A Most Wanted Man

Le Carré, John (2008). A Most Wanted Man. London: Hodder & Stoughton. 2008.

Difficile recensire una spy story senza rovinare il gusto della lettura a chi non l’ha ancora letta.

Personalmente, adoro le Carré dopo averne diffidato per anni. Devo ringraziare una persona conosciuta a Torino molti anni fa, di cui fatico a ricordare il nome, ma che oltre a le Carrè mi consigliò anche d’Ormesson. Ci sono persone con cui diventi amico per una breve stagione, ma poi perdi di vista. Succede, ma ti resta l’impressione che sia un peccato…

Mi limito a una citazione. Il fascino di le Carré è qui. Chi lo apprezza sarà d’accordo con me. Chi non lo apprezza, si farà venire qualche dubbio, spero.

At first he had seen himself as the put-on victim of a hostile takeover.  Then he had sneered at himself: me, an adolescent of sixty, grappling with my waning testosterone. At no point had the dread word love, whatever had that meant to him, entered the dialogue he was having with himself. Love was Georgie. All the rest – the sticky hot-breath stuff, the eternal protestations – frankly that was for the other fellows. Cut through the posturing, and he wondered whether it was for the other fellows either, but that was their business. All the same, when somebody half your age barges into your life and appoints herself your moral mentor, you sit up and listen, you have to. And if she happens to be the most attractive and interesting woman, and the most impossible love to have come your way ever, then all the more so.
And sex? By the time he married Mitzi, he had recognised he was punching above his weight. He bore no grudge for this, nor she him, apparently. Pressed to take a view, he would probably argue that she had kept him in the style to which he was accustomed and sent him the bill, which was fair-do’s. He could hardly blame her for having appetites he failed to satisfy.
Now at last he was able to understand himself. He had mistaken his need. He had invested himself in the wrong market. It wasn’t copulation he had been looking for. It was this. And now he had found this, which was an important and rather astonishing clarification of his nature for him. Waning testosterone was not the issue. The issue was this, and this was Annabel. [pp. 168-169]

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Patente di razzismo

Mi è molto piaciuto l’editoriale di Luca Fazio su il manifesto di oggi, 11 novembre 2008, e ve lo ripropongo per una riflessione comune:

PATENTE DI RAZZISMO

Luca Fazio

Siccome non tutti possono espatriare all’Eliseo come Carla Bruni per sentirsi fieri di non essere italiani, speriamo almeno che qualcuno si vergogni di vivere in un paese che si accalora per il colorito di Obama e per le battute razziste di Berlusconi e poi lascia passare sotto silenzio un disegno di legge sulla «sicurezza» che sembra pensato apposta per far rimpiangere la legge Bossi-Fini.
Lo scandalo delle norme che verranno discusse oggi in Senato, infatti, è inferiore solo all’indifferenza che le circonda. Forse ci siamo distratti, eppure non abbiamo ancora registrato reazioni indignate da parte delle «forze» di opposizione, nessuno che abbia espresso l’intenzione di sdraiarsi sui binari, o magari solo sui banchi di Palazzo Madama. Eppure la nuova disciplina di stampo fascio/leghista che a colpi di emendamenti renderà impossibile la vita agli immigrati richiederebbe una capacità di mobilitazione (o indignazione) straordinaria, perché si tratta di un concentrato di perfidia applicato alla vita quotidiana di milioni di persone che vivono tra noi.
Cominciamo da quello che viene spacciato come un miglioramento, l’aspetto più «soft» e un po’ straccione del nuovo razzismo all’italiana. I «clandestini», vivaddio, non verranno più arrestati in massa come voleva il ministro Maroni in un primo momento (anche se l’internamento nei cpt per identificarli viene prolungato fino a un anno e mezzo) ma saranno costretti a pagare «solo» una multa da 5 a 10 mila euro: circa un anno di stipendio in nero di una badante che contribuisce a non far crollare il nostro welfare, o di un muratore rumeno non stupratore che ogni giorno rischia la vita nei nostri cantieri. Per restare ai furti legalizzati, oggi i senatori della Repubblica italiana discuteranno anche dell’introduzione di una nuova tassa: 200 euro per il rilascio o rinnovo di permesso di soggiorno. Non sarà odioso come lo ius primae noctis, ma da domani gli stranieri potrebbero non essere più uguali nemmeno davanti all’altare: sarà vietato sposarsi a chi non ha il permesso di soggiorno. E poteva anche andare peggio. Solo per l’opposizione dell’Ordine dei medici, infatti, non è passata una norma che obbligava i medici a trasformarsi in spioni e denunciare i malati «clandestini». Sulle ronde legalizzate – si discuterà anche di questo – ormai la partita la diamo per persa, se non per una questione di sfumature: come la sicurezza, si sa che non sono né di destra né di sinistra, piaccono a Tosi come a Cofferati. E per finire, hanno anche inventato la pagella del «negro buono», una sorta di patente a punti: penalizza chi passa col rosso o non paga le tasse (roba da italiani veri) e premia chi dà prova di italianità verace, «superando un corso atto a verificare il livello di integrazione sociale e culturale». In un rigurgito di democrazia, oggi il Senato si pronuncerà anche sull’istituto referendario: i rom potranno sostare in un Comune solo dopo l’indizione di un referendum cittadino. Cioè mai, e se non la capiranno, Opera e Ponticelli hanno già fatto scuola.
Sarà battaglia in aula? Forse, anche questa volta, non ci resta che sperare nei cristiani più caritatevoli, gli unici che hanno il coraggio di scrivere che mai i rom hanno rapito bambini in Italia. Un fatto da secoli incontrovertibile, né di destra né di sinistra.

