Franco Battiato – La canzone dei vecchi amanti

La (bellissima) traduzione è di Sergio Bardotti, che la scrisse per Patti Pravo agli inizi degli anni Settanta.

“Ma c’è voluto del talento per riuscire ad invecchiare senza diventare adulti”.

Certo ci fu qualche tempesta
anni d’amore alla follia.
Mille volte tu dicesti basta
mille volte io me ne andai via.
Ed ogni mobile ricorda
in questa stanza senza culla
i lampi dei vecchi contrasti
non c’era più una cosa giusta
avevi perso il tuo calore
ed io la febbre di conquista.

Mio amore, mio dolce meraviglioso amore
dall’alba chiara finché il giorno muore
ti amo ancora sai ti amo.
So tutto delle tue magie
e tu della mia intimità
sapevo delle tue bugie
tu delle mie tristi viltà.

So che hai avuto degli amanti
bisogna pur passare il tempo
bisogna pur che il corpo esulti
ma c’é voluto del talento
per riuscire ad invecchiare senza diventare adulti.

Mio amore mio dolce mio meraviglioso amore
dall’alba chiara finché il giorno muore
ti amo ancora sai ti amo.
Il tempo passa e ci scoraggia
tormenti sulla nostra via
ma dimmi c’é peggior insidia
che amarsi con monotonia.

Adesso piangi molto dopo
io mi dispero con ritardo
non abbiamo più misteri
si lascia meno fare al caso
scendiamo a patti con la terra
però é la stessa dolce guerra.

Jacques Brel – La Chanson des Vieux Amants

Bien sûr nous eûmes des orages
Vingt ans d’amour c’est l’amour fol
Mille fois tu pris ton bagage
Mille fois je pris mon envol
Et chaque meuble se souvient
Dans cette chambre sans berceau
Des éclats des vieilles tempêtes
Plus rien ne ressemblait à rien
Tu avais perdu le goût de l’eau
Et moi celui de la conquête

Mais mon amour
Mon doux mon tendre mon merveilleux amour
De l’aube claire jusqu’à la fin du jour
Je t’aime encore tu sais je t’aime

Moi je sais tous les sortilèges
Tu sais tous mes envoûtements
Tu m’as gardé de piège en piège
Je t’ai perdue de temps en temps
Bien sûr tu pris quelques amants
Il fallait bien passer le temps
Il faut bien que le corps exulte
Finalement finalement
Il nous fallut bien du talent
Pour être vieux sans être adultes

Oh mon amour
Mon doux mon tendre mon merveilleux amour
De l’aube claire jusqu’à la fin du jour
Je t’aime encore tu sais je t’aime

Et plus le temps nous fait cortège
Et plus le temps nous fait tourment
Mais n’est-ce pas le pire piège
Que vivre en paix pour des amants
Bien sûr tu pleures un peux moins tôt
Je me déchire un peu plus tard
Nous protégeons moins nos mystères
On laisse moins faire le hasard
On se méfie du fil de l’eau
Mais c’est toujours la tendre guerre

Oh mon amour
Mon doux mon tendre mon merveilleux amour
De l’aube claire jusqu’à la fin du jour
Je t’aime encore tu sais je t’aime

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12 maggio – Gabriel Fauré

Nato questo giorno nel 1845, a Pamiers, Ariège.

La sua opera più famosa è il Requiem in re minore, opera 48, che era anche la colonna sonora di un bellissimo film di Paul Vecchiali (Corpo a cuore: riporto sotto la recensione di Giovanni Grazzini, comparsa sul Corriere della sera all’epoca).

Ma guardando su Imdb, scopro che è stato utilizzato in molte colonne sonore, da Broken flowers a La sottile linea rossa.

