Tchaikovsky – Sinfonia n. 5 in mi minore, op. 64

Sentita ieri sera all’Auditorium (sala Santa Cecilia), con l’orchestra dell’Accademia condotta da Christoph Eschenbach. Non lo avevo mai sentito dirigere (ha iniziato la carriera come pianista e ha 65-70 anni) e mi è piaciuto molto. L’orchestra l’ha seguito con un suono compatto e ricco sotto il profilo timbrico, tanto da suonare diversamente da come suona di solito. Anche l’agogica impressa all’esecuzione è stata notevole, soprattutto nel movimento iniziale della Sinfonia n. 4 in re minore, op. 120, di Schumann. Ma soprattutto mi ha impressionato la sua capacità di non essere convenzionale (le due sinfonie sono di esecuzione frequente, e càpita spesso di sentire una sorta di interpretazione routinaria); Eschenbach, invece, è riuscito a farci sentire particolari, strumenti, controcanti, picccole frasi, pur all’interno di quella massa sonora tesa e compatta di cui parlavo prima.

Forse, a conti fatti, l’interpretazione di Schumann gli è riuscita meglio di quella di Tchaikovsky; ma io amo Tchaikovsky più di Schumann (di quello sinfonico, almeno, perché quello pianistico è tutto un altro discorso).

Di qui il pretesto per questa nota. Ragazzi, se conoscete Tchaikovsky soltanto per Il lago dei cigni o Lo schiaccianoci (magari perché avete visto Fantasia di Walt Disney) e avete di lui l’immagine del compositore brillante, dalla melodia facile, tutto trine merletti e crinoline, allora è venuto il momento di cambiare opinione. Tchaikovsky è un grande musicista tragico, che si affaccia senza paura (ma con molte vertigini) sugli abissi del suo animo, e dunque dell’animo umano in generale. Per convincerne ascoltate, ma non una volta sola, la quinta e la sesta sinfonia.

Per iniziare, suggerirei l’interpretazione di Evgeny Mravinsky con la Filarmonica di Leningrado pubblicata dalla Deutsche Gramophon. Fatemi sapere.

The King’s Singers and Sarband – Sacred Bridges

Le 5-600 persone che venerdì 30 marzo erano presenti in una Sala Sinopoli semivuota hanno assistito a un concerto straordinario. I King’s Singers (un eclettico gruppo vocale a cappella inglese, costituitosi nel 1968 tra studenti del King’s College di Cambridge) e Sarband (un gruppo strumentale fondato nel 1986 da Vladimir Ivanoff e rotto a molte contaminazioni tra musica antica e prassi esecutive attuali, e tra tradizioni musicali di Paesi diversi; sarband è una parola persiana che significa “connessione” e in particolare la fusione di due composizioni musicali, una suite o un medley) eseguivano salmi di Davide, musicati da autori della tradizione cristiana occidentale, della tradizione ebraica e della tradizione islamica turco-ottomana.

Molti commenti – anche il comunicato stampa dell’Accademia di Santa Cecilia – sottolineano il carattere sacro della musica eseguita, e da questo fanno discendere la possibilità stessa dell’operazione artistica, la sua valenza di ponte gettato tra tre tradizioni e tre culture e anche le sue implicazioni politiche (“A dimostrare come i Salmi possano essere occasione di spiritualità, utile strumento politico, fecondo legame fra tradizione e modernità e soprattutto ponte che unisce tutti gli esseri umani senza distinzione, ecco Sacred Bridges“). A me non sembra del tutto vero: penso che il tratto unificante, quello che rende possibile e fruttuosa un’operazione di contaminazione come questa, debba essere un fattore comune, culturale e stilistico, preesistente. Non tanto i salmi, in questo caso, quanto il connettivo offerto dalla polifonia occidentale. Dei tre autori rappresentati nel concerto e nel disco omonimo, uno (Salomone Rossi Hebreo, 1570-1630 circa) è un veneziano coevo di Claudio Monteverdi e come lui operante alla corte mantovana di Vincenzo Gonzaga, l’altro (Jan Pieterszoon Sweelinck) è un olandese di Amsterdam di tradizione calvinista e ha pubblicato i suoi salmi nel 1602, il terzo (Ali Ufki, 1610-1675) è in realtà un musicista polacco (Wojciech Bobowski) convertito all’Islam dopo essere stato fatto prigioniero dai turchi e rielabora anche lui il Salterio di Ginevra, come Sweelinck. Eminenza? questa volta le comuni radici delle tre religioni del libro c’entrano ben poco!

