Educazione siberiana: ma anche …

Dopo che ho letto e recensito il romanzo in questione, altri ne hanno parlato, mettendo in dubbio che l’autore abbia raccontato una storia reale. Naturalmente, questo non cambia niente: la qualità del romanzo e il mio giudizio restano invariati. Anzi, se possibile, la mia ammirazione per l’autore aumenta. Ma penso sia giusto tenervi informati.

Ecco i due articoli. Il primo è uscito su La stampa del 23 giugno 2009.

Il libro

Fantasie siberiane

Indagine su un libro culto della mafia post sovietica. Sembrava tutto vero

ANNA ZAFESOVA

Scusi, da che parte si trova Fiume Basso? La mitica roccaforte degli Urca siberiani descritta da Nicolai Lilin nel suo Educazione siberiana (Einaudi) come la terra dove ha imparato il codice d’onore criminale, crescendo tra coltelli, pistole, icone e tatuaggi? Gli abitanti di Bendery scrollano le spalle, poi suggeriscono di allontanarsi dal centro per un paio di isolati, nel «settore privato», come nella provincia ex sovietica si chiamano i quartieri di casette quasi rurali a uno-due piani, con orto e giardino. Ma è il quartiere dei siberiani? Denis Poronok è perplesso: «Chi sono? Mai sentiti».

Questa è la Transnistria, che nell’immaginario del lettore italiano si colloca a metà tra Corleone e Macondo. Una scheggia dell’impero sovietico tra l’Ucraina e la Moldova, che vive dal 1990 in un limbo giuridico e politico: falce e martello nella bandiera, guarda a Mosca, ma formalmente resta parte della Moldova, anche se si comporta con indipendenza. La Siberia è lontana migliaia di chilometri, ma è qui che è nato il fenomeno letterario della stagione: la storia dell’adolescenza di Nicolai e della sua «famiglia» siberiana che animava una resistenza al regime con le armi in mano. Una storia descritta nei particolari, nomi, luoghi, circostanze, usi e costumi. Tra i russi che hanno avuto modo di leggerla, la mitologia siberiana ha suscitato irritazione e perplessità. «La nostra è una città multietnica, russi, ucraini, moldavi, la zarina Caterina aveva mandato coloni tedeschi ed era numerosa la comunità ebraica. Ma i siberiani non si sono mai visti», dice Denis, fotografo e cameramen della tv locale.

Una perplessità normale per i russi, per i quali i siberiani non sono un’entità separata, ma al massimo quei 36 milioni che abitano i 13 milioni di chilometri quadrati (tre volte l’Ue) dagli Urali al Pacifico, composti da galeotti e scienziati, cacciatori indigeni e ingegneri dei pozzi petroliferi. Secondo Lilin, gli Urca sarebbero una minoranza etnica «discendente degli antichi Efei» che viveva di caccia e rapina e che dalla Siberia venne deportata in Transnistria negli anni ‘30, quando era parte della Romania (sarebbe stata annessa all’Urss nel 1940, nella spartizione dell’Europa tra Stalin e Hitler). Così i comunisti avrebbero popolato «l’impero romeno», come lo chiama lo scrittore, di criminali russi sconfiggendo le cosche locali. «Assurdo», ride Pavel Polian, storico russo che da 25 anni studia le deportazioni di comunismo e nazismo: «Si deportava in Siberia, ma non dalla Siberia, meno che mai in Moldova. E gli Efei non sono mai esistiti».

Anche degli Urca i dizionari etnografici non portano traccia. In compenso, vengono citati già nel 1908 nel vocabolario del gergo criminale di Trakhtenberg: urka, o urkagan, criminali di professione, ladri, bari, rapinatori. Una parola antica, un esercito criminale che dalle pagine di Solzhenitsyn, Shalamov e Herling appare dotato di una ferocia disumana, usato nel Gulag contro i detenuti politici. Oggi i loro eredi preferiscono chiamarsi «vory», ladri. La «famiglia» di Lilin potrebbe essere una scheggia di quel mondo? «Non ho mai sentito parlare di una mafia siberiana separata con quelle tradizioni», dice Federico Varese, professore di criminologia a Oxford e uno dei massimi esperti di mafia russa. E l’arte segreta dei tatuaggi? «Fa parte della subcultura dei “vory”, con particolare enfasi sulle madonne, negli Urali esistono cosche “blu”, dal colore dell’inchiostro sulla pelle», dice Mark Galeotti, professore alla New York University che studia la criminalità postsovietica. «Ma sono comuni a tutti i criminali russi».

