Dalla parte del torto – Claudio Lolli

Per la serie canzoni che (temo) piacciono soltanto a me, e che anzi (temo) non conosce nessuno!

E quando proverete a ridere del vostro dolore
con quei denti bellissimi che vostra madre vi ha dato
Quando avrete bisogno di trattenere il fiato
per qualche miracolo o un disastro di più.
E quando riuscirete a piangere per uno stupido amore
con quegli occhi bellissimi che il mio amore vi ha dato
quando avrete una valigia con un bel sogno sciupato
da uno sguardo cattivo, una cattiveria di più.
Venitemi a trovare correte a perdifiato
per voi ci sarà sempre il mio cuore incantato
venitemi a cercare nel mio arcobaleno privato
tra il colore del futuro e quello del passato.
E quando avrete voglia di ascoltare una storia
con quelle orecchie bellissime che vostra madre vi ha dato
una storia che forse io ho dimenticato
ma è lo stesso comunque io la racconterò
E’ la storia dell’uomo che scriveva il suo amore
con quelle dita bellissime che il mio amore vi ha dato
la scriveva nel mondo come una canzone
con quell’unica voce, quella voce che c’è.
Rimanete con me non scappate a perdifiato
per voi ci sarà sempre il mio cuore incantato
rimanete con me nel mio arcobaleno privato
tra il colore del futuro e quello del passato.
E quando proverete a stare dalla parte del torto
con quella voce bellissima che vostra madre vi ha dato
insieme a tutti quelli che non hanno giocato
neanche la prima mano né una mano di più.
E quando graffierete come cuccioli ribelli
con quelle unghie bellissime che il mio amore vi ha dato
In un giorno dorato, in un giorno fatato
leccando una ferita, una ferita di più.
Venitemi a trovare, correte a perdifiato
per voi ci sarà sempre il mio cuore incantato
venitemi a cercare nel mio arcobaleno privato
tra il colore del futuro e quello del passato.
E quando vi siederete dalla parte del torto
perché ogni altro posto sarà già stato occupato
con quel culo bellissimo che la mia donna vi ha dato
con quel culo che io non ho mai visto di più
Venitemi a svegliare e bussate a perdifiato
per voi ci sarà sempre il mio cuore incantato
forse malinconico ma mai rassegnato
una carezza alla luna alle stelle
e un pallone sul prato.

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Emissioni

Irresistibile Vauro!

Necropoli

Pahor, Boris (1966). Necropoli. Roma: Fazi. 2008.

Ho letto, come quasi tutti i miei coetanei (almeno spero), molti libri sui campi nazisti: a partire da Primo Levi, naturalmente. Questo di Pahor è molto bello, anche sotto il profilo letterario, se è lecito applicare una categoria di questo genere a un libro dal contenuto tanto orribile, raggelante. Letteralmente. Ma sono in buona compagnia: la pensa così anche Claudio Magris, anche chi ha proposto più volte l’autore per il Nobel della letteratura, anche gli ascoltatori di Fahrenheit che proprio ieri l’hanno votato libro dell’anno.

Eppure questo libro ha dovuto attendere quasi 40 anni per essere tradotto in italiano (Pahor, nato a Trieste, è di lingua e cultura slovena) in un’edizione locale e qualche anno ancora per essere ripreso e diffuso da un editore nazionale. Perché? Presto detto. Gli italiani, noi italiani, siamo responsabili di 25 anni di repressione anti-slovena a Trieste e in Venezia Giulia. Di italianizzazione forzata. Ancora oggi non riconosciamo agli sloveni nella sostanza la dignità linguistica e culturale che riconosciamo ad altre minoranze. Pahor, e tanti come lui, sono finiti in campo di concentramento come diretta conseguenza della nostra politica anti-slovena. I più non sono tornati.

Certo, questo non giustifica le fòibe. Nel mio caso non aiuta nemmeno a capirle, perché penso che orrore non scaccia orrore. Ma spiega, almeno, perché mi ripugna che a Trieste ci sia chi (e sono molti) chiama sciavi (schiavi) gli slavi, senza sapere o senza ricordare che è un epiteto che gronda sangue, e sangue innocente. E spiega anche il mio fastidio per la retorica nazionale che riempie le pagine dei giornali (non soltanto di quelli fascisti, anche di quelli indipendenti) quando cercano di “bilanciare” l’orrore e la scientifico-burocratica distruzione della vita nei campi di concentramento e annientamento (Vernichtung, parola tedesca, quasi hegeliana, che mi fa sempre venire la pelle d’oca), contrapponendo alla giornata della memoria del 27 gennaio una giornata del ricordo (delle fòibe) celebrata il 10 febbraio.

