zingari, Polacchi, che so io, l’erba cresce rigogliosa sulle tombe dei vinti, e nessuno chiede conto al vincitore”
  • “gli ostinati che non avrebbero smesso di chiamarci nemici del genere umano si sarebbero zittiti a uno a uno, per mancanza di pubblico”
  • “sarebbe un errore, e grave a mio parere, pensare che il senso morale delle potenze occidentali sia cosi fondamentalmente diverso dal nostro: dopotutto, una potenza è una potenza, non lo diventa, né lo rimane, per caso”
  • “massacri amministrativi”, “necessaria riduzione naturale”, “accettazione risoluta e ragionata del ricorso alla violenza per la soluzione dei più svariati problemi sociali”
  • “che diritto alla vita possono avere gli elementi peggiori, i criminali, i pazzi, i ritardati, gli asociali, gli ebrei”
  • “in tutte le società, in ogni epoca, i problemi sociali sono stati oggetto di arbitrato fra i bisogni della collettività e i diritti dell’individuo, e hanno pertanto prodotto un numero di risposte tutto sommato molto limitato: schematicamente, la morte, la carità, o l’esclusione”
  • “le diverse soluzioni ai vari problemi […] sono con­fluite, per influenza dell’Illuminismo, verso un tipo di soluzione unica, applicabile a tutti i casi e declinabile a piacere: la reclu­sione istituzionalizzata, finanziata dallo Stato […]: i criminali in prigione, gli ammalati all’ ospedale, i pazzi al manicomio”
  • “come non vedere che queste soluzioni cosi umane erano anch’esse frutto di un com­promesso, erano rese possibili dalla ricchezza e in fin dei conti restavano contingenti?”
  • “per via della riduzione delle risorse economiche e anche del livello, un tempo impensa­bile, della posta in gioco […] occor­revano nuove soluzioni, le abbiamo trovate, perché l’uomo trova sempre le soluzioni di cui ha bisogno”.

Un brivido mi percorre la schiena: quante sono già ora le iniquità economiche e sociali che permettiamo o introduciamo ex novo (dalla perdita della sicurezza di una vecchiaia serena alla precarietà del lavoro) in nome delle compatibilità finanziarie?

L’internazionale di Franco Fortini

Mi ero dimenticato che esistesse. Il distico:

Noi non vogliam sperare niente.
il nostro sogno è la realtà.

mi fa ancora venire i brividi. Un motto politico e meta-politico da far proprio anche oggi.

La storia è lunga. Il testo originale fu scritto da Eugène Pottier nel giugno del 1871, durante la repressione seguita alla Comune di Parigi. Inizialmente, era cantata sulla musica della Marsigliese, ma nel 1888 fu musicata da Pierre Degeyter.

Au citoyen Lefrançais, membre de la Commune.

Debout ! les damnés de la terre !
Debout ! les forçats de la faim !
La raison tonne en son cratère :
C’est l’éruption de la fin.
Du passé faisons table rase,
Foule esclave, debout ! debout !
Le monde va changer de base :
Nous ne sommes rien, soyons tout !

Refrain :

C’est la lutte finale :
Groupons-nous, et demain,
L’Internationale
Sera le genre humain

(bis)

Il n’est pas de sauveurs suprêmes :
Ni Dieu, ni César, ni tribun,
Producteurs, sauvons-nous nous-mêmes !
Décrétons le salut commun !
Pour que le voleur rende gorge,
Pour tirer l’esprit du cachot,
Soufflons nous-mêmes notre forge,
Battons le fer quand il est chaud !

(Refrain)

L’État opprime et la loi triche ;
L’Impôt saigne le malheureux ;
Nul devoir ne s’impose au riche ;
Le droit du pauvre est un mot creux.
C’est assez, languir en tutelle,
L’égalité veut d’autres lois ;
« Pas de droits sans devoirs, dit-elle
« Égaux, pas de devoirs sans droits ! »

(Refrain)

Hideux dans leur apothéose,
Les rois de la mine et du rail
Ont-ils jamais fait autre chose
Que dévaliser le travail ?
Dans les coffres-forts de la bande
Ce qu’il a créé s’est fondu
En décrétant qu’on le lui rende
Le peuple ne veut que son dû.

