Etica

Nell’accezione più comune, il “complesso delle norme morali e di comportamento proprie di un individuo, di un gruppo o di un’epoca: etica quattrocentesca, etica cattolica“. In senso più tecnico, la “parte della filosofia che studia la condotta morale dell’uomo e i criteri per valutarla: etica edonistica, etica kantiana” (De Mauro online).

Particolarmente interessante l’etimologia. La parola viene direttamente dal greco ἦθος (abitudine, uso, consuetudine, condotta, morale, costume, carattere, indole), che a sua volta viene dal sanscrito sva-dhà (con lo stesso significato). Qui viene il bello, perché sva-dhà è una parola composta: dhà vuol dire “porre” (è la radice di tema), mentre sva (in cui la s- iniziale a volte cade) significa “sé/suo” (latino eius, inglese self). Quindi è etico qualcosa che è posto come proprio, profondamente radicato in noi, per consuetudine o convinzione.

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Onda su onda

Canzoni che mi piacciono, e che mi mettono di buon umore. O almeno mi permettono di galleggiare.

Bruno Lauzi (1974). La canzone (ma chi non lo sa?) è di Paolo Conte.

Che notte buia che c’è
povero me, povero me
Che acqua gelida qua
nessuno più mi salverà
Son caduto dalla nave, son caduto
mentre a bordo c’era il ballo

Onda su onda
il mare mi porterà
alla deriva
in balia di una sorte bizzarra e cattiva
onda su onda
mi sto allontanando ormai,
la nave una lucciola persa nel blu
mai più mi salverò.

Sara, ti sei accorta?
Tu stai danzando insieme a lui
con gli occhi chiusi ti stringi a lui
Sara, ma non importa!

Stupenda l’isola è
il clima dolce intorno a me
ci sono palme e bambù
un luogo pieno di virtù

Steso al sole ad asciugarmi
il corpo e il viso
guardo in faccia il paradiso

Onda su onda
il mare mi ha portato qui,
ritmi canzoni, donne di sogno,
banane, lamponi
onda su onda
mi sono ambientato ormai
il naufragio mi ha dato la felicità che tu,
non mi sai dar

Onda su onda

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Proverbi pessimisti (8)

Ad malora.

Non l’ho inventato io, me lo ha suggerito l’impagabile correttore ortografico di MS Word quando ho digitato “ad majora”.

My Fair Lady

My Fair Lady, 1964, di George Cukor, con Audrey Hepburn e Rex Harrison.

OK, tutto quello che volete. Sfarzo, musica, cura dei particolari (Cecil Beaton), grande recitazione (a me è piaciuto moltissimo, tra i comprimari, Stanley Holloway che interpreta Alfie Doolittle). Broadway al cinema. Posso persino ammettere che, come film di natale, meglio questo che Parenti o Vanzina. Ma non è il mio genere di intrattenimento. 3 ore di noia punteggiate di qualche dialogo riuscito.

La mia scena preferita (“C’mon, Dover! Move your bloomin’ arse” gridato da Audrey Hepburn al cavallo su cui ha scommesso all’inaugurazione di Ascot) non la posso incorporare, quindi dovete andarvela a vedere qui.

Consolatevi con il trailer originale. Io trovo già noiosi questi 5 minuti!

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The Evolution Man – Quel che potrebbe dire Binetti a Veronesi

Lewis, Roy (1960). The Evolution Man. Or, How I Ate My Father. New York: Vintage. 1994.

Questo libro ha una storia strana. Fu originariamente pubblicato nel 1960, sul mercato britannico (Lewis era un giornalista dell’Economist e del Times) con il titolo What We Did to Father. La traduzione italiana di Adelphi del 1992 (Il più grande uomo scimmia del Pleistocene) fu un successo clamoroso (siamo ormai alla 23° edizione nella collana Fabula e alla 9° nella collana gli Adelphi). Ripubblicato nel Regno Unito con un nuovo titolo nel 1968 (Once Upon an Ice Age), dovette attendere il 1994 per l’edizione americana, che è quella che ho letto io.

È un libro di culto, ma anche di nicchia (è intorno al 180.000 posto nella classifica di Amazon). Più apprezzato in Italia che in patria. Come l’ho trovato? Leggero, ma non stupido. A tratti esilarante, anche se – a mio parere – niente di comparabile con Douglas Adams (ne abbiamo parlato su questo blog in 2 occasioni, qui e qui) cui qualcuno l’ha incautamente comparato.