Ma sentiamo la pacata voce di Boris Pahor, prima dal libro e poi in 2 interviste:

Già in gioventù ogni illusione ci era stata spaz­zata via dalla coscienza a colpi di manganello e ci erava­mo gradualmente abituati all’attesa di un male sempre più radicale, più apocalittico. Al bambino a cui era capi­tato in sorte di partecipare all’angoscia della propria co­munità che veniva rinnegata e che assisteva passivamente alle fiamme che nel 1920 distruggevano il suo teatro nel centro di Trieste, a quel bambino era stata per sempre compromessa ogni immagine di futuro. Il cielo color sangue sopra il porto, i fascisti che, dopo aver cosparso di benzina quelle mura aristocratiche, danzavano come selvaggi attorno al grande rogo: tutto ciò si era impresso nel suo animo infantile, traumatlzzandolo. E quello era stato soltanto l’inizio, perché in seguito il ragazzo si ri­trovò a essere considerato colpevole, senza sapere contro chi o che cosa avesse peccato. Non poteva capire che lo si condannasse per l’uso della lingua attraverso cui aveva imparato ad amare i genitori e cominciato a conoscere il mondo. Tutto divenne ancora più mostruoso quando a decine di migliaia di persone furono cambiati il cogno­me e il nome, e non soltanto ai vivi ma anche agli abi­tanti dei cimiteri. Ed ecco che quella soppressione, du­rata un quarto di secolo, raggiungeva lì nel campo il suo limite estremo, riducendo l’individuo a un numero. [pp. 42-43]

Anathem [2]

Sul NewScientist del 15 novembre 2008 trovo questa recensione di Elisabeth Sourbut ad Anathem che mi sembra interessante.

Mysterious world

Anathem reviewed by Elizabeth Sourbut

NEAL STEPHENSON’s latest novel is a smorgasbord of high adventure, quantum physics and musings on the nature of consciousness.
On the planet Arbre, young Fraa Erasmas is a member of one of the many enclosed communities of intellectuals who are only allowed contact with the rest of the world once every decade or century. This arrangement was set up thousands of years before after a series of unspecified Terrible Events. Back then, theoreticians, computer scientists and practical engineers worked together to produce the fearsome Everything Killers, and now the three groups are kept strictly apart. The theoreticians, or “avout”, live in walled “concents” and pursue theoretical research and astronomical observation, while the outer world ebbs and flows around them in waves of civilisation and decadence.
Erasmas’s settled life is shattered when access to the concent’s observatory is barred and his mentor, Orolo, is banished to the “saecular” world outside the concent walls. Afterwards, a number of avout, including Erasmas, are summoned to an unprecedented gathering by the saecular powers. There seems to be a global crisis. Erasmas is sure it is connected with something Orolo saw through his telescope, so he defies the authorities to search for his mentor and find answers to the mystery.
What follows is a fascinating combination of adventure-quest and scholarly dialogue. Even in adversity, the avout have a habit of pausing to dispute the finer points of philosophy. Over millennia, many different sects of avout have arisen, and the adherents of mutually contradictory philosophies love nothing more than to argue with one another. The events that have catapulted Erasmas and his friends out into the world are about to prove that these age-old disputes are anything but academic.
This is a thoughtful, challenging and extremely well-written work that uses science fiction to explore complex philosophical and scientific ideas. It is well worth persevering through the opening section, with its unfamiliar vocabulary, and there is a glossary to help with all the witty neologisms scattered through the text. The highly readable prose carries the weight of ideas and, above all, it is a lot of fun to read.

To view an exclusive interview with Stephenson about this book, visit our sci-fi webpage: www.newscientist. com/article/dn14757

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Le ceneri di Gramsci

Non conosco personalmente Mario Dellacqua e so poco di lui (so che è un sindacalista, che è grosso modo mio coetaneo e che ha scritto alcune cose su alcuni protagonisti del sindacalismo italiano). Ma ho trovato questa sua lettera sulla rivista online di critica sociale Eguaglianza & Libertà (approfitto dell’occasione per segnalarvela).

