1977: si inaugura il Centro Georges Pompidou, progettato da Renzo Piano, Richard Rogers e Gianfranco Franchini. L’idea di fondo dell’originale progetto è quella di liberare lo spazio interno, per favorire la flessibilità delle installazioni e il movimento dei visitatori, spostando all’esterno dell’edificio tutti i servizi. Le infrastrutture sono all’esterno dell’edificio, in piena vista, e colorate con un codice che ne individua le funzioni: blu per l’aria (raffreddamento e riscaldamento), verde per i liquidi, giallo per i cavi elettrici, rosso per la movimentazione (scale mobili) e la sicurezza (estintori). L’edificio è progettato in due parti: l’infrastruttura (3 livelli) e la sovrastruttura (7 livelli in acciaio e vetro). La struttura portante in metallo ha 14 pilastri con 13 travi, con una luce di 48 metri e distanti 12,8 metri l’una dall’altra. A ogni livello, ai pilastri sono ancorati degli elementi di acciaio, le gerberette, lunghi 8 metri e pesanti 10 tonnellate l’uno. Le putrelle, lunghe 45 metri l’una, poggiano sulle gerberette, che trasmettono lo sforzo ai pilastri e sono equilibrate da tiranti a X. Ogni piano è alto 7 metri.
Non c’è due senza tre. E il vecchio Robert fuma in tv (BBC Channel four) senza pavidità.
Di questa sono bellissime e profonde (anche) le parole.
Given free will but within certain limitations,
I cannot will myself to limitless mutations,
I cannot know what I would be if I were not me,
I can only guess me.
So when I say that I know me, how can I know that?
What kind of spider understands arachnophobia?
I have my senses and my sense of having senses.
Do I guide them? Or they me?
The weight of dust exceeds the weight of settled objects.
What can it mean, such gravity without a centre?
Is there freedom to un-be?
Is there freedom from will-to-be?
Sheer momentum makes us act this way or that way.
We just invent or just assume a motivation.
I would disperse, be disconnected. Is this possible?
What are soldiers without a foe?
Be in the air, but not be air, be in the no air.
Be on the loose, neither compacted nor suspended.
Neither born nor left to die.
Had I been free, I could have chosen not to be me.
Demented forces push me madly round a treadmill.
Demented forces push me madly round a treadmill.
Let me off please, I am so tired.
Let me off please, I am so very tired.
Che questa piaccia quasi soltanto a me, ne sono abbastanza sicuro. Inconfondibile lo zampino (voce, arrangiamento e sintetizzatore – qiuindi almeno 3 zampini) di Brian Eno.
I realised my fists were clenched,
I stretched my fingers to relax.
Still not sleeping, I tried counting sheep.
One by one,
They leapt across the fence
Constructed for them,
Right to left,
Across the fence I bad constructed.
Having jumped,
They refused further direction.
Each sheep, where it landed,
Refusing to exit, remained.
(Certain a vast writhing heap
Growing fast on the left).
Try as I might,
I could not stop them entering
Once again.
Try as they might,
Not one could leave the stage.
I realised my fists were clenched.
I stretched my fingers.
Each sheep were it landed,
Refusing to exit, remained.
(Creating a vast writhing heap
Growing quickly on one side).
Try as they might,
Not one could leave the stage,
Try as I might,
I could not stop them entering,
Once again.
No longer daring to close my eyes,
Still not sleeping.
I realised my goose was cooked
I wondered shipshaped on the shore.
You look different every time you come
From the foam-crested brine
Your skin shining softly in the moonlight
Partly fish, partly porpoise, partly baby sperm whale
Am I yours? Are you mine to play with?
Joking apart – when you’re drunk you’re terrific when you’re drunk
I like you mostly late at night you’re quite alright
But I can’t understand the different you in the morning
When it’s time to play at being human for a while please smile!
You’ll be different in the spring, I know
You’re a seasonal beast like the starfish that drift in with the tide
So until your your blood runs to meet the next full moon
You’re madness fits in nicely with my own
Your lunacy fits neatly with my own, my very own
We’re not alone
Ole Kirk Christiansen cominciò a costruire giocattoli di legno nel 1932 e adottò il nome LEGO (dal danese leg godt, “gioca bene”, anche se il riferimento al greco λέγω, “raccolgo” per noi è irresistibile).
il 28 gennaio 1958 (50 anni fa) furono brevettati ed entrarono in produzione i mattoncini che conosciamo adesso, e da quella data le diverse generazioni sono compatibili tra loro.
