Vagabondo

Risentita venerdì sera in un bar, si è scavata una trincea nella mia mente e da allora mi perseguita. Dopo tanti anni, ho notato la finezza dell’arrangiamento.

Le parole testimoniano l’atmosfera di quegli anni, quando le aspirazioni hippie si fecero strada nel sentire nazional-popolare.

Quando la gente dorme
scendo giù
maglione sulle spalle nella notte blu

nel cuore una chitarra
nella mente cose strane
e sul mio volto un po’ d’ingenuità

vagabondo vagabondo
qualche santo mi guiderà
ho venduto le mie scarpe
per un miglio di libertà
da soli non si vive
senza amore non morirò
vagabondo sto sognando delirando

le gambe van da sole
ah ah ah
la strada sembra un fiume
chissà dove andrà
neppure tu ragazza
sai fermare la mia corsa
negli occhi tuoi non c’è’ sincerità

vagabondo vagabondo
qualche santo mi guiderà
ho venduto le mie scarpe
per un miglio di libertà
da soli non si vive
senza amore non morirò
vagabondo sto sognando delirando

vagabondo vagabondo
qualche santo mi guiderà
ho venduto le mie scarpe
per un miglio di libertà
da soli non si vive
senza amore non morirò
vagabondo sto sognando delirando

Nicola di Bari (che era di Zapponeta in provincia di Foggia e si chiamava Michele – come è più appropriato per un foggiano) ebbe un clamoroso successo in Italia (vinse due Festival di Sanremo di fila) e in Spagna. È ancora attivo e qui lo vediamo cantare in spagnolo a Wahington nel 2006, se possibile ancora più brutto e ora anche calvo.

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Raymond Carver – Will You Please Be Quiet, Please?

Carver, Raymond (1976). Will You Please Be Quiet, Please? London: Vintage. 2003.

Ho un problema con i racconti. Preferisco i romanzi. Mi piace veder crescere i personaggi, a tutto tondo. Non tutti i romanzi ci riescono. Ma i racconti quasi mai, strutturalmente.

Per di più, io sono un lettore, almeno in parte, frammentario. Uno dei miei tempi di lettura è il viaggio in metropolitana. Con i racconti è un problema, se la durata del viaggio consente di leggerne più d’uno. Vuol dire che non c’è l’agio di finire un racconto, chiudere il libro, e guardare nel vuoto per un po’, pensandoci su. Sembra una sciocchezza, ma è un problema serio.

Carver scrive letteralmente come un dio, lo riconosco. Ma non mi basta. I racconti, poi, appartengono (sono rozzo, lo so, ma volutamente) a due grandi categorie: quelli in cui succede qualcosa, nelle ultime righe, e quelli in cui non succede niente. Quelli di Carver appartengono alla seconda categoria (con una sola eccezione, in questa raccolta).

Poiché Carver è così statico, non dovrebbe sorprendere che ci trovi risonanze visive e non letterarie. Edward Hopper, ad esempio.

O Grant Wood, di cui ricorre oggi il 116° anniversario della nascita.
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Gianrico Carofiglio – I casi dell’avvocato Guerrieri

Carofiglio, Gianrico (2002), Testimone inconsapevole. Palermo: Sellerio. 2006.

Carofiglio, Gianrico (2003), Ad occhi chiusi. Palermo: Sellerio. 2006.

Carofiglio, Gianrico (2006), Ragionevoli dubbi. Palermo: Sellerio. 2006.