Uno dei miei personaggi preferiti è lo zio Vanya, il portavoce della conservazione. E una sua osservazione mi sembra l’epitome di tutti i conservatorismi, e una bella definizione sintetica della differenza tra progressisti e conservatori:

You call it progress, I call it disobedience (p. 58).

Lo potrebbe dire Paola Binetti a Umberto Veronesi.

Proverbi pessimisti (7)

Al colon non si comanda.

Stanislaw Lem – L’indagine del tenente Gregory

Lem, Stanislaw (1959). L’indagine del tenente Gregory. Torino: Bollati Boringhieri. 2007.

Perché tradurre dopo 48 anni un romanzo di Stanislaw Lem (Lem è un grandissimo scrittore di fantascienza polacco: basti per tutti Solaris, un bellissimo di film di Tarkovsky e un discreto remake di Soderbergh)? Perché spacciarlo per “l’appassionante giallo di un maestro della fantascienza”?

Non è un giallo. Non è appassionante. È  ben scritto e angoscioso. Ma non si capisce dove vuol andare a parare. Penso che sia un racconto filosofico, ma un po’ la filosofia mi sfugge. Il passaggio più rivelatore (ma non per questo perspicuo) mi sembra questo:

– Ma se cosl non fosse? Se non ci fosse nulla da imitare? Se il mondo non fosse un rompicapo da risolvere, ma solo un calderone in cui nuotano alla rinfusa pezzi sparsi che, di tanto in tanto e per puro caso, si aggregano in un insieme? Se tutto ciò che esiste è frammentario, incompleto e abortito, gli eventi possono an­che essere la fine di qualcosa senza il suo inizio, o la sua parte cen­trale, o solo il suo principio, o solo la sua fine … mentre noi conti­nuiamo a suddividerli, selezionarli e ricostruirli finché ci pare di avere messo insieme un amore completo, un tradimento completo o una sconfitta completa … mentre in realtà siamo solo frammenti ca­suali. Le nostre facce e i nostri destini sono un puro frutto della sta­tistica, siamo la risultante dei moti browniani, gli uomini sono ab­bozzi incompiuti, progetti buttati giù e lasciati a metà. Perfezione, completezza, eccellenza non sono che rare eccezioni dovute all’i­naudita, incredibile sovrabbondanza dell’esistente! L’immensità del mondo, la sua incalcolabile molteplicità regolano la banalità quoti­diana colmando in apparenza brecce e lacune, mentre la mente, per sopravvivere, scopre e associa frammenti sparsi. Usiamo la religione e la filosofia come un collante con cui aggregare e tenere insieme frattaglie statistiche sparse, per conferire loro un senso unitario e farle suonare all’unisono come una campana celebrante la nostra gloria! E invece sotto a tutto questo non c’è che il famoso caldero­ne … L’ordine matematico del mondo è la nostra preghiera alla pira­mide del caos. Siamo circondati da brandelli di vita privi di signifi­cato, che noi etichettiamo come «eccezionali» perché non vogliamo vedere! Di vero non c’è che la statistica. L’uomo razionale è l’uomo statistico. Prendiamo un bambino: sarà bello o brutto? Gli piacerà la musica? Si ammalerà di cancro? Tutto viene deciso da un lancio di dadi. La statistica presiede al nostro concepimento, è lei a sorteg­giare il coagulo dei geni da cui si svilupperà il nostro corpo, lei a estrarre a sorte la morte di cui moriremo. Ma se è la normale inci­denza statistica a decidere l’incontro con la donna che amerò e la durata della mia vita, perché non potrebbe decidere anche della mia immortalità? Non può essere che, di tanto in tanto, per puro caso, a qualcuno tocchi in sorte l’immortalità, come ad altri toccano in sor­te la bellezza o l’infermità? Se non esistono processi prestabiliti, se disperazione, bellezza, gioia e bruttezza sono frutti della statisti­ca … allora anche il nostro sapere è fatto di statistica: esiste solo il gioco cieco, un’eterna combinazione di schemi fortuiti. L’infinito numero delle Cose deride la nostra passione per l’Ordine. Cercate e troverete: purché abbiate cercato con il dovuto fervore, finirete sempre col trovare: la statistica non esclude nulla, la statistica rende tutto possibile, tutt’al più si tratterà di cose più o meno probabili. La storia, invece, è il realizzarsi dei moti browniani, la danza stati­stica di particelle che non cessano di sognare un altro mondo ter­reno …
– Forse anche Dio esiste solo di tanto in tanto? – disse sottovoce l’ispettore capo. Chino in avanti, la faccia nascosta, ascoltava quel­lo che Gregory tirava fuori a fatica senza osare guardarlo.
– Forse – rispose Gregory con indifferenza. – Ma le interruzioni nella sua esistenza si protraggono piuttosto a lungo.
Si alzò, si avvicinò alla parete e fissò senza vederla una delle fo­tografie.
– Forse anche noi … – cominciò, esitando – anche noi esistiamo solo in modo sporadico. Nel senso che a volte esistiamo con minore intensità, certe altre ci dissolviamo e non ci siamo quasi per niente. Poi, reintegrando con uno scatto improvviso il brulichio scompagi­nato della memoria torniamo a esistere per lo spazio di un giorno …

