Harry Potter – Il coming out di Dumbledore

Riporto l’articolo di Maria Laura Rodotà uscito sul Corriere della sera del 21 ottobre 2007:

liberi dall’ipocrisia

E ora tocca alla prof McGranitt

Liberiamoci subito dall’ipotesi malevola. Dell’idea che J.K. Rowling e i suoi editori si aspettassero di vendere (ancora) più copie del settimo e ultimo Harry Potter; e che per stimolarle abbiano lanciato un petardone a scopo pubblicitario. Liberiamocene perché la scrittrice è attualmente più ricca della regina d’Inghilterra; ed è, come si diceva una volta, una sincera democratica. Insomma, se ha dichiarato che Albus Silente è gay, deve averlo fatto per senso civico. Silente è il preside della scuola di magia di Hogwarts, il mentore di Harry, la grande autorità morale dell’intera saga. Nel sesto libro viene ucciso. Nel settimo, Harry Potter e i Doni della Morte, si scoprono molte cose della sua vita e del suo passato; che chi scrive non può raccontare anche se sarebbero utili a spiegare la gayezza del preside. La traduzione italiana uscirà il 5 gennaio prossimo; però sono interessantissime, giuro.

E per insegnare qualcosa ai ragazzini, è probabile. Che quando usano parole come «ricchione» o «busone» (e altre) per offendere qualcuno, insultano anche l’unico adulto a cui forse, se esistesse, darebbero retta. Che è normale essere gay e coraggiosi, gay e carismatici, gay e sprizzanti matura (un po’ decrepita, vabbè) virilità. E poi, l’outing di Albus Silente è un passaggio epocale. Per la prima volta uno degli eroi di una serie di bestseller globali e per di più per ragazzi (vabbè, siamo tutti ragazzi in questi casi) è proclamato omosessuale dall’autore. Ora ce ne saranno altri, forse, e non ci si dovrà accontentare dei battutoni (sempre presenti nella cultura occidentale, da Eurialo e Niso a Batman e Robin). Però. Adesso quand’è che Rowling ci conferma che la prof McGranitt è lesbica? Lo pensiamo in tanti, ci insospettisce la passione per il Quidditch; e anche lei va liberata dall’ipocrisia, che diamine.

Ma insomma (questo si può dire) alla fine la memoria di Silente ne esce prestigiosamente intatta, anzi. E così è altrettanto prestigioso l’outing dell’autrice. Certo, sui blog harrypotteristi si discuteva da anni della presunta omosessualità del preside (mai una fidanzata, e sì che di streghe a Hogwarts ne circolavano). Ma su quei blog si legge qualunque cosa. Magari è andata in un altro modo. Durante un incontro a New York con centinaia di fans, Rowling ha voluto far sapere al mondo che il suo personaggio più rispettato — un anziano intellettuale/mancato statista per scelta, una specie di Carlo Azeglio Ciampi più Sandro Pertini più Norberto Bobbio più lunga barba bianca — aveva inclinazioni sessuali per molti, tuttora, poco rispettabili. Alla faccia loro (di quelli che pensano siano poco rispettabili).

Rumeni, rom e Grillo

Continua il dibattito sul post razzista di Beppe Grillo, ad esempio su www.murderbynumbers.it, un sito che ci piace pensare come apparentato al nostro.

Mi sembra interessante l’opinione di Giovanna Zincone pubblicata oggi da La Stampa:

I rom non ci invidiano
per questo non si integrano

I romeni ovviamente non sono tutti zingari rom e i rom notoriamente non sono tutti romeni. Comunque, la questione dei rom, in particolare se di provenienza romena, scatta spesso al centro del dibattito pubblico. I rom sono alternativamente descritti come parassiti e delinquenti o fragili emarginati. La realtà è più sfumata: ci presenta una minoranza con grossi problemi di integrazione sociale e culturale. I rom sono intrappolati in una cultura caratterizzata non solo da tratti «simpatici», come il rifiuto di lasciarsi stritolare dal lavoro e il gusto per una vita meno costretta nel tempo e nello spazio, ma anche da aspetti spinosi e inquietanti. È una cultura estranea, vista con diffidenza. Il deperimento di tradizionali fonti di sostentamento della popolazione zingara ha aumentato rischi e sospetti. In un’economia che non ripara e non ricicla, gli zingari non possono fare gli arrotini o aggiustare pentole. In un’epoca di grandi parchi giochi e domestici videogiochi, anche il mestiere di giostraio diventa sempre meno redditizio e più «inquinato» da attività parallele. La cultura di una vita «liberata dai vincoli del tempo di lavoro» cozza con il nostro modo di consumare e produrre. Il loro è un costume di vita sempre più difficile da praticare, costretto a trasformarsi.