Nonostante il tema funereo, è una musica sensualissima, ai limiti del disfacimento…

Né “corpo a corpo” né “cuore a cuore”, ma “corpo a cuore”. Fin dal titolo il film si annuncia una contaminazione: verbale, ma anche di affetti e linguaggi. Dunque un gioco espressivo, che – diciamolo subito – sta in rischioso equilibrio sulla corda dello spettacolo, popolare e coltissimo, grazie al talento d’un regista d’origine corsa, Paul Vecchiali, fatto conoscere dalla Biennale cinema del ’74 ai cinéphiles e che nello scorso settembre, ancora a Venezia, ci dette il deludente C’est la vie. Corpo a cuore è ora, per la grande platea, la prima occasione d’incontro con Vecchiali. Il nostro consiglio è di non mancare all’appuntamento. Il film è infatti molto diverso dalla produzione corrente: non lo diremmo stupendo, come taluno vorrebbe, ma attraente e talvolta ammirevole. Spesso bizzarro, sempre gradevole all’occhio. E a suo modo molto romantico, se è questo che il pubblico vuole, perché tutto d’amore e di morte. E tutto passione, con musica bella e dolci paesaggi.
C’è, al centro, Pierrot, un trentenne che fa il meccanico in un’officina della periferia parigina. Gran rubacuori, ma anche appassionatissimo di musica classica, s’invaghisce d’una sconosciuta sui cinquanta vista al concerto. Com’è sua abitudine, la vuole subito, la vuole tutta. La donna, rivelatasi la proprietaria d’una farmacia, gli dice subito di no: non precisa nemmeno se si chiama Jeanne o Michèle. E Pierrot si dispera: piange come un bambino, scazzotta un amico che lo sfotte, lascia il lavoro, poi si piazza notte e giorno davanti alla farmacia, s’inginocchia e supplica quell’anima di ghiaccio fra la curiosità dei passanti. È un assedio in piena regola, che sembra dar frutto quando la donna gli dichiara di essere affetta da un male incurabile e di aver deciso di trascorrere con lui i tre mesi di vita che le restano. Fuga dei due in Provenza, e trionfo d’amore fra i campi. Richiamato Pierrot a Parigi per una festa d’amici, l’incanto si rompe. A lui che si offre di sposarla, Jeanne-Michèle dichiara d’averlo ingannato. Di non essere affatto condannata, ma di aver voluto provare cos’è un grande amore, e d’esserne sazia. Pierrot stupisce, ferito nell’orgoglio, e torna a disperarsi quando la donna gli rivela d’essersi avvelenata, e lo scongiura d’aiutarla, e gli muore tra le braccia. Né noi né Pierrot sapremo mai il perché di quel gesto, ma serberemo di lei un’immagine sorridente, come fosse ancor viva, mescolata alla folla. Giacché nessuno muore, finché il cuore ne serba memoria…
L’originalità del film è, si è detto, nella sua natura di cocktail. Nel rifarsi ai modelli del realismo francese degli anni Trenta (dichiarati nella dedica al regista Jean Gremillon) ma nel calarli in una struttura duttilmente più moderna, nel mischiare echi farseschi a tocchi lirici, notazioni sociologiche a timbri da bozzetto populista e a scorci erotici. E nell’esprimere così quell’intreccio fra ragioni dell’anima e ragioni della carne che tocca il suo vertice misterioso nella follia della passione, cui conviene un unico commento, quello della musica. Dedicato anche al compositore Gabriel Faure, il film trova appunto nel suo “requiem Opus 48” e nella sua pavana il filo che lega situazioni e figure a un universo d’irrealtà, proprio del melodramma cui Vecchiali ambisce. I risultati sono più convincenti nella prima metà, perché poi la matassa s’ingarbuglia e il racconto un po’ sbanda, ma il film serba quasi ovunque un fervore visivo inconsueto. Per dire i segreti del cuore umano, e lasciarli indecifrati, Vecchiali costruisce una trama fittissima di personaggi, moltiplica le prospettive, passa dal tragico al comico. con una scioltezza rara. Il segreto di Corpo a cuore sta nel connubio fra l’irragionevolezza della sua materia e l’indisciplina della sua forma. Siamo, ripetiamo, sul filo del rasoio, in una tastiera di finzioni e rifrazioni, sui più vari registri, che un cinema vivacissimo e corposo rende molto piacevole.
I protagonisti hanno trovato nel vanitoso Nicolas Silberg (esordiente nel cinema dopo aver fatto teatro e Tv) e soprattutto in Hélène Surgère due attori di ottima scuola, ma non è trascurabile nemmeno l’apporto dei molti altri, fra cui Madeleine Robinson che fa la madre di Pierrot, ai quali sono spesso affidati compiti da comprimari, sia come abitanti del vicolo dove parte dell’azione è ambientata sia come dati di riscontro d’una condizione umanissima, dunque percorsa di presagi funesti e di vene grottesche. [Giovanni Grazzini, Il Corriere della Sera, 10 ottobre 1980]

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Non maledire questo nostro tempo

Come una nave che emerge dalle nebbie del passato.

