Il giorno più lungo

‘Do you always watch for the longest day of the year and then miss it? I always watch for the longest day of the year and then miss it.’

Francis Scott Fitzgerald. The Great Gatsby.

I missed it.

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Alla sera – Ugo Foscolo

Forse perché della fatal quïete
tu sei l’immago a me sì cara vieni
o Sera! E quando ti corteggian liete
le nubi estive e i zeffiri sereni,

e quando dal nevoso aere inquïete
tenebre e lunghe all’universo meni
sempre scendi invocata, e le secrete
vie del mio cor soavemente tieni.

Vagar mi fai co’ miei pensier su l’orme
che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
questo reo tempo, e van con lui le torme

delle cure onde meco egli si strugge;
e mentre io guardo la tua pace, dorme
quello spirto guerrier ch’entro mi rugge.

Grazie a Egidio Edini, che me l’ha regalata e me ne ha fatto capire la grandezza. E dopo più di quarant’anni è ancora con me, in questa sera di maggio finalmente serena.

La ginestra

Oggi era un tripudio, lungo l’autostrada di Fiumicino.

LA GINESTRA

O IL FIORE DEL DESERTO

E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce.

Giovanni, III, 19

Qui su l’arida schiena

Del formidabil monte

Sterminator Vesevo,

La qual null’altro allegra arbor né fiore,

Tuoi cespi solitari intorno spargi,

Odorata ginestra,

Contenta dei deserti. Anco ti vidi

De’ tuoi steli abbellir l’erme contrade

Che cingon la cittade

La qual fu donna de’ mortali un tempo,

E del perduto impero

Par che col grave e taciturno aspetto

Faccian fede e ricordo al passeggero.

Or ti riveggo in questo suol, di tristi

Lochi e dal mondo abbandonati amante,

E d’afflitte fortune ognor compagna.

Questi campi cosparsi

Di ceneri infeconde, e ricoperti

Dell’impietrata lava,

Che sotto i passi al peregrin risona;

Dove s’annida e si contorce al sole

La serpe, e dove al noto

Cavernoso covil torna il coniglio;

Fur liete ville e colti,

E biondeggiàr di spiche, e risonaro

Di muggito d’armenti;

Fur giardini e palagi,

Agli ozi de’ potenti

Gradito ospizio; e fur città famose

Che coi torrenti suoi l’altero monte

Dall’ignea bocca fulminando oppresse

Con gli abitanti insieme. Or tutto intorno

Una ruina involve,

Dove tu siedi, o fior gentile, e quasi

I danni altrui commiserando, al cielo

Di dolcissimo odor mandi un profumo,

Che il deserto consola. A queste piagge

Venga colui che d’esaltar con lode

Il nostro stato ha in uso, e vegga quanto

È il gener nostro in cura

All’amante natura. E la possanza

Qui con giusta misura

Anco estimar potrà dell’uman seme,

Cui la dura nutrice, ov’ei men teme,

Con lieve moto in un momento annulla

In parte, e può con moti

Poco men lievi ancor subitamente

Annichilare in tutto.

Dipinte in queste rive

Son dell’umana gente

Le magnifiche sorti e progressive .

Qui mira e qui ti specchia,

Secol superbo e sciocco,

Che il calle insino allora

Dal risorto pensier segnato innanti

Abbandonasti, e volti addietro i passi,

Del ritornar ti vanti,

E procedere il chiami.

Al tuo pargoleggiar gl’ingegni tutti,

Di cui lor sorte rea padre ti fece,

Vanno adulando, ancora

Ch’a ludibrio talora

T’abbian fra sé. Non io

Con tal vergogna scenderò sotterra;

Ma il disprezzo piuttosto che si serra

Di te nel petto mio,

Mostrato avrò quanto si possa aperto:

Ben ch’io sappia che obblio

Preme chi troppo all’età propria increbbe.

Di questo mal, che teco

Mi fia comune, assai finor mi rido.

Libertà vai sognando, e servo a un tempo

Vuoi di novo il pensiero,

Sol per cui risorgemmo

Della barbarie in parte, e per cui solo

Si cresce in civiltà, che sola in meglio

Guida i pubblici fati.

Così ti spiacque il vero

Dell’aspra sorte e del depresso loco

Che natura ci diè. Per questo il tergo

Vigliaccamente rivolgesti al lume

Che il fe’ palese: e, fuggitivo, appelli

Vil chi lui segue, e solo

Magnanimo colui

Che sé schernendo o gli altri, astuto o folle,

Fin sopra gli astri il mortal grado estolle.

Uom di povero stato e membra inferme

Che sia dell’alma generoso ed alto,

Non chiama sé né stima

Ricco d’or né gagliardo,

E di splendida vita o di valente

Persona infra la gente

Non fa risibil mostra;

Ma sé di forza e di tesor mendico

Lascia parer senza vergogna, e noma

Parlando, apertamente, e di sue cose

Fa stima al vero uguale.