Si stima che ogni abitante della Terra abbia in casa 62 mattoncini, in media. Ma poiché soltanto a casa mia ce ne sono (penso) parecchie migliaia, immagino che la distribuzione sia fortemente asimmetrica.
Il LEGO è un’icona geek (suggerisco in proposito la lettura di Microserfs di Douglas Coupland), e io e i miei figli non facciamo eccezione. Uno psicologo potrebbe dire che sono il tipico giocattolo per autistici, o almeno per persone affette (in forma più o meno grave) dalla sindrome di Asperger: sono duri e squadrati, in contrapposizione a quelli tondi e morbidi, come i peluche, che stimolano un attaccamento effettivo piuttosto che il ragionamento logico.
LEGO ha generato LOGO, e LOGO ha generato STARLOGO e NETLOGO: ma questa è tutta un’altra genealogia biblica.
Una galleria di immagini di realizzazioni fatte con LEGO la trovate qui.
Non sono d’accordo su tutto, e in particolare sulle proposte, ma l’attacco di questo intervento di Jacopo Fo, oltre che divertente, mi apre anche da condividere. Il resto del post lo trovate sul suo blog.
Mi chiedo se veramente dovremo patire un’altra stagione di Berlusconi. Niente Santoro, neanche quel poco che avevamo, la Rai ridotta a un sistema per trovar ragazze piacenti disposte a far pompini ai capi, altri condoni, altre leggi per salvare i capi, il ponte sullo stretto di Messina, i buchi della Tav nelle montagne d’amianto, i nostri soldati che tornano a combattere in Iraq, l’Italia in cima agli obiettivi dei terroristi, le botte nei cortei, il debito pubblico che esplode, gli evasori fiscali che fanno festa, i poveri ancora più poveri e cornuti.
Non credo proprio che l’Italia possa reggere a una nuova cura Berlusconi.
D’altra parte il centrosinistra si è sparato nei coglioni da solo, trascinato dalla peggiore gentaglia che aveva accettato per vincere.
Dini con la moglie condannata per furbate finanziarie, Mastella incriminato con tutta la sua famiglia, Bassolino e Jervolino che fanno sprofondare la Campania nella monnezza.
Una sinistra stupida, che non è stata capace di comunicare niente di quel poco di buono che ha fatto.
Sicuramente il governo Prodi ha eseguito la respirazione bocca a bocca all’Italia e il cuore del Paese ha ripreso miracolosamente a battere.
Ma ha fatto troppo poco.
Difficile dare giudizi. E non è tutta colpa neanche dei politici. L’Italia è proprio spaccata tra onesti e furbi, lavoratori e raccomandati. I partiti rispecchiano questa situazione di stallo.
Nessuno può governare senza scendere a patti con un po’ di furfanti.
È indiscutibile che se Mastella e Dini avessero scelto di stare alle elezioni con la destra non avremmo avuto il governo Prodi e quel che di buono ne è venuto.
Il problema dell’Italia è che Mastella non vede proprio cosa ci sia di male a trafficare per la nomina di un ginecologo. E quasi la metà della sinistra è d’accordo con lui, la destra quasi tutta.
Il centro della questione è che da noi è normale iscriversi a un partito per diventare primario in ospedale. Ed è normale telefonare a un politico per avere una Tac in fretta.
E sia chiaro che con Berlusconi al governo non ci sarà spazio politico per niente.
Il peso del V-Day con Prodi è molto più grande che con Berlusconi che è un lanzichenecco e se ne frega di qualunque cosa.
Il suo referente sono gli italiani che non vogliono pagare le tasse, cosa vuoi che gliene freghi se raccogliamo firme contro gli inquisiti in Parlamento? Lui fa una legge che ti cancella anche le firme con la scolorina.
Pochi sanno che il primo genocidio del XX secolo ebbe luogo in Africa, in Namibia.
All’inizio del secolo l’attuale Namibia era una colonia tedesca (Deutsch-Südwestafrika). La politica coloniale tedesca nella regione incoraggiava i coloni bianchi a occupare i pascoli degli indigeni (il territorio era abitato dai Khoikhoi, cacciatori e raccoglitori, e da vari gruppi di allevatori bantu, di cui gli Herero e i Nama). Oltre all’occupazione delle terre manu militari (operavano sul territorio le Schutztruppe imperiali), i neri erano spesso ridotti in schiavitù r avviati al lavoro coatto.