La cantavano I Gufi, ma non ho trovato il clip o l’mp3: se qualcuno ce l’ha me lo manda?

Gli autori sono Lunari e Negri: Lunari penso che sia quello di Ghirighiz

Ecco il testo, intanto:

Non maledire questo nostro tempo
Non invidiare chi nascerà domani,
chi potrà vivere in un mondo felice
senza sporcarsi l’anima e le mani.
Noi siam vissuti come abbiam’ voluto
negli anni oscuri senza libertà.
Siamo passati tra le forche e i cannoni
chiudendo gli occhi e il cuore alla pietà.

Ma anche dopo il più duro degli inverni
ritorna sempre la dolce primavera,
la nuova vita che comincia stamattina,
di queste mani sporche a una bandiera.
Non siamo più né carne da cannone
né voci vuote che dicono di sì.
A chi è caduto per la strada noi giuriamo
pei loro figli non sarà così.

Vogliamo un mondo fatto per la gente
di cui ciascuno possa dire “è mio”,
dove sia bello lavorare e far l’amore,
dove il morire sia volontà di dio.
Vogliamo un mondo senza patrie in armi,
senza confini tracciati coi coltelli.
L’uomo ha due patrie, una è la sua casa,
e l’altro è il mondo, e tutti siam’ fratelli.

Vogliamo un mondo senza ingiusti sprechi,
quando c’è ancora chi di fame muore.
Vogliamo un mondo in cui chi ruba va in galera,
anche se ruba in nome del signore.
Vogliamo un mondo senza più crociate
contro chi vive come più gli piace.
Vogliamo un mondo in cui chi uccide è un assassino,
anche se uccide in nome della pace.

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Georgia On My Mind – Ray Charles

L’interpretazione più famosa è questa, di Ray Charles, ma la canzone è di Hoagy Carmichael (musica) e Stuart Gerrell (parole: la scrisse per la sorella di Carmichael, Georgia appunto, nel 1930). Ray Charles la portò al successo nel 1960 e Rolling Stone l’ha messa al 44° posto nella classifica delle più belle canzoni di tutti i tempi.

Dal 7 marzo 1979 è la canzone ufficiale dello Stato della Georgia. Mah.

La cantante italiana Giorgia si chiama così in onore della canzone.

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America – Yes

Forse non tutti sanno che la prima cosa che gli Yes nella formazione “classica” (Jon Anderson voce, Bill Bruford batteria e percussioni, Steve Howe chitarra, Chris Squire basso e Rick Wakeman tastiere) hanno registrato è stata America di Paul Simon.

Dedicato a Morgaine.

Santa Passera

Molti romani ne sono a conoscenza, ma per i non romani l’informazione mi sembra irresistibile.

La chiesa di S. Passera, situata tra la riva destra del Tevere e via della Magliana, di fronte alla basilica di S. Paolo fuori le mura, è uno dei più significativi documenti rimasti di un’area fino a pochi decenni fa extraurbana, oggi densamente popolata.

Il curioso nome “Santa Passera” nasce da una distorsione fonetica popolare di “Abbas Cirus” (Padre Ciro), attraverso alcune varianti quali: Abbaciro, Appaciro, Appacero, Pacero, Pacera, ed infine Passera.

Le origini della chiesa non hanno datazione certa. Secondo la tradizione i corpi di due martiri, Ciro e Giovanni, un medico di Alessandria di Egitto e un soldato di Edessa divenuto suo discepolo, furono crocifissi e decapitati a Canopo in Egitto nel 303, durante la persecuzione di Diocleziano.