Molti dei cosiddetti nomadi hanno accettato da tempo la costrizione dello spazio: sono diventati stanziali. I campi sono luoghi in cui si vive per lo più stabilmente. Non si tratta però di camping a 5 stelle. Quelli irregolari sono terribili: ho visto bambini con i piedi nudi nel fango in pieno inverno. Quelli ufficiali, dipende, possono anche produrre un effetto di gaiezza, ma anche lì sono frequenti e gravi le deficienze nei servizi. Molti rom e altre categorie di «pseudonomadi» sono stanziali e cittadini italiani: si stima che lo siano più della metà. Altri sono stranieri, che però vivono qui da generazioni, magari senza permesso di soggiorno. Gli stranieri sono aumentati. In particolare, subito dopo la caduta del regime di Ceausescu e ora con l’ingresso nell’Unione, sono aumentati i rom romeni. Erano persone abituate a vivere in abitazioni periferiche e svolgere lavori poco redditizi, ma sicuri. L’economia di mercato li ha messi in crisi e la loro accresciuta povertà ha attratto aggressioni razziste, di qui l’esodo. A seguito delle diverse ondate i rom di origine romena in Italia dovrebbero aggirarsi oggi intorno ai 50 mila, gli zingari in generale sarebbero circa 160 mila. Non si tratta di dati, ma di stime. Non esiste un’affidabile rilevazione sulla presenza delle minoranze zingare sul territorio nazionale. Non conosciamo l’entità e i caratteri specifici del fenomeno. Tuttavia l’allarme suscitato da nuovi cospicui flussi, seppure anch’essi di entità ignota, i brutti fatti di cronaca, la confusione tra rom e romeni, generano paura e reazioni istantanee.

Ma i problemi connessi alle minoranze zingare erano già sul tappeto da un pezzo. Bambini che non vanno a scuola, che ci vanno in modo discontinuo, che non imparano. Accattonaggio imposto a donne e minori, matrimoni precoci, tirannide dei maschi e degli anziani non sono eccezioni. La trappola d’una cultura che disprezza la routine lavorativa, unita alla perdita di occasioni di lavoro compatibili con questo disprezzo, ha favorito non solo l’accattonaggio, che sconfina talora nel borseggio, ma ha invogliato a intensificare pratiche più pesanti come il furto con scasso.

Il problema non si esaurisce qui. Il fastidio per i banali ritmi del lavoro, unito a un rispetto eccessivo per il lusso, ha condotto una certa componente di zingari a commettere crimini più gravi: traffico di armi e di droga, sfruttamento della prostituzione, aggressione e sequestro di persona. Né i comportamenti diffusi di fastidioso accattonaggio e microcriminalità, né quelli più circoscritti di grave crimine riguardano tutti i rom. E però hanno generato un notevole allarme sociale e dato luogo a un circolo vizioso. È difficile per un rom che voglia cambiare strada, magari lasciando il campo, farlo. Perché è difficile trovare un lavoro e un alloggio. Datori di lavoro e proprietari di casa sono sospettosi. Ma c’è di peggio. Chi vuole lasciare il campo o mandare i figli a scuola, a volte, è minacciato dai boss. Si sono tentate varie strade per contrastare questa situazione: separare i mansueti dai criminali, espellendo o reprimendo questi ultimi. Tuttavia, l’espulsione dei cittadini italiani rom è impossibile e, per quella dei comunitari – come ha osservato il ministro Amato – occorrono modifiche normative. Ai più disponibili sono stati offerti «patti di cittadinanza»: se mandi i bambini a scuola avrai un posto nel nuovo campo che ha dimensioni ridotte ed è ben tenuto. Sono state sperimentate offerte d’istruzione meno costrittive. Sono state offerte alternative di reddito legali: spazi nei mercati e permessi per la vendita di abiti usati e altro materiale di recupero, che gli zingari tradizionalmente raccolgono. Insomma molte soluzioni sono state tentate anche prima dei nuovi arrivi, perché il problema c’era già ed era già grosso. Alcune hanno persino funzionato.

I nuovi arrivi non aprono un problema, complicano un quadro già difficile. Al centro di quel quadro sta un nodo antico e molto duro da sciogliere. Per questa minoranza, ben di più che per la minoranza islamica, il problema non è solo l’integrazione sociale è anche e soprattutto l’integrazione culturale. Il nostro mondo a loro non piace. Dovremmo convincerli che, a comportarsi come noi, non si vive poi troppo male. Non è compito facile. Qualche volta non è facile convincere neanche noi stessi. I secchioni a mille euro al mese, la sparuta squadra di professionisti e top manager esuberanti di soldi e a secco di tempo non suscitano invidia.

