Galileo, Giordano Bruno e Guarini (in rigoroso ordine alfabetico)

Con tutto l’affetto, sono sostanzialmente d’accordo con Marcello Cini (da il manifesto del 14 novembre 2007).

lettera aperta
Se la Sapienza chiama il papa e lascia a casa Mussi
Marcello Cini
Signor Rettore, apprendo da una nota del primo novembre dell’agenzia di stampa Apcom che recita: «è cambiato il programma dell’inaugurazione del 705esimo Anno Accademico dell’università di Roma La Sapienza, che in un primo momento prevedeva la presenza del ministro Mussi a ascoltare la Lectio Magistralis di papa Benedetto XVI». Il papa «ci sarà, ma dopo la cerimonia di inaugurazione, e il ministro dell’Università Fabio Mussi invece non ci sarà più».
Come professore emerito dell’università La Sapienza – ricorrono proprio in questi giorni cinquanta anni dalla mia chiamata a far parte della facoltà di Scienze matematiche fisiche e naturali su proposta dei fisici Edoardo Amaldi, Giorgio Salvini e Enrico Persico – non posso non esprimere pubblicamente la mia indignazione per la Sua proposta, comunicata al Senato accademico il 23 ottobre, goffamente riparata successivamente con una toppa che cerca di nascondere il buco e al tempo stesso ne mantiene sostanzialmente l’obiettivo politico e mediatico.
Non commento il triste fatto che Lei è stato eletto con il contributo determinante di un elettorato laico. Un cattolico democratico – rappresentato per tutti dall’esempio di Oscar Luigi Scalfaro nel corso del suo settennato di presidenza della Repubblica – non si sarebbe mai sognato di dimenticare che dal 20 settembre del 1870 Roma non è più la capitale dello stato pontificio. Mi soffermo piuttosto sull’incredibile violazione della tradizionale autonomia delle università – da più 705 anni incarnata nel mondo da La Sapienza dalla Sua iniziativa.
Sul piano formale, prima di tutto. Anche se nei primi secoli dopo la fondazione delle università la teologia è stata insegnata accanto alle discipline umanistiche, filosofiche, matematiche e naturali, non è da ieri che di questa disciplina non c’è più traccia nelle università moderne, per lo meno in quelle pubbliche degli stati non confessionali. Ignoro lo statuto dell’università di Ratisbona dove il professor Ratzinger ha tenuto la nota lectio magistralis sulla quale mi soffermerò più avanti, ma insisto che di regola essa fa parte esclusivamente degli insegnamenti impartiti nelle istituzioni universitarie religiose. I temi che sono stati oggetto degli studi del professor Ratzinger non dovrebbero comunque rientrare nell’ambito degli argomenti di una lezione, e tanto meno di una lectio magistralis, tenuta in una università della Repubblica italiana. Soprattutto se si tiene conto che, fin dai tempi di Cartesio, si è addivenuti, per porre fine al conflitto fra conoscenza e fede culminato con la condanna di Galileo da parte del Santo uffizio, a una spartizione di sfere di competenza tra l’Accademia e la Chiesa. La sua clamorosa violazione nel corso dell’inaugurazione dell’anno accademico de La Sapienza sarebbe stata considerata, nel mondo, come un salto indietro nel tempo di trecento anni e più.
Sul piano sostanziale poi le implicazioni sarebbero state ancor più devastanti. Consideriamole partendo proprio dal testo della lectio magistralis del professor Ratzinger a Ratisbona, dalla quale presumibilmente non si sarebbe molto discostata quella di Roma. In essa viene spiegato chiaramente che la linea politica del papato di Benedetto XVI si fonda sulla tesi che la spartizione delle rispettive sfere di competenza fra fede e conoscenza non vale più. «Nel profondo… si tratta – cito testualmente – dell’incontro tra fede e ragione, tra autentico illuminismo e religione. Partendo veramente dall’intima natura della fede cristiana e, al contempo, dalla natura del pensiero greco fuso ormai con la fede, Manuele II poteva dire: Non agire “con il logos” è contrario alla natura di Dio».
Non insisto sulla pericolosità di questo programma dal punto di vista politico e culturale: basta pensare alla reazione sollevata nel mondo islamico dall’accenno alla differenza che ci sarebbe tra il Dio cristiano e Allah – attribuita alla supposta razionalità del primo in confronto all’imprevedibile irrazionalità del secondo – che sarebbe a sua volta all’origine della mitezza dei cristiani e della violenza degli islamici. Ci vuole un bel coraggio sostenere questa tesi e nascondere sotto lo zerbino le Crociate, i pogrom contro gli ebrei, lo sterminio degli indigeni delle Americhe, la tratta degli schiavi, i roghi dell’Inquisizione che i cristiani hanno regalato al mondo. Qui mi interessa, però, il fatto che da questo incontro tra fede e ragione segue una concezione delle scienze come ambiti parziali di una conoscenza razionale più vasta e generale alla quale esse dovrebbero essere subordinate. «La moderna ragione propria delle scienze naturali – conclude infatti il papa – con l’intrinseco suo elemento platonico, porta in sé un interrogativo che la trascende insieme con le sue possibilità metodiche. Essa stessa deve semplicemente accettare la struttura razionale della materia e la corrispondenza tra il nostro spirito e le strutture razionali operanti nella natura come un dato di fatto, sul quale si basa il suo percorso metodico. Ma la domanda (sul perché di questo dato di fatto) esiste e deve essere affidata dalle scienze naturali a altri livelli e modi del pensare – alla filosofia e alla teologia. Per la filosofia e, in modo diverso, per la teologia, l’ascoltare le grandi esperienze e convinzioni delle tradizioni religiose dell’umanità, specialmente quella della fede cristiana, costituisce una fonte di conoscenza; rifiutarsi a essa significherebbe una riduzione inaccettabile del nostro ascoltare e rispondere».
Al di là di queste circonlocuzioni (i corsivi sono miei) il disegno mostra che nel suo nuovo ruolo l’ex capo del Sant’uffizio non ha dimenticato il compito che tradizionalmente a esso compete. Che è sempre stato e continua a essere l’espropriazione della sfera del sacro immanente nella profondità dei sentimenti e delle emozioni di ogni essere umano da parte di una istituzione che rivendica l’esclusività della mediazione fra l’umano e il divino. Un’appropriazione che ignora e svilisce le innumerevoli differenti forme storiche e geografiche di questa sfera così intima e delicata senza rispetto per la dignità personale e l’integrità morale di ogni individuo.
Ha tuttavia cambiato strategia. Non potendo più usare roghi e pene corporali ha imparato da Ulisse. Ha utilizzato l’effige della Dea Ragione degli illuministi come cavallo di Troia per entrare nella cittadella della conoscenza scientifica e metterla in riga. Non esagero. Che altro è, tanto per fare un esempio, l’appoggio esplicito del papa dato alla cosiddetta teoria del Disegno Intelligente se non il tentativo – condotto tra l’altro attraverso una maldestra negazione dell’evidenza storica, un volgare stravolgimento dei contenuti delle controversie interne alla comunità degli scienziati e il vecchio artificio della caricatura delle posizioni dell’avversario – di ricondurre la scienza sotto la pseudorazionalità dei dogmi della religione? E come avrebbero dovuto reagire i colleghi biologi e i loro studenti di fronte a un attacco più o meno indiretto alla teoria darwiniana dell’evoluzione biologica che sta alla base, in tutto il mondo, della moderna biologia evolutiva?
Non riesco a capire, quindi, le motivazioni della Sua proposta tanto improvvida e lesiva dell’immagine de La Sapienza nel mondo. Il risultato della Sua iniziativa, anche nella forma edulcorata della visita del papa (con «un saluto alla comunità universitaria») subito dopo una inaugurazione inevitabilmente clandestina, sarà comunque che i giornali del giorno dopo titoleranno (non si può pretendere che vadano tanto per il sottile): «Il Papa inaugura l’Anno Accademico dell’Università La Sapienza».
Congratulazioni, signor Rettore. Il Suo ritratto resterà accanto a quelli dei Suoi predecessori come simbolo dell’autonomia della cultura e del progresso delle scienze.

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Rumeni e Rom: un’altra puntata

Mi sembra importante anche l’intervento di Alessandro Portelli su il manifesto del 6 novembre 2007.

Aggiungo soltanto una modesta osservazione mia: ma la sicurezza, come se ne sta discutendo ora, non è anche (o soprattutto) una questione di percezione soggettiva? E come possiamo sentirci sicuri se stampa e media non fanno che “pompare” le nostre paure più irrazionali?

Stato etnico

Romeni e purosangue

Alessandro Portelli

Nella sua autobiografia, Black Boy, Richard Wright ricorda la paura con cui cresceva un ragazzo nero nel Sud razzista degli Stati uniti: ogni volta che succedeva qualche cosa, scrive, «non era un crimine commesso da un nero, ma dai neri». Tutti i neri erano colpevoli, qualunque nero andava punito, e la forma della punizione era il linciaggio. Ai linciaggi ci siamo arrivati. Il delitto di Tor di Quinto non è stato commesso da un rumeno, ma dai rumeni. E dieci cittadini italiani purosangue, con coltelli e bastoni, e incappucciati come il Ku Klux Klan, fanno giustizia a Tor Bella Monaca. Ed è inutile condannare queste cose a posteriori, bisogna pensarci prima alle conseguenze di certi discorsi. Ma è ben avviato sulla strada della punizione collettiva, a colpevoli e innocenti indiscriminatamente, anche lo sbaraccamento del campo di Tor di Quinto; è una punizione collettiva e preventiva il «trasferimento» dei rom oltre il raccordo anulare, spostare il problema un po’ più in là, come la polvere sotto il tappeto. Perché è vero che il problema esiste, non nascondiamoci dietro un dito.
L’associazione che gestisce un campo sportivo accanto al terreno di Tor di Quinto da anni denunciava furti continui, scriveva al sindaco e non riceveva risposta. La Romania (ma non era l’Albania, fino a qualche mese fa?) europea e democratica liberatasi dal comunismo non ci ha mandato soltanto il meglio di sé, come d’altronde l’Italia dell’emigrazione non ha mandato e non manda soltanto il meglio di sé in America o in Germania. Le migrazioni sono fiumi che si portano appresso anche un sacco di detriti, e non c’è diga che tenga. Ed è vero che la sicurezza è un requisito importante della vita civile, un diritto democratico: di che altro parlavano le donne che, almeno trent’anni fa, prima che ci fossero albanesi o rumeni a Roma, manifestavano con lo slogan «riprendiamoci la notte»? Ha detto il segretario del Partito Democratico che la sicurezza non è né di destra né di sinistra. Giusto. Però sono di destra o di sinistra le definizioni che ne diamo, e le risposte che proponiamo. Tutte e tutti abbiamo il diritto di uscire da una stazione di sera senza avere paura; ma tutte e tutti abbiamo anche il diritto di non essere ammazzati in carcere a Perugia o a Ferrara, di manifestare senza finire torturati a Bolzaneto. Certo, per le persone ordinarie il rischio di strada è più immediato e concreto del rischio in carcere o in piazza; ma c’è uno scivolamento pericoloso, quando lo stato che chiamiamo a garantirci la sicurezza dai crimini dei marginali si considera al di sopra delle leggi e delle inchieste. Tanto che uno esita prima di dire che, in certi luoghi e in certi tempi, prima che i delitti avvengano, ci vorrebbe più polizia (polizia, dico: non vigilantes privati). Io non so se sarebbe stato di destra o di sinistra illuminare meglio quella strada e quella stazione (quelle stazioni: io e la mia famiglia frequentavamo quella successiva, a Grottarossa, e avevamo paura di scendere la sera, anche se non c’erano ancora rumeni nei dintorni).
Fra l’altro, sono convinto che l’abbandono è anche conseguenza (di destra o di sinistra?) della rinuncia a fare delle ferrovie urbane una seria alternativa al feticcio automobile, ma questa è anche un’altra storia. E non so se sarebbe di destra o di sinistra accorgersi prima che sia troppo tardi delle condizioni criminogene in cui vivono migliaia di nostri concittadini europei, e fare qualcosa per i diritti umani di quella maggioranza di loro che non è venuta qui per delinquere. Anche loro hanno diritto alla sicurezza. Dopo il linciaggio di Tor Bella Monaca, il ministro degli interni Amato dice, «è quello che temevo»; il prefetto di Roma, Mosca, dice, «era quello che temevamo». Bene: che cosa avete fatto per prevenirlo?
E poi, ovviamente, la punizione ci vuole: personale e col dovuto processo di legge, non collettiva e vendicativa; ma ci vuole. Stavolta, anche grazie all’aiuto di una donna del campo, il colpevole è già in prigione e sconterà la giusta pena, con la dovuta certezza. Ma gridare al «pugno duro» è infantile e strumentale. Sappiamo benissimo, e se ne stanno accorgendo persino gli Stati uniti, che nemmeno la pena di morte fa veramente da deterrente alla criminalità. Inseguire la destra sul piano della repressione è come la corsa di Achille e la tartaruga: loro stanno sempre un po’ più in là, un po’ oltre. Più parliamo il loro linguaggio, più facciamo propaganda alle loro idee, più gli prepariamo la rivincita. Se non vogliamo ritrovarci, come da più parti già si annuncia, con Fini sindaco di Roma, proviamo a fare nostre le sagge e preoccupate parole di Stefano Rodotà: «Serve davvero, con ‘necessità e urgenza’, un’altra forma di tolleranza zero. Quella contro chi parla di ‘bestie’ o invoca metodi nazisti. Non è questione di norme. Bisogna chiudere la ‘fabbrica della paura’. È il compito di una politica degna di questo nome, di una cultura civile di cui è sempre più arduo ritrovare le tracce».

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Kristallnacht, rumeni e Rom

La notte tra il 9 e il 10 novembre 1938 i nazisti organizzarono un pogrom antisemita in tutto il Reich: càpita a fagiolo nella discussione che stiamo facendo su rumeni e Rom nell’Italia di oggi.

L’evento è noto come Kristallnacht, la notte dei cristalli perché furono sistematicamente distrutte le vetrine di 8.000 negozi gestiti da ebrei (che ovviamente vennero anche saccheggiati) e moltissime abitazioni. All’attività parteciparono, oltre alle milizie del partito nazista (SS ed SA), anche numerosi “normali cittadini”.

Secondo il bilancio di Heydrich, il capo delle SS: 191 sinagoghe furono distrutte e 76 rase al suolo; 100.000 ebrei furono arrestati; 815 negozi distrutti. Furono arrestati per saccheggio anche 174 cittadini tedeschi.

Le cifre accertate dagli storici parlano della distruzione o del danneggiamento di 1.574 sinagoghe in Germania e di 94 in Austria; della dissacrazione di quasi tutti i cimiteri; della distruzione e del saccheggio di 7.000 negozi e di 29 grandi magazzini. 91 ebrei furono uccisi, molti altri si suicidarono. 30.000 vennero avviati ai campi di concentramento di Dachau, Buchenwald e Sachsenhausen: si stima che tra i 2.000 e i 2.500 morirono nel periodo immediatamente successivo.

La comunità ebraica fu obbligata al pagamento di una multa di 1.000.000 di marchi.  Altri 4.000.000 furono necessari per riparare i danni.

Hugh Carleton Greene, giornalista del Daily Telegraph , mandò questa corrispondenza da Berlino:

Mob law ruled in Berlin throughout the afternoon and evening and hordes of hooligans indulged in an orgy of destruction. I have seen several anti-Jewish outbreaks in Germany during the last five years, but never anything as nauseating as this. Racial hatred and hysteria seemed to have taken complete hold of otherwise decent people. I saw fashionably dressed women clapping their hands and screaming with glee, while respectable middle-class mothers held up their babies to see the “fun”.

Non pensiamo, quindi, di chiamarci fuori con una levata di spalle. Siamo già vittime di una sconsiderata propaganda anti-rumena da parte degli organi di stampa e della televisione. Ad applaudire alla distruzione delle baracche rumene (come se fosse una loro scelta quella di vivere in condizioni subumane) manca veramente poco.

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Rom e rumeni: il tormentone continua

Vorrei dare diffusione a due interventi comparsi in questi giorni.

Il primo è di Valerio Evangelisti ed è comparso su Carmilla.

Romania fa rima con etnia?

L’identità dei rumeni è tale da rendere difficoltose le campagne d’odio razziste cui siamo ormai abituati. Sono di pelle bianca. Sono in maggioranza di fede cristiana (sia pure nelle variante greco-ortodossa). Parlano una lingua che discende in linea diretta dal latino. Fanno parte dell’Unione Europea.
Non si possono applicare loro, insomma, i consueti alibi che giustificano il razzismo dilagante in questa porcheria di paese: lo “scontro di civiltà”, la “lotta al terrorismo”, la differenza di culture, e via delirando. I rumeni si chiamano così proprio per l’impronta lasciata loro dall’annessione a Roma – ammesso che simili argomenti abbiano un senso. Anzi, quando l’impero romano era ormai scomparso, là se ne teneva vivo un brandello. Dico questo per prevenire le obiezioni delle canaglie fasciste, sempre pronte ad asservire la storia per giustificare i propri delitti. Non vi serve cercare Dna particolari. La Romania era ed è più latina di quanto non lo sia l’ipotetica “Padania”. Se siete fascisti, siatelo fino in fondo. Se siete “padani”, andate affanculo. Da bravi barbari, vi bevete l’acqua del dio fiume, con larve annesse. Prosit!

Veniamo al caso che invade le cronache. Un rumeno, per la precisione un Rom, violenta e uccide una povera donna. Dove abito io, l’ultima violenza carnale di una lunga serie è stata commessa, se ricordo bene, da un calabrese ubriaco. Non mi risulta che, per questo, la Regione Emilia-Romagna abbia rotto le relazioni con la Regione Calabria, né che si sia scatenata una caccia al calabrese.
Invece, se le cronache dicono il vero, il governo Prodi avrebbe richiamato l’ambasciatore in Romania. Non so se la notizia sia fondata, però ho visto Walter Veltroni, segretario del futuro Partito Democratikkko e sindaco di Roma, lamentare a Ballarò che i rumeni in Italia sono troppi (riecheggiando Beppe Grillo, altra brava persona), e rivendicare con orgoglio la distruzione delle loro baracche (dove siano finite le famiglie degli “sfollati” non si sa). Intanto, grazie anche alle indirette istigazioni dello stesso Veltroni, squadre di “giustizieri” sprangavano rumeni qualsiasi mentre, carichi di borse, uscivano da un supermercato, e distruggevano un negozio di “specialità dalla Romania”. Il Giornale applaudiva questa reazione spontanea delle masse.
A mia conoscenza, mai il governo degli Stati Uniti ha convocato diplomatici italiani per rinfacciare loro ciò che stavano facendo, in territorio americano, gli affiliati alla Mano Nera o a Cosa Nostra. Pescava i colpevoli, se ci riusciva, e li sbatteva in galera.
Solo da noi si fa ricadere un crimine su un popolo intero, e si prende a pretesto un delitto per criminalizzare una nazionalità nel suo complesso. Che i rumeni si consolino. Prima era già accaduto agli albanesi, ai nordafricani, ai polacchi, agli “slavi” in genere, ai meridionali. Nel Medioevo, i Veltroni di allora (o i Fini, o i Casini, o i Berlusconi, o i leghisti del tempo) imprecavano contro gli ebrei, che dissanguavano bambini cristiani. La – da me non tanto – compianta Oriana Fallaci inveiva contro i somali, rei di sporcare Firenze. Ogni epoca ha il suo stronzo, e la sua vittima.
Tornando ai rumeni, delinquenti per vocazione genetica, cos’abbiamo fatto noi a loro? Una qualche reciprocità esiste.
Era appena caduto il regime di Ceausescu e già migliaia di “imprenditori” italiani (chiamiamoli con il loro nome: “padroni” e “padroncini”) si fiondavano in Romania, come in altri paesi dell’Est, alla ricerca di manodopera sottopagata. L’avvilente epopea di questi tristi avventurieri è appena stata narrata da Andrea Bajani in un bellissimo romanzo, altamente consigliabile: Se consideri le colpe, Einaudi, 2007. I “portatori di progresso” italiani si rendevano complici di un doppio crimine: togliere lavoro in Italia e instaurare lavoro schiavistico altrove. Intanto un paese, sottratto a una dittatura ma lasciato nelle braccia del neoliberismo più brutale, assisteva a un degrado progressivo, e diventava tra i massimi esportatori di delinquenti e, soprattutto, prostitute. Nessuno, come i clienti di queste ultime, apprezza i benefici del capitalismo. D’altronde la merce è varia: un volo aereo e c’è, alla periferia di Timisoara, un bordello in cui sono in vendita minorenni dei due sessi. I padroncini vi si affollano.
Fa comodo la miseria altrui, purché resti a casa propria. Se viene qua, si trasformerà in puro accidente o in scelta criminale.
Che schifo! Che paese (o etnia, a questo punto?) di merda è diventato l’Italia!

Il secondo è di Wu Ming ed è apparso sulla newsletter telenmatica Giap! (la trovate anche qui).

Atmosfera da pogrom. Nel 1997 accadde qualcosa di molto simile con gli Albanesi – se non peggio, perché in quel caso non c’era nemmeno un omicidio con stupro a fare da detonatore, soltanto disperati che fuggivano in massa da un futuro di merda.

Siamo andati a ripescare gli articoli di allora: governo Prodi, Veltroni vicepremier, fiumi di inchiostro sul popolo di sinistra che si scopre razzista e tutto sommato non diverso dall’elettorato della Lega Nord, un decreto xenofobo varato su pressione del centrodestra e condannato dalla comunità internazionale (in quel caso la possibilità, per la nostra Marina, di bloccare navi albanesi anche fuori dalle acque territoriali italiane), infine una strage (terribile, più di cento albanesi morti annegati nel canale d’Otranto, quasi certamente speronati da una nave italiana, caso immediatamente insabbiato e rimosso dalla coscienza collettiva).

***

La sovrapposizione totale tra Rom e cittadini della Romania è un processo di “identificazione” che lascerebbe attoniti, se qualcosa fosse ancora in grado di attonarci.

I Rom non sono tutti rumeni e non tutti i cittadini rumeni sono Rom. I Rom in Romania sono il 2,46% della popolazione. Il nome “Romania” deriva dalla storia delle conquiste imperiali romane, mentre il termine “rom” nella lingua romané (lingua di ceppo indo-ariano) significa “uomo”, anzi, più precisamente significa “marito” (e “romni” significa “moglie”). Esistono individui di etnia Rom in quasi tutti i paesi dell’Europa sud-orientale, e molti vivono anche in altri continenti.

L’identificazione surrettizia tra etnia e cittadinanza (oramai accettata anche “a sinistra”) emana sempre un fetore nazista: gli ebrei non potevano essere tedeschi, polacchi, russi, italiani… erano ebrei e basta, quindi “allogeni”, e il corpo sociale andava depurato da quella tossina. E una nazione che tollera un gran numero di allogeni non può che essere allogena essa stessa.

Peccato che in Romania gli unici veri “allogeni” siano i padroni italiani che hanno chiuso baracca e burattini in Italia per andar là a sfruttare una manodopera sottopagata e priva di diritti. Categoria di cui si è fatto rappresentante, poche settimane fa, il demagogo Beppe Grillo.

***

Sulla base di cosa, poi? Del fatto che i Rom/rumeni sono delinquenti, stupratori, assassini che hanno valicato i “sacri confini” della Patria e oggi seminano il terrore.

Peccato che stupro e ginocidio (= assassinio di donne) siano una specialità molto italiana. Secondo dati Istat del 2005, nel 20,2% dei casi denunciati (che a loro volta sono solo il 43% dei casi segnalati) lo stupratore è il marito della vittima; nel 23,8% il colpevole è un amico; nel 17,4% è il fidanzato; nel 12,3% è un conoscente. Soltanto nel 3,5% dei casi il colpevole è un estraneo.

Lo ripetiamo perché suona vagamente importante: soltanto nel 3,5% dei casi denunciati il colpevole di stupro è un estraneo.

E secondo il Soccorso Violenze Sessuali della Clinica Mangiagalli di Milano, il 50% delle vittime di stupri che avvengono in strada sono donne straniere.

Ma ovviamente fa notizia soltanto il caso (terribile ma sporadico) della donna italiana aggredita dallo straniero, dal barbaro, dall’allogeno.

Quanto agli omicidi, poco tempo fa il Procuratore di Verona Guido Papalia ha dichiarato: “Oramai uccide più la famiglia che la mafia.”

In Italia i carnefici delle donne sono sei volte su dieci italiani, italianissimi, e agiscono tra le mura domestiche, con armi da fuoco o coltelli da cucina, strangolando o picchiando a sangue, appiccando il fuoco o annegando nella vasca da bagno.
La media italiana è di 100 uxoricidi all’anno.

Però il problema sono i rumeni.

Che razza di paese è quello dove il Palazzo e la Piazza si scontrano/incontrano/aizzano a vicenda sulla base della stessa condivisa ignoranza, senza pudore, senza rispetto, obnubilati da un razzismo e provincialismo ottuso, che fa sembrare Peppone e Don Camillo due illuminati cosmopoliti?

È l’Italia. Non c’è modo di definirlo. Questo posto è unico al mondo e non regge paragoni, fa categoria a sé, ogni aggettivo è inadatto, superato dalla notizia di domani.

E nel frattempo?
Aspettiamo la strage?
Va bene, purché sia Democratica.

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Tutti in Trentino

Dopo Cortina, sono sempre più i cittadini che chiedono che il loro comune faccia parte del Trentino-Alto Adige invece che della Regione cui apparteneva finora.

Che fare? Anzitutto, pollice verso alle reazioni scomposte alla Galan: si sentiranno anche “governatori”, ma i cittadini non sono sudditi e hanno espresso le loro preferenze democraticamente. Quindi propongo che si dia immediatamente corso alle loro legittime richieste.

E gli altri? Quelli che non hanno la fortuna di risiedere in comuni contermini al Trentino-Alto Adige? Non avrebbero il diritto di esprimere la medesima preferenza? Vogliamo fare una palese ingiustizia, introdurre un’incostituzionale disparità di trattamento (“Tutti i cittadini […] sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.” art. 3) per questa solo circostanza contingente? impedire ai cittadini, che so, di Tivoli o di Palazzolo Acreide di diventare parte del Trentino per il solo motivo della distanza geografica?

La soluzione è a portata di mano. Indiciamo un referendum costituzionale (che, tra l’altro, costerebbe alla nostra disastrata finanza pubblica molto meno di quasi 8.000 consultazioni locali) e trasferiamo tutti i comuni italiani alla Regione Trentino-Alto Adige. Già che ci siamo, aboliamo tutte le Regioni tranne una e tutte le Province tranne due. Sciogliamo le camere e sostituiamole con le assemblee provinciali e regionale. E mettiamo al Governo gli oculati amministratori di quella Regione.

Non funzionerebbe, dite? Perché i trentini e gli alto-atesini non vogliono nuovi concittadini? Questo vi fa sorgere il sospetto che tutti vogliano diventare trentini non tanto perché la Regione è ben amministrata, ma perché i cittadini di questa Regione a statuto speciale godono di privilegi fiscali e amministrativi e percepiscono una quota pro capite più elevata di trasferimenti pubblici? Alla base delle preferenze espresse con il voto non c’è un’esigenza di eguaglianza, ma al contrario la ricerca di un privilegio, motivata dall’esistenza di una “differenza di potenziale” nei benefici che (a parità sostanziale di tassazione) i cittadini delle diverse Regioni percepiscono? Sapete che non ci avevo pensato…

Ma se è così, è un motivo di più per abolire le Regioni e fare marcia indietro sulla devolution. O no?

23 ottobre – Il primo aereo in guerra

Non so se capita anche a voi, ma ho spesso la sensazione di essere nato e si vivere in un Paese di second’ordine, ammesso al G8 (allora G7) per un’impuntatura di Bettino Craxi, ma non realmente civile. E direi anche che il declino di cui ogni tanto si parla è un declino reale, e palpabile.

Consoliamoci (ma prima che qualcuno mi dia del nostalgico, premetto che il resto del post è sanamente sarcastico): non è sempre stato così. 96 anni fa, nel 1911, il genio italico ha colto per primo al mondo le potenzialità belliche dell’aeroplano. Durante la guerra italo-turca, quella che fece esclamare a Giovanni Pascoli “La grande proletaria si è mossa”, quella che fruttò a noi Libia e Dodecanneso (e al resto del mondo l’instabilità dei Balcani, del Medio Oriente e del Nord-Africa), il 23 ottobre fu utilizzato per la prima volta un aeroplano in un volo di ricognizione. La ricognizione aerea era già stata effettuata, utilizzando palloni aerostatici o mongolfiere, fin dal 1700. Ma l’aeroplano fu un enorme progresso.

Naturalmente, l’aereo non era di fabbricazione italiana: non ne avevamo la tecnologia. Era un Blériot XI di fabbricazione francese, dello stesso modello di quello che 2 anni prima aveva sorvolato la Manica.

Il genio italico fece anche il logico passo successivo: 2 mesi dopo, nel dicembre del 1911, un pilota italiano sganciò 4 bombe a mano sulle truppe turche. Avevamo inventato il bombardamento aereo.

Harry Potter – Il coming out di Dumbledore (2)

Riprendo da Salon del 23 ottobre:

Dumbledore? Gay. J.K. Rowling? Chatty.

What happens when authors like J.K. Rowling can’t stop telling their own stories?

By Rebecca Traister

Oct. 23, 2007 | You’ve probably heard the news by now, since it’s been splattered everywhere from the New York Times to Entertainment Weekly to the Associated Press: Albus Dumbledore, the late, great headmaster of Hogwarts School of Witchcraft and Wizardry, was gay.

If you find it curious that this news would make the headline ticker on CNN, you’re not crazy, given that Dumbledore is a 150-something wizard who is not, in fact, real. It is also true that the Harry Potter series, in which Dumbledore is a hero, ended with the publication of its final book more than three months ago. How could there be an October surprise about a character whose tale concluded – supposedly definitively – in late July?

We have this revelation thanks to Harry Potter author J.K. Rowling, currently on a reading tour of the United States. Dumbledore’s gayness is one of the pieces of bonus information about her characters that she’s been dispensing steadily since the publication of her magical swan song, “Harry Potter and the Deathly Hallows.” Thanks to Rowling’s loose lips, the Potter universe continues to make news even after its end. In her desire to control and describe it, she’s turning a modern assumption about what authorship means inside out. Whoever said the author was dead sure hadn’t meant Joanne Rowling.

Rowling outed Dumbledore at Carnegie Hall on Oct. 19, in response to a fan who asked her if Potter’s powerful mentor, who believed so mightily in the power of love, had ever been in love himself. “My truthful answer to you,” Rowling said, was that “I always thought of Dumbledore as gay.” According to reports, this sentence drew an immediate ovation from the crowd. Rowling continued by explaining that Albus had, as a young man, fallen for the talented wand-wielder Gellert Grindelwald. Rowling’s discussion of their bond, an important plot point in her last Harry Potter novel, was incisive and moving; she told the audience that Dumbledore’s youthful passion for Grindelwald blinded him, as it does so many of us mere muggles, to Grindelwald’s flaws, leaving him shattered when he discovered Grindelwald to be seriously evil. Rowling further revealed that at a recent read-through of the script for the sixth Harry Potter movie, she’d had to nix a line of dialogue about Dumbledore’s affection for a young woman. She said she’d passed the screenwriter a note reading “Dumbledore’s gay!”

Perhaps Rowling’s decision to make Dumbledore’s sexuality explicit was born out of her frustration that few readers, screenwriters included, picked up on her hints, which were particularly heavy in the final volume. The clues were subtle enough, or maybe our expectations heteronormative enough, that – although it was a question I talked about extensively with fellow readers this summer – the topic did not seem to get a lot of national critical attention in the weeks after the book’s release.

But a close reading would reveal that “The Deathly Hallows” was shot through with intimations about the headmaster’s sexuality, and not just in reference to his love for Grindelwald, which Rowling describes as a teenage passion that makes the otherwise responsible young wizard forget his family and go uncharacteristically batty. The book kicks off with an obituary by Dumbledore’s school chum Elphias Doge, who describes his first meeting with the teenaged Dumbledore as a moment of “mutual attraction” and who later tells Harry that he knew the wizard “as well as anyone.” Then there is the lurid language of a scurrilous postmortem biography of Dumbledore, in which writer Rita Skeeter wonders about the close relationship between the headmaster and his young pupil: “It’s been called unhealthy, even sinister … there is no question that Dumbledore took an unnatural interest in Potter.” Here Rowling is aping the leering, speculative tone of news stories about gay priests, Cub Scout leaders, and teachers accused of inappropriate relationships with their charges.

When she gets to the Grindelwald relationship, Rowling is clear from the moment Harry spots a photo of young Dumbledore with a “handsome companion.” In the shot, the boys are “laughing immoderately with their arms around each other’s shoulders.” A neighbor describes the relationship between Albus and Gellert: “The boys took to each other at once … even after they’d spent all day in discussion — both such brilliant young boys, they got on like a cauldron on fire — I’d sometimes hear an owl tapping at Gellert’s bedroom window, delivering a letter from Albus.”

And then there is the publication of an original letter from Dumbledore to Grindelwald, in which the wizard chides his friend for getting kicked out of his foreign school, concluding, “But I do not complain, because if you had not been expelled, we would never have met.” When Harry has a chance to chat with the deceased headmaster toward the end of the book, Dumbledore tells him his version of the story: “Then, of course, he came … Grindelwald. You cannot imagine how his ideas caught me, Harry, inflamed me … Did I know, in my heart of hearts, what Gellert Grindelwald was? I think I did, but I closed my eyes.”

There’s a very cheerful side to Rowling’s decision to directly address Dumbledore’s homosexuality. Throughout the series, she has been diligent not only in her narrative exploration of bigotry and intolerance, but also in her commitment to the inclusion of characters of different races, cultures, classes and degrees of physical beauty. It would, in fact, have been a glaring omission had none of the inhabitants of her world been homosexual.