Nel 1903 e 1904 si succedettero due sollevazioni: prima i Nama sotto la guida di Hendrik Witbooi (60 tedeschi uccisi) e poi gli Herero di Samuel Maharero (120 tedeschi uccisi). Nell’ottobre del 1904 Berlino inviò un contingente di 14.000 soldati, al comando del generale Lothar von Trotha per risolvere la crisi:
Io, il grande generale dell’esercito tedesco, invio questa lettera al popolo Herero […] Tutti gli Herero devono lasciare questa terra […] Ogni Herero sorpreso entro i confini tedeschi, con o senza armi, con o senza bestiame, sarà passato per le armi. Non accoglierò più donne o bambini: li accompagnerò fuori dai confini [cioè nel deserto del Kalahari] o sparerò. Questa la mia decisione sugli Herero.
Quando, alla fine dell’anno, il Kaiser ritirò l’ordine, il peggio era compiuto. Le condizioni del deserto erano proibitive e i più morirono di sete (si racconta di scheletri trovati nel fondo di buche profonde fino a 20 metri, scavate nel disperato tentativo di trovare l’acqua).
I sopravvissuti, in prevalenza donne e bambini, furono internati in campi di concentramento (si presero a modello quelli creati dai britannici nella guerra boera). Le autorità tedesche diedero un numero di matricola a ogni internato e ne registrarono meticolosamente la morte, nel campo o durante i lavori forzati. Quando i campi furono chiusi nel 1908, tra il 50 e l’80% degli internati era morto di fame, fatica o malattia.
Secondo il rapporto Whitaker (ONU 1985), tra il 1904 e il 1907 morirono 65.000 Herero (l’80% della popolazione originaria) e 10.000 Nama (la metà della popolazione originaria).
Nel 2005, Channel Four della BBC ha dedicato un ampio documentario al genocidio della Namibia. Lo potete vedere qui sotto.
Mi sono imbattuto in questo documentario (in vendita nelle librerie in cofanetto libro+DVD) quasi per caso: sto lavorando a una breve ricostruzione dell’evoluzione del nostro paese dagli anni Cinquanta a oggi, utilizzando informazioni statistiche e concentrandomi soprattutto sugli aspetti che influenzano l’assetto urbano e territoriale. Mi ha attirato, sulla copertina, il riferimento al documentario “fantasma ” di Joris Ivens, L’Italia non è un paese povero: commissionato da Enrico Mattei e girato nel 1959-1960, con la collaborazione dei fratelli Taviani, di Enrico Maria Salerno come narratore e di Alberto Moravia per i testi, il documentario fu massacrato in sede di montaggio dalla produzione (non si potevano far vedere le miserie nazionali), tanto che il regista ne disconobbe la paternità. Va ascritto a Tinto Brass, che aveva lavorato come aiuto regista e addetto alle riprese della seconda unità, il merito di aver salvato il positivo del montaggio originale di Ivens, di averlo portato in Francia con la valigia diplomatica e infine pubblicato nel 1999. La vicenda è raccontata da un documentario (Quando l’Italia non era un paese povero) e da un sito.
Vicari ripercorre la strada di Ivens 45 anni dopo, ma a ritroso, da sud a nord. E l’Italia è cambiata: la miseria estrema è meno diffusa, ma manca quel senso di speranza che pervadeva (forse anche un po’ strumentalmente, data la committenza ENI) l’Italia del boom.
Qui c’è molta tristezza, molta rassegnazione (e la sensazione che chi ancora spera lo faccia più con l’ottimismo della volontà che con gli strumenti culturali, tecnici, sociali e politici che sarebbero necessari per concepire un progetto di futuro e per realizzarlo). Vengono in mente, soprattutto in questi giorni post-prodiani e post-mastelliani, un sacco di domande e qualche battuta amara:
L’Italia non è un paese povero, è un povero paese (trovato su un blog)
L’Italia è il paese più sviluppato del terzo mondo (citato da Giovanni De Mauro su Internazionale)
Al di là della lodevole intenzione di “contrattare l’alternativa sociale sul tavolo di governo” (Gabriele Polo), quale era il progetto di Italia del governo Prodi e della sua coalizione? Dove lo trovo nelle 282 pagine del programma (largamente inattuato)? Quali risposte diamo agli abitanti di una Gela devastata, agli operai di Termini Imerese che emigrano di nuovo, agli abitanti della Val Basento e di Melfi (un sogno infranto e uno ancora attivo), ai ricercatori della Casaccia precari a 43 anni, ai piccoli imprenditori di Prato (un modello economico e sociale che nel 1960 non era ancora nato e che nel 2006 era già agonizzante), alle contraddizioni di Marghera?