Edoardo Nesi – L’età dell’oro

Nesi, Edoardo (2004). L’età dell’oro. Milano: Bompiani. 2006.

L'età dell'oro

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“Sarà l’acqua? Sarà l’aria? Sarà il caffè?”, diceva una pubblicità di qualche anno fa. Qui mi riferisco a Prato: che cosa ci sarà a Prato che ha generato due scrittori interessanti come Sandro Veronesi (in questo momento inflazionato, ma non è tutta colpa sua) ed Edoardo Nesi?

Non avevo letto nulla di lui. L’ho incontrato per caso, guardando il documentario di Daniele Vicari Il mio paese. Nel capitolo pratese, Nesi ci fa vedere gli ambienti (le case principesche, le fabbriche vuote) in cui è ambientato il suo romanzo, e ne legge qualche pagina. Io l’ho cercato – confesso – prevalentemente per motivi professionali. Mi aspettavo una specie di docu-fiction.

Invece è un romanzo vero, potente. Nesi ha grande capacità di scrittura, sa muoversi tra i registri (volta per volta, comico, lirico, epico). Soprattutto, Ivo il Barrocciai è un personaggio grandioso, a tutto tondo, che straborda dalla pagina nella sua vivacità e nella sua vitalità, nel suo amore per la vita. Bigger than life. Un Leopold Bloom pratese, ma anche un personaggio della commedia all’italiana della migliore qualità, rabelesiano nella sua viva volgarità. Ugo Tognazzi, se fosse toscano (e se fosse vivo), ne sarebbe l’interprete perfetto.

Sotto il profilo documentaristico, è un romanzo vero più di tante analisi economiche e sociologiche. Prato è còlta nella sua grandiosità e nella sua piccineria. Còlta anche nelle sue antiche radici ghibelline e “volgari” (i fiorentini non ammettevano corporativamente i pratesi neppure nelle industrie tessili “nobili”, e meno che mai nelle loro case), nella sua grandiosa cialtroneria, nella capacità d’inventarsi occasioni di guadagno e di successo, ma anche nell’incapacità di uscire dalla materialità del produrre. In questo, il romanzo di Nesi ci insegna del “declino” italiano più di tanti libri d’economia e di sociologia.

Ivo il Barrocciai è eterno, ma muore. Forse anche il nostro povero paese.

PS: Nesi è il traduttore di Infinite Jest di David Foster Wallace. Tanto di cappello.

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15 febbraio – Galileo Galilei

Nasce a Pisa il 15 febbraio 1564. Galileo Galilei è molto importante, per la storia del pensiero scientifico, per la divulgazione scientifica e per il rapporto tra scienza e religione.

Ognuno di questi punti meriterebbe di essere discusso a lungo, ma mi limiterò ad alcuni spunti sui primi due, per soffermarmi di più sul terzo, tornato in qualche modo d’attualità nei mesi scorsi.

Il metodo galileiano: secondo Galileo il libro della natura è scritto secondo leggi matematiche e per poterle capire è necessario eseguire esperimenti con gli oggetti che la natura ci mette a disposizione. Galileo introduce quindi una distinzione tra l’aspetto teorico e quello sperimentale, in cui né uno né l’altro sono preponderanti: il modello teorico spiega un’osservazione sperimentale e anticipa future osservazioni.

La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l’universo), ma non si può intendere se prima non s’impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, ne’ quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto. (Il saggiatore)

La divulgazione. A partire da Il saggiatore (1623), Galileo scrive in italiano, e non in latino (la lingua dei dotti). Questa scelta è essenziale per comprendere lo scontro con le autorità ecclesiastiche: queste erano disposte ad ammettere la discussione delle teorie copernicane (condannate dal Sant’Uffizio nel 1616) purché esse fossero presentate come ipotesi scientifiche e non come realtà e purché il dibattito fosse condotto in ambito accademico (e dunque in latino). Nel Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, oltre al volgare Galileo sceglie la forma dialogica: nulla è più lontano dal principio di auctoritas che una forma dialettica, in cui due personaggi presentano le due teorie (Salviati è il portavoce delle idee copernicane di Galileo e Simplicio quello della dottrina tradizionale e dogmatica) e il terzo, Sagredo, rappresenta invece il discreto lettore, l’intendente di scienza, colui a cui è destinata l’opera, che interviene nelle discussioni chiedendo delucidazioni, contribuendo con argomenti più colloquiali, comportandosi come un medio conoscitore di scienza. In questo modo, il lettore è messo al posto di comando, ha  il compito (e la responsabilità) di essere il giudice ultimo dei meriti delle due teorie.