Magnanimo animale

Non credo io già, ma stolto,

Quel che nato a perir, nutrito in pene,

Dice, a goder son fatto,

E di fetido orgoglio

Empie le carte, eccelsi fati e nove

Felicità, quali il ciel tutto ignora,

Non pur quest’orbe, promettendo in terra

A popoli che un’onda

Di mar commosso, un fiato

D’aura maligna, un sotterraneo crollo

Distrugge sì, che avanza

A gran pena di lor la rimembranza.

Nobil natura è quella

Che a sollevar s’ardisce

Gli occhi mortali incontra

Al comun fato, e che con franca lingua,

Nulla al ver detraendo,

Confessa il mal che ci fu dato in sorte,

E il basso stato e frale;

Quella che grande e forte

Mostra sé nel soffrir, né gli odii e l’ire

Fraterne, ancor più gravi

D’ogni altro danno, accresce

Alle miserie sue, l’uomo incolpando

Del suo dolor, ma dà la colpa a quella

Che veramente è rea, che de’ mortali

Madre è di parto e di voler matrigna.

Costei chiama inimica; e incontro a questa

Congiunta esser pensando,

Siccome è il vero, ed ordinata in pria

L’umana compagnia,

Tutti fra sé confederati estima

Gli uomini, e tutti abbraccia

Con vero amor, porgendo

Valida e pronta ed aspettando aita

Negli alterni perigli e nelle angosce

Della guerra comune. Ed alle offese

Dell’uomo armar la destra, e laccio porre

Al vicino ed inciampo,

Stolto crede così qual fora in campo

Cinto d’oste contraria, in sul più vivo

Incalzar degli assalti,

Gl’inimici obbliando, acerbe gare

Imprender con gli amici,

E sparger fuga e fulminar col brando

Infra i propri guerrieri.

Così fatti pensieri

Quando fien, come fur, palesi al volgo,

E quell’orror che primo

Contra l’empia natura

Strinse i mortali in social catena,

Fia ricondotto in parte

Da verace saper, l’onesto e il retto

Conversar cittadino,

E giustizia e pietade, altra radice

Avranno allor che non superbe fole,

Ove fondata probità del volgo

Così star suole in piede

Quale star può quel ch’ha in error la sede.

Sovente in queste rive,

Che, desolate, a bruno

Veste il flutto indurato, e par che ondeggi,

Seggo la notte; e su la mesta landa

In purissimo azzurro

Veggo dall’alto fiammeggiar le stelle,

Cui di lontan fa specchio

Il mare, e tutto di scintille in giro

Per lo vòto seren brillare il mondo.

E poi che gli occhi a quelle luci appunto,

Ch’a lor sembrano un punto,

E sono immense, in guisa

Che un punto a petto a lor son terra e mare

Veracemente; a cui

L’uomo non pur, ma questo

Globo ove l’uomo è nulla,

Sconosciuto è del tutto; e quando miro

Quegli ancor più senz’alcun fin remoti

Nodi quasi di stelle,

Ch’a noi paion qual nebbia, a cui non l’uomo

E non la terra sol, ma tutte in uno,

Del numero infinite e della mole,

Con l’aureo sole insiem, le nostre stelle

O sono ignote, o così paion come

Essi alla terra, un punto

Di luce nebulosa; al pensier mio

Che sembri allora, o prole

Dell’uomo? E rimembrando

Il tuo stato quaggiù, di cui fa segno

Il suol ch’io premo; e poi dall’altra parte,

Che te signora e fine

Credi tu data al Tutto, e quante volte

Favoleggiar ti piacque, in questo oscuro

Granel di sabbia, il qual di terra ha nome,

Per tua cagion, dell’universe cose

Scender gli autori, e conversar sovente

Co’ tuoi piacevolmente, e che i derisi

Sogni rinnovellando, ai saggi insulta

Fin la presente età, che in conoscenza

Ed in civil costume

Sembra tutte avanzar; qual moto allora,

Mortal prole infelice, o qual pensiero

Verso te finalmente il cor m’assale?

Non so se il riso o la pietà prevale.

Come d’arbor cadendo un picciol pomo,

Cui là nel tardo autunno

Maturità senz’altra forza atterra,

D’un popol di formiche i dolci alberghi,

Cavati in molle gleba

Con gran lavoro, e l’opre

E le ricchezze che adunate a prova

Con lungo affaticar l’assidua gente

Avea provvidamente al tempo estivo,

Schiaccia, diserta e copre

In un punto; così d’alto piombando,

Dall’utero tonante

Scagliata al ciel profondo,

Di ceneri e di pomici e di sassi

Notte e ruina, infusa

Di bollenti ruscelli

O pel montano fianco

Furiosa tra l’erba

Di liquefatti massi

E di metalli e d’infocata arena

Scendendo immensa piena,

Le cittadi che il mar là su l’estremo

Lido aspergea, confuse

E infranse e ricoperse

In pochi istanti: onde su quelle or pasce

La capra, e città nove

Sorgon dall’altra banda, a cui sgabello

Son le sepolte, e le prostrate mura

L’arduo monte al suo piè quasi calpesta.

Non ha natura al seme

Dell’uom più stima o cura

Che alla formica: e se più rara in quello

Che nell’altra è la strage,

Non avvien ciò d’altronde

Fuor che l’uom sue prosapie ha men feconde.