Primo Levi – Agli amici – 16 dicembre 1985

Cari amici, qui dico amici
Nel senso vasto della parola:
Moglie, sorella, sodali, parenti,
Compagne e compagni di scuola,
Persone viste una volta sola
O praticate per tutta la vita:
Purché fra noi, per almeno un momento,
Sia stato teso un segmento,
Una corda ben definita.Dico per voi, compagni d’un cammino
Folto, non privo di fatica,
E per voi pure, che avete perduto
L’animo, l’anima, la voglia di vita.
O nessuno, o qualcuno, o forse un solo, o tu
Che mi leggi: ricorda il tempo,
Prima che s’indurisse la cera,
Quando ognuno era ancora un sigillo.
Di noi ciascuno reca l’impronta
Dell’amico incontrato per via;
In ognuno la traccia di ognuno.
Per il bene od il male
In saggezza o in follia
Ognuno stampato da ognuno.

Ora che il tempo urge da presso,
Che le imprese sono finite,
A voi tutti l’augurio sommesso
Che l’autunno sia lungo e mite.

* * *

Primo Levi, il più prosaico dei nostri poeti: la fatica della parola, la goffaggine vinta (e non sempre). Eppure, questa poesia è bellissima.

7 settembre – Battaglia di Borodino

Il 7 settembre 1812, 195 anni fa, si combatté la battaglia di Borodino, a 125 km da Mosca, tra la Grande Armée di napoleone e l’esercito imperiale russo agli ordini del generale Mikhail Kutusov. Fu la più grande battaglia campale combattuta in un sol giorno di tutta la campagna di Russia e di tutte le guerre napoleoniche: vi parteciparono oltre 250.000 uomini. Fu anche la più sanguinosa: le vittime delle due parti sono stimate in almeno 70.000, il che ne farebbe la battaglia più sanguinosa di tutti i tempi. L’esito della battaglia fu incerto sotto il profilo tattico, ma la vittoria strategica arrise ai francesi che dopo pochi giorni entrarono a Mosca.

La battaglia è famosa – o, meglio, è nota a me – per la narrazione di Tolstoj in Guerra e pace. Il principe Andrej vi è ferito a morte.

Il principe Andrej restava in piedi, indeciso. La granata, come una trottola, roteava fumando fra lui e l’aiutante disteso, al confine tra il campo e il prato, presso un cespuglio d’artemisia.
“Possibile che questa sia la morte? – pensava il principe Andrej, e con occhio del tutto nuovo, pieno d’invidia, guardava quell’erba, quell’artemisia, quel filo di fumo che spirava su su da quella turbinante palla nera. – Non posso, non voglio morire: amo la vita, amo quest’erba, quest’aria.” Pensava così e, nello stesso tempo, aveva presente che su lui erano puntati gli sguardi.
“Vergogna signor ufficiale!” si rivolse all’aiutante. “Che modo…”
Non terminò la frase. In uno stesso istante, si sentì un’esplosione, un fischio di schegge, come d’una finestra sfondata, un soffocante odore di polvere, e il principe Andrej si avventò da un lato e, alzando in aria le braccia, cadde bocconi.

La ferita del principe Andrej nella battaglia di Borodino, che si rivelerà mortale, è il corrispettivo della ferita che il medesimo principe aveva ricevuto, 7 anni prima, nella battaglia di Austerliz, ferita che avrebbe potuto essere mortale e non lo fu. Purtroppo, on-line è disponibile soltanto la traduzione inglese di Guerra e pace, e quindi vi dovrete accontentare (il brano che precede l’ho trovato fortunosamente).

“What’s this? Am I falling? My legs are giving way,” thought he, and fell on his back. He opened his eyes, hoping to see how the struggle of the Frenchmen with the gunners ended, whether the red-haired gunner had been killed or not and whether the cannon had been captured or saved. But he saw nothing. Above him there was now nothing but the sky–the lofty sky, not clear yet still immeasurably lofty, with gray clouds gliding slowly across it. “How quiet, peaceful, and solemn; not at all as I ran,” thought Prince Andrew – “not as we ran, shouting and fighting, not at all as the gunner and the Frenchman with frightened and angry faces struggled for the mop: how differently do those clouds glide across that lofty infinite sky! How was it I did not see that lofty sky before? And how happy I am to have found it at last! Yes! All is vanity, all falsehood, except that infinite sky. There is nothing, nothing, but that. But even it does not exist, there is nothing but quiet and peace. Thank God!…”