S. Cirillo, Patriarca di Alessandria, portò le due salme a Menouthis (l’odierna Abukir), presso la chiesa locale, che da allora divenne uno dei santuari più famosi d’ Egitto.

In seguito i loro corpi sarebbero stati trasportati a Roma, ma la notizia è incerta. Secondo una leggenda trascritta da un tale Gualtiero durante il pontificato di Innocenzo III (1198-1216), nel 407, al tempo degli imperatori Arcadio ed Onorio, due monaci di nome Grimoaldo e Arnolfo tolsero, dopo un sogno premonitore, le salme dei due martiri dall’urna di porfido in cui erano contenuti a Menouthis, ritenendole in pericolo per l’invasione dei Saraceni in Egitto, con lo scopo di portarle al sicuro a Roma. Giunti a Roma, i due monaci furono accolti dalla ricca vedova Teodora, nella sua casa in Trastevere. Durante la notte seguente i due martiri le apparvero in sogno e le ordinarono di trasportare i loro corpi fuori città, nella chiesina che aveva fatto costruire nei suoi possedimenti lungo la via Portuense (l’edificio sorge su un sepolcro romano nella cui cella ipogea si conservano pitture funerarie degli inizi del III secolo).

Quella chiesina era proprio Santa Passera. Per paura di possibili profanazioni, i due corpi furono sotterrati in un luogo segreto sotto l’attuale chiesa.

Secondo l’archeologo ottocentesco Mariano Armellini, invece, Santa Passera Sarebbe una deformazione del nome di Santa Prassede. L’ipotesi non è priva di buone ragioni, vista anche la fitta presenza della santa tra gli affreschi.

A noi piace l’idea che la chiesa testimoni invece il permanere di un antico culto pagano di fertilità (un po’ come quello testimoniato a San Lazzaro di Sàvena da Francesco Guccini), e la suggeriamo come luogo ideale per celebrare i matrimoni.

[Parlato]
Una bolognese me la fate fare? E anche questa è una canzone ecologica. Esisteva in quel di San Lazzaro di Savena, vicino a Bologna, una fiera mercato molti anni fa, di prodotti ortofrutticoli. A quei tempi così belli e felici eccetera non esisteva il denaro e ogni scambio avveniva in natura. E… uno andava là con queste cose, si scambiava e tornava a casa contento, no? La canzone nella fattispecie narra la storia di un giovinetto che va là, con due piccioni da vendere, scambia i due piccioni con la giovinetta con quello che ne segue…

‘A san sté a la Fiera di S. Làsaro, oilì, oilà,
‘a san sté a la Fiera di S. Làsaro, oilì, oilà,
a’ i’ ò cumpré du’ béi pisòn, com’ eren béii, com’ eren bòn,
a’ i’ ò cumpré du’ béi pisòn, com’ eren béii, com’ eren bòn

[parlato]
Molto facile: dice “Sono stato alla fiera di San Lazzaro oilì, oilà, ho comperato due bei piccioni, com’ erano belli, com’ erano buoni!”

La selta fòra ‘na ragassòla, oilì, oilà,

[parlato]
Cioè balza una giovinetta

la selta fòra ‘na ragassòla, oilì, oilà…
“Ma c’sa vliv pi ‘du pisòn?”, com’ eren béii, com’ eren bòn,
“ma c’sa vliv pi ‘du pisòn?”, com’ eren béii, com’ eren bòn…

[parlato]
“Cosa volete per i due piccioni ?” domanda la ragazza. E il giovine che non sa cosa volere… cioè probabilmente il piccione era merce proibita che non poteva essere scambiata in pubblico, difatti i giovani se la scambiano nascostamente

‘A l’a purté dentr’a una pòrta, oilì, oilà,
la portai dentro a una porta, oilì, oilà,
sò la stanèla, zò i bragòn, com’ eren béii, com’ eren bòn,
sò la stanèla, zò i bragòn, com’ eren béii, com’ eren bòn….

[parlato]
Cioè, mi dispiace che voi non abbiate capito, probabilmente: è una danza, una… una danza rituale, fallica, molto antica. “Su la sottana, giù le braghe” dice… la canzone. C’è questo bel movimento così no, “tac tac”. Mentre i giovini sono lì che si scambiano il piccione… compare il terzo incomodo, il voieur, che poi è una voies: che è una laida vecchiaccia.