Ben mille ed ottocento

Anni varcàr poi che spariro, oppressi

Dall’ignea forza, i popolati seggi,

E il villanello intento

Ai vigneti, che a stento in questi campi

Nutre la morta zolla e incenerita,

Ancor leva lo sguardo

Sospettoso alla vetta

Fatal, che nulla mai fatta più mite

Ancor siede tremenda, ancor minaccia

A lui strage ed ai figli ed agli averi

Lor poverelli. E spesso

Il meschino in sul tetto

Dell’ostel villereccio, alla vagante

Aura giacendo tutta notte insonne,

E balzando più volte, esplora il corso

Del temuto bollor, che si riversa

Dall’inesausto grembo

Su l’arenoso dorso, a cui riluce

Di Capri la marina

E di Napoli il porto e Mergellina.

E se appressar lo vede, o se nel cupo

Del domestico pozzo ode mai l’acqua

Fervendo gorgogliar, desta i figliuoli,

Desta la moglie in fretta, e via, con quanto

Di lor cose rapir posson, fuggendo,

Vede lontan l’usato

Suo nido, e il picciol campo,

Che gli fu dalla fame unico schermo,

Preda al flutto rovente,

Che crepitando giunge, e inesorato

Durabilmente sovra quei si spiega.

Torna al celeste raggio

Dopo l’antica obblivion l’estinta

Pompei, come sepolto

Scheletro, cui di terra

Avarizia o pietà rende all’aperto;

E dal deserto foro

Diritto infra le file

Dei mozzi colonnati il peregrino

Lunge contempla il bipartito giogo

E la cresta fumante,

Che alla sparsa ruina ancor minaccia.

E nell’orror della secreta notte

Per li vacui teatri,

Per li templi deformi e per le rotte

Case, ove i parti il pipistrello asconde,

Come sinistra face

Che per vòti palagi atra s’aggiri,

Corre il baglior della funerea lava,

Che di lontan per l’ombre

Rosseggia e i lochi intorno intorno tinge.

Così, dell’uomo ignara e dell’etadi

Ch’ei chiama antiche, e del seguir che fanno

Dopo gli avi i nepoti,

Sta natura ognor verde, anzi procede

Per sì lungo cammino

Che sembra star. Caggiono i regni intanto,

Passan genti e linguaggi: ella nol vede:

E l’uom d’eternità s’arroga il vanto.

E tu, lenta ginestra,

Che di selve odorate

Queste campagne dispogliate adorni,

Anche tu presto alla crudel possanza

Soccomberai del sotterraneo foco,

Che ritornando al loco

Già noto, stenderà l’avaro lembo

Su tue molli foreste. E piegherai

Sotto il fascio mortal non renitente

Il tuo capo innocente:

Ma non piegato insino allora indarno

Codardamente supplicando innanzi

Al futuro oppressor; ma non eretto

Con forsennato orgoglio inver le stelle,

Né sul deserto, dove

E la sede e i natali

Non per voler ma per fortuna avesti;

Ma più saggia, ma tanto

Meno inferma dell’uom, quanto le frali

Tue stirpi non credesti

O dal fato o da te fatte immortali.

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1° maggio 1971

Non volevo scrivere sul Primo Maggio, non oggi che Roma è percorsa dal corteo del sindacato fascista. Ma poi una coincidenza (un pezzo degli Area emerso casualmente sulla mia playlist) ha scatenato un ricordo (un provocatorio quanto attuale editoriale comparso su il manifesto – che era allora un neonato di pochi giorni – il 1° maggio 1971.