(Refrain)

Les Rois nous soûlaient de fumées,
Paix entre nous, guerre aux tyrans !
Appliquons la grève aux armées,
Crosse en l’air, et rompons les rangs !
S’ils s’obstinent, ces cannibales,
À faire de nous des héros,
Ils sauront bientôt que nos balles
Sont pour nos propres généraux

(Refrain)

Ouvriers, paysans, nous sommes
Le grand parti des travailleurs ;
La terre n’appartient qu’aux hommes,
L’oisif ira loger ailleurs.
Combien de nos chairs se repaissent !
Mais si les corbeaux, les vautours,
Un de ces matins, disparaissent,
Le soleil brillera toujours !

(Refrain)

La traduzione italiana corrente non è per nulla fedele al testo francese. Nacque da un concorso indetto dal giornale satirico L’Asino nel 1901. Risultò vincitore la versione firmata con lo pseudonimo “E. Bergeret” e che è ancora cantata oggi (con piccole variazioni secondo le fonti):

Compagni, avanti, il gran Partito
noi siamo dei lavorator!
Rosso un fior in petto c’è fiorito,
una fede ci è nata in cor.
Noi non siamo più, nell’officina,
entroterra pei campi, in mar,
la plebe sempre all’opra china
senza ideale in cui sperar.
Su, lottiamo, l’Ideale
nostro alfine sarà
l’Internazionale
futura umanità!
Un gran stendardo al sol fiammante
dinnanzi a noi glorioso va:
noi vogliam per esso siano infrante
le catene alla Libertà!
Che Giustizia venga noi chiediamo:
non più servi, non più signor.
Fratelli tutti esser dobbiamo
nella Famiglia del Lavor.
Lottiam, lottiam la terra sia
di tutti eguale proprietà:
più nessuno nei campi dia
l’opra ad altri che in ozio sta!
E la Macchina sia alleata,
non nemica, ai lavorator:
così la vita ritrovata
a noi darà pace ed amor.
Avanti, avanti, la vittoria
è nostra e nostro è l’avvenir:
più civile e giusta la storia
un’altra era sta per aprir!
Largo a noi, all’alta battaglia
noi corriamo per l’Ideal!
Via, largo, noi siam la canaglia
che lotta pel suo Germinal!

Franco Fortini, insoddisfatto di questa traduzione/tradimento, ne scrisse una propria che donò a Lotta continua (l’episodio è narrato, tra l’altro, qui):

Noi siamo gli ultimi del mondo
ma questo mondo non ci avrà
Noi lo distruggeremo a fondo
Spezzeremo la società.

Noi non vogliamo sperar niente
Il nostro sogno è la realtà.
Da continente a continente
questa terra ci basterà.

Classi e secoli ci hanno straziato
fra chi sfruttava e chi servì.
Compagno, esci dal passato
Verso il compagno che ne uscì.

Lotta continua non adottò questo testo, ma un altro (piuttosto brutto, e ve lo risparmio) elaborato da Luigi Manconi. Fortini, invece, continuò a lavorarci a più riprese. Alla sua morte, nel 1994, questo testo – “definitivo” per necessità – fu trovato tra le sua carte:

Noi siamo gli ultimi del mondo.
Ma questo mondo non ci avrà.
Noi lo distruggeremo a fondo.
Spezzeremo la società.
Nelle fabbriche il capitale
come macchine ci usò.
Nelle scuole la morale
di chi comanda ci insegnò.

Questo pugno che sale
questo canto che va
è l’Internazionale
un’altra umanità.
Questa lotta che uguale
l’uomo all’uomo farà,
è l’Internazionale.
Fu vinta e vincerà.

Noi siamo gli ultimi di un tempo
che nel suo male sparirà.
Qui l’avvenire è già presente
chi ha compagni non morirà.
Al profitto e al suo volere
tutto l’uomo si tradì,
ma la Comune avrà il potere.
Dov’era il no faremo il sì.

Questo pugno che sale…

E tra di noi divideremo
lavoro, amore, libertà.
E insieme ci riprenderemo
la parola e la verità.
Guarda in viso, tienili a memoria
chi ci uccise, chi mentì.
Compagni, porta la tua storia
alla certezza che ci unì.

Questo pugno che sale…

Noi non vogliam sperare niente.
il nostro sogno è la realtà.
Da continente a continente
questa terra ci basterà.
Classi e secoli ci han straziato
fra chi sfruttava e chi servì:
compagno, esci dal passato
verso il compagno che ne uscì.

Questo pugno che sale…

Ivan Della Mea racconta, nella parte iniziale di questo clip, di come ne venne a conoscenza e di come decise di cantarla. L’audio è confuso ma merita un piccolo sforza d’attenzione:

7 novembre – Ottobre!