Secondo Lilin l’esistenza stessa degli Urca era un segreto del regime. Una comunità quasi estinta, che aveva lasciato un segno profondo, vincendo da sola la guerra del 1992, quando la Moldova in preda a bollenti spiriti postsovietici ha invaso la provincia separatista. In Educazione siberiana si narra del trionfo dei «siberiani», riusciti a far esplodere uno dei due cinema di Bendery pieno di militari. Marian Bozhesku, ricercatore ucraino autore di Transnistria 1989-1992, lo studio più esaustivo sul conflitto, dice di non averne mai sentito parlare. «Per noi il ricordo della guerra è ancora vivissimo, abbiamo combattuto disperatamente, dire che sono stati i criminali a vincerla è ridicolo», s’indigna Denis Poronok, che ha la stessa età di Lilin, 31 anni, e contesta la «versione di Nicolai»: «Il cinema esploso è una fiaba, e nel ‘92 a Bendery c’erano quattro sale, non due».

La Macondo dei siberiani moldavi si sgretola così, un mondo dove geografia e storia diventano fiction. Resta la storia di un ragazzo cresciuto in periferia tra gang e degrado. Una biografia nella quale molti russi si riconoscerebbero. Ma Bendery è una città piccola, 80 mila abitanti dove tutti si conoscono. Conoscono anche Nicolai (anche se all’epoca portava un altro cognome), si ricordano i suoi genitori e il nonno Boris, «grande persona, ha lavorato fino all’ultimo», dice un coetaneo dello scrittore. Si frequentavano quando erano ventenni, è stato anche a casa sua: «Non c’erano icone, né armi, nessun oggetto “siberiano”. Lui era uno curioso, leggeva molto». Nulla di criminale? «Mai sentito che fosse stato in galera, anzi si diceva che a un certo punto si fosse arruolato nella polizia». L’ha rivisto quando Nicolai è tornato a casa, l’anno scorso, accompagnato da un italiano che presentava come produttore tv: «Voleva girare un film sulla Transnistria, diceva che in Italia ne hanno l’idea sbagliata di un luogo orribile, voleva mostrare che siamo gente normale, certo non stiamo benissimo, ma nemmeno così male. Gli avevo presentato artisti, intellettuali, giornalisti». Tra i quali anche Denis: «Mi aveva invitato in Italia a fare una mostra fotografica. Ora che ci penso, se ci fossi andato mi avrebbe spacciato per un Urca siberiano, tanto non avrei capito nulla».

Il secondo è uscito su Alias, supplemento culturale de il manifesto, il 1° agosto 2009 (n. 31, p. 8).