CONTRO IL LAVORO
il manifesto

Il primo maggio non è la festa del lavoro, come dice e vuole la liturgia del movimento operaio riformista o clericale. È la festa contro il lavoro: contro il lavoro per ciò che esso è e sarà sempre in una società capitalistica, in una società divisa in classi, in una società mercantile.
Questo i proletari non ci mettono molto a capirlo. E infatti, il solo modo che hanno di celebrare la loro giornata è quello di non lavorare. Il primo maggio è nato ed è vissuto per lunghi anni come uno sciopero, come uno scontro.
Non è una distinzione formale, una sottigliezza ideologica. Il problema del lavoro e dell’atteggiamento verso di esso è sempre stato il nodo profondo del marxismo: la vera discriminazione tra marxismo rivoluzionario e revisionismo.
Qual’è il problema per i revisionisti? Quello di dare al lavoro la giusta remunerazione e di fondare una nuova civiltà del lavoro: chi non lavora non mangia. Qual’è il problema per i rivoluzionari? Quello di abolire il lavoro salariato, cioè, oggi, il lavoro stesso, per costruire una civiltà fondata sulla libera e collettiva attività creatrice e su rapporti non mercificati fra gli uomini: a ciascuno secondo i suoi bisogni, da ciascuno secondo le sue capacità. Qui sta tutta la differenza tra socialismo come società capitalistica meno diseguale e più opulenta, e socialismo come rovesciamento del capitalismo dalle fondamenta.
Non si tratta, per il marxismo, di una ingenuità anarchica, del mito del buon selvaggio. Nessuno più di Marx ha fatto del lavoro il centro motore della storia, l’uomo stesso è il prodotto del suo lavoro. Ma proprio col suo lavoro l’uomo ha dominato la natura, ne ha decifrato le leggi, ha trasformato se stesso fino al punto in cui può rovesciare la storia e liberarsi dal lavoro come prima e ultima schiavitù, come qualcosa di estraneo a lui, di accettato per la necessità della sopravvivenza.
Il capitalismo è il momento storico in cui questa contraddizione e la possibilità di superarla maturano insieme. Da un lato il lavoro diventa, come lavoro salariato, fino in fondo e per tutti una realtà esterna, senza senso e contenuti, una alienazione insopportabile; dall’altro esso ha ormai prodotto un livello di forze produttive, prima fra tutte la capacità razionale dell’uomo, che consente il salto ad un ordine sociale in cui il lavoro, per ciò che è stato fin qui, sia soppresso. Soppresso non per lasciar posto ad un ozio stupido e al faticoso `tempo libero’ — che è solo l’altra faccia del lavoro alienato — ma ad un complesso di libera attività collettiva e di riposo creativo di una nuova capacità. Di tale attività, la produzione materiale dei mezzi di sussistenza può diventare un sottoprodotto naturale, progressivamente affidato alle macchine, che non giustifica assolutamente più né lo sfruttamento economico né la dominazione politica. Questa è l’essenza della rivoluzione comunista, della soppressione della proprietà privata, delle classi e dello stato. Ribellione alla condanna biblica: tu lavorerai con fatica.
Non è un caso che questo nucleo radicale del marxismo sia stato dimenticato o sia rimasto minoritario nel movimento operaio. Gli operai, come tutti gli uomini, possono porsi solo i problemi che sono effettivamente in grado di risolvere. Solo nella nostra epoca, della piena maturità del capitalismo e della sua degenerazione imperialistica, le grandi masse dell’occidente che hanno avuto dallo sviluppo capitalistico tutto ciò che potevano avere pagandolo con lo sfruttamento, e le grandi masse dell’oriente che dal capitalismo potrebbero avere solo fame e guerra, possono porsi realmente il problema del comunismo. Cioè il problema non solo di maggiore consumo e di lavoro sicuro, ma di un diverso significato del lavoro e del consumo. Qual è, se non questo, il senso profondo delle lotte di massa di operai, studenti, intellettuali degli ultimi anni? Qual’è, se non questo, il significato universale della rivoluzione culturale cinese?
Certo, tutto ciò può anche alimentare spinte ingenuamente neoanarchiche, l’illusione che si possa abolire il capitalismo d’un colpo; ribellarsi alla logica della produzione e `rifiutare il lavoro’ con un atto di ribellione soggettivistica e distruttiva; o usare delle macchine e degli uomini così come sono per una organizzazione comunista della società, senza una lunga e faticosa trasformazione delle une e degli altri, senza una società di transizione, e dunque senza organizzazione, violenza, sacrificio, invenzione, educazione. Ma ciò che oggi importa, come importava per Lenin, è cogliere in queste spinte `ingenue’ il nucleo di verità che oggi è maggiore di ieri, e senza del quale non è più possibile sfuggire all’egemonia ideale del capitalismo.
Questo vogliamo ricordare il primo maggio: per riscoprirne fino in fondo il significato di festa politica, di festa rivoluzionaria.

4 aprile 1968 – Martin Luther King (2)

A completamento del post di ieri, mi sembra utile riportare l’articolo di Marco d’Eramo che compare su il manifesto di oggi, 5 aprile 2008.