90 anni fa aveva inizio un grande e indubbiamente coraggioso esperimento sociale. È andato a finir male, probabilmente da subito, o quasi. Alcuni dicono che il tribunale della storia è ancora in camera di consiglio. Temo che la condanna sia definitiva, si discute sulle eventuali attenuanti.

Il film girato per il decimo anniversario da Sergei Eisenstein non l’ho trovato. Accontentativi di un frammento. Notate il montaggio (praticamente un’invenzione di Eisenstein). Le musiche (aggiunte) sono di Dmitri Shostakovitch.

L’estate fredda dei morti

Novembre, di Giovanni Pascoli,

Gemmea l’aria, il sole così chiaro
che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo l’odorino amaro
senti nel cuore…

Ma secco è il pruno, e le stecchite piante
di nere trame segnano il sereno,
e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante
sembra il terreno.

Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
odi lontano, da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile. È l’estate,
fredda, dei morti.

Una bella analisi della poesia la trovate qui.

Harry Potter – Il coming out di Dumbledore (2)

Riprendo da Salon del 23 ottobre:

Dumbledore? Gay. J.K. Rowling? Chatty.

What happens when authors like J.K. Rowling can’t stop telling their own stories?

By Rebecca Traister

Oct. 23, 2007 | You’ve probably heard the news by now, since it’s been splattered everywhere from the New York Times to Entertainment Weekly to the Associated Press: Albus Dumbledore, the late, great headmaster of Hogwarts School of Witchcraft and Wizardry, was gay.

If you find it curious that this news would make the headline ticker on CNN, you’re not crazy, given that Dumbledore is a 150-something wizard who is not, in fact, real. It is also true that the Harry Potter series, in which Dumbledore is a hero, ended with the publication of its final book more than three months ago. How could there be an October surprise about a character whose tale concluded – supposedly definitively – in late July?

We have this revelation thanks to Harry Potter author J.K. Rowling, currently on a reading tour of the United States. Dumbledore’s gayness is one of the pieces of bonus information about her characters that she’s been dispensing steadily since the publication of her magical swan song, “Harry Potter and the Deathly Hallows.” Thanks to Rowling’s loose lips, the Potter universe continues to make news even after its end. In her desire to control and describe it, she’s turning a modern assumption about what authorship means inside out. Whoever said the author was dead sure hadn’t meant Joanne Rowling.

Rowling outed Dumbledore at Carnegie Hall on Oct. 19, in response to a fan who asked her if Potter’s powerful mentor, who believed so mightily in the power of love, had ever been in love himself. “My truthful answer to you,” Rowling said, was that “I always thought of Dumbledore as gay.” According to reports, this sentence drew an immediate ovation from the crowd. Rowling continued by explaining that Albus had, as a young man, fallen for the talented wand-wielder Gellert Grindelwald. Rowling’s discussion of their bond, an important plot point in her last Harry Potter novel, was incisive and moving; she told the audience that Dumbledore’s youthful passion for Grindelwald blinded him, as it does so many of us mere muggles, to Grindelwald’s flaws, leaving him shattered when he discovered Grindelwald to be seriously evil. Rowling further revealed that at a recent read-through of the script for the sixth Harry Potter movie, she’d had to nix a line of dialogue about Dumbledore’s affection for a young woman. She said she’d passed the screenwriter a note reading “Dumbledore’s gay!”

Perhaps Rowling’s decision to make Dumbledore’s sexuality explicit was born out of her frustration that few readers, screenwriters included, picked up on her hints, which were particularly heavy in the final volume. The clues were subtle enough, or maybe our expectations heteronormative enough, that – although it was a question I talked about extensively with fellow readers this summer – the topic did not seem to get a lot of national critical attention in the weeks after the book’s release.

But a close reading would reveal that “The Deathly Hallows” was shot through with intimations about the headmaster’s sexuality, and not just in reference to his love for Grindelwald, which Rowling describes as a teenage passion that makes the otherwise responsible young wizard forget his family and go uncharacteristically batty. The book kicks off with an obituary by Dumbledore’s school chum Elphias Doge, who describes his first meeting with the teenaged Dumbledore as a moment of “mutual attraction” and who later tells Harry that he knew the wizard “as well as anyone.” Then there is the lurid language of a scurrilous postmortem biography of Dumbledore, in which writer Rita Skeeter wonders about the close relationship between the headmaster and his young pupil: “It’s been called unhealthy, even sinister … there is no question that Dumbledore took an unnatural interest in Potter.” Here Rowling is aping the leering, speculative tone of news stories about gay priests, Cub Scout leaders, and teachers accused of inappropriate relationships with their charges.