Ne condivido in gran parte contenuti e argomentazioni, e quindi la riporto integralmente.

Ha baciato l’immagine di Gesù bambino e una statuetta di Santa Teresa. Non bastava la testimonianza di monsignor Luigi De Magistris, di don Giuseppe Della Vedova, di sua zia suor Piera Collino e di Giulio Andreotti. Si è aggiunto don Ennio Innocenti. E padre Virginio Rotondi, il gesuita che convertì anche Giuseppe Saragat e Curzio Malaparte, svela che il leader comunista non volle rimuovere il crocefisso dalle pareti della sua camera e chiese ad una suora di pregare per lui sentendosi vicino alla fine.

Subito dopo le clamorose rivelazioni, il mondo politico e giornalistico si è spaccato in due. Ma resta in ombra la parte meno nobile della polemica. Poco importa stabilire se ha ragione chi respinge con sdegno l’ipotesi della conversione o chi invece la afferma con entusiasmo. Importa notare che “Avvenire” gongola. Non perde un colpo. Non riesce a trattenere la soddisfazione per l’insano risarcimento: anche la più prestigiosa icona del comunismo italiano alla fine è tornata all’ovile del cattolicesimo.

Pertanto, noi altri anarchici, socialisti e comunisti, amanti del libero pensiero, ostili alla religione quando diventa vincolo e allo Stato quando diventa costrizione, dovremmo metterci l’anima in pace. Possiamo scorrazzare, durante la nostra esistenza terrena, nelle praterie ribelli della libertà contro l’autorità, dell’uguaglianza contro la proprietà, della trasgressione contro il dovere di obbedire e di stare dalla parte giusta (del più forte e del vincitore, si intende). Ma poveretti noi, la nostra traiettoria è inesorabilmente segnata. Al redde rationem del fatale appuntamento, siamo destinati a reclinare il capo e a gettarci tra le braccia paterne del Dio che non abbiamo scelto in vita. Dunque, abbiamo poco da fare i furbi. Verrà anche per noi il momento di consegnarci disarmati e di reclinare il capo.

È precisamente questa pretesa violenta di tenere tutti in pugno ad indignarmi, non l’accertamento della verità sugli ultimi atti di Gramsci o di tutti i condannati a morte. Mi indigna la crudele disinvoltura con cui si adopera la morte per scagliarla contro la vita, per imporre alle persone un’identità e un’appartenenza che non hanno voluto, per estendere la sovranità della propria fede anche su quelli che l’hanno rifiutata con la consapevolezza della loro scelta libera e discutibile. Certi ambienti ecclesiastici, certe correnti di opinione, certe gerarchie, certe istituzioni, certi partiti (anche di sinistra) pretendono troppo quando vogliono tutto, cioè reclutare forzosamente nelle proprie file anche i morti: ultimo ripugnante esempio l’on. Oliviero Diliberto, che ha arruolato dalla parte dell’arcobaleno Berlinguer e dalla parte dei comunisti Vittorio Foa.

Quando dialogano con i non credenti, i credenti dovrebbero rispettare la loro visione del mondo e della vita, non tradire la segreta persuasione che la morte arriverà a fare i conti con la loro libertà.

Ogni persona è ciò che ha fatto, pensato, scritto, lavorato, realizzato nelle sue opere. Volergli attribuire la propria fede scommettendo sul delirio degli agonizzanti è un atto che gli spiriti religiosi per primi dovrebbero rigettare. Proponeteci la luce della vostra fede, se ritenete che essa renda più acuta la vostra vista, ma fatelo in nome della vita e lasciate ai prepotenti la minaccia o il ricatto della morte.

Mario Dellacqua

Super Crunchers

Ayres, Ian (2007). Super Crunchers: How Anything Can be Predicted. London: John Murray. 2008.

Il libro mi era stato suggerito da un amico, che lo aveva caldeggiato con molto entusiasmo, e si è invece dimostrato una grossa delusione.