Martin Luther King, 40 anni dopo
Marco d’Eramo
Il Lorraine motel è ancora lì, in un quartiere non agiato di Memphis: a vederlo, pare un ambiente improbabile per un evento storico, tanto è liso e ordinario. Eppure alle sei del pomeriggio del 4 aprile 1968 Martin Luther King stava proprio al balcone, al primo (e ultimo) piano di quest’edificio prefabbricato, quando fu ucciso da una fucilata. Oggi – manco a dirlo – l’albergo è diventato un museo nazionale per i diritti civili.
Come tutti gli esseri scomodi, King andava prima ammazzato, compianto con un lutto nazionale, decorato con medaglie postume al valor civile, celebrato come strenuo martire per la libertà, indi musealizzato, e infine ridotto a innocua icona. La prima pietra del suo Memoriale con un scultura di Lei Yixin è stata posta nel 2006 a Washington dove nel 1963 tenne il famoso discorso in cui diceva «Ho un sogno» (I have a dream), frase citata così tante volte a proposito e a sproposito dai più disparati politici europei, da indurci all’oniromanzia comparata; mentre quasi nessuno ricorda la critica che Malcolm X rivolse a questo «sogno» di armonia razziale, quando definì la Marcia di Washington la «Farsa di Wahington».
Non c’è ghetto nero negli Usa che non sia traversato da un Martin Luther King Drive. Quegli stessi ghetti neri che non cessano di ricordarci come il sogno di King sia tuttora solo un sogno, a 40 anni dal suo omicidio: negli Stati uniti, rispetto ai bianchi, ancora adesso la vita media dei neri è sei anni più breve, la mortalità infantile è tripla, la probabilità di essere vittime di un omicidio è sei volte più alta. La percentuale di neri sotto la soglia della povertà è il triplo dei quella dei bianchi, mentre il reddito medio delle famiglie nere è un 35% più basso. Per non parlare dell’incarcerazione, che negli Stati uniti vede in atto il più grande «internamento razziale» della storia.
I neri sono solo il 12,5% della popolazione, ma quasi la metà dei detenuti. Un giovane maschio di un ghetto nero ha la certezza statistica di finire in galera almeno una volta nella sua vita. Anche la desegregazione sembra destinata a rimanere un sogno, se è vero che, grazie ad alcune recenti sentenze della Corte suprema, in tutte le città degli Stati uniti è in corso un processo di accelerata risegregazione razziale delle scuole (tema cui il Christian Science Monitor ha di recente dedicato una copertina). Di decennale in decennale, la rituale celebrazione degli anniversari a cifra tonda ha perciò una funzione insieme assolutoria e disinnescante. Come Ernesto Che Guevara è assurto a icona universale quando il termine «rivoluzione» è diventato una parolaccia, così onorare Martin Luther King è un artifizio della retorica collettiva per rimuovere il problema della superiorità bianca e cullarsi nella convinzione che negli Stati uniti si sia ormai richiusa la piaga razzista: un po’ come in India i benpensanti sostengono che le caste «sono un problema del passato». Quest’anno la compunta ipocrisia dell’anniversario è accentuata dalla concomitanza con l’accesa competizione in campo democratico per le primarie presidenziali e la folgorante ascesa di Barack Obama, Con balzani paragoni tra i due personaggi – e il nemmeno tanto sotterraneo auspicio, da parte di tanti razzisti di qua e di là dell’Atlantico, di vedere l’ascesa del senatore dell’Illinois terminare in un simile sanguinoso epilogo. L’ascesa di Obama sarebbe la dimostrazione vivente che il sogno di King si è avverato, che la vergogna del razzismo è ormai alle spalle e che gli Usa sono pronti per un presidente nero. In realtà il paese può restare benissimo razzista anche con un presidente nero, tanto più se una delle ragioni principali per cui molti americani bianchi votano Obama è che è «il primo nero che non li fa sentire colpevoli di essere bianchi». Obama fa parte di una ristretta, ma consistente borghesia nera che ha già espresso i Colin Powell e le Condoleezza Rice, una minoranza che si apre un varco nell’élite statunitense mentre statisticamente le sorti della comunità nera rimangono stazionarie, quando non si aggravano. Ma soprattutto, Martin Luther King era il portavoce dei neri, mentre Barack Obama fa di tutto per essere un candidato nero sì, ma «postrazziale» e soprattutto non «candidato dei neri». Senza contare altre differenze sostanziali: quelle del messaggio politico innanzitutto. Luther King si rivolterebbe nella tomba a sentire Obama parlare degli eccessi delle «discriminazioni positive» e delle sofferenze che a causa di esse hanno subito i bianchi. Per Obama il dramma della povertà negli Stati uniti non è così tragico e urgente come per King. D’altronde, un nero non avrebbe nessuna possibilità di essere eletto presidente degli Stati uniti se non si presentasse come moderato, centrista, anzi un po’ conservatore. La differenza del messaggio si articola in una totale diversità dell’azione politica. Mai Obama sarebbe finito in carcere per una manifestazione. E qui va chiarito un malinteso che in Italia si è diffuso, grazie al – magari involontario – contributo di Rifondazione Comunista, e cioè che la politica della non violenza sia non violenta, sia non conflittuale, dolcetta e in scarpette da sera. In realtà il nome originario della politica della non violenza era «disobbedienza civile» e comportava prigionie, arresti, linciaggi e morti per chi la praticava: basti ricordare, a proposito del Mahatma Gandhi, che la famosa Marcia del Sale fu repressa dagli inglesi nel 1930 incarcerando 80.000 persone; o che il momento culminante della lotta per i diritti civili di Luther King avvenne a Selma, in Alabama, in una domenica del 1965 che non a caso fu chiamata «Bloody Sunday». Insomma, non violenza non vuol dire essere innocui e imbelli.
Marco d’Eramo

4 aprile 1968 – Martin Luther King

Il 4 aprile 1968, dunque 40 anni fa, a Memphis nel Tennessee Martin Luther King fu assassinato con un colpo di fucile (da James Earl Ray).

King aveva cominciato la sua carriera di attivista dei diritti civili durante la lotta contro la segregazione sugli autobus di Montgomery, in Alabama, di cui abbiamo già parlato.

Nel 1963 King aveva guidato la grande marcia per i diritti civili che portò a Washington oltre 250.000 persone. Fu in quell’occasione che King, il 28 agosto, fece il famoso discorso “I have a dream”. Eccolo.