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Obituary: Miriam Makeba

L’avevamo festeggiata su questo blog in occasione del suo 76° compleanno.

Adesso se ne è andata, come tutti i musicisti vorrebbero morire: durante o subito dopo un concerto, come Giuseppe Sinopoli e Wilhelm Backhaus. Nel suo caso, come fu coerentemente per tutta la sua vita, dopo un concerto che era anche un momento di lotta politica.

La voglio ricordare giovanissima, poco dopo il suo debutto con Harry Belafonte, in un concerto del 3 febbraio 1966 a Stoccolma. La canzone si chiama Khawuleza (“Corri, mamma, corri. Arriva la polizia!”).

Dallo stesso concerto, anche Amampondo. Perché Miriam era anche una bellissima regina!

Caràto

Due i significati principali:

  • in oreficeria, unità di misura usata per calcolare quanto oro puro è contenuto in ventiquattro parti di lega: oro a 20 carati, a 18 carati;
  • in gioielleria, unità di misura di massa per le pietre preziose: uno smeraldo di dieci carati (De Mauro online).

Il termine ha altri significati meno frequenti. Nel diritto, e in particolare nel diritto della navigazione, ciascuna delle ventiquattro quote ulteriormente frazionabili in cui, per tradizione internazionale, si divide la proprietà di una nave mercantile; per estensione, la quota di proprietà di un bene comune indivisibile o di un’impresa. In farmaceutica, è un’unità di misura.

La parola ha un’origine curiosa. La parola deriva dall’arabo qīrāṭ (قيراط “ventiquattresima parte”), a sua volta derivante dal greco kerátion (κεράτιον), diminutivo di keras (κέρας) “corno”. Il termine designava la siliqua del carrubo, i cui semi si credeva nell’antichità avessero un peso estremamente uniforme, di circa 1/5 di grammo.

Già dall’epoca classica il carato è stato utilizzato per la pesatura di quantità molto piccole e tuttora rimane l’unità di misura ponderale dei diamanti, delle pietre preziose in genere e delle perle. Il carato fu definito con precisione nel 1832 in Sudafrica, il luogo di maggior produzione ed esportazione di diamanti del mondo, dove ne fu stabilita la connessione con il sistema metrico decimale: pesando con una bilancia a braccia uguali più semi di carruba ed eseguendo poi la media aritmetica dei valori ottenuti ne derivò un valore pari a circa 0,2 grammi. Successivamente la quarta Conférence générale des poids et mesures del 1907 adottò come valore del carato (detto carato metrico) il peso esatto di 0,200 grammi.

Per quanto riguarda le leghe d’oro il termine carato assume una accezione differente dall’unità di misura ponderale propria delle gemme e delle perle, mutandosi nello standard proporzionale di misura della “purezza” che quantifica le parti d’oro in una lega su base 24/24. Nel caso delle leghe d’oro dunque un “carato” equivale a una parte d’oro su un totale di 24 parti di metallo costituente la lega. Ne deriva, ad esempio, che la dicitura 18 carati sta a indicare che la lega è costituita da 18 parti d’oro fino e 6 parti di altri metalli e viene abbreviato con le sigle ct o kt o prevalentemente con la sola k spesso affiancata al numero senza alcun spazio intermedio, ad esempio 18k. L’oro di massima purezza è dunque a 24 carati (24 parti d’oro “fino” su 24 totali) e si indica con la sigla 24k.