La sélta fòra ‘na brèda v’sciassa, oilì, oilà.
sélta fòra ‘na brèda v’sciassa, oilì, oilà
“Ma c’sa fé ‘du spurcassciòn, com’ eren béii, com’ eren bòn,
ma c’sa fé ‘du spurcassciòn, com’ eren béii, com’ eren bòn…”

[parlato]
Molto meravigliata la vecchia, dice: “cosa fate, sporcaccioni!?”. Il giovane sorpreso in questa… ( il pubblico suggerisce “fragranza” ) esatto, batte tutti i… cioè… dicevo ultimamamente che a Monaco non è ancora prevista come.. come specialità olimpionica l’ arcitura della fessa… Sono tre secondi e due… zip! E’ un lampo! Velocissimo. Tre secondi e due decimi. E dice la prima cosa che gli passa per la testa:

Siamo qui che giochiamo alla merla oilì, oilà,
siamo qui che giochiamo alla merla oil…

[parlato]
Ma la vecchia non si fa ingannare da queste cose, la vecchia… eh eh, dice “ragazzo mio, io ai miei eh!”. Dice “voi non state giocando alla merla, buffoncelli! Altro gioco…”

“Seh, la merla i mi cojon com’ eren béii, com’ eren bòn,
seh, la merla i mi cojon com’ eren béii, com’ eren bòn…”

[parlato]
Questo stacco della lingua m…i mi … “Cojon, seh la merla i mi cojon” vuol dire “Sì la merla i miei quaglioni”…. I quaglioni sono delle quaglie… La vecchia dice “Sì, la merla i miei quaglioni…”, no? Sii….

Poi la vecchia ricorda, col Leopardi “Le rimembranze” dicevamo, vero?

“Anca mè, quand’a l’era giuv’nassa, oilì, oi…

[parlato]
Quando ero giovinazza, no?

anca mè, quand’a l’era giuv’nassa, oilì, oilà…
A’ n’ò ciapé di bi pzulon , com’ eren béii, com’ eren bòn
A’ n’ò ciapé di bi pzulon , com’ eren béii, com’ eren bòn…”

[parlato]
Cioè “ne ho presi dei pezzoloni…” Ora, si ignora esattamente cosa sia il pezzolone. Il pezzolone potrebbe essere… vedi tu, un sacerdote di questo culto piccionico che esisteva a San Lazzaro. Oppure, pare però da alcuni studi più recenti che il pezzolone sia un’ antica misura bolognese: esisteva il braccio, la pertica e il pezzolone, che grosso modo…
Però la vecchia nel finale svela il suo laido retroscena; non nel senso buono della parola, cioè… è discutibile il senso buono…, trattandosi del retroscena della vecchia… Però c’è da spiegare cos’è prima il fittone. Chiamasi “fittone” il normale paracarro, cioè quelle cose così, no…?

“E anc’ adesso che son’ una v’sciàssa, oilì, oilà
e anc’ adesso che son’ una v’sciàssa, oilì, oilà….
‘a’ m’ la sfrài contr’ i fittòn, com’ eren béii, com’ eren bòn,
‘a’ m’ la sfrài contr’ i fittòn, com’ eren béii, com’ eren bòn…”

Compagno sì, compagno no…

Mi sono preso troppo sul serio in questi giorni, ed ero troppo incazzato.

Un bel respiro profondo e proviamo a sorridere…

Correva l’anno 1978 (oh se correva…). Oltre a Ricky Gianco, i compagni d’avventura erano Gianfranco Manfredi e la PFM.