I am happy to join with you today in what will go down in history as the greatest demonstration for freedom in the history of our nation. [Applause]

Five score years ago, a great American, in whose symbolic shadow we stand signed the Emancipation Proclamation. This momentous decree came as a great beacon light of hope to millions of Negro slaves who had been seared in the flames of withering injustice. It came as a joyous daybreak to end the long night of captivity.

But one hundred years later, we must face the tragic fact that the Negro is still not free. One hundred years later, the life of the Negro is still sadly crippled by the manacles of segregation and the chains of discrimination. One hundred years later, the Negro lives on a lonely island of poverty in the midst of a vast ocean of material prosperity. One hundred years later, the Negro is still languishing in the corners of American society and finds himself an exile in his own land. So we have come here today to dramatize an appalling condition.

In a sense we have come to our nation’s capital to cash a check. When the architects of our republic wrote the magnificent words of the Constitution and the declaration of Independence, they were signing a promissory note to which every American was to fall heir. This note was a promise that all men would be guaranteed the inalienable rights of life, liberty, and the pursuit of happiness.

It is obvious today that America has defaulted on this promissory note insofar as her citizens of color are concerned. Instead of honoring this sacred obligation, America has given the Negro people a bad check which has come back marked “insufficient funds.” But we refuse to believe that the bank of justice is bankrupt. We refuse to believe that there are insufficient funds in the great vaults of opportunity of this nation. So we have come to cash this check — a check that will give us upon demand the riches of freedom and the security of justice. We have also come to this hallowed spot to remind America of the fierce urgency of now. This is no time to engage in the luxury of cooling off or to take the tranquilizing drug of gradualism. Now is the time to rise from the dark and desolate valley of segregation to the sunlit path of racial justice. Now is the time to open the doors of opportunity to all of God’s children. Now is the time to lift our nation from the quicksands of racial injustice to the solid rock of brotherhood.

It would be fatal for the nation to overlook the urgency of the moment and to underestimate the determination of the Negro. This sweltering summer of the Negro’s legitimate discontent will not pass until there is an invigorating autumn of freedom and equality. Nineteen sixty-three is not an end, but a beginning. Those who hope that the Negro needed to blow off steam and will now be content will have a rude awakening if the nation returns to business as usual. There will be neither rest nor tranquility in America until the Negro is granted his citizenship rights. The whirlwinds of revolt will continue to shake the foundations of our nation until the bright day of justice emerges.

But there is something that I must say to my people who stand on the warm threshold which leads into the palace of justice. In the process of gaining our rightful place we must not be guilty of wrongful deeds. Let us not seek to satisfy our thirst for freedom by drinking from the cup of bitterness and hatred.

We must forever conduct our struggle on the high plane of dignity and discipline. We must not allow our creative protest to degenerate into physical violence. Again and again we must rise to the majestic heights of meeting physical force with soul force. The marvelous new militancy which has engulfed the Negro community must not lead us to distrust of all white people, for many of our white brothers, as evidenced by their presence here today, have come to realize that their destiny is tied up with our destiny and their freedom is inextricably bound to our freedom. We cannot walk alone.

And as we walk, we must make the pledge that we shall march ahead. We cannot turn back. There are those who are asking the devotees of civil rights, “When will you be satisfied?” We can never be satisfied as long as our bodies, heavy with the fatigue of travel, cannot gain lodging in the motels of the highways and the hotels of the cities. We cannot be satisfied as long as the Negro’s basic mobility is from a smaller ghetto to a larger one. We can never be satisfied as long as a Negro in Mississippi cannot vote and a Negro in New York believes he has nothing for which to vote. No, no, we are not satisfied, and we will not be satisfied until justice rolls down like waters and righteousness like a mighty stream.

I am not unmindful that some of you have come here out of great trials and tribulations. Some of you have come fresh from narrow cells. Some of you have come from areas where your quest for freedom left you battered by the storms of persecution and staggered by the winds of police brutality. You have been the veterans of creative suffering. Continue to work with the faith that unearned suffering is redemptive.

Go back to Mississippi, go back to Alabama, go back to Georgia, go back to Louisiana, go back to the slums and ghettos of our northern cities, knowing that somehow this situation can and will be changed. Let us not wallow in the valley of despair.

I say to you today, my friends, that in spite of the difficulties and frustrations of the moment, I still have a dream. It is a dream deeply rooted in the American dream.

I have a dream that one day this nation will rise up and live out the true meaning of its creed: “We hold these truths to be self-evident: that all men are created equal.”

I have a dream that one day on the red hills of Georgia the sons of former slaves and the sons of former slave owners will be able to sit down together at a table of brotherhood.

I have a dream that one day even the state of Mississippi, a desert state, sweltering with the heat of injustice and oppression, will be transformed into an oasis of freedom and justice.

I have a dream that my four children will one day live in a nation where they will not be judged by the color of their skin but by the content of their character.

I have a dream today.

I have a dream that one day the state of Alabama, whose governor’s lips are presently dripping with the words of interposition and nullification, will be transformed into a situation where little black boys and black girls will be able to join hands with little white boys and white girls and walk together as sisters and brothers.

I have a dream today.

I have a dream that one day every valley shall be exalted, every hill and mountain shall be made low, the rough places will be made plain, and the crooked places will be made straight, and the glory of the Lord shall be revealed, and all flesh shall see it together.