Rispetto alla struttura di base dei libri di divulgazione scientifica (ne ho parlato commentando la recensione di La saggezza della folla sul blog di un amico – “si comincia con un aneddoto che cattura l’attenzione, si riassumono i risultati delle ricerche che l’autore ritiene più rilevanti e interessanti, si tirano le somme per punti alla fine di ogni capitolo, e così via”), questo libro ha qualcosa di peggio: ha una tesi da sostenere senza scrupoli e non guarda iun faccia nessuno (tanto meno la verità) per portare acqua al suo mulino. La tesi è che l’analisi statistica, e più in generale i metodi quantitativi di sostegno alle decisioni, incontrano l’opposizione degli “esperti”, che vedono messo a repentaglio il loro monopolio. La tesi non è priva di un suo fondamento: la statistica, in effetti, almeno da 100 anni, ha cambiato profondamente lo standing dell’esperto: è considerato “esperto”, oggi, non tanto chi gode di una reputazione di autorevolezza in un campo (ipse dixit), ma chi può corroborare con dati ed “evidenze” scientifiche le proprie osservazioni.

La tesi, però, è soggetta a molte smentite e molte limitazioni, come testimoniano (ad esempio) Blink! di Malcom Gladwell e Gut Feelings di Gerd Gigerenzer.

Ayres invece non ha dubbi: l’analisi dei dati, di grandi moli di dati, aiuta sempre a operare scelte migliori di quelle basate sull’intuizione e sull’esperienza. Non sempre gli aneddoti proposti da Ayres sono convincenti (è particolarmnente difficile da digerire quello a favore del metodo della Direct Instruction caldeggiato dall’amministrazione Bush). Il libro è stato anche direttamente criticato (ad esempio, dalla recensione comparsa sulla Sunday Book Review del New York Times) perché non è basato su ricerche dirette, ma sulla consultazione di resoconti giornalistici di seconda mano.

Poiché anche nei libri peggiori (con poche eccezioni) c’è sempre qualcosa da imparare, ho apprezzato però – nell’ultimo capitolo – il suggerimento di impadronirsi di 2 semplici strumenti statistici per sottoporre a verifica le proprie intuizioni: quella che Ayres chiama la regola 2SD (“c’è una probabilità del 95% che una variabile distribuita normalmente cada nell’intervallo di 2 deviazioni standard sopra o sotto la media”) e l’uso del teorema di Bayes per aggiornare le proprie intuizioni (e qui, forse paradossalmente, Ayres si trova d’accordo con Gigerenzer, che sostiene apparentemente una tesi opposta).

The Social Atom

Buchanan, Mark (2007). The Social Atom. New York: Bloomsbury. 2007.

Di Mark Buchanan (un fisico teorico inglese) avevo letto Nexus 5 anni fa. Questo nuovo libro si raccomanda soprattutto perché è una sintesi di come un approccio “atomistico” e più in generale basato su agenti sociali indipendenti abbia contribuito e stia contribuendo alla comprensione di fenomeni finora relativamente intrattabili scientificamente o, comunque, a sviluppi teorici innovativi. Una sintesi, appunto. Chi, come me, segue da tempo questi argomenti – a partire dai padri fondatori Milgram, Granovetter e Schelling, fino ai lavori di Axtell, Brian Arthur, Axelrod, Strogatz, Watts … – troverà in questo libro un utile riassunto, e poco più.

Un punto che mi pare importante sottolineare è che l’approccio di Buchanan – o meglio l’approccio cui Buchanan fa riferimento – non coincide necessariamente con la tesi “liberista” (anche nella sua versione “di sinistra” alla Alesina-Giavazzi): partire da agenti sociali indipendenti per comprendere fenomeni sociali non coincide con la negazione dell’esistenza della società.

They are casting their problems at society. And, you know, there’s no such thing as society. There are individual men and women and there are families. And no government can do anything except through people, and people must look after themselves first. It is our duty to look after ourselves and then, also, to look after our neighbours. [Margaret Thatcher, intervista raccolta il 23 settembre 1987 e pubblicata su Woman’s Own del 31 ottobre 1987]

There is no social entity with a good that undergoes some sacrifice for its own good. There are only individual people, different individual people, with their own individual lives. Using one of these people for the benefit of others, uses him and benefits the others. Nothing more. [Robert Nozick, Anarchy, State, and Utopia. 1974]

Si tratta, piuttosto, di quella che Epstein e Axtell (Growing Artificial Societies: Social Science from the Bottom Up. 1996) chiamano generative social science. Ma il discorso è lungo e ne parleremo un’altra volta.

Raccomando The Social Atom incondizionatamente a chi vuole accostarsi a questi temi per la prima volta, perché il libro è scritto in modo molto scorrevole ed è appassionante. Un punto a favore importante è che le note, di solito, segnalano se il riferimento è disponibile sul web e riporta l’indirizzo. Suggerisco, quindi, di leggerlo accanto al proprio computer, nell’attesa che ne venga pubblicata un’edizione WebBook.