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Diary of a Bad Year – J. M. Coetzee

Coetzee, John Maxwell (2007). Diary of a Bad Year. London: Vintage Books. 2008.

Coetzee ha vinto il Nobel nel 2003 (e prima aveva vinto 2 volte il Booker Prize) e sono, a parer mio, tutti premi meritati. Coetzee ha una scrittura secca e precisa, e un modo inconfondibile di guardare in faccia la realtà.

Non ho letto tutti i suoi romanzi, ma soltanto 2 prima di questo: per pura coincidenza, le 2 opere che gli hanno guadagnato il Booker Prize nel 1983 e nel 1999.

The Life & Times of Michael K. (La vita e il tempo di Michael K. pubblicato da Einaudi) è la storia di un moderno Ulisse devastato nel corpo e nella mente, che percorre un paese sconvolto da un governo autoritario e da una violenza apparentemente cieca (immediato pensare al Sudafrica dell’apartheid) insieme alla vecchia madre inferma nella speranza di raggiungere la fattoria della sua infanzia. La madre muore, e Michael continua da solo. Ma la violenza lo raggiunge anche nella fattoria natale e Michael è costretto a una vita selvatica e disperata, in cui conserva integri il suo sguardo e la sua paradossale lucidità.

Disgrace (Vergogna, anch’esso pubblicato da Einaudi – ma è a Carmine Donzelli che va riconosciuto il merito di aver portato per primo i libri di Coetzee sugli scaffali italiani) è la storia di un professore cinquantenne accusato (ingiustamente) di molestie sessuali, ma la sua fuga in campagna dalla figlia non gli offre che nuova violenza. Parabola amara e coraggiosa sul Sudafrica post-apartheid.

Sono libri bellissimi e raggelanti.

Lo è anche questo Diario di un anno difficile (sempre tradotto da Einaudi: ma perché difficile e non cattivo?). L’anziano scrittore John C., trasparente alter ego di Coetzee stesso che vive ora in Australia, è invitato da un editore tedesco a partecipare con alcuni saggi a un progetto intitolato Strong Opinions, in cui potrà dare sfogo alle sue preoccupazioni etiche sullo stato di diritto, sulla guerra al terrore, sulla sospensione dei diritti umani e su molto altro ancora. Incontra nella lavanderia del palazzo dove abita una donna giovane ed esotica e la invita ad aiutarlo nella battitura dei testi. Benché Anya sia impegnata sentimentalmente (con un malfattore, in realtà) e sia completamente disinteressata alle questioni di cui tratta il libro, tra i due nasce lentamente un contatto …

Ogni riassunto è banale. E io, che non sono Coetzee, ho difficoltà a trovare le parole per dire che cosa poco a poco avviene tra i due: due esseri umani si toccano realmente, evento ormai così raro nel mondo dell’apparenza e della superficialità? Ognuno dei due colma un “bisogno” dell’altro? Anya è l’angelo della morte? John le fa il regalo estremo della consapevolezza di sé?

Il romanzo (227 intense pagine in tutto) è complesso anche sotto il profilo strutturale. La parte alta di ogni pagina è dedicata alle Strong Opinions, cioè al testo che (nella finzione) John C. sta scrivendo. Ma questi testi da soli meriterebbero la nostra attenzione, tanto che si parli di arte (Dostoevsky, Bach), quanto che si parli di teoria politica (pagine che ho trovato illuminanti). Sono 24 saggi brevi, tutti stimolanti. La parte inferiore della pagine, divisa in due sezioni, è dedicata ai monologhi interiori di John e poi anche di Anya. Le tre parti procedono a grandi linee, ma non precisamente, in parallelo, e costringono il lettore a fare delle scelte che (ovviamente) fanno sì che ogni lettore legga un libro diverso (ho scritto ovviamente perché questo è vero sempre, come ci ricorderebbero Derrida e compagnia cantante, ma qui è un po’ più vero o almeno ci costringe a rifletterci). In questa struttura, Diary of a Bad Year può ricordare un po’ (ma direi soltanto superficialmente) Il gioco del mondo di Cortázar.

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Velodromo olimpico di Roma – un aggiornamento

Sono passati più di 3 mesi da quando, il 24 luglio 2008, il Velodromo olimpico di Roma – opera di architettura di pregio realizzata per le Olimpiadi del 1960 – è stato fatto saltare, con grande fragore anche mediatico.

Motivazione ufficiale: realizzare una Cittadella dell’acqua da realizzare entro la fine del 2009.