È per me un brano memorabile. Nel febbraio del 1970 (avevo 17 anni e Guerra e pace non l’avevo letto da molto) mi ruppi una gamba in montagna. Mentre aspettavo che una barella che mi venisse a prendere, guardavo il cielo sereno di quel primo pomeriggio d’inverno (“quel cielo di Lombardia, così bello quand’è bello, così splendido, così in pace”) e mi tornava in mente l’episodio del principe Andrej. Nemmeno io provavo dolore: quando l’osso s’era spezzato, con un rumore secco, avevo pensato si fossero rotti gli sci. La gamba era contorta in una posizione innaturale e non potevo alzarmi: ma finché non provavo a muovermi non sentivo nulla. Guardavo il cielo e ascoltavo le grida dei bambini. Il cielo era davvero alto e maestoso, una cupola immensa. Per un attimo anch’io pensai che dovevo essere grato per quello: un momento, una rivelazione, un privilegio concessi soltanto a me.

“Non esiste nulla, nulla di certo, tranne la vanità di tutto ciò ch’io posso comprendere, e la grandezza di qualche cosa che mi è incomprensibile, ed è più importante di tutto”.

La pioggia nel pineto o sul cappello?

Boris è in villeggiatura in un posto assolutamente inadeguato, in una località climatica (cioè dotata di un clima peculiare): dopo alcuni giorni torridi, da due piove e fa freddo. Quanto alla fauna, le zanzare hanno ceduto il posto alle mosche.

Grazie alla cultura dei suoi figli, due proposte poetiche, una più nota (La pioggia nel pineto di D’Annunzio) e la seconda meno (La pioggia sul cappello, di Luciano Folgore).

La pioggia nel pineto
Gabriele d’Annunzio

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove sui pini
scagliosi ed irti,
piove sui mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
sui ginestri folti
di coccole aulenti,
piove sui nostri volti
silvani,
piove sulle nostre mani
ignude,
sui nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
l’illuse, che oggi m’illude,
o Ermione

Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitio che dura
e varia nell’aria
secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
nè il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancora, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immersi
noi siam nello spirto
silvestre,
d’arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come un foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.

Ascolta, ascolta. L’accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall’umida ombra remota.
più sordo e più fioco
s’allenta, si spegne.
Sola una nota
ancora trema, si spegne,
risorge, treme, si spegne.
Non s’ode voce del mare.
Or s’ode su tutta la fronda
crosciare
l’argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell’aria
è muta; ma la figlia
del limo lontane,
la rana,
canta nell’ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.

Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca
intatta,
tra le palpebre gli occhi
son come polle tra l’erbe,
i denti negli alveoli
son come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
(e il verde vigor rude
ci allaccia i malleoli
c’intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri volti
silvani,
piove sulle nostre mani
ignude,
sui nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m’illuse, che oggi t’illude,
o Ermione.

La pioggia sul cappello
Luciano Folgore

Silenzio. Il cielo
è diventato una nube,
vedo oscurarsi le tube
non vedo l’ombrello,
ma odo sul mio cappello
di paglia,
da venti dracme e cinquanta
la gocciola che si schianta,
come una bolla,
tra il nastro e la colla.
Per Giove, piove
sicuramente,
piove sulle matrone
vestite di niente,
piove sui bambini
recalcitranti,
piove sui mezzi guanti
turchini,
piove sulle giunoni,
sulle veneri a passeggio,
piove sovra i catoni,
e, quello ch’è peggio,
piove sul tuo cappello
leggiadro,
che ieri ho pagato,
che oggi si guasta;
piove, governo ladro!….

L’odi tu? Non è di passaggio
come l’acqua
di maggio,
che sciacqua la terra e la monda.
Sgronda terribilmente;
si sente il blasfemo
di un polifèmo ambulante,
si veggono ninfe e atalante
fuggire in un angiporto;
Plutone più vivo che morto
si pone una nivea pezzuola
sul feltro che cola;
Dïana s’accorcia la tunica
fin quasi all’altezza del femore,
e Dedalo immemore e Marte
con toga a due petti e speroni
s’impalano ai muri con arte
per evitare i doccioni.
Cibele fa segno all’auriga
che incurva il soffietto alla biga,
e monta sul cocchio
mentre la furia di Eolo
le palpa il malleolo
le morde il polpaccio,
si sfibia
d’intorno allo stinco e alla tibia.