Per conto mio, tra le cose che non conoscevo, vorrei segnalare (c’è anche un aspetto d’attualità) il riferimento allo studio di Robert Axelrod e Ross A. Hammond sull’evoluzione dell’etnocentrismo. Qui ne trovate una sommaria spiegazione e una bella simulazione animata.

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Conferenza di Teheran

Il 28 novembre 1943, 65 anni fa, si incontrano a Teheran Churchill, Roosevelt e Stalin. È il primo incontro delle tre potenze alleate contro Hitler. Ecco la storica foto.

The Simple Bare Necessities of Life

In tempi di depressione e di recessione (pardon, regresso), occorre tornare ai valori fondamentali della vita.


Look for the bare necessities
The simple bare necessities
Forget about your worries and your strife
I mean the bare necessities
Old Mother Nature’s recipes
That brings the bare necessities of life

Wherever I wander, wherever I roam
I couldn’t be fonder of my big home
The bees are buzzin’ in the tree
To make some honey just for me
When you look under the rocks and plants
And take a glance at the fancy ants
Then maybe try a few

The bare necessities of life will come to you
They’ll come to you!

Look for the bare necessities
The simple bare necessities
Forget about your worries and your strife
I mean the bare necessities
That’s why a bear can rest at ease
With just the bare necessities of life

Now when you pick a pawpaw
Or a prickly pear
And you prick a raw paw
Next time beware
Don’t pick the prickly pear by the paw
When you pick a pear
Try to use the claw
But you don’t need to use the claw
When you pick a pear of the big pawpaw
Have I given you a clue ?

The bare necessities of life will come to you
They’ll come to you!

So just try and relax, yeah cool it
Fall apart in my backyard
‘Cause let me tell you something little britches
If you act like that bee acts, uh uh
You’re working too hard

And don’t spend your time lookin’ around
For something you want that can’t be found
When you find out you can live without it
And go along not thinkin’ about it
I’ll tell you something true

The bare necessities of life will come to you

Verranno a chiederti del nostro amore

Oggi per me è un giorno speciale. Stamattina ho sentito, dopo molti anni, questa canzone di Fabrizio De André.

Questa è la versione dal vivo con la PFM:

Quando in anticipo sul tuo stupore
verranno a crederti del nostro amore
a quella gente consumata nel farsi dar retta
un amore così lungo
tu non darglielo in fretta

Non spalancare le labbra ad un ingorgo di parole
le tue labbra così frenate nelle fantasie dell’amore
dopo l’amore così sicure a rifugiarsi nei “sempre”
nell’ipocrisia dei “mai”

Non sono riuscito a cambiarti
non mi hai cambiato lo sai.

E dietro ai microfoni porteranno uno specchio
per farti più bella e pesarmi già vecchio
tu regalagli un trucco che con me non portavi
e loro si stupiranno
che tu non mi bastavi.

Digli pure che il potere io l’ho scagliato dalle mani
dove l’amore non era adulto e ti lasciavo graffi sui seni
per ritornare dopo l’amore
alle carenze dell’amore
era facile ormai

Non sei riuscita a cambiarmi
non ti ho cambiata lo sai.

Digli che i tuoi occhi me li han ridati sempre
come fiori regalati a maggio e restituiti in novembre
i tuoi occhi come vuoti a rendere per chi ti ha dato lavoro
i tuoi occhi assunti da tre anni
i tuoi occhi per loro.

Ormai buoni per setacciare spiagge con la scusa del corallo
o per buttarsi in un cinema con una pietra al collo
e troppo stanchi per non vergognarsi
di confessarlo nei miei
proprio identici ai tuoi

Sono riusciti a cambiarci
ci son riusciti lo sai.

Ma senza che gli altri non ne sappiano niente
dirmi senza un programma dimmi come ci si sente
continuerai ad ammirarti tanto da volerti portare al dito
farai l’amore per amore
o per avercelo garantito.

Andrai a vivere con Alice che si fa il whisky distillando fiori
o con un Casanova che ti promette di presentarti ai genitori
o resterai più semplicemente
dove un attimo vale un altro
senza chiederti come mai,

continuerai a farti scegliere
o finalmente sceglierai.

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