sto facendo il notiziario cambogiano
da una radio libera, per chi?
il microfono è un po’ fallico però
il potere non ce l’ho no no
circondato dai mass media sulla sedia
io lavoro sempre gratis ma
c’è Antonietta che mi ama e che mi aspetta
tutta notte lei mi ascolterà
compagno sì, compagno no, compagno un caz
compagno sì, compagno no, compagno un caz
io c’ho il profugo cileno a casa mia
è arrivato nel ’73
e da allora lui non è più andato via
Antonietta fammi star da te
passa un giorno, passa un mese, passa un anno
l’unità sconfiggerà il padrone
ma Antonietta mi ha buttato per la strada
vuoi vedere che sono io il coglione
compagno sì, compagno no, compagno un caz
compagno sì, compagno no, compagno un caz
vado a prendere un po’ d’erba da un amico
ad Antonietta la regalerò
io la lascio chiusa in macchina un secondo
per anadare a bere un buon caffè
quando esco mi han spaccato il finestrino
e un ragazzo sta saltando il muro
come fai a mandare uno a San Vittore
poi finisce che gli fanno il culo
si avvicina un tizio con cravatta e giacca
tira fuori il fototesserino
e mi dice “tu sei uno di sinistra
sta tranquillo sono un celerino
son pulotto sì, ma son del sindacato
forza dimmi cosa ti han rubato”
io gli dico: “lascia perdere compagno
è un problema troppo delicato!”
compagno sì, compagno no. compagno un caz
compagno sì, compagno no, compagno un caz

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1° maggio 1971

Non volevo scrivere sul Primo Maggio, non oggi che Roma è percorsa dal corteo del sindacato fascista. Ma poi una coincidenza (un pezzo degli Area emerso casualmente sulla mia playlist) ha scatenato un ricordo (un provocatorio quanto attuale editoriale comparso su il manifesto – che era allora un neonato di pochi giorni – il 1° maggio 1971.

CONTRO IL LAVORO
il manifesto

Il primo maggio non è la festa del lavoro, come dice e vuole la liturgia del movimento operaio riformista o clericale. È la festa contro il lavoro: contro il lavoro per ciò che esso è e sarà sempre in una società capitalistica, in una società divisa in classi, in una società mercantile.
Questo i proletari non ci mettono molto a capirlo. E infatti, il solo modo che hanno di celebrare la loro giornata è quello di non lavorare. Il primo maggio è nato ed è vissuto per lunghi anni come uno sciopero, come uno scontro.
Non è una distinzione formale, una sottigliezza ideologica. Il problema del lavoro e dell’atteggiamento verso di esso è sempre stato il nodo profondo del marxismo: la vera discriminazione tra marxismo rivoluzionario e revisionismo.
Qual’è il problema per i revisionisti? Quello di dare al lavoro la giusta remunerazione e di fondare una nuova civiltà del lavoro: chi non lavora non mangia. Qual’è il problema per i rivoluzionari? Quello di abolire il lavoro salariato, cioè, oggi, il lavoro stesso, per costruire una civiltà fondata sulla libera e collettiva attività creatrice e su rapporti non mercificati fra gli uomini: a ciascuno secondo i suoi bisogni, da ciascuno secondo le sue capacità. Qui sta tutta la differenza tra socialismo come società capitalistica meno diseguale e più opulenta, e socialismo come rovesciamento del capitalismo dalle fondamenta.
Non si tratta, per il marxismo, di una ingenuità anarchica, del mito del buon selvaggio. Nessuno più di Marx ha fatto del lavoro il centro motore della storia, l’uomo stesso è il prodotto del suo lavoro. Ma proprio col suo lavoro l’uomo ha dominato la natura, ne ha decifrato le leggi, ha trasformato se stesso fino al punto in cui può rovesciare la storia e liberarsi dal lavoro come prima e ultima schiavitù, come qualcosa di estraneo a lui, di accettato per la necessità della sopravvivenza.
Il capitalismo è il momento storico in cui questa contraddizione e la possibilità di superarla maturano insieme. Da un lato il lavoro diventa, come lavoro salariato, fino in fondo e per tutti una realtà esterna, senza senso e contenuti, una alienazione insopportabile; dall’altro esso ha ormai prodotto un livello di forze produttive, prima fra tutte la capacità razionale dell’uomo, che consente il salto ad un ordine sociale in cui il lavoro, per ciò che è stato fin qui, sia soppresso. Soppresso non per lasciar posto ad un ozio stupido e al faticoso `tempo libero’ — che è solo l’altra faccia del lavoro alienato — ma ad un complesso di libera attività collettiva e di riposo creativo di una nuova capacità. Di tale attività, la produzione materiale dei mezzi di sussistenza può diventare un sottoprodotto naturale, progressivamente affidato alle macchine, che non giustifica assolutamente più né lo sfruttamento economico né la dominazione politica. Questa è l’essenza della rivoluzione comunista, della soppressione della proprietà privata, delle classi e dello stato. Ribellione alla condanna biblica: tu lavorerai con fatica.
Non è un caso che questo nucleo radicale del marxismo sia stato dimenticato o sia rimasto minoritario nel movimento operaio. Gli operai, come tutti gli uomini, possono porsi solo i problemi che sono effettivamente in grado di risolvere. Solo nella nostra epoca, della piena maturità del capitalismo e della sua degenerazione imperialistica, le grandi masse dell’occidente che hanno avuto dallo sviluppo capitalistico tutto ciò che potevano avere pagandolo con lo sfruttamento, e le grandi masse dell’oriente che dal capitalismo potrebbero avere solo fame e guerra, possono porsi realmente il problema del comunismo. Cioè il problema non solo di maggiore consumo e di lavoro sicuro, ma di un diverso significato del lavoro e del consumo. Qual è, se non questo, il senso profondo delle lotte di massa di operai, studenti, intellettuali degli ultimi anni? Qual’è, se non questo, il significato universale della rivoluzione culturale cinese?
Certo, tutto ciò può anche alimentare spinte ingenuamente neoanarchiche, l’illusione che si possa abolire il capitalismo d’un colpo; ribellarsi alla logica della produzione e `rifiutare il lavoro’ con un atto di ribellione soggettivistica e distruttiva; o usare delle macchine e degli uomini così come sono per una organizzazione comunista della società, senza una lunga e faticosa trasformazione delle une e degli altri, senza una società di transizione, e dunque senza organizzazione, violenza, sacrificio, invenzione, educazione. Ma ciò che oggi importa, come importava per Lenin, è cogliere in queste spinte `ingenue’ il nucleo di verità che oggi è maggiore di ieri, e senza del quale non è più possibile sfuggire all’egemonia ideale del capitalismo.
Questo vogliamo ricordare il primo maggio: per riscoprirne fino in fondo il significato di festa politica, di festa rivoluzionaria.