Il rapporto tra scienza e religione. La recente polemica sulla (mancata) lectio magistralis del papa alla Sapienza, di cui ha parlato anche questo blog in più occasioni (il 14 novembre 2007, il 17 e il 19 gennaio 2008), ha avuto il merito di porre nuovamente il problema all’ordine del giorno. Forse a questo punto vale la pena, perché mi sembra che conservino intatti una grande evidenza, riportare i termini della sentenza di condanna di Galileo Galilei del 22 giugno 1633 (qui il testo integrale):

Essendo che tu, Galileo fig.lo del q.m. Vinc.o Galilei, Fiorentino, dell’età tua d’anni 70, fosti denunziato del 1615 in questo S.o Off.o, che tenevi come vera la falsa dottrina, da alcuni insegnata, ch’il Sole sia centro del mondo e imobile, e che la Terra si muova anco di moto diurno; ch’avevi discepoli, a’ quali insegnavi la medesima dottrina; che circa l’istessa tenevi corrispondenza con alcuni mattematici di Germania; che tu avevi dato alle stampe alcune lettere intitolate Delle macchie solari, nelle quali spiegavi l’istessa dottrina come vera; che all’obbiezioni che alle volte ti venivano fatte, tolte dalla Sacra Scrittura, rispondevi glosando detta Scrittura conforme al tuo senso; e successivamente fu presentata copia d’una scrittura, sotto forma di lettera, quale si diceva esser stata scritta da te ad un tale già tuo discepolo, e in essa, seguendo la posizione del Copernico, si contengono varie proposizioni contro il vero senso e autorità della sacra Scrittura;

Volendo per ciò questo S.cro Tribunale provedere al disordine e al danno che di qui proveniva e andava crescendosi con pregiudizio della S.ta Fede, d’ordine di N. S.re e del’Eminen.mi e Rev.mi SS.ri Card.i di questa Suprema e Universale Inq.ne, furono dalli Qualificatori Teologi qualificate le due proposizioni della stabilità del Sole e del moto della Terra, cioè:

Che il Sole sia centro del mondo e imobile di moto locale, è proposizione assurda e falsa in filosofia, e formalmente eretica, per essere espressamente contraria alla Sacra Scrittura;

Che la Terra non sia centro del mondo né imobile, ma che si muova eziandio di moto diurno, è parimente proposizione assurda e falsa nella filosofia, e considerata in teologia ad minus erronea in Fide.

[…]

E essendo ultimamente comparso qua un libro, stampato in Fiorenza l’anno prossimo passato, la cui inscrizione mostrava che tu ne fosse l’autore, dicendo il titolo Dialogo di Galileo Galilei delli due Massimi Sistemi del mondo, Tolemaico e Copernicano; ed informata appresso la Sacra Congre.ne che con l’impressione di detto libro ogni giorno più prendeva piede e si disseminava la falsa opinione del moto della terra e stabilità del Sole; fu il detto libro diligentemente considerato, e in esso trovata espressamente la transgressione del predetto precetto che ti fu fatto, avendo tu nel medesimo libro difesa la detta opinione già dannata e in faccia tua per tale dichiarata, avvenga che tu in detto libro con varii ragiri ti studii di persuadere che tu lasci come indecisa e espressamente probabile, il che pur è errore gravissimo, non potendo in niun modo esser probabile un’opinione dichiarata e difinita per contraria alla Scrittura divina.

[…]

Pertanto, visti e maturamente considerati i meriti di questa tua causa, con le sodette tue confessioni e scuse e quanto di ragione si doveva vedere e considerare, siamo venuti contro di te alla infrascritta diffinitiva sentenza.

Invocato dunque il S.mo nome di N. S.re Gesù Cristo e della sua gloriosissima Madre sempre Vergine Maria; per questa nostra diffinitiva sentenza, qual sedendo pro tribunali, di consiglio e parere de’ RR Maestri di Sacra Teologia e Dottori dell’una e dell’altra legge, nostri consultori, proferimo in questi scritti nella causa e nelle cause vertenti avanti di noi tra il M.co Carlo Sinceri, dell’una e dell’altra legge Dottore, Procuratore fiscale di questo S.o Off.o, per una parte, a te Galileo Galilei antedetto, reo qua presente, inquisito, processato e confesso come sopra, dall’altra;

Diciamo, pronunziamo sentenziamo e dichiaramo che tu, Galileo sudetto, per le cose dedotte in processo e da te confessate come sopra, ti sei reso a questo S.o Off.o veementemente sospetto d’eresia, cioè d’aver tenuto e creduto dottrina falsa e contraria alle Sacre e divine Scritture, ch’il sole sia centro della terra e che non si muova da oriente ad occidente, e che la terra si muova e non sia centro del mondo, e che si possa tener e difendere per probabile un’opinione dopo esser stata dichiarata e diffinita per contraria alla Sacra Scrittura; e conseguentemente sei incorso in tutte le censure e pene dai sacri canoni e altre constituzioni generali e particolari contro simili delinquenti imposte e promulgate. Dalle quali siamo contenti sii assoluto, pur che prima, con cuor sincero e fede non finta, avanti di noi abiuri, maledichi e detesti li sudetti errori e eresie, e qualunque altro errore e eresia contraria alla Cattolica e Apostolica Chiesa, nel modo e forma da noi ti sarà data.

E acciocché questo tuo grave e pernicioso errore e transgressione non resti del tutto impunito, e sii più cauto nell’avvenire e essempio all’altri che si astenghino da simili delitti. Ordiniamo che per publico editto sia proibito il libro de’ Dialoghi di Galileo Galilei.

Ti condaniamo al carcere formale in questo S.o Off.o ad arbitrio nostro; e per penitenze salutari t’imponiamo che per tre anni a venire dichi una volta la settimana li sette Salmi penitenziali: riservando a noi facoltà di moderare, mutare o levar in tutto o parte, le sodette pene e penitenze.

E così diciamo, pronunziamo, sentenziamo, dichiariamo, ordiniamo e reservamo in questo e in ogni altro meglior modo e forma che di ragione potemo e dovemo.

Galileo fu costretto all’abiura:

Io Galileo […] sono stato giudicato veementemente sospetto d’eresia, cioè d’aver tenuto e creduto che il sole sia centro del mondo e imobile e che la terra non sia centro e che si muova;

Pertanto volendo io levar dalla mente delle Eminenze V.re e d’ogni fedel Cristiano questa veemente sospizione, giustamente di me conceputa, con cuor sincero e fede non finta abiuro, maledico e detesto li sudetti errori e eresie, e generalmente ogni e qualunque altro errore, e eresia e setta contraria alla S.ta Chiesa; e giuro che per l’avvenire non dirò mai più né asserirò, in voce o in scritto, cose tali per le quali si possa aver di me simile sospizione; ma se conoscerò alcun eretico o che sia sospetto d’eresia lo denonzierò a questo S. Offizio, o vero all’Inquisitore o Ordinario del luogo, dove mi trovarò.

[…]

Io Galileo Galilei sodetto ho abiurato, giurato, promesso e mi sono obligato come sopra; e in fede del vero, di mia propria mano ho sottoscritta la presente cedola di mia abiurazione e recitatala di parola in parola, in Roma, nel convento della Minerva, questo dì 22 giugno 1633.

Io, Galileo Galilei ho abiurato come di sopra, mano propria.

Castelli di sabbia

Dal Corriere della sera del 12 febbraio 2008.

Brevi FISICA

Scoperto il segreto dei castelli di sabbia

ROMA – Sabbia e acqua per i castelli di sabbia? Troppo semplice da spiegare ai bambini. E così lo scienziato Mario Scheel del Max Planck Institute for Dynamics and Self Organization di Goettingen, insieme con il suo team di ricercatori ha studiato in quale modo il liquido si espande tra i granelli di sabbia. La ricerca è stata pubblicata ieri su Nature Materials. Scheel è arrivato alla conclusione che i granelli di sabbia restano uniti tra loro attraverso bizzarri ponti liquidi a forma di doppia trombetta. Per raggiungere questo risultato lo studioso ha costruito un’ immagine tridimensionale di un mucchio di sabbia. Inoltre, ha scoperto che soltanto quando si è formato un numero sufficiente di questi «ponti», la poltiglia di acqua e sabbia diventa stabile e in grado di mantenere la sua forma.

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(12 febbraio 2008) – Corriere della Sera