When she gets to the Grindelwald relationship, Rowling is clear from the moment Harry spots a photo of young Dumbledore with a “handsome companion.” In the shot, the boys are “laughing immoderately with their arms around each other’s shoulders.” A neighbor describes the relationship between Albus and Gellert: “The boys took to each other at once … even after they’d spent all day in discussion — both such brilliant young boys, they got on like a cauldron on fire — I’d sometimes hear an owl tapping at Gellert’s bedroom window, delivering a letter from Albus.”

And then there is the publication of an original letter from Dumbledore to Grindelwald, in which the wizard chides his friend for getting kicked out of his foreign school, concluding, “But I do not complain, because if you had not been expelled, we would never have met.” When Harry has a chance to chat with the deceased headmaster toward the end of the book, Dumbledore tells him his version of the story: “Then, of course, he came … Grindelwald. You cannot imagine how his ideas caught me, Harry, inflamed me … Did I know, in my heart of hearts, what Gellert Grindelwald was? I think I did, but I closed my eyes.”

There’s a very cheerful side to Rowling’s decision to directly address Dumbledore’s homosexuality. Throughout the series, she has been diligent not only in her narrative exploration of bigotry and intolerance, but also in her commitment to the inclusion of characters of different races, cultures, classes and degrees of physical beauty. It would, in fact, have been a glaring omission had none of the inhabitants of her world been homosexual.

It’s great to see the nonchalance and joy with which her news is being received in many sectors. Perhaps getting an ovation at Carnegie Hall wasn’t a surprise, but I first heard about the revelation from a 9-year-old friend at a wedding I was attending, who exuberantly announced, “Dumbledore is gay!” without a hint of complaint. When I asked whether the information surprised her, she said, “Well, I always thought he loved [Minerva] McGonagall, but I guess he only loved her like a sister.”

But while it’s all well and good to see kids giddy at the news of their hero’s homosexuality, Rowling’s interest in making things perfectly clear (or queer, to borrow queer theorist Alex Doty’s pun), not only about Dumbledore but also about the future and livelihood of all of her characters, provokes thorny questions about the role and responsibilities of an author once she has concluded her text.

Since “Deathly Hallows” was published, Rowling has shared with everyone who would listen details about the unwritten fate of her characters: that Harry and Ron are aurors at the Ministry of Magic; that Hermione is “pretty high up” at the Department of Magical Law Enforcement; that Luna Lovegood is a naturalist who marries Rolf Scamander; that Ginny Weasley plays Seeker for the Holyhead Harpies before becoming a sports writer at the Daily Prophet.

At Carnegie Hall, Rowling told the crowd that Neville Longbottom, Hogwarts herbology professor, marries former Hufflepuff Hannah Abbott, who becomes the landlady of the wizarding watering hole Leaky Cauldron, and that Hagrid never gets married. Perhaps most disconcerting was Rowling’s assertion that what Harry’s conflicted aunt Petunia would have said to him at their parting, at which Rowling wrote this tantalizing passage – “for a moment Harry had the strangest feeling that she wanted to say something to him: She gave him an odd, tremulous look and seemed to teeter on the edge of speech, but then, with a little jerk of her head, she bustled out of the room…” – was, “I do know what you’re up against, and I hope it’s OK.”

Oh. That’s too bad. Because in my imagination, Petunia was going to say something much more exciting than that.

I am a devoted reader and admirer of J.K. Rowling, and it honestly pains me a bit to say this, but from a literary perspective, she’s out of control here. Her abundant generosity with information is surely a response to a vast, insatiable fan base that does not have a high tolerance for never-ending suspense, ambiguity or nuance. As she told the “Today” show’s Meredith Vieira back in July, “I’m dealing with a level of obsession in some of my fans that will not rest until they know the middle names of Harry’s great-great-grandparents.”

Rowling naturally wants to provide answers for these heartbroken obsessives who perhaps are too young to know the satisfying pleasures of perpetual yearning and feel that they must must must know how much money Harry makes and whether Luna has kids.

It would also be understandable if, after more than a decade of telling stories about this world and these characters, Rowling is unable to stop. She has been a great and comprehensive builder of a fictional universe, and she’s famous for keeping reams of folders containing the back stories and astrological signs of every major and minor character ever to appear in her pages. One of the things that made the Potter books so good was the sense that Rowling had utter mastery over every corner of her realm. Who could blame her for wanting to keep the kids happy by doling out bits of it? It’s not as though Rowling would be setting a precedent: J.R.R. Tolkien spent much of his post-Middle-earth life tinkering with the details of the world he created, and delighting and gratifying his adherents by providing them with additional information about it.

But when too much of the back story (and, more disconcertingly, the future story) gets revealed – especially in an age in which an author is not simply sending letters to readers as Tolkien did, but making utterances that will be disseminated and analyzed by a global network of Web sites – it seems to have not so much a gratifying effect as a deadening one.

My brother, an adult reader who has been irritated by Rowling’s loquaciousness and was sent over the edge by this latest round of fortune-telling, said to me this weekend, “If she wants to tell us what happens, I wish she would write it in a book, because until she does, then as far as I’m concerned, she’s just describing what’s showing on the teeny TV screen inside her head, and that’s not playing fair.”

Given the ample – somewhere north of 5,000 pages – text that Rowling has already provided, from which her diligent and enthusiastic readers can mine theories and opinions of their own, her pronouncements are robbing us of the chance to let our imagination take over where she left off, one of the great treats of engaging with fictional narrative.

Would we be better off if Sofia Coppola had held a news conference after the 2003 premiere of “Lost in Translation” to announce that Bill Murray had whispered to Scarlett Johansson at the end of the movie that he’d had a great time with her in Tokyo? Perhaps Shakespeare could have stepped onstage after the conclusion of “Measure for Measure” and informed his audience, “Isabella accepts the Duke’s proposal and they marry a few weeks later.”

Salon book critic Laura Miller argues that the plot-driven, perpetually unfolding nature of Rowling’s series makes it seem reasonable that she would continue to spin tales from it. That events in the Potter universe would continue to unfold makes more sense than the good-versus-evil climax with which she ended the last book. Miller says, “It doesn’t surprise me that she secretly thinks of it as going on and on … because that’s the kind of material it is. It is not, say, ‘Crime and Punishment,’ where the very underpinnings of the story demand closure.”

It’s true that one of the strong draws of so much fantasy literature is the fluid, on-and-on quality that allows readers to believe that we’ve stumbled upon a world and that it continues without us, right next to us, perhaps – that we might one day wander through a closet and meet Mr. Tumnus, or that the weirdo on the subway in the purple cape might simply be out celebrating the demise of another evil wizard. In this context, it’s natural to feel that the future of the Weasley-Potters plays ceaselessly on Rowling’s internal TV screen and that she’s just sharing it with us.

But it’s precisely the fans’ feverish speculation about what happens to Rowling’s characters, and what she might have meant by X or Y, that makes her behavior so surprising. Rowling’s books were great in part because of their insistence on an ambiguity that was more sophisticated than her younger readers were used to (Severus Snape: good or bad? Albus Dumbledore: wise or gullible? Petunia Dursley: wizard hater or wizard lover?) and which readers have argued over for years. Why would she choose now to quash further imaginative and critical speculation by administering massive doses of Authorial Intent?

I suppose it’s nice to know that in Rowling’s mind, Harry is a successful auror. But in my mind, based on the seven books I devoured, Harry, whose greatest gifts were as a teacher, is the Defense Against the Dark Arts professor and eventually the Hogwarts headmaster. I suppose in the minds of other readers, Harry might manage a Quidditch team, or work for his uncle Vernon at Grunnings or something. I’d love to have that conversation with those other readers; I’d also love to have it with Rowling, in a Tolkien-style exchange. But when Rowling declares to an international audience what Harry’s adult job is, then the possibility for such an exchange is over. Speculation over what Rowling might have wanted us to surmise about her hero’s future is over. Bully for Harry, boo for the notion that fictional characters take on lives of their own in their readers’ minds.

Rowling is a brilliant lady, one of the people whose work and intentions appear nearly pristine. She created a world in which many readers happily dwelt for more than a decade. In fact, perhaps the root of my frustration with her soothsaying is my sadness that she’s running around talking about the books rather than writing us another one! I, like so many others, miss these people, and part of me can’t help but wish that if she had so much more to say about them, she’d put her thoughts in writing. But I also understand that that is one of those wishes probably better left unfulfilled. One of Rowling’s greatest authorial virtues is that she knew when to quit.

If only she would remember that now, because as she herself clearly understands, leaving us mysteries to unravel is such a critical part of the fun. At the same Carnegie Hall event at which she outed Albus, Rowling told the crowd, “I went onto a fan site … [and] I was so heartened to see that people on the message boards were still arguing about Snape. The book was out, and they were still arguing whether Snape was a good guy. That was really wonderful to me, because there’s a question here: Was Snape a good guy or not?”

Oh please, Jo, don’t tell us!