This is our hope. This is the faith with which I return to the South. With this faith we will be able to hew out of the mountain of despair a stone of hope. With this faith we will be able to transform the jangling discords of our nation into a beautiful symphony of brotherhood. With this faith we will be able to work together, to pray together, to struggle together, to go to jail together, to stand up for freedom together, knowing that we will be free one day.

This will be the day when all of God’s children will be able to sing with a new meaning, “My country, ‘tis of thee, sweet land of liberty, of thee I sing. Land where my fathers died, land of the pilgrim’s pride, from every mountainside, let freedom ring.”

And if America is to be a great nation this must become true. So let freedom ring from the prodigious hilltops of New Hampshire. Let freedom ring from the mighty mountains of New York. Let freedom ring from the heightening Alleghenies of Pennsylvania!

Let freedom ring from the snowcapped Rockies of Colorado!

Let freedom ring from the curvaceous peaks of California!

But not only that; let freedom ring from Stone Mountain of Georgia!

Let freedom ring from Lookout Mountain of Tennessee!

Let freedom ring from every hill and every molehill of Mississippi. From every mountainside, let freedom ring.

When we let freedom ring, when we let it ring from every village and every hamlet, from every state and every city, we will be able to speed up that day when all of God’s children, black men and white men, Jews and Gentiles, Protestants and Catholics, will be able to join hands and sing in the words of the old Negro spiritual, “Free at last! free at last! thank God Almighty, we are free at last!”

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Le 7 opere di misericordia

Nella tradizione cattolica (in quella che ci insegnavano al catechismo e che si stampa sulle immaginette) le 7 opere di misericordia sono 14, 7 corporali e 7 spirituali.

Le sette opere di misericordia corporale

  1. Dar da mangiare agli affamati.
  2. Dar da bere agli assetati.
  3. Vestire gli ignudi.
  4. Alloggiare i pellegrini.
  5. Visitare gli infermi.
  6. Visitare i carcerati.
  7. Seppellire i morti.

Le sette opere di misericordia spirituale

  1. Consigliare i dubbiosi.
  2. Insegnare agli ignoranti.
  3. Ammonire i peccatori.
  4. Consolare gli afflitti.
  5. Perdonare le offese.
  6. Sopportare pazientemente le persone moleste.
  7. Pregare Dio per i vivi e per i morti.

Già misericordia è una parola bellissima, vicina al concetto di empatia: nella miseriordia (misereo, “ho pietà” + cor, “cuore”) la misera altrui tocca il nostro cuore, nell’empatia (en, “dentro” + pàthos, “passione”) interiorizziamo passioni e sentimenti altrui.

Per quanto ne so io, le opere di misericordia spirituale sono un’invenzione del clero (anche se devo ammettere che sono molto evocative: “sopportare pazientemente le persone moleste” è un capolavoro), mentre quelle di misericordia corporale trovano un riferimento in un passo del vangelo di Matteo (XXV, 31 ss.). Chi sta parlando è Gesù:

Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra.
Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi.”
Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”
Rispondendo, il re dirà loro: “In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.”
Poi dirà a quelli alla sua sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato.”
Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito?”
Ma egli risponderà: “In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me.”
E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna.

Le 7 opere di misericordia corporale sono rappresentate in un famoso quadro del Caravaggio:

Candelora e giorno della marmotta

Il 2 febbraio, la Candelora.

Premesse pedanti. Secondo la legge mosaica, i primogeniti maschi dovevano essere presentati al tempio:

Quando una donna sarà rimasta incinta e darà alla luce un maschio, sarà immonda per sette giorni; sarà immonda come nel tempo delle sue regole. L’ottavo giorno si circonciderà il bambino. Poi essa resterà ancora trentatré giorni a purificarsi dal suo sangue; non toccherà alcuna cosa santa e non entrerà nel santuario, finché non siano compiuti i giorni della sua purificazione (Levitico12, 2-4).

La festa è anche detta della Purificazione di Maria, perché, secondo l’usanza ebraica, una donna era considerata impura per un periodo di 40 giorni dopo il parto di un maschio e doveva andare al Tempio per purificarsi.

Il tutto si mescola con tre feste romane: il Lucernare (“Si accendono tutte le lampade e i ceri, facendo così una luce grandissima” – Itinerarium 24, 4), i Lupercali e la Februatio (Ovidio, Fasti 2, 19-24, 31-32ss [Gli antenati romani dissero Februe le espiazioni: e ancora molti indizi confermano tal senso della parola. I pontefici chiedono al re e al flamine le lane che nella lingua degli antichi erano dette februe. Gli ingredienti purificatori, il farro tostato e i granelli di sale, che il littore prende nelle case prestabilite, si dicono anch’essi februe. (…) Da ciò il nome del mese, perché i Luperci con strisce di cuoio percorrono tutta la città, e ciò considerano rito di purificazione…]). Giustiniano fissò la data della festa cristiana il 2 febbraio.