Li ho letti uno dopo l’altro, e questo non ha giovato. Soprattutto non ha giovato che avessi letto il pur bellissimo L’arte del dubbio. Il problema è che così i meccanismi narrativi per me erano assolutamente trasparenti (al di là del fatto che alcuni episodi riportati come esempi ne L’arte del dubbio sono utilizzati nei romanzi) e mi hanno privato in parte del fattore sorpresa. Il bello dei casi dell’avvocato Guerrieri, infatti, la novità, sono i contro-interrogatori, e la scoperta della loro valenza dialettica e drammatica.
Che cosa resta, tolto questo? L’avvocato Guerrieri stesso, simpatico e tormentato quanto basta. Un personaggio del nostro tempo, in cui non è difficile riconoscersi. Sotto questo profilo, meglio il primo romanzo (con la fine del matrimonio e l’innamoramento per Margherita) e il terzo (l’attrazione impossibile per la giapponese). Certo, anche qui qualche manierismo affiora: ma è anche effetto della lettura consecutiva.
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13 febbraio 1883 – La lugubre gondola

Muore a Venezia Richard Wagner, uno dei più grandi e rivoluzionari compositori di tutti i tempi.

Liszt, suo intimo amico, scrisse questi pezzi (Lugubre Gondola I e II), che evocano il passaggio del feretro nei canali. L’esecuzione più bella (e più famosa) è quella di Maurizio Pollini. Su YouTube ho trovato quella di Alvaro Ordoñez, un pianista colombiano.

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Match Point

Match Point, 2005, di Woody Allen, con Scarlett Johansson e Jonathan Rhys Meyers.

Ho visto il film in versione originale con i sottotitoli in italiano per non udenti. Questa circostanza mi aiuta molto a riassumere la trama. Chris Wilton (Jonathan Rhys Meyers) quando è con Chloe (la moglie) sospira, ma quando è con Nola (Scarlett Johansson) ansima. Quando è solo inspira ed espira. Ma poi, via via che si avvicina il finale, sospira anche da solo.
Il film è molto bello, anche formalmente. Una bellissima Londra, piena di begli ambienti e di opere d’arte (l’opera d’arte più bella, però – lo so che è una battuta corriva – è il culo della Johansson).
Il mio personale problema è che fatico – non soltanto nei film, ma anche nei romanzi – a comprendere gli arrampicatori sociali. Non dico a immedesimarmi in loro, ma anche soltanto a capirne le motivazioni, le molle interiori, la logica. Temo, in questo, di essere portatore (ahimè immotivatamente) dell’ideologia della classe dominante.
Non è un morality play tradizionale: il delitto è senza castigo (anche se all’inizio Chris legge svogliatamente Dostoevskij). Non c’è qui il moralismo di Hitchcock. Ma una morale c’è: i due parvenu ansiosi di conquistare la società dell’old money londinese sono entrambi sconfitti, lei perché scivola sull’inesorabile destino che attende le donne belle che ce la vogliono fare da sole, lui perché sopravvive soltanto al costo della totale assimilazione. D’altro canto, l’attrazione tra i due outsider, in fondo così simili, era inevitabile; ma altrettanto certo è che quella liaison era l’opzione sicuramente perdente. Quello che per i due è una tragedia, per l’establishment è una perturbazione passeggera, un’increspatura della superficie. L’establishment vince anche stavolta, senza nemmeno scomodare Scotland Yard.
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Zeugma

Zèugma: figura retorica consistente nel far dipendere da un unico verbo più parole o costrutti, creando un’incongruenza semantica (per es. il verso dantesco: parlare e lacrimar vedrai insieme) (De Mauro online).

Una figura retorica affine è la sillèssi: figura retorica che consiste nell’attribuire contemporaneamente al medesimo termine un senso proprio e uno figurato (per es.: una casa piena di cose e di ricordi). Oppure (esempio mio): persi l’ombrello e la ragione.

Sillessi ha anche un secondo significato: figura sintattica che consiste nel far concordare due o più elementi di una frase secondo un senso logico e non grammaticale (per es.: ci sono un sacco di macchine per la strada).

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Inno alla gioia

Ci sono cose sentite troppe volte, e troppo distrattamente, finché se ne perde la meraviglia.

Una di queste è l’inno alla gioia che chiude la Nona di Beethoven.