Bersagli

Siberia

Nicolai Lilin: armi e icone a Fiume basso

di Massimo Maurizio

Educazione siberiana (Einaudi, pp. 348, € 20,00) è un romanzo che non passa inosservato: fin dal suo apparire ha suscitato accese discussioni, provocate prima di tutto dal messaggio che comunica e dai dubbi sulla veridicità della storia (vedi, ad esempio, A. Zafesova, «Fantasie siberiane», La Stampa, 23.06.2009). La prima opera di Nicolai Lilin (1980) è un’autobiografia dell’autore, nato e cresciuto a Bender (Tighina), città nella zona cuscinetto creata dopo la guerra del 1992 tra la Transnistria e la Moldavia. Transnistria, dunque, in romeno e italiano, ma Prednistov’e (Cisnistria) in russo. Due prospettive differenti per denotare la stessa realtà geografica: «trans-» e «cis-», prospettive, quella russa e occidentale, opposte, come la volontà di conferire un riconoscimento giuridico a questa lingua di terra tra Moldavia e Ucraina. La Transnistria è conosciuta per lo più per il fascino macabro che emana la sua disgraziata situazione di ultimo stato sovietico d’Europa e crocevia per traffici di armi, droga e organi. Ma non è tutto qui. Lilin racconta la vita a Fiume basso, il suo quartiere nativo; la comunità in cui è nato e cresciuto è formata da «criminali onesti» che seguono un codice d’onore ferreo e che conducono una vita quasi ascetica, con l’unica concessione di possedere icone e armi a volontà. Una comunità criminale discendente del popolo Urka e insorta contro il regime zarista e quello sovietico, originaria della Siberia e vittima, negli anni trenta, del trasferimento forzato di popolazioni voluto da Stalin. Il romanzo, ricco di storie e leggende Urka, racconta la vita di un ragazzo nato e cresciuto in un contesto da cui è difficile affrancarsi, psicologicamente prima di tutto; narra della sua vita di risse e violenza, forse l’unica possibile in quello specifico humus storico- sociale. L’educazione del titolo è quella impartita dai vecchi, dalla famiglia allargata della comunità, fondata su una visione della vita autonoma e anarchica rispetto a qualunque sistema di potere. I valori e i consigli dei genitori ai giovani sembrano quelli «tradizionali » (rispetto degli anziani e dei deboli, essere educato, stare lontani dalle compagnie sbagliate), ma si radicano in un contesto in cui la società civile è totalmente assente, in un mondo privo di strutture sociali cui appellarsi; in questo senso, al di là della veridicità storica e fattuale, il racconto di Lilin potrebbe essere ambientato in buona parte della provincia russa di oggi. Educazione siberiana è di fatto una rivisitazione, una reinterpretazione della vita russa tradizionale, adattata al contesto di Bender; l’autore indugia con piacere su realija della vita quotidiana e del mondo criminale, arricchendoli con commenti e digressioni personali; questo è certamente un fattore di grande interesse per un romanzo con velleità di studio antropologico. La lingua è talvolta rozza, imprecisa, ma viva e avvincente, e questo, forse, proprio in virtù della ruvidezza che le è congenita e che il lavoro certosino di un correttore avrebbe probabilmente appiattito e neutralizzato.

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Perceptual Edge

Vi segnalo un bel sito (commerciale). Mi riprometto di tornarci su quando l’avrò esplorato un po’ meglio.

Ma intanto mi sembra utile riportarne la ragion d’essere – molto profonda e che condivido appieno.

We are overwhelmed by information, not because there is too much, but because we don’t know how to tame it. Information lies stagnant in rapidly expanding pools as our ability to collect and warehouse it increases, but our ability to make sense of and communicate it remains inert, largely without notice.

Computers speed the process of information handling, but they don’t tell us what the information means or how to communicate its meaning to decision makers. These skills are not intuitive; they rely largely on analysis and presentation skills that must be learned.

Perceptual Edge focuses on the tools and techniques of visual business intelligence to help you make better use of your valuable information assets.

Naturalmente, il potere esplicativo e illustrativo delle rappresentazioni grafiche per sintetizzare e comprendere meglio l’informazione quantitativa, e quella statistica in particolare, non è una scoperta di adesso. Riporto qui sotto 2 esempi celebri.

Del primo – cioè di come il medico inglese John Snow giunse a ipotizzare che l’epidemia londinese di colera del 1854 si fosse diffusa a partire da una pompa di acqua potabile contaminata dalle fogne, all’intersezione tra Cambridge Street e Broad Street, nel quartiere di Soho – ho già parlato qui. Come potete vedere qui sotto (è soltanto un dettaglio della cartina completa), Snow riportò su una mappa di Londra il numero dei malati residenti in ciascuna abitazione, rappresentando ogni caso con un piccolo rettangolo. Ottenne così per ogni abitazione (per ogni numero civico, diremmo noi oggi) un istogramma proporzionale al numero di casi e in questo modo, intuitivamente (ma noi oggi chiameremmo la tecnica utilizzata un diagramma di Voronoj ante litteram), individuò il focolaio d’infezione.

Il secondo esempio è la rappresentazione grafica della campagna di Russia di Napoleone realizzata da Charles Minard (un ingegnere civile francese) nel 1869. La mappa di Minard è considerata un caposaldo della rappresentazione grafica dell’informazione quantitativa, che riassume in modo economico e compatto informazione geografica (l’itinerario delle truppe è rappresentato schematicamente ma fedelmente), temporale, quantitativa (la consistenza dell’armata è proporzionale allo spessore del tratto) e meteorologica.