Bagnati dal coccige al collo,
dal naso al tallone d’Achille,
fradici fino al midollo,
cugini alle anguille,
nubili d’ombrello,
col solo cappello,
sentiamo che l’ essere anfibî
sarebbe un superbo destino,
te biscia,
io girino,
e liscia la piova del giorno
ci colerebbe d’attorno,
non come a Issïone
che fece la ruota a Giunone,
ma pari al Tritone
cui Teti concesse
– regalo di nume –
di potersi fare
un ampio palamidone
di schiume di mare.

E piove sempre,
sul càmice mio,
sul peplo tuo
colore oramai dell’oblio,
piove sul croceo e l’eburno
del tuo moccichino di seta,
piove sul cromo del mio coturno
che s’impatacca di creta,
piove sopra il cinabro
che t’impomidaura il labro,
piove sui tremuli tocchi
che t’anneriscono gli occhi,
e andiamo d’androne
in androne,
con facce di mascherone,
squadrandoci obliquamente
se qualche pozza lucente
ci specchia e ci invecchia
per farci morir di furore,
Narcisi
dai visi colore
di colla di paglia,
di succo di nastro,
d’impiastro di minio,
di guazzo assassino
di cipria e di cartoncino.

E piove a dirotto
da tutte le nubi,
piove dai tubi
sfasciati
dell’acquedotto
del cielo,
piove sui cani spelati,
piove sul melo e sul tiglio,
piove sul padre e sul figlio,
piove sui putti lattanti
sui sandali rutilanti,
su Pègaso bolso,
su l’orïolo da polso,
piove sul tuo vestitino
che m’è costato un tesauro,
piove sulla salvia e sul lauro
sull’erbetta e sul rosmarino,
piove sulle vergini schive,
piove su Pàsife e Bacco,
piove persin sulle pive
nel sacco.
E piove soprattutto
sul tuo cappello distrutto
mutato in setaccio,
che ieri ho pagato
che adesso è uno straccio,
o Ermïone
che scordi a casa l’ombrello
nei giorni di mezza stagione.

12 Agosto – William Blake e Van Morrison

Il 12 agosto 1827 muore William Blake.

Poco apprezzato in vita (anche perché, diciamolo, era matto come un cavallo), nel 2002 è stato collocato al 38° posto nella classifica dei 100 britannici più grandi di tutti i tempi votata dagli ascoltatori della BBC. William Blake esercita un’influenza particolare su molti autori, a partire da Bob Dylan. Qui parliamo di Van Morrison, che cita Blake in molte sue canzoni.

Per ricordare Blake, due versioni di Summertime in England (da Common One), la prima dal vivo e la seconda con una dichiarazione di poetica dello stesso Morrison.

Can you meet me in the country
In the summertime in England
Will you meet me?
Will you meet me in the country
In the summertime in England
Will you meet me?
We'll go riding up to Kendal in the country
In the summertime in England.
Did you ever hear about
Did you ever hear about
Did you ever hear about
Wordsworth and Coleridge, baby?
Did you ever hear about Wordsworth and Coleridge?
They were smokin' up in Kendal
By the lakeside
Can you meet me in the country in the long grass
In the summertime in England
Will you meet me
With your red robe dangling all around your body
With your red robe dangling all around your body
Will you meet me
Did you ever hear about . . .
William Blake
T. S. Eliot
In the summer
In the countryside
They were smokin'
Summertime in England
Won't you meet me down Bristol
Meet me along by Bristol
We'll go ridin' down
Down by Avalon
Down by Avalon
Down by Avalon
In the countryside in England
With your red robe danglin' all around your body free
Let your red robe go.
Goin' ridin' down by Avalon
Would you meet me in the country
In the summertime in England
Would you meet me?
In the Church of St. John . . .
Down by Avalon . . . .
Holy Magnet
Give you attraction
Yea, I was attracted to you.
Your coat was old, ragged and worn
And you wore it down through the ages
Ah, the sufferin' did show in your eyes as we spoke
And the gospel music
The voice of Mahalia Jackson came through the ether
Oh my common one with the coat so old
And the light in the head
Said, daddy, don't stroke me
Call me the common one.
I said, oh, common one, my illuminated one.
Oh my high in the art of sufferin' one.
Take a walk with me
Take a walk with me down by Avalon
Oh, my common one with the coat so old
And the light in her head.
And the sufferin' so fine
Take a walk with me down by Avalon
And I will show you
It ain't why, why, why
It just is.
Would you meet me in the country
Can you meet me in the long grass
In the country in the summertime
Can you meet me in the long grass
Wait a minute
With your red robe . . .
Danglin' all around your body.
Yeats and Lady Gregory corresponded . . .
And James Joyce wrote streams of consciousness books . . .
T.S. Eliot chose England . . .
T.S. