Rainer Maria Rilke – Sonetti a Orfeo, II, 4

O dieses ist das Tier, das es nicht giebt.
Sie wußtens nicht und habens jeden Falls
– sein Wandeln, seine Haltung, seinen Hals,
bis in des stillen Blickes Licht – geliebt.

Zwar war es nicht. Doch weil sie’s liebten, ward
ein reines Tier. Sie ließen immer Raum.
Und in dem Raume, klar und ausgespart,
erhob es leicht sein Haupt und brauchte kaum

zu sein. Sie nährten es mit keinem Korn,
nur immer mit der Möglichkeit, es sei.
Und die gab solche Stärke an das Tier,

daß es aus sich ein Stirnhorn trieb. Ein Horn.
Zu einer Jungfrau kam es weiß herbei –
und war im Silber-Spiegel und in ihr.

La traduzione italiana di Franco Rella (pubblicata da Feltrinelli):

Oh! questo è l’animale che non c’è.
Non lo conobbero, eppure l’hanno amato
– L’andatura, il portamento, il collo,
fino alla quieta luce del suo sguardo.

Certo non era. Ma poiché l’amarono divenne
un animale puro. Sempre a lui fu dato spazio.
E nello spazio, chiaro e dispiegato,
levò leggero il capo, quasi neanche dovesse

essere: Non lo nutrirono con grano,
sempre solo della possibilità che fosse.
E questa diede tanta forza all’animale,

che quello da sé trasse un corno. Un corno.
Bianco davanti a una vergine passò,
e fu nell’argento dello specchio, fu in lei.

Per me, è una poesia sulla potenza dell’amore e del desiderio. L’unicorno del mito è un essere immaginario, che esiste soltanto per riempire di sé un desiderio. Non può essere conosciuto in senso proprio – non potrà mai essere incluso nella tassonomia degli animali esistenti. Ma l’amore lo crea, e ne determina forma e attributi: l’andatura, il portamento, la gola, la luce dello sguardo. Non ha bisogno di nutrimento materiale, ma di spazio. Uno spazio di possibilità, che deve essere rinnovato giorno per giorno. Soltanto in questo spazio che gli diamo si dispiega, in una forma più chiara e manifesta dell’esistenza stessa. Ma questo spazio dell’amore non è astratto, è reale e carnale. È nello spazio del desiderio che si generano il maschio e la femmina, l’uomo e la donna, il corno sulla candida fronte e lo specchio d’argento della vergine. E la loro congiunzione.

Rilke aveva in mente questo arazzo (al Museo di Cluny, a Parigi).

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Jukebox

Apparecchio automatico situato specialmente nei locali pubblici, contenente un giradischi e numerosi dischi di musica leggera che possono essere selezionati e ascoltati mediante inserimento di monete o gettoni (De Mauro online).

Molto interessante l’etimologia. Originariamente, l’aggeggio si chiamava nickel-in-the-slot ed era diffuso nei bar e nei locali di ritrovo. Particolarmente in quelli lungo le vie di comunicazione, dove si poteva bere e ballare tutta notte (e forse anche godere di qualche altro piacere). Questo tipo di locali, negli anni Trenta e Quaranta, nel sud degli Stati Uniti si chiamava juke joint, e juking voleva dire “andare in giro a trovare un posto per divertirsi” o anche semplicemente “ballare”. Le “macchine da musica a pagamento” onnipresenti in quei locali cominciarono a essere chiamate Juke-box per antonomasia, piuttosto che nickel-in-the-slot.

Adesso viene il bello. Juke è una parola arrivata all’americano dal Gullah, lingua parlata dagli afro-americani della Carolina del sud e della Florida: juke significa “cattivo” e da questo dovrebbe essere chiaro che le juke joints erano luoghi malfamati, se non case di malaffare. A sua volta, il termine Gullah è una chiara derivazione delle lingue dell’Africa occidentale, dato che in Wolof, ad esempio, dzug significa “vivere malamente”.

Ailuròfilo

Amante dei gatti.

Composto del greco áiluros “gatto” e phílos “amico, amante”.

Pogrom

Da Wikipedia:

Pogrom è un termine storico di derivazione russa (Погром) con cui vengono indicate le sommosse popolari antisemite e le successive devastazioni avvenute soprattutto al tempo degli Zar di Russia con il consenso – se non con l’appoggio – delle autorità. […] Più in generale, con pogrom si intendono le azioni violente contro la proprietà e la vita di appartenenti a minoranze politiche, etniche o religiose.

Dopo numerosi episodi avvenuti nel corso del Medioevo, i primi veri e propri pogrom dell’età contemporanea furono attuati nel 1881 in seguito all’assassinio dello zar Alessandro II. Un paio di decenni dopo, con il fallimento della rivoluzione russa (1905), circa seicento fra villaggi e città furono al centro di pogrom; un massacro ai danni della popolazione ebraica si era già avuto nel 1903 a Kišinev (oggi Chişinău, Moldavia). Sebbene tali «spedizioni punitive» fossero accreditate come reazioni spontanee della popolazione verso gli usi religiosi ebraici, sembra certo che esse furono volutamente organizzate dal governo zarista per convogliare verso l’intolleranza religiosa e l’odio etnico la protesta di contadini e lavoratori salariati sottoposti a dure condizioni di vita. Anche nella guerra civile susseguente alla rivoluzione bolscevica del 1917 furono attuati in Ucraina dai capi delle Armate bianche numerosi pogrom che causarono centinaia di migliaia di vittime.

Un pogrom accompagnò anche – nella Notte dei cristalli – l’inizio della campagna antiebraica nazista che portò alla Shoah. […]

“Con il consenso, se non con l’appoggio delle autorità…”

Si può preparare anche oggi un pogrom?

Le premesse:

Gli effetti:

La ginestra

Oggi era un tripudio, lungo l’autostrada di Fiumicino.

LA GINESTRA

O IL FIORE DEL DESERTO

E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce.

Giovanni, III, 19

Qui su l’arida schiena

Del formidabil monte

Sterminator Vesevo,

La qual null’altro allegra arbor né fiore,

Tuoi cespi solitari intorno spargi,

Odorata ginestra,

Contenta dei deserti. Anco ti vidi

De’ tuoi steli abbellir l’erme contrade

Che cingon la cittade

La qual fu donna de’ mortali un tempo,

E del perduto impero

Par che col grave e taciturno aspetto

Faccian fede e ricordo al passeggero.

Or ti riveggo in questo suol, di tristi

Lochi e dal mondo abbandonati amante,

E d’afflitte fortune ognor compagna.

Questi campi cosparsi

Di ceneri infeconde, e ricoperti

Dell’impietrata lava,

Che sotto i passi al peregrin risona;

Dove s’annida e si contorce al sole

La serpe, e dove al noto

Cavernoso covil torna il coniglio;

Fur liete ville e colti,

E biondeggiàr di spiche, e risonaro

Di muggito d’armenti;

Fur giardini e palagi,

Agli ozi de’ potenti

Gradito ospizio; e fur città famose

Che coi torrenti suoi l’altero monte

Dall’ignea bocca fulminando oppresse

Con gli abitanti insieme. Or tutto intorno

Una ruina involve,

Dove tu siedi, o fior gentile, e quasi

I danni altrui commiserando, al cielo

Di dolcissimo odor mandi un profumo,

Che il deserto consola. A queste piagge

Venga colui che d’esaltar con lode

Il nostro stato ha in uso, e vegga quanto

È il gener nostro in cura

All’amante natura. E la possanza

Qui con giusta misura

Anco estimar potrà dell’uman seme,

Cui la dura nutrice, ov’ei men teme,

Con lieve moto in un momento annulla

In parte, e può con moti

Poco men lievi ancor subitamente

Annichilare in tutto.

Dipinte in queste rive

Son dell’umana gente

Le magnifiche sorti e progressive .

Qui mira e qui ti specchia,

Secol superbo e sciocco,

Che il calle insino allora

Dal risorto pensier segnato innanti

Abbandonasti, e volti addietro i passi,

Del ritornar ti vanti,

E procedere il chiami.

Al tuo pargoleggiar gl’ingegni tutti,

Di cui lor sorte rea padre ti fece,

Vanno adulando, ancora

Ch’a ludibrio talora

T’abbian fra sé. Non io

Con tal vergogna scenderò sotterra;

Ma il disprezzo piuttosto che si serra

Di te nel petto mio,

Mostrato avrò quanto si possa aperto:

Ben ch’io sappia che obblio

Preme chi troppo all’età propria increbbe.

Di questo mal, che teco

Mi fia comune, assai finor mi rido.

Libertà vai sognando, e servo a un tempo

Vuoi di novo il pensiero,

Sol per cui risorgemmo

Della barbarie in parte, e per cui solo

Si cresce in civiltà, che sola in meglio

Guida i pubblici fati.

Così ti spiacque il vero

Dell’aspra sorte e del depresso loco

Che natura ci diè. Per questo il tergo

Vigliaccamente rivolgesti al lume

Che il fe’ palese: e, fuggitivo, appelli

Vil chi lui segue, e solo

Magnanimo colui

Che sé schernendo o gli altri, astuto o folle,

Fin sopra gli astri il mortal grado estolle.

Uom di povero stato e membra inferme

Che sia dell’alma generoso ed alto,

Non chiama sé né stima

Ricco d’or né gagliardo,

E di splendida vita o di valente

Persona infra la gente

Non fa risibil mostra;

Ma sé di forza e di tesor mendico

Lascia parer senza vergogna, e noma

Parlando, apertamente, e di sue cose

Fa stima al vero uguale.

Magnanimo animale

Non credo io già, ma stolto,

Quel che nato a perir, nutrito in pene,

Dice, a goder son fatto,

E di fetido orgoglio

Empie le carte, eccelsi fati e nove

Felicità, quali il ciel tutto ignora,

Non pur quest’orbe, promettendo in terra

A popoli che un’onda

Di mar commosso, un fiato

D’aura maligna, un sotterraneo crollo

Distrugge sì, che avanza

A gran pena di lor la rimembranza.

Nobil natura è quella

Che a sollevar s’ardisce

Gli occhi mortali incontra

Al comun fato, e che con franca lingua,

Nulla al ver detraendo,

Confessa il mal che ci fu dato in sorte,

E il basso stato e frale;

Quella che grande e forte

Mostra sé nel soffrir, né gli odii e l’ire

Fraterne, ancor più gravi

D’ogni altro danno, accresce

Alle miserie sue, l’uomo incolpando

Del suo dolor, ma dà la colpa a quella

Che veramente è rea, che de’ mortali

Madre è di parto e di voler matrigna.

Costei chiama inimica; e incontro a questa

Congiunta esser pensando,

Siccome è il vero, ed ordinata in pria

L’umana compagnia,

Tutti fra sé confederati estima

Gli uomini, e tutti abbraccia

Con vero amor, porgendo

Valida e pronta ed aspettando aita

Negli alterni perigli e nelle angosce

Della guerra comune. Ed alle offese

Dell’uomo armar la destra, e laccio porre

Al vicino ed inciampo,

Stolto crede così qual fora in campo

Cinto d’oste contraria, in sul più vivo

Incalzar degli assalti,

Gl’inimici obbliando, acerbe gare

Imprender con gli amici,

E sparger fuga e fulminar col brando

Infra i propri guerrieri.

Così fatti pensieri

Quando fien, come fur, palesi al volgo,

E quell’orror che primo

Contra l’empia natura

Strinse i mortali in social catena,

Fia ricondotto in parte

Da verace saper, l’onesto e il retto

Conversar cittadino,

E giustizia e pietade, altra radice

Avranno allor che non superbe fole,

Ove fondata probità del volgo

Così star suole in piede

Quale star può quel ch’ha in error la sede.

Sovente in queste rive,

Che, desolate, a bruno

Veste il flutto indurato, e par che ondeggi,

Seggo la notte; e su la mesta landa

In purissimo azzurro

Veggo dall’alto fiammeggiar le stelle,

Cui di lontan fa specchio

Il mare, e tutto di scintille in giro

Per lo vòto seren brillare il mondo.

E poi che gli occhi a quelle luci appunto,

Ch’a lor sembrano un punto,

E sono immense, in guisa

Che un punto a petto a lor son terra e mare

Veracemente; a cui

L’uomo non pur, ma questo

Globo ove l’uomo è nulla,

Sconosciuto è del tutto; e quando miro

Quegli ancor più senz’alcun fin remoti

Nodi quasi di stelle,

Ch’a noi paion qual nebbia, a cui non l’uomo

E non la terra sol, ma tutte in uno,

Del numero infinite e della mole,

Con l’aureo sole insiem, le nostre stelle

O sono ignote, o così paion come

Essi alla terra, un punto

Di luce nebulosa; al pensier mio

Che sembri allora, o prole

Dell’uomo? E rimembrando

Il tuo stato quaggiù, di cui fa segno

Il suol ch’io premo; e poi dall’altra parte,

Che te signora e fine

Credi tu data al Tutto, e quante volte

Favoleggiar ti piacque, in questo oscuro

Granel di sabbia, il qual di terra ha nome,

Per tua cagion, dell’universe cose

Scender gli autori, e conversar sovente

Co’ tuoi piacevolmente, e che i derisi

Sogni rinnovellando, ai saggi insulta

Fin la presente età, che in conoscenza

Ed in civil costume

Sembra tutte avanzar; qual moto allora,

Mortal prole infelice, o qual pensiero

Verso te finalmente il cor m’assale?

Non so se il riso o la pietà prevale.

Come d’arbor cadendo un picciol pomo,

Cui là nel tardo autunno

Maturità senz’altra forza atterra,

D’un popol di formiche i dolci alberghi,

Cavati in molle gleba

Con gran lavoro, e l’opre

E le ricchezze che adunate a prova

Con lungo affaticar l’assidua gente

Avea provvidamente al tempo estivo,

Schiaccia, diserta e copre

In un punto; così d’alto piombando,

Dall’utero tonante

Scagliata al ciel profondo,

Di ceneri e di pomici e di sassi

Notte e ruina, infusa

Di bollenti ruscelli

O pel montano fianco

Furiosa tra l’erba

Di liquefatti massi

E di metalli e d’infocata arena

Scendendo immensa piena,

Le cittadi che il mar là su l’estremo

Lido aspergea, confuse

E infranse e ricoperse

In pochi istanti: onde su quelle or pasce

La capra, e città nove

Sorgon dall’altra banda, a cui sgabello

Son le sepolte, e le prostrate mura

L’arduo monte al suo piè quasi calpesta.

Non ha natura al seme

Dell’uom più stima o cura

Che alla formica: e se più rara in quello

Che nell’altra è la strage,

Non avvien ciò d’altronde

Fuor che l’uom sue prosapie ha men feconde.

Ben mille ed ottocento

Anni varcàr poi che spariro, oppressi

Dall’ignea forza, i popolati seggi,

E il villanello intento

Ai vigneti, che a stento in questi campi

Nutre la morta zolla e incenerita,

Ancor leva lo sguardo

Sospettoso alla vetta

Fatal, che nulla mai fatta più mite

Ancor siede tremenda, ancor minaccia

A lui strage ed ai figli ed agli averi

Lor poverelli. E spesso

Il meschino in sul tetto

Dell’ostel villereccio, alla vagante

Aura giacendo tutta notte insonne,

E balzando più volte, esplora il corso

Del temuto bollor, che si riversa

Dall’inesausto grembo

Su l’arenoso dorso, a cui riluce

Di Capri la marina

E di Napoli il porto e Mergellina.

E se appressar lo vede, o se nel cupo

Del domestico pozzo ode mai l’acqua

Fervendo gorgogliar, desta i figliuoli,

Desta la moglie in fretta, e via, con quanto

Di lor cose rapir posson, fuggendo,

Vede lontan l’usato

Suo nido, e il picciol campo,

Che gli fu dalla fame unico schermo,

Preda al flutto rovente,

Che crepitando giunge, e inesorato

Durabilmente sovra quei si spiega.

Torna al celeste raggio

Dopo l’antica obblivion l’estinta

Pompei, come sepolto

Scheletro, cui di terra

Avarizia o pietà rende all’aperto;

E dal deserto foro

Diritto infra le file

Dei mozzi colonnati il peregrino

Lunge contempla il bipartito giogo

E la cresta fumante,

Che alla sparsa ruina ancor minaccia.

E nell’orror della secreta notte

Per li vacui teatri,

Per li templi deformi e per le rotte

Case, ove i parti il pipistrello asconde,

Come sinistra face

Che per vòti palagi atra s’aggiri,

Corre il baglior della funerea lava,

Che di lontan per l’ombre

Rosseggia e i lochi intorno intorno tinge.

Così, dell’uomo ignara e dell’etadi

Ch’ei chiama antiche, e del seguir che fanno

Dopo gli avi i nepoti,

Sta natura ognor verde, anzi procede

Per sì lungo cammino

Che sembra star. Caggiono i regni intanto,

Passan genti e linguaggi: ella nol vede:

E l’uom d’eternità s’arroga il vanto.

E tu, lenta ginestra,

Che di selve odorate

Queste campagne dispogliate adorni,

Anche tu presto alla crudel possanza

Soccomberai del sotterraneo foco,

Che ritornando al loco

Già noto, stenderà l’avaro lembo

Su tue molli foreste. E piegherai

Sotto il fascio mortal non renitente

Il tuo capo innocente:

Ma non piegato insino allora indarno

Codardamente supplicando innanzi

Al futuro oppressor; ma non eretto

Con forsennato orgoglio inver le stelle,

Né sul deserto, dove

E la sede e i natali

Non per voler ma per fortuna avesti;

Ma più saggia, ma tanto

Meno inferma dell’uom, quanto le frali

Tue stirpi non credesti

O dal fato o da te fatte immortali.

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Slogan

Formula sintetica, espressiva e facile da ricordarsi, usata a fini pubblicitari o di propaganda: uno slogan efficaceslogan elettorale” (De Mauro online).

Originariamente sluagh-ghairm significava “grido di battaglia” in scozzese, come composto di due parole gaeliche, sluagh “moltitudine” + gairm “grido”.

Un altro grido di battaglia famoso è l’haka maori degli all blacks.

Santa Passera

Molti romani ne sono a conoscenza, ma per i non romani l’informazione mi sembra irresistibile.

La chiesa di S. Passera, situata tra la riva destra del Tevere e via della Magliana, di fronte alla basilica di S. Paolo fuori le mura, è uno dei più significativi documenti rimasti di un’area fino a pochi decenni fa extraurbana, oggi densamente popolata.

Il curioso nome “Santa Passera” nasce da una distorsione fonetica popolare di “Abbas Cirus” (Padre Ciro), attraverso alcune varianti quali: Abbaciro, Appaciro, Appacero, Pacero, Pacera, ed infine Passera.

Le origini della chiesa non hanno datazione certa. Secondo la tradizione i corpi di due martiri, Ciro e Giovanni, un medico di Alessandria di Egitto e un soldato di Edessa divenuto suo discepolo, furono crocifissi e decapitati a Canopo in Egitto nel 303, durante la persecuzione di Diocleziano.

S. Cirillo, Patriarca di Alessandria, portò le due salme a Menouthis (l’odierna Abukir), presso la chiesa locale, che da allora divenne uno dei santuari più famosi d’ Egitto.

In seguito i loro corpi sarebbero stati trasportati a Roma, ma la notizia è incerta. Secondo una leggenda trascritta da un tale Gualtiero durante il pontificato di Innocenzo III (1198-1216), nel 407, al tempo degli imperatori Arcadio ed Onorio, due monaci di nome Grimoaldo e Arnolfo tolsero, dopo un sogno premonitore, le salme dei due martiri dall’urna di porfido in cui erano contenuti a Menouthis, ritenendole in pericolo per l’invasione dei Saraceni in Egitto, con lo scopo di portarle al sicuro a Roma. Giunti a Roma, i due monaci furono accolti dalla ricca vedova Teodora, nella sua casa in Trastevere. Durante la notte seguente i due martiri le apparvero in sogno e le ordinarono di trasportare i loro corpi fuori città, nella chiesina che aveva fatto costruire nei suoi possedimenti lungo la via Portuense (l’edificio sorge su un sepolcro romano nella cui cella ipogea si conservano pitture funerarie degli inizi del III secolo).

Quella chiesina era proprio Santa Passera. Per paura di possibili profanazioni, i due corpi furono sotterrati in un luogo segreto sotto l’attuale chiesa.

Secondo l’archeologo ottocentesco Mariano Armellini, invece, Santa Passera Sarebbe una deformazione del nome di Santa Prassede. L’ipotesi non è priva di buone ragioni, vista anche la fitta presenza della santa tra gli affreschi.

A noi piace l’idea che la chiesa testimoni invece il permanere di un antico culto pagano di fertilità (un po’ come quello testimoniato a San Lazzaro di Sàvena da Francesco Guccini), e la suggeriamo come luogo ideale per celebrare i matrimoni.

[Parlato]
Una bolognese me la fate fare? E anche questa è una canzone ecologica. Esisteva in quel di San Lazzaro di Savena, vicino a Bologna, una fiera mercato molti anni fa, di prodotti ortofrutticoli. A quei tempi così belli e felici eccetera non esisteva il denaro e ogni scambio avveniva in natura. E… uno andava là con queste cose, si scambiava e tornava a casa contento, no? La canzone nella fattispecie narra la storia di un giovinetto che va là, con due piccioni da vendere, scambia i due piccioni con la giovinetta con quello che ne segue…

‘A san sté a la Fiera di S. Làsaro, oilì, oilà,
‘a san sté a la Fiera di S. Làsaro, oilì, oilà,
a’ i’ ò cumpré du’ béi pisòn, com’ eren béii, com’ eren bòn,
a’ i’ ò cumpré du’ béi pisòn, com’ eren béii, com’ eren bòn

[parlato]
Molto facile: dice “Sono stato alla fiera di San Lazzaro oilì, oilà, ho comperato due bei piccioni, com’ erano belli, com’ erano buoni!”

La selta fòra ‘na ragassòla, oilì, oilà,

[parlato]
Cioè balza una giovinetta

la selta fòra ‘na ragassòla, oilì, oilà…
“Ma c’sa vliv pi ‘du pisòn?”, com’ eren béii, com’ eren bòn,
“ma c’sa vliv pi ‘du pisòn?”, com’ eren béii, com’ eren bòn…

[parlato]
“Cosa volete per i due piccioni ?” domanda la ragazza. E il giovine che non sa cosa volere… cioè probabilmente il piccione era merce proibita che non poteva essere scambiata in pubblico, difatti i giovani se la scambiano nascostamente

‘A l’a purté dentr’a una pòrta, oilì, oilà,
la portai dentro a una porta, oilì, oilà,
sò la stanèla, zò i bragòn, com’ eren béii, com’ eren bòn,
sò la stanèla, zò i bragòn, com’ eren béii, com’ eren bòn….

[parlato]
Cioè, mi dispiace che voi non abbiate capito, probabilmente: è una danza, una… una danza rituale, fallica, molto antica. “Su la sottana, giù le braghe” dice… la canzone. C’è questo bel movimento così no, “tac tac”. Mentre i giovini sono lì che si scambiano il piccione… compare il terzo incomodo, il voieur, che poi è una voies: che è una laida vecchiaccia.

La sélta fòra ‘na brèda v’sciassa, oilì, oilà.
sélta fòra ‘na brèda v’sciassa, oilì, oilà
“Ma c’sa fé ‘du spurcassciòn, com’ eren béii, com’ eren bòn,
ma c’sa fé ‘du spurcassciòn, com’ eren béii, com’ eren bòn…”

[parlato]
Molto meravigliata la vecchia, dice: “cosa fate, sporcaccioni!?”. Il giovane sorpreso in questa… ( il pubblico suggerisce “fragranza” ) esatto, batte tutti i… cioè… dicevo ultimamamente che a Monaco non è ancora prevista come.. come specialità olimpionica l’ arcitura della fessa… Sono tre secondi e due… zip! E’ un lampo! Velocissimo. Tre secondi e due decimi. E dice la prima cosa che gli passa per la testa:

Siamo qui che giochiamo alla merla oilì, oilà,
siamo qui che giochiamo alla merla oil…

[parlato]
Ma la vecchia non si fa ingannare da queste cose, la vecchia… eh eh, dice “ragazzo mio, io ai miei eh!”. Dice “voi non state giocando alla merla, buffoncelli! Altro gioco…”

“Seh, la merla i mi cojon com’ eren béii, com’ eren bòn,
seh, la merla i mi cojon com’ eren béii, com’ eren bòn…”

[parlato]
Questo stacco della lingua m…i mi … “Cojon, seh la merla i mi cojon” vuol dire “Sì la merla i miei quaglioni”…. I quaglioni sono delle quaglie… La vecchia dice “Sì, la merla i miei quaglioni…”, no? Sii….

Poi la vecchia ricorda, col Leopardi “Le rimembranze” dicevamo, vero?

“Anca mè, quand’a l’era giuv’nassa, oilì, oi…

[parlato]
Quando ero giovinazza, no?

anca mè, quand’a l’era giuv’nassa, oilì, oilà…
A’ n’ò ciapé di bi pzulon , com’ eren béii, com’ eren bòn
A’ n’ò ciapé di bi pzulon , com’ eren béii, com’ eren bòn…”

[parlato]
Cioè “ne ho presi dei pezzoloni…” Ora, si ignora esattamente cosa sia il pezzolone. Il pezzolone potrebbe essere… vedi tu, un sacerdote di questo culto piccionico che esisteva a San Lazzaro. Oppure, pare però da alcuni studi più recenti che il pezzolone sia un’ antica misura bolognese: esisteva il braccio, la pertica e il pezzolone, che grosso modo…
Però la vecchia nel finale svela il suo laido retroscena; non nel senso buono della parola, cioè… è discutibile il senso buono…, trattandosi del retroscena della vecchia… Però c’è da spiegare cos’è prima il fittone. Chiamasi “fittone” il normale paracarro, cioè quelle cose così, no…?

“E anc’ adesso che son’ una v’sciàssa, oilì, oilà
e anc’ adesso che son’ una v’sciàssa, oilì, oilà….
‘a’ m’ la sfrài contr’ i fittòn, com’ eren béii, com’ eren bòn,
‘a’ m’ la sfrài contr’ i fittòn, com’ eren béii, com’ eren bòn…”

Me ne vado da Roma…

A Roma salutavo gli amici. Dove vai? Vado in Perù. Ma che sei matto?
Me ne andavo da quella Roma puttanona, borghese, fascistoide, da quella Roma del “volemose bene e annamo avanti”, da quella Roma delle pizzerie, delle latterie, dei “Sali e Tabacchi”, degli “Erbaggi e Frutta”, quella Roma dei castagnacci, dei maritozzi con la panna, senza panna, dei mostaccioli e caramelle, dei supplì, dei lupini, delle mosciarelle…
Me ne andavo da quella Roma dei pizzicaroli, dei portieri, dei casini, delle approssimazioni, degli imbrogli, degli appuntamenti ai quali non si arriva mai puntuali, dei pagamenti che non vengono effettuati, quella Roma degli uffici postali e dell’anagrafe, quella Roma dei funzionari dei ministeri, degli impiegati, dei bancari, quella Roma dove le domande erano sempre già chiuse, dove ci voleva una raccomandazione…
Me ne andavo da quella Roma dei pisciatoi, dei vespasiani, delle fontanelle, degli ex-voto, della Circolare Destra, della Circolare Sinistra, del Vaticano, delle mille chiese, delle cattedrali fuori le mura, dentro le mura, quella Roma delle suore, dei frati, dei preti, dei gatti…
Me ne andavo da quella Roma degli attici con la vista, la Roma di piazza Bologna, dei Parioli, di via Veneto, di via Gregoriana, quella dannunziana, quella barocca, quella eterna, quella imperiale, quella vecchia, quella stravecchia, quella turistica, quella di giorno, quella di notte, quella dell’orchestrina a piazza Esedra, la Roma fascista di Piacentini…
Me ne andavo da quella Roma che ci invidiano tutti, la Romacaput mundi, del Colosseo, dei Fori Imperiali, di Piazza Venezia, dell’Altare della Patria, dell’Università di Roma, quella Roma sempre con il sole – estate e inverno – quella Roma che è meglio di Milano…
Me ne andavo da quella Roma dove la gente pisciava per le strade, quella Roma fetente, impiegatizia, dei mezzi litri, della coda alla vaccinara, quella Roma dei ricchi bottegai: quella Roma dei Gucci, dei Ianetti, dei Ventrella, dei Bulgari, dei Schostal, delle Sorelle Adamoli, di Carmignani, di Avenia, quella Roma dove non c’è lavoro, dove non c’è una lira, quella Roma del “core de Roma”…
Me ne andavo da quella Roma del Monte di Pietà, della Banca Commerciale Italiana, di Campo de’ Fiori, di piazza Navona, di piazza Farnese, quella Roma dei “che c’hai una sigaretta?”, “imprestami cento lire”, quella Roma del Coni, del Concorso Ippico, quella Roma del Foro che portava e porta ancora il nome di Mussolini, Me ne andavo da quella Roma dimmerda! Mamma Roma: Addio!

…e poi ce so’ tornato!

Remo Remotti

[Grazie a Daniele per avermelo ricordato]

Cenotafio

Monumento sepolcrale a ricordo di un personaggio illustre sepolto altrove (De Mauro online).

Dal greco κενοτάϕιον (kenos,  “vuoto”, e taphos, “tomba”).

Qui sotto il cenotafio a Dante a Santa Croce a Firenze (Dante è in realtà sepolto a Ravenna).

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Gazebo

Parola molto di moda. Questa campagna elettorale ha riempito le nostre strade e le nostre piazze di gazebo. E io che pensavo che fossero chioschi!

Gazebo o gazebi?

Gazebo anche al plurale, secondo il De Mauro online, che ci spiega anche che la parola è inglese e significa: “chiosco da giardino, costituito da un piccolo padiglione in muratura o in ferro battuto, specialmente ricoperto di piante rampicanti”.

Secondo Wikipedia, la parola è il frutto dello scherzo linguistico d’un buontempone, che ha declinato alla latina un verbo inglese: “A partire dall’inglese to gaze (‘guardare, ammirare’) si è formato un verbo latino inesistente, gazere, da coniugare al futuro con la desinenza latina -ebo: ‘guarderò, ammirerò’. Il nome è attestabile già dal XVIII secolo, ed è riferito al gazebo come luogo dove fermarsi ad osservare un panorama.

E qui un bel gazebo elettorale…

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