Secondo l’enciclopedia Britannica Online, esattamente 100 anni fa Robert Baden-Powell istituì il primo gruppo di scout. Il movimento scoutistico però ha festeggiato il suo centenario lo scorso anno, commemorando il campo di Brownsea Island (31 luglio-9 agosto 1907). Il 1° agosto 2007, all’alba, gli scout di tutto uil mondo hanno rinnovato la promessa. In Italia l’evento principale è stato quello del Circo Massimo a Roma, dove erano presenti i principali esponenti dello scoutismo e del governo (Romano Prodi, Giovanna Melandri, Giuseppe Fioroni).
Strano tipo, questo Baden-Powell (che gli scout adorano come gli aderenti all’Opus dei adorano Escrivà de Balaguer). O, quanto meno, profilo psicologico interessante. Il padre (prete anglicano) era professore di geometria a Oxford e aveva già 4 figli da 2 precedenti matrimoni quando – a 50 anni – sposò Henrietta Grace Smyth (che di anni ne aveva 22): presto ebbero altri 4 figli (tra il 1847 e il 1850, uno all’anno) e, dopo una pausa durante la quale ebbero altri figli morti da piccoli, una nuova serie di 3 figli tra il 1857 e il 1860. Robert è il primo della terza serie. Nel 1860 il padre muore e il piccolo Robert viene allevato dall’energica madre. Più tardi frequenta la prestigiosa (e famigerata) public school di Charterhouse (meriterebbe un post a sé, ma ci basti qui dire che tra gli Old Carthusians ci sono Peter Gabriel e i primi Genesis) e, dicono gli apologeti, matura abilità scoutistiche facendo marachelle nei boschi. Ma suona anche il piano e il violino, recita, cattura e dipinge farfalle (con entrambe le mani).
Della vita sessuale di Baden-Powell, e in particolare se fosse omosessuale, non ce ne può fregare di meno. Ci interessa, invece, il suo ruolo come militare e come poliziotto nella guerra boera.
Nel 1876 abbraccia la carriera militare, come tenente. Prima in India, poi in Sudafrica, a Malta e di nuovo in Africa (Rhodesia, Sudafrica e Africa occidentale) e in India. Lo scoppio della guerra boera lo trova il più giovane colonnello dell’impero. L’assedio di Mafeking, quando resiste per 217 giorni a preponderanti forze boere, ma con costi di vite umane spaventosi (le razioni assegnate ai neri erano molto più contenute di quelle dei bianchi e almeno 2.000 morirono di fame), ne fa un eroe. È in quest’occasione che crea e utilizza con successo un corpo di cadetti.
Il suo incarico successivo è quello di comandante della polizia sudafricana. Non è una pagina limpida. Anche se pare che non fu Baden-Powell, ma Lord Kitchener, a organizzare i primi veri campi di concentramento della storia, il nostro era pur sempre il capo della polizia.
Secondo l’Oxford English Dictionary: a concentration camp is a camp where non-combatants of a district are accommodated, such as those instituted by Lord Kitchener during the South African war of 1899-1902. La distinzione importante è tra internare e imprigionare. Si imprigiona un individuo dopo un legale processo; si interna un gruppo sulla base di criteri di pericolosità (politica, etnica, sociale…). Formalmente, gli inglesi li dipinsero come una sorta d’aiuto umanitario alle famiglie le cui fattorie erano state distrutte dalla guerra; in realtà, era una componente della tattica della “terra bruciata” utilizzata per contrastare la guerriglia boera (la tattica prevedeva la distruzione delle fattorie e dei raccolti, l’avvelenamento dei pozzi, lo spargimento di sale sulla terra per renderla improduttiva e, naturalmente, la deportazione degli abitanti). Ne furono costituiti 34 (laager, in Afrikaaner). Non erano campi di sterminio, ma le razioni erano insufficienti, le condizioni igieniche spaventose, l’assistenza medica inesistente. Un rapporto britannico, a guerra finita, dà queste cifre: 27.927 boeri (di cui 22.074 bambini sotto i 16 anni) e 14.154 neri (altre fonti parlano di oltre 20.000) morti. Si tratta del 25% degli internati, uno su quattro. E pensare che i boeri morti in battaglia furono soltanto 3.000! Iniziava il secolo XX e la guerra moderna.
Qui sotto: Lizzie van Zyl, una bambina boera, sul suo letto di morte al laager di Bloemfontein.