Su questo blog, sospettavo che la “vera” motivazione di tanta fretta fosse la distruzione dei ricoveri di fortuna che alcune famiglie, convivendo con strutture del CONI ancora attive, avevano adattato nelle strutture del velodromo abbandonato.

Situazione attuale. Nessun lavoro è stato iniziato. Non mi risulta sia stato pubblicato il bando per il concorso internazionale di progettazione. Non sono state neppure rimosse le macerie della demolizione, ben visibili dalla strada.

Non so se i vecchi occupanti od occupanti nuovi siano tornati ad abitare le rovine: si sa che sono invisibili fino a quando qualcosa o qualcuno attira l’attenzione su di loro.

Guesstimation

Weinstein, Lawrence e John A. Adam (2008). Guesstimation. Princeton NJ: Princeton University Press. 2008.

Il libro insegna essenzialmente una tecnica (il sottotitolo è: Solving the World’s Problems on the Back of a Cocktail Napkin) per giungere a stime quantitative approssimate, ma vicine alle realtà, a partire da informazioni imprecise e incomplete.

Il gioco è divertente e anche utile.

Per farlo, propone e risolve una serie di problemi, curiosi e a volte divertenti. I risultati sono spesso sorprendenti: quanti metri cubi di monnezza si producono ogni anno negli Stati Uniti? Quanto dovrebbe essere grande la discarica per contenerli? Quante ore lavori per pagare un’ora passata in macchina e qual è, dunque, la tua vera velocità media? Quanti kg di anidride carbonica assorbe un km quadrato di foresta? Qual è il rischio di morire in un incidente automobilistico? in un incidente aereo? ucciso da uno squalo?

Abbastanza d’attualità la stima del numero di persone in un raduno politico. Contrariamente a quanto hanno detto recentemente alcuni commentatori nostrani, la stima degli autori del libro è una persona per metro quadro (considerando il fatto che le persone sono più fitte sotto il palco e più rade ai margini …). Inoltre, in modo convincente, gli autori stimano necessario un WC chimico per ogni 100 partecipanti; cioè 10.000 per un milione di persone! Giudicate da soli: forse viviamo in un mondo di iperboli giornalistiche.

Naturalmente, non è un libro da leggere d’un fiato e, alla lunga, la voglia di fare gli spiritosi degli autori diventa un po’ fastidiosa.

Sul sito del libro potete trovare qualche esempio e farvi un’idea.

Il buon Stalin

Erofeev, Viktor (2004). Il buon Stalin. Torino: Einaudi. 2008.

Tra i libri che mi sono piaciuti di più quest’anno, 3 sono russi: Il dottor Zivago (che ho letto ma non ancora recensito), Il Maestro e Margherita e questo. Sarà una coincidenza, dipenderà dalla attuale configurazione dei miei stati d’animo che entrano in profonda sintonia con l’ironica e melancolica anima russa, oppure semplicemente 3 grandi scrittori e 3 grandi libri.

Quello di Erofeev è un romanzo, non un’autobiografia (Tutti i personaggi di questo libro sono inventati, comprese le persone reali e l’autore stesso). Anche se poi il libro è dedicato À mon père e riporta in copertina una foto del piccolo Viktor in braccio al padre Vladimir.

Il nòcciolo del libro è questo: il padre di Erofeev è stato un diplomatico russo di rango importante, prima al Cremlino dove fu interprete di Stalin e stretto collaboratore di Molotov, poi all’ambasciata di Parigi e più tardi di Vienna. Il ruolo del figlio nella pubblicazione dell’almanacco Metropol, vietato dalla censura brezneviana, portò al richiamo in patria dell’ambasciatore Erofeev e alla sua emarginazione.

Ma andiamo con ordine.

La necessità di fare i conti con un’ingombrante figura paterna e con l’ombra di Stalin accosta Erofeev a Martin Amis (a quello, almeno, di Experience e di Koba the Dread): i 2 sono anche quasi coetanei (Erofeev è del 1947 e Amis del 1949). I punti di contatto, che non sono il primo a notare, sono probabilmente legati a qualcosa di sottilmente comune (due ragazzi dotati e viziati?) che me li fa sentire confusamente vicini a me, che non sono di molto più giovane e soltanto di poco meno viziato.

Nonostante qualche discontinuità, un gran bel libro. Inquietante quanto basta, anche grazie a un “trucchetto” letterario ben noto, quello dello scarto tra “autore” e “io narrante”, accentuato da uno scarto (mai banale) dei tempi verbali, dal presente al passato.

Ma lasciamo spazio a Erofeev stesso.

I genitori possono essere giudicati delle persone? Io ne ho sempre dubitato. I genitori sono negativi non sviluppati. Tra tutti quelli che incontriamo nella vita sono quelli che conosciamo peggio, proprio perché non li incontriamo; l’iniziativa fin dall’origine è stata presa dagli «avi»: sono loro che vengono incontro a noi. Il cordone ombelicale non è stato tagliato, loro sono parte di noi esattamente nella stessa misura in cui ci è impossibile capirli. il collasso della conoscenza è assicurato. Il resto sono congetture. Abbiamo paura di vedere il loro corpo e di guardarli nell’anima. Loro per noi non si trasformano mai in persone, rimangono per sempre un susseguirsi di impressioni che non hanno un’origine, dei mutevoli spauraccchi-miraggi.
Sono esseri inviolabili. I nostri giudizi su di loro sono incerti, campati per aria, basati sul preconcetto, sulle insuperate paure infantili, sul dissidio tra perfezione e realtà, sulla giustificazione dell’ingiustificabile. Ma anche i genitori sono impotenti di fronte al nostro giudizio. Il reciproco amore che ci lega non appartiene né a loro né a noi, bensì a un istinto che si è smarrito tanto nel grembo della madre quanto nel grembo della civiltà. In questo istinto cerchiamo con forza un luminoso principio umano, e non possiamo fare a meno di vendicarci della cecità dell’istinto con le nostre profonde speculazioni. L’amore intitolato «padri e figli» non ha la gratitudine come comun denominatore, è pieno di infiniti rancori e malintesi, che generano l’amarezza di un rimpianto tardivo.
I genitori sono il respingente tra noi e la morte. Come i grandi artisti, non hanno diritto all’età; la nostra inevitabile rivolta contro di loro è tanto biologicamente impeccabile quanto moralmente abietta. I genitori sono ciò che di più intimo possediamo. [pp. 4-5]

Potrei finire qui la recensione. Quando un libro dice questo, e nella prima pagina, entra di diritto nell’immortalità, mi pare.  Ma ci sono moltre altre pagine memorabili.

Le somiglianze che ci legano – il sorriso, il naso, la bocca socchiusa quando siamo distratti, la gamba che si agita impaziente, l’improvvisa lentezza, le mani intrecciate dietro la nuca, l’intonazione – sono tali che insieme formiamo una macchina del tempo. [p. 73]

Ognuno di noi è detestato da varie persone, il loro istinto animale viene irritato da qualunque nostro movimento, ma l’importante è non fornire loro il pretesto di formulare concretamente ciò che provano verso di noi, non diventare dipendenti da loro, non dare loro la possibilità di colpirci con un’affilata spada giapponese. [p. 172 – lezione di vita]

Infine – ma non leggete oltre se intendete leggere Il buon Stalin come fosse un thriller – il momento della verità tra padre e figlio:

Il quarantesimo giorno della sua permanenza a Mosca mio padre mi invitò per l’ennesima volta a cena. Lo trovai rallentato nei movimenti e così pallido che dentro di me urlai di compassione. Rimase a lungo in silenzio, masticando le nostre ormai rituali salsicce. Alla fine disse:
– Nella nostra famiglia c’è già un cadavere. Sono io.
Io tacevo, fissandolo e cercando di capire dove voleva arrivare. Meccanicamente ripiegava e lisciava il tovagliolo di stoffa.
– Se tu scrivi la lettera, – soggiunse, – in famiglia  di cadaveri ce ne saranno due. [p. 266]

Sono tutto dalla parte del padre, figura di tragica grandezza. Per tante grandi ragioni, ma soprattutto per una piccola, piccolissima: mi riconosco nel lisciare e ripiegare il tovagliolo di stoffa.

Apoftègma

Sinonimo di aforisma (ma vuoi mettere come suona più colto?), cioè “massima, breve sentenza che esprime una regola pratica o una norma generale di saggezza filosofica o morale: parlare per aforismi, gli aforismi di Schopenhauer ” (De Mauro online).

In pratica, quello di H. M. Enzensberger sulla politica che ho pubblicato ieri, era un apoftegma.

Dal greco apophthénghesthai (“enunciare una sentenza”), composto dal suffisso apo- (“via da”) e phthéngesthai (“parlare”).

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La politica

La politica è il conseguimento di ciò che sarebbe accaduto in ogni caso (Hans Magnus Enzensberger)