Space Oddity

In Irlanda mi avevano insegnato dell’esistenza di Radio Luxembourg, che trasmetteva in onde medie sui 208 KHz (“Green is go! Go with 208”). La sera della domenica a mezzanotte (ora di Greenwich, il che voleva dire l’una per me) c’era la classifica. Nell’autunno nel 1969 comparve una supernova: una cosa da brividi!

La canzone in realtà usci nel Regno Unito l’11 luglio 1969, per sfruttare il clamore dello sbarco sulla luna dell’Apollo 11. Rick Wakeman alle tastiere.

Ground Control to Major Tom
Ground Control to Major Tom
Take your protein pills and put your helmet on

Ground Control to Major Tom
Commencing countdown, engines on
Check ignition and may Thor’s love be with you

Ten, Nine, Eight, Seven, Six, Five,
Four, Three, Two, One, Liftoff

This is Ground Control to Major Tom
You’ve really made the grade
And the papers want to know whose shirts you wear
Now it’s time to leave the capsule if you dare

This is Major Tom to Ground Control
I’m stepping through the door
And I’m floating in a most peculiar way
And the stars look very different today

For here
Am I sitting in a tin can
Far above the world
Planet Earth is blue
And there’s nothing I can do

Though I’m past one hundred thousand miles
I’m feeling very still
And I think my spaceship knows which way to go
Tell my wife I love her very much… she knows

Ground Control to Major Tom
Your circuit’s dead, there’s something wrong
Can you hear me, Major Tom?
Can you hear me, Major Tom?
Can you hear me, Major Tom?
Can you….

Here am I floating round my tin can
Far above the moon
Planet Earth is blue
And there’s nothing I can do.

Su YouTube si trova anche questa versione (che sarebbe il video originale): l’arrangiamento è diverso e la voce di Bowie manipolata. La canzone è molto meno “straniata” e mi chiedo se, in questa versione, non sarebbe stata archiviata come una normale canzonetta pop.

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