L’ode di Schiller merita di essere meditata nelle sue belle (e inattuali) parole:

O Freunde, nicht diese Töne!
Sondern laßt uns angenehmere
anstimmen und freudenvollere.
Freude!
Freude, schöner Götterfunken
Tochter aus Elysium,
Wir betreten feuertrunken,
Himmlische, dein Heiligtum!
Deine Zauber binden wieder
Was die Mode streng geteilt;
Alle Menschen werden Brüder,
(originale di Schiller :
Was der Mode Schwert geteilt;
Bettler werden Fürstenbrüder,)
Wo dein sanfter Flügel weilt.
Wem der große Wurf gelungen,
Eines Freundes Freund zu sein;
Wer ein holdes Weib errungen,
Mische seinen Jubel ein!
Ja, wer auch nur eine Seele
Sein nennt auf dem Erdenrund!
Und wer’s nie gekonnt, der stehle
Weinend sich aus diesem Bund!
Freude trinken alle Wesen
An den Brüsten der Natur;
Alle Guten, alle Bösen
Folgen ihrer Rosenspur.
Küsse gab sie uns und Reben,
Einen Freund, geprüft im Tod;
Wollust ward dem Wurm gegeben,
und der Cherub steht vor Gott.
Froh, wie seine Sonnen fliegen
Durch des Himmels prächt’gen Plan,
Laufet, Brüder, eure Bahn,
Freudig, wie ein Held zum Siegen.
Seid umschlungen, Millionen!
Diesen Kuß der ganzen Welt!
Brüder, über’m Sternenzelt
Muß ein lieber Vater wohnen.
Ihr stürzt nieder, Millionen?
Ahnest du den Schöpfer, Welt?
Such’ ihn über’m Sternenzelt!
Über Sternen muß er wohnen.
La sezione finale ripete:
Freude, schöner Götterfunken
Tochter aus Elysium/
Seid umschlungen, Millionen!
Diesen Kuß der ganzen Welt!

 La traduzione (bruttina) di Wikipedia:

Amici, non questi toni!
Un canto più grato leviamo al cielo
di gioia!
Gioia!
Bella scintilla degli dèi
Figlia dell’Eliso,
Noi veniamo, ardenti in viso
nel tuo tempio glorioso.
Il tuo fascino affraterna
ciò che la moda separò;
Tutti gli uomini diventano fratelli
(originale di Schiller :
ciò che la spada della moda separò;
I mendicanti saranno fratelli dei prìncipi)
Là dove le tue dolci ali riposano.
Che colui che ha la fortuna
d’essere l’amico d’un amico;
che colui che ha conquistato una dolce donzella,
divida la sua allegria!
Sì, e anche colui che non ha che un’anima
Sulla terra!
E che colui che non ha mai conosciuto tutto ciò s’allontani
piangendo dalla nostra cerchia!
Tutti gli esseri bevano la gioia
in seno alla natura,
Tutti i buoni, tutti i malvagi,
Seguano le sue tracce di rosa.
Essa ci dà abbracci e vigna,
L’amico, fedele nella morte,
La voluttà è donata al verme,
E il cherubino è davanti a Dio.
Felici, tali soli volano
Sul piano vermiglio dei cieli,
Correte, fratelli, sulla vostra via,
Felici, come un eroe verso la vittoria.
Che si avvingano tutti gli esseri!
Un bacio al mondo intero!
Fratelli, nel più alto dei cieli
un Padre amoroso deve abitare.
Tutti gli esseri si prostrano?
Senti il creatore, Mondo?
Cercalo al di là dei cieli stellati!
Al di sopra delle stelle deve abitare.
La sezione finale ripete:
Gioia! Bella scintilla degli dèi
Figlia dell’Eliso,
Siate uniti, esseri, a milioni!
Che un solo abbraccio allaccia l’universo!

 Il 25 dicembre 1989, pochi mesi dopo la caduta del muro di Berlino, Leonard Bernstein ne diresse una memorabile versione, con orchestra coro e solisti delle due Germanie riunite. Il concerto fu trasmesso dal vivo in più di venti paesi con un pubblicodi 100 milioni di persone. Per l’occasione, Bernstein modificò il testo, sostituendo la parola “Libertà” (Freiheit) alla parola “Gioia” (Freude). A tal proposito affermò: “Sono sicuro che Beethoven ci avrebbe dato la sua benedizione”. Ne sono convinto anch’io.