It’s great to see the nonchalance and joy with which her news is being received in many sectors. Perhaps getting an ovation at Carnegie Hall wasn’t a surprise, but I first heard about the revelation from a 9-year-old friend at a wedding I was attending, who exuberantly announced, “Dumbledore is gay!” without a hint of complaint. When I asked whether the information surprised her, she said, “Well, I always thought he loved [Minerva] McGonagall, but I guess he only loved her like a sister.”

But while it’s all well and good to see kids giddy at the news of their hero’s homosexuality, Rowling’s interest in making things perfectly clear (or queer, to borrow queer theorist Alex Doty’s pun), not only about Dumbledore but also about the future and livelihood of all of her characters, provokes thorny questions about the role and responsibilities of an author once she has concluded her text.

Since “Deathly Hallows” was published, Rowling has shared with everyone who would listen details about the unwritten fate of her characters: that Harry and Ron are aurors at the Ministry of Magic; that Hermione is “pretty high up” at the Department of Magical Law Enforcement; that Luna Lovegood is a naturalist who marries Rolf Scamander; that Ginny Weasley plays Seeker for the Holyhead Harpies before becoming a sports writer at the Daily Prophet.

At Carnegie Hall, Rowling told the crowd that Neville Longbottom, Hogwarts herbology professor, marries former Hufflepuff Hannah Abbott, who becomes the landlady of the wizarding watering hole Leaky Cauldron, and that Hagrid never gets married. Perhaps most disconcerting was Rowling’s assertion that what Harry’s conflicted aunt Petunia would have said to him at their parting, at which Rowling wrote this tantalizing passage – “for a moment Harry had the strangest feeling that she wanted to say something to him: She gave him an odd, tremulous look and seemed to teeter on the edge of speech, but then, with a little jerk of her head, she bustled out of the room…” – was, “I do know what you’re up against, and I hope it’s OK.”

Oh. That’s too bad. Because in my imagination, Petunia was going to say something much more exciting than that.

I am a devoted reader and admirer of J.K. Rowling, and it honestly pains me a bit to say this, but from a literary perspective, she’s out of control here. Her abundant generosity with information is surely a response to a vast, insatiable fan base that does not have a high tolerance for never-ending suspense, ambiguity or nuance. As she told the “Today” show’s Meredith Vieira back in July, “I’m dealing with a level of obsession in some of my fans that will not rest until they know the middle names of Harry’s great-great-grandparents.”

Rowling naturally wants to provide answers for these heartbroken obsessives who perhaps are too young to know the satisfying pleasures of perpetual yearning and feel that they must must must know how much money Harry makes and whether Luna has kids.

It would also be understandable if, after more than a decade of telling stories about this world and these characters, Rowling is unable to stop. She has been a great and comprehensive builder of a fictional universe, and she’s famous for keeping reams of folders containing the back stories and astrological signs of every major and minor character ever to appear in her pages. One of the things that made the Potter books so good was the sense that Rowling had utter mastery over every corner of her realm. Who could blame her for wanting to keep the kids happy by doling out bits of it? It’s not as though Rowling would be setting a precedent: J.R.R. Tolkien spent much of his post-Middle-earth life tinkering with the details of the world he created, and delighting and gratifying his adherents by providing them with additional information about it.

But when too much of the back story (and, more disconcertingly, the future story) gets revealed – especially in an age in which an author is not simply sending letters to readers as Tolkien did, but making utterances that will be disseminated and analyzed by a global network of Web sites – it seems to have not so much a gratifying effect as a deadening one.

My brother, an adult reader who has been irritated by Rowling’s loquaciousness and was sent over the edge by this latest round of fortune-telling, said to me this weekend, “If she wants to tell us what happens, I wish she would write it in a book, because until she does, then as far as I’m concerned, she’s just describing what’s showing on the teeny TV screen inside her head, and that’s not playing fair.”

Given the ample – somewhere north of 5,000 pages – text that Rowling has already provided, from which her diligent and enthusiastic readers can mine theories and opinions of their own, her pronouncements are robbing us of the chance to let our imagination take over where she left off, one of the great treats of engaging with fictional narrative.

Would we be better off if Sofia Coppola had held a news conference after the 2003 premiere of “Lost in Translation” to announce that Bill Murray had whispered to Scarlett Johansson at the end of the movie that he’d had a great time with her in Tokyo? Perhaps Shakespeare could have stepped onstage after the conclusion of “Measure for Measure” and informed his audience, “Isabella accepts the Duke’s proposal and they marry a few weeks later.”

Salon book critic Laura Miller argues that the plot-driven, perpetually unfolding nature of Rowling’s series makes it seem reasonable that she would continue to spin tales from it. That events in the Potter universe would continue to unfold makes more sense than the good-versus-evil climax with which she ended the last book. Miller says, “It doesn’t surprise me that she secretly thinks of it as going on and on … because that’s the kind of material it is. It is not, say, ‘Crime and Punishment,’ where the very underpinnings of the story demand closure.”

It’s true that one of the strong draws of so much fantasy literature is the fluid, on-and-on quality that allows readers to believe that we’ve stumbled upon a world and that it continues without us, right next to us, perhaps – that we might one day wander through a closet and meet Mr. Tumnus, or that the weirdo on the subway in the purple cape might simply be out celebrating the demise of another evil wizard. In this context, it’s natural to feel that the future of the Weasley-Potters plays ceaselessly on Rowling’s internal TV screen and that she’s just sharing it with us.

But it’s precisely the fans’ feverish speculation about what happens to Rowling’s characters, and what she might have meant by X or Y, that makes her behavior so surprising. Rowling’s books were great in part because of their insistence on an ambiguity that was more sophisticated than her younger readers were used to (Severus Snape: good or bad? Albus Dumbledore: wise or gullible? Petunia Dursley: wizard hater or wizard lover?) and which readers have argued over for years. Why would she choose now to quash further imaginative and critical speculation by administering massive doses of Authorial Intent?

I suppose it’s nice to know that in Rowling’s mind, Harry is a successful auror. But in my mind, based on the seven books I devoured, Harry, whose greatest gifts were as a teacher, is the Defense Against the Dark Arts professor and eventually the Hogwarts headmaster. I suppose in the minds of other readers, Harry might manage a Quidditch team, or work for his uncle Vernon at Grunnings or something. I’d love to have that conversation with those other readers; I’d also love to have it with Rowling, in a Tolkien-style exchange. But when Rowling declares to an international audience what Harry’s adult job is, then the possibility for such an exchange is over. Speculation over what Rowling might have wanted us to surmise about her hero’s future is over. Bully for Harry, boo for the notion that fictional characters take on lives of their own in their readers’ minds.

Rowling is a brilliant lady, one of the people whose work and intentions appear nearly pristine. She created a world in which many readers happily dwelt for more than a decade. In fact, perhaps the root of my frustration with her soothsaying is my sadness that she’s running around talking about the books rather than writing us another one! I, like so many others, miss these people, and part of me can’t help but wish that if she had so much more to say about them, she’d put her thoughts in writing. But I also understand that that is one of those wishes probably better left unfulfilled. One of Rowling’s greatest authorial virtues is that she knew when to quit.

If only she would remember that now, because as she herself clearly understands, leaving us mysteries to unravel is such a critical part of the fun. At the same Carnegie Hall event at which she outed Albus, Rowling told the crowd, “I went onto a fan site … [and] I was so heartened to see that people on the message boards were still arguing about Snape. The book was out, and they were still arguing whether Snape was a good guy. That was really wonderful to me, because there’s a question here: Was Snape a good guy or not?”

Oh please, Jo, don’t tell us!

Harry Potter – Il coming out di Dumbledore

Riporto l’articolo di Maria Laura Rodotà uscito sul Corriere della sera del 21 ottobre 2007:

liberi dall’ipocrisia

E ora tocca alla prof McGranitt

Liberiamoci subito dall’ipotesi malevola. Dell’idea che J.K. Rowling e i suoi editori si aspettassero di vendere (ancora) più copie del settimo e ultimo Harry Potter; e che per stimolarle abbiano lanciato un petardone a scopo pubblicitario. Liberiamocene perché la scrittrice è attualmente più ricca della regina d’Inghilterra; ed è, come si diceva una volta, una sincera democratica. Insomma, se ha dichiarato che Albus Silente è gay, deve averlo fatto per senso civico. Silente è il preside della scuola di magia di Hogwarts, il mentore di Harry, la grande autorità morale dell’intera saga. Nel sesto libro viene ucciso. Nel settimo, Harry Potter e i Doni della Morte, si scoprono molte cose della sua vita e del suo passato; che chi scrive non può raccontare anche se sarebbero utili a spiegare la gayezza del preside. La traduzione italiana uscirà il 5 gennaio prossimo; però sono interessantissime, giuro.

E per insegnare qualcosa ai ragazzini, è probabile. Che quando usano parole come «ricchione» o «busone» (e altre) per offendere qualcuno, insultano anche l’unico adulto a cui forse, se esistesse, darebbero retta. Che è normale essere gay e coraggiosi, gay e carismatici, gay e sprizzanti matura (un po’ decrepita, vabbè) virilità. E poi, l’outing di Albus Silente è un passaggio epocale. Per la prima volta uno degli eroi di una serie di bestseller globali e per di più per ragazzi (vabbè, siamo tutti ragazzi in questi casi) è proclamato omosessuale dall’autore. Ora ce ne saranno altri, forse, e non ci si dovrà accontentare dei battutoni (sempre presenti nella cultura occidentale, da Eurialo e Niso a Batman e Robin). Però. Adesso quand’è che Rowling ci conferma che la prof McGranitt è lesbica? Lo pensiamo in tanti, ci insospettisce la passione per il Quidditch; e anche lei va liberata dall’ipocrisia, che diamine.

Ma insomma (questo si può dire) alla fine la memoria di Silente ne esce prestigiosamente intatta, anzi. E così è altrettanto prestigioso l’outing dell’autrice. Certo, sui blog harrypotteristi si discuteva da anni della presunta omosessualità del preside (mai una fidanzata, e sì che di streghe a Hogwarts ne circolavano). Ma su quei blog si legge qualunque cosa. Magari è andata in un altro modo. Durante un incontro a New York con centinaia di fans, Rowling ha voluto far sapere al mondo che il suo personaggio più rispettato — un anziano intellettuale/mancato statista per scelta, una specie di Carlo Azeglio Ciampi più Sandro Pertini più Norberto Bobbio più lunga barba bianca — aveva inclinazioni sessuali per molti, tuttora, poco rispettabili. Alla faccia loro (di quelli che pensano siano poco rispettabili).

Omeopatia

Indirizzo terapeutico secondo cui le varie patologie sono curabili somministrando ai malati, in dosi minime, quegli stessi farmaci che, se somministrati a individui sani, provocherebbero in essi sintomi analoghi a quelli da curare (De Mauro online).

In realtà, non finisce qui: secondo i sostenitori dell’omeopatia, “la sostanza, detta anche principio omeopatico, una volta individuata, viene somministrata al malato in una quantità fortemente diluita, definita dagli omeopati potenza. L’opinione degli omeopati è che diluizioni maggiori della stessa sostanza non provochino una riduzione dell’effetto farmacologico bensì un suo potenziamento” (Wikipedia).

La scienza e la medicina ufficiale non hanno più nessun dubbio. Uno studio di Lancet (agosto 2005) mostra che gli effetti terapeutici non sono statisticamente distinguibili dall’effetto placebo. La fisica, inoltre, dimostra che per diluizioni superiori al numero di Avogadro non rimane neppure una molecola del principio attivo.

Secondo l’Istat, nel 2005 il 7,0% degli italiani aveva fatto uso di rimedi omeopatici nei 3 anni precedenti l’intervista (nel 1999 erano l’8,2%, ma nel 1991 il 2,5%). Sorprendentemente (almeno per me) la propensione a ricorrere all’omeopatia aumenta al crescere del titolo di studio e ed è relativamente più elevata tra dirigenti, imprenditori e liberi professionisti. Nel 71,3% dei casi, chi è ricorso all’omeopatia è soddisfatto dei risultati: per l’effetto placebo, verosimilmente, ma anche perché in tre casi su quattro si usano insieme anche i farmaci tradizionali (qui l’Istat è troppo timido per i miei gusti: dovrebbe chiamarli “farmaci di efficacia clinicamente testata” e chiamare gli altri “rimedi”). Una buona notizia è che il 10% delle persone che sono ricorse all’omeopatia nei 3 anni precedenti l’intervista ha però smesso negli ultimi 13 mesi. Ma il gioiello è questo (cito alla lettera dalla Statistica in breve dell’Istat):

Sono soprattutto le persone in buona salute ad usare in modo esclusivo o prevalente i prodotti omeopatici o fitoterapici, mentre la quota di quanti dichiarano di essersi affidati prevalentemente a trattamenti medici di tipo tradizionale è più alta tra le persone che dichiarano un cattivo stato di salute o che risultano affetti da una o più patologie croniche.

Non potrei essere più d’accordo. Se stai bene, prendi pure i rimedi omeopatici, che sono acqua purissima: eviterai qualsiasi effetto collaterale! Se stai male, curati seriamente, con un farmaco clinicamente testato.

Non ho tanta voglia di essere serio, oggi, ma ci sarebbero tante cose su cui riflettere: ad esempio, come si dovrebbe comportare il servizio sanitario di fronte a metodi di provata inefficacia? E più in generale, le autorità pubbliche? Avrebbero il dovere di fare attività di “alfabetizzazione” in materia scientifica e sanitaria? È giusto che l’Istat – un soggetto pubblico, per di più inquadrato nel settore della ricerca – non prenda nessuna posizione? Qualcuno ricorda il dibattito sulla “libertà di cura” sollevato una decina d’anni fa dal caso Di Bella? E si ricorda anche che finì in una bolla di sapone per la comprovata inutilità del metodo? Quante persone sono morte per aver “scelto” quel rimedio miracolistico invece della chemioterapia?