La Candelora, per la sua collocazione all’inizio del mese di febbraio, quando le giornate iniziano visibilmente ad allungarsi, è stata oggetto di detti e proverbi popolari di carattere meteorologico, quale ad esempio:

Quando vien la Candelora
dall’inverno semo fora,
ma se piove o tira vento,
nell’inverno semo dentro.

Quello che forse non tutti sanno è che una tradizione simile esiste negli Stati Uniti: il 2 febbraio è il giorno della marmotta (groundhog day). La credenza popolare è che quel giorno la marmotta si svegli dal letargo ed esca dalla tana; ma se vede la propria ombra (perché splende il sole), si spaventa e torna a dormire, e l’inverno durerà ancora 6 settimane (l’avevo scritto al contrario, sbagliando, e ringrazio che mi ha segnalato l’errore).

La credenza popolare è alla base di un bel film con Bill Murray:

Giovanni De Mauro su Internazionale lo racconta così:

Marmotta
Sabato prossimo è il giorno della marmotta. In quello che molti considerano giustamente un capolavoro assoluto della cinematografia contemporanea, Ricomincio da capo, Bill Murray è un giornalista televisivo che viene spedito a Punxsutawney, in Pennsylvania, per un reportage. Il 2 febbraio la marmotta Phil si sveglia dal letargo ed esce dalla tana. A seconda del suo comportamento, si capisce se l’inverno durerà altre sei settimane oppure no. Ma arrivato a Punxsutawney, Bill Murray si ritrova intrappolato in un loop temporale, un incubo senza fine. Il tempo si è bloccato: ogni giorno è il 2 febbraio, la sveglia suona alle sei in punto e dalla radio esce I got you babe. Ogni giorno succedono esattamente le stesse cose, ogni giorno si ripete uguale a quello precedente, senza che Bill Murray riesca a impedirlo. Prodi-Berlusconi-Prodi-Berlusconi: da quindici anni, in Italia, è il giorno della marmotta.

Merda a babordo (ancora sulla caduta di Prodi)

Non sono d’accordo su tutto, e in particolare sulle proposte, ma l’attacco di questo intervento di Jacopo Fo, oltre che divertente, mi apre anche da condividere. Il resto del post lo trovate sul suo blog.

Mi chiedo se veramente dovremo patire un’altra stagione di Berlusconi. Niente Santoro, neanche quel poco che avevamo, la Rai ridotta a un sistema per trovar ragazze piacenti disposte a far pompini ai capi, altri condoni, altre leggi per salvare i capi, il ponte sullo stretto di Messina, i buchi della Tav nelle montagne d’amianto, i nostri soldati che tornano a combattere in Iraq, l’Italia in cima agli obiettivi dei terroristi, le botte nei cortei, il debito pubblico che esplode, gli evasori fiscali che fanno festa, i poveri ancora più poveri e cornuti.
Non credo proprio che l’Italia possa reggere a una nuova cura Berlusconi.
D’altra parte il centrosinistra si è sparato nei coglioni da solo, trascinato dalla peggiore gentaglia che aveva accettato per vincere.
Dini con la moglie condannata per furbate finanziarie, Mastella incriminato con tutta la sua famiglia, Bassolino e Jervolino che fanno sprofondare la Campania nella monnezza.
Una sinistra stupida, che non è stata capace di comunicare niente di quel poco di buono che ha fatto.
Sicuramente il governo Prodi ha eseguito la respirazione bocca a bocca all’Italia e il cuore del Paese ha ripreso miracolosamente a battere.
Ma ha fatto troppo poco.
Difficile dare giudizi. E non è tutta colpa neanche dei politici. L’Italia è proprio spaccata tra onesti e furbi, lavoratori e raccomandati. I partiti rispecchiano questa situazione di stallo.
Nessuno può governare senza scendere a patti con un po’ di furfanti.
È indiscutibile che se Mastella e Dini avessero scelto di stare alle elezioni con la destra non avremmo avuto il governo Prodi e quel che di buono ne è venuto.
Il problema dell’Italia è che Mastella non vede proprio cosa ci sia di male a trafficare per la nomina di un ginecologo. E quasi la metà della sinistra è d’accordo con lui, la destra quasi tutta.
Il centro della questione è che da noi è normale iscriversi a un partito per diventare primario in ospedale. Ed è normale telefonare a un politico per avere una Tac in fretta.
E sia chiaro che con Berlusconi al governo non ci sarà spazio politico per niente.
Il peso del V-Day con Prodi è molto più grande che con Berlusconi che è un lanzichenecco e se ne frega di qualunque cosa.
Il suo referente sono gli italiani che non vogliono pagare le tasse, cosa vuoi che gliene freghi se raccogliamo firme contro gli inquisiti in Parlamento? Lui fa una legge che ti cancella anche le firme con la scolorina.

Eisenstein: una postilla

Anche se forse si può affermare che Eisenstein predicava bene e razzolava male, dal momento che nei suoi film spesso le esigenze artistiche (e la propaganda) fanno premio sulla verità, è attribuita a lui questa citazione (che ho trovato soltanto in inglese):

Not only the result, but the road to it also, is a part of truth. The investigation of truth must itself be true, true investigation is unfolded truth, the disjuncted members of which unite in the result.

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