Il che non toglie che il concerto sia stato bellissimo: sette cantanti e tre strumentisti in scena accompagnati – in due occasioni – da due dervisci rotanti. Quasi un’ora e mezza di musica compatta e ipnotica, in cui il passaggio da un brano all’altro, da un mondo all’altro, da un modo di cantare, di ritmare, di fare polifonia all’altro era fluido e convincente. Tra l’altro, Boris trova la polifonia a cappella mostruosamente sensuale: provate a tenere in sottofondo un disco dei Tallis Scholars mentre fate all’amore, e sappiatemi dire. Alla fine quattro bis, di cui il primo è stato Blackbird dei Beatles, dall’album bianco (ho cercato sul giornale se i Neri per caso, o i Manhattan Transfer se è per quello, avevano annunciato il loro ritiro dalle scene).

Clamorosi applausi e grande emozione. In due occasioni, il pubblico è entrato spontaneamente in “Strogatz” (che cos’è uno Strogatz? Ve lo racconterò un’altra volta! E tu, Il barbarico re, non mi rovinare la sorpresa!).

Tre suggerimenti in materia di contaminazioni. Due hanno a che fare con la connessione (sarband) tra blues e sue radici griot maliane: Talking Timbuktu di Ali Farka Toure con Ry Cooder e Kulanjan di Taj Mahal e Toumani Diabate. Il terzo è un incontro tra polifonia e jazze con qualche somiglianza con quello di cui parliamo oggi: Officium, di Jan Garbarek e The Hilliard Ensamble.

Questi Sarband sono da ascoltare anche da soli: vi farò sapere.

Obituary: Ludwig van Beethoven

Esattamente 180 anni fa moriva Ludwig van Beethoven. Aveva poco più di 56 anni. Era nato il 16 dicembre 1770: dunque un Sagittario, come Boris Limpopo. Non si sa esattamente la causa della sua prematura morte, ma l’ipotesi più accreditata è quella della cirrosi epatica — gli piaceva bere, pare.

Neppure Boris si sente molto bene, in questo momento.

Ludwig era così sordo, che ha creduto per tutta la vita di essere un sommo pittore.

Refugees

Vorrei suggerirvi di (ri)ascoltare una vecchia canzone dei Van der Graaf Generator (1969), magari leggendo le parole, che sono anch’esse bellissime:

North was somewhere years ago and cold:
Ice locked the people’s hearts and made them old.
South was birth to pleasant lands, but dry:
I walked the waters’ depths and played my mind.
East was dawn, coming alive in the golden sun:
the winds came, gently, several heads became one
in the summertime, though august people sneered;
we were at peace, and we cheered.
We walked alone, sometimes hand in hand,
between the thin lines marking sea and sand;
smiling very peacefully,
we began to notice that we could be free,
and we moved together to the West.

West is where all days will someday end;
where the colours turn from grey to gold,
and you can be with the friends.
And light flakes the golden clouds above all;
West is Mike and Susie,
West is where I love.

There we shall spend our final days of our lives;
tell the same old stories: yeah well, at least we tried.
Into the West, smiles on our faces, we’ll go;
oh, yes, and our apologies to those
who’ll never really know the way.

We’re refugees, walking away from the life
that we’ve known and loved;
nothing to do or say, nowhere to stay; now we are alone.
We’re refugees, carrying all we own
in brown bags, tied up with string;
nothing to think, it doesn’t mean a thing,
but we’ll be happy on our own.
West is Mike and Susie;
West is where I love,
West is refugees’ home.

Non sono riuscito a trovare un video con questo brano, ma un’idea di cosa facevano i VDGG nel 1969-70 potete vederlo e sentirlo qui.

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