Intanto, tornando all’omeopatia, guardiamo insieme questo documentario della BBC, che il suo dovere di servizio pubblico lo fa:

Qui invece vediamo James Randi (un prestigiatore scettico che si è votato al disvelamento del paranormale e dell’antiscientifico, giungendo a offrire 1.000.000 di dollari a chi riuscisse a provare l’efficacia dell’omeopatia in condizioni verificabili scientificamente) in una godibilissima conferenza a Princeton.

Rumeni, rom e Grillo

Continua il dibattito sul post razzista di Beppe Grillo, ad esempio su www.murderbynumbers.it, un sito che ci piace pensare come apparentato al nostro.

Mi sembra interessante l’opinione di Giovanna Zincone pubblicata oggi da La Stampa:

I rom non ci invidiano
per questo non si integrano

I romeni ovviamente non sono tutti zingari rom e i rom notoriamente non sono tutti romeni. Comunque, la questione dei rom, in particolare se di provenienza romena, scatta spesso al centro del dibattito pubblico. I rom sono alternativamente descritti come parassiti e delinquenti o fragili emarginati. La realtà è più sfumata: ci presenta una minoranza con grossi problemi di integrazione sociale e culturale. I rom sono intrappolati in una cultura caratterizzata non solo da tratti «simpatici», come il rifiuto di lasciarsi stritolare dal lavoro e il gusto per una vita meno costretta nel tempo e nello spazio, ma anche da aspetti spinosi e inquietanti. È una cultura estranea, vista con diffidenza. Il deperimento di tradizionali fonti di sostentamento della popolazione zingara ha aumentato rischi e sospetti. In un’economia che non ripara e non ricicla, gli zingari non possono fare gli arrotini o aggiustare pentole. In un’epoca di grandi parchi giochi e domestici videogiochi, anche il mestiere di giostraio diventa sempre meno redditizio e più «inquinato» da attività parallele. La cultura di una vita «liberata dai vincoli del tempo di lavoro» cozza con il nostro modo di consumare e produrre. Il loro è un costume di vita sempre più difficile da praticare, costretto a trasformarsi.

Molti dei cosiddetti nomadi hanno accettato da tempo la costrizione dello spazio: sono diventati stanziali. I campi sono luoghi in cui si vive per lo più stabilmente. Non si tratta però di camping a 5 stelle. Quelli irregolari sono terribili: ho visto bambini con i piedi nudi nel fango in pieno inverno. Quelli ufficiali, dipende, possono anche produrre un effetto di gaiezza, ma anche lì sono frequenti e gravi le deficienze nei servizi. Molti rom e altre categorie di «pseudonomadi» sono stanziali e cittadini italiani: si stima che lo siano più della metà. Altri sono stranieri, che però vivono qui da generazioni, magari senza permesso di soggiorno. Gli stranieri sono aumentati. In particolare, subito dopo la caduta del regime di Ceausescu e ora con l’ingresso nell’Unione, sono aumentati i rom romeni. Erano persone abituate a vivere in abitazioni periferiche e svolgere lavori poco redditizi, ma sicuri. L’economia di mercato li ha messi in crisi e la loro accresciuta povertà ha attratto aggressioni razziste, di qui l’esodo. A seguito delle diverse ondate i rom di origine romena in Italia dovrebbero aggirarsi oggi intorno ai 50 mila, gli zingari in generale sarebbero circa 160 mila. Non si tratta di dati, ma di stime. Non esiste un’affidabile rilevazione sulla presenza delle minoranze zingare sul territorio nazionale. Non conosciamo l’entità e i caratteri specifici del fenomeno. Tuttavia l’allarme suscitato da nuovi cospicui flussi, seppure anch’essi di entità ignota, i brutti fatti di cronaca, la confusione tra rom e romeni, generano paura e reazioni istantanee.

Ma i problemi connessi alle minoranze zingare erano già sul tappeto da un pezzo. Bambini che non vanno a scuola, che ci vanno in modo discontinuo, che non imparano. Accattonaggio imposto a donne e minori, matrimoni precoci, tirannide dei maschi e degli anziani non sono eccezioni. La trappola d’una cultura che disprezza la routine lavorativa, unita alla perdita di occasioni di lavoro compatibili con questo disprezzo, ha favorito non solo l’accattonaggio, che sconfina talora nel borseggio, ma ha invogliato a intensificare pratiche più pesanti come il furto con scasso.

Il problema non si esaurisce qui. Il fastidio per i banali ritmi del lavoro, unito a un rispetto eccessivo per il lusso, ha condotto una certa componente di zingari a commettere crimini più gravi: traffico di armi e di droga, sfruttamento della prostituzione, aggressione e sequestro di persona. Né i comportamenti diffusi di fastidioso accattonaggio e microcriminalità, né quelli più circoscritti di grave crimine riguardano tutti i rom. E però hanno generato un notevole allarme sociale e dato luogo a un circolo vizioso. È difficile per un rom che voglia cambiare strada, magari lasciando il campo, farlo. Perché è difficile trovare un lavoro e un alloggio. Datori di lavoro e proprietari di casa sono sospettosi. Ma c’è di peggio. Chi vuole lasciare il campo o mandare i figli a scuola, a volte, è minacciato dai boss. Si sono tentate varie strade per contrastare questa situazione: separare i mansueti dai criminali, espellendo o reprimendo questi ultimi. Tuttavia, l’espulsione dei cittadini italiani rom è impossibile e, per quella dei comunitari – come ha osservato il ministro Amato – occorrono modifiche normative. Ai più disponibili sono stati offerti «patti di cittadinanza»: se mandi i bambini a scuola avrai un posto nel nuovo campo che ha dimensioni ridotte ed è ben tenuto. Sono state sperimentate offerte d’istruzione meno costrittive. Sono state offerte alternative di reddito legali: spazi nei mercati e permessi per la vendita di abiti usati e altro materiale di recupero, che gli zingari tradizionalmente raccolgono. Insomma molte soluzioni sono state tentate anche prima dei nuovi arrivi, perché il problema c’era già ed era già grosso. Alcune hanno persino funzionato.

I nuovi arrivi non aprono un problema, complicano un quadro già difficile. Al centro di quel quadro sta un nodo antico e molto duro da sciogliere. Per questa minoranza, ben di più che per la minoranza islamica, il problema non è solo l’integrazione sociale è anche e soprattutto l’integrazione culturale. Il nostro mondo a loro non piace. Dovremmo convincerli che, a comportarsi come noi, non si vive poi troppo male. Non è compito facile. Qualche volta non è facile convincere neanche noi stessi. I secchioni a mille euro al mese, la sparuta squadra di professionisti e top manager esuberanti di soldi e a secco di tempo non suscitano invidia.