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Ma dove passa il confine? (metadati 6)

Ne hanno parlato un po’ tutti i giornali. Io riprendo la notizia da tiscali. spettacoli:

“Non è tempo di grande equilibro nelle scuole di samba” commentava il giornale brasiliano O Globo all’indomani del grande carnevale di Rio De Janeiro dove, tra numeri sempre più elaborati di ballo e costumi incredibili, una procace moretta è riuscita a calamitare l’attenzione generale. Lei si chiama Viviane Castro, 25 anni, alta 1 metro e 68 per 60 chili di curve ben distribuite. Viviane ha deciso di mettersi in mostra a Rio contravvenendo all’unica regola ancora valida nel carnevale più pazzo del mondo: non sfilare completamente nudi.

Neanche quattro centimetri di tessuto – Coperta di piume, paillettes e con un copricapo da dea circense, Viviane Castro è finita immortalata da teleoperatori e reporter, le sue immagini hanno fatto il giro del mondo in un baleno. Completamente nuda, sfilava e ballava sorridente in barba al pudore e alle regole. A chi le ha fatto notare scandalizzato che il suo nudo era integrale, la modella brasiliana ha ribattuto divertita: “Non è vero che ero completamente nuda. Indossavo una copertura strategica di 3,5 centimetri”. Esatto, era applicata proprio dove sta pensando chi legge.

Nessun problema a mostrarsi – In Brasile la Castro non è certo nuova al nudo. Esistono numerose gallerie fotografiche che la ritraggono come mamma l’ha fatta e, forse, come la genitrice non avrebbe voluto che lei si facesse fotografare. Zero vergogna, un ottimo rapporto con il proprio corpo è una gran voglia di esibizionismo. Adesso tutto il mondo lo sa.

Che c’entra con i metadati? C’entra perché questo episodio curioso ci permette di riprendere la riflessione che stavamo facendo sulle classificazioni:

La classificazione non è per mettere ordine all’universo, è per mettere ordine alle nostre idee. […] Ciò che rende imbarazzante oggi la classificazione di Wilkins e il sistema decimale Dewey è che la nostra cultura, le nostre conoscenze e le nostre sensibilità oggi organizzano il sapere diversamente. Classificare non è uno sforzo inane, ma un’attività continua, dai risultati necessariamente provvisori.

La notiziola di Rio ci spinge a fare un’altra riflessione e a porci un’altra domanda. In questo caso, lo scopo della classificazione è abbastanza chiaro: una regola (probabilmente di tipo consuetudinario, ma questo non è importante) stabilisce che al carnevale di Rio non si può sfilare completamente nudi.

Facciamo un esperimento (un esperimento del pensiero, un Gedankenexperiment, come piaceva a Einstein). Riguardate la foto sopra. Secondo voi, è una donna nuda? Completamente nuda? Adesso pensate di essere un giudice di Rio, che deve giudicare le scuole di ballo ed eventualmente squalificare chi sfila completamente nudo. È  nuda? completamente nuda? Fa differenza sapere se ha un cache-sexe o no?

Per stabilire se la regola è rispettata o violata è necessario disporre di un criterio di decisione: quando la nudità è completa? La regola ci deve permettere di discriminare le persone vestite (anche soltanto parzialmente) da quelle nude. Nella maggior parte dei casi la scelta è agevole, ma poi abbiamo delle situazioni di frontiera. In prossimità della soglia, la regola di decisione diventa sempre più ambigua e più difficile da applicare.

Quando la regola è di facile applicazione, ci è utile perché ci risparmia la fatica di pensare caso per caso (a questo servono le regole!). Ma al confine la difficoltà di applicazione ci obbliga a porci delle domande che trascendono la regola: qual è lo scopo della norma? nascondere alla vista i genitali? (Perché se non fosse così basterebbe il copricapo della Castro, o che il pezzetto di stoffa fosse applicato su un gomito, o un cache-sexe trasparente).

Al confine, decidere significa davvero tagliare via: o di qua o di là. E dunque, al confine, ogni soglia diventa arbitraria, nel senso che chi deve scegliere esercita il suo arbitrio.

Anche per questo, come dicevamo qualche tempo fa, classificare è un’attività continua, dai risultati necessariamente provvisori.

10 cose per massacrarsi il computer

Ah, su questo sono veramente un esperto. Anche se l’elenco l’ho trovato sul web, non c’è nessuna di queste sciocchezze che non abbia sperimentato di persona.

  1. Infilare la spina in una presa traballante. La strada migliore: friggere l’hardware. I temporali aiutano.
  2. Navigare su internet senza firewall (se non sapete che cos’è un firewall siete sulla strada giusta)
  3. Non usare né antivirus né anti-spyware
  4. Installare un sacco di programmi (meglio se sconosciuti e in versione beta). Poi, disinstallarli
  5. Mantenere il disco fisso pieno e frammentato
  6. Aprire sempre tutti gli attachment di posta elettronica
  7. Cliccare sempre su tutto
  8. Condivisione a go-go (stampanti, cartelle, non importa).
  9. Usare password ovvie
  10. Soprattutto: mai un backup

6 febbraio

Ho vissuto a Milano per i primi 25 anni della mia vita. Non abitavo neppure lontano. Il mio liceo poi era vicinissimo.

Piazza VI febbraio. Il capolinea del 19 (all’altro capolinea c’era un jazz club, molto più interessante: ma è tutta un’altra storia).

Insomma, lo scopro oggi, Nel 1853 (155 anni fa) un manipolo di eroi (ahimè sprovveduti) insorge contro il giogo austriaco.

L’idea era gagliarda: la domenica del carnevale, gli austriaci e alleati tutti ubriachi e ingrifati; che si fa, operoso popolo lombardo? si insorge contro l’oppressore.

Ma i genovesi non mandano le armi da fuoco che avevano promesso. Che si fa? Si insorge lo stesso. Gli ungheresi non disertano (e l’avevamo promesso). Si insorge lo stesso. Ma siamo soltanto mille. Si insorge lo stesso. Ma è quasi buio, sono già le 17. Si insorge lo stesso. Ma dovevano tagliare l’illuminazione a gas e non l’hanno fatto. Si insorge lo stesso. I borghesi mazziniani sono rimasta a casa. Si insorge lo stesso.

Eroici.

Risultato: la rivolta sedata prima dell’alba del 7, quasi 1.000 arresti, 16 impiccagioni, un bel po’ di lavori forzati.

Ne parla anche Karl Marx (in feroce polemica con Mazzini), in una sua corrispondenza comparsa sul numero dell’8 marzo 1853 sul New York Daily Tribune con il titolo I moti di Milano:

L’insurrezione di Milano è significativa in quanto è un sintomo della crisi rivoluzionaria che incombe su tutto il continente europeo. Ed è ammirevole in quanto atto eroico di un pugno di proletari che, armati di soli coltelli, hanno avuto il coraggio di attaccare una cittadella e un esercito di 40.000 soldati tra i migliori d’Europa … Ma come gran finale dell’eterna cospirazione di Mazzini, dei suoi roboanti proclami e delle sue tirate contro il popolo francese, è un risultato molto meschino. È da supporre che d’ora in avanti si ponga fine alle revolutions improvisées, come le chiamano i francesi … In politica avviene come in poesia. Le rivoluzioni non sono mai fatte su ordinazione ...

Così deboli, così impotenti sono le cosiddette ‘potenze’. Esse sentono che i troni d’Europa vacillano dalle fondamenta alle prime avvisaglie del terremoto rivoluzionario. Circondate dai loro eserciti, dalle loro fortezze, dalle loro prigioni, tremano di fronte a quel che esse chiamano ‘i tentativi sovversivi di pochi miserabili prezzolati’.

La calma è ristabilita’. Lo è, infatti: è la sinistra, terribile calma che subentra tra il primo e il secondo più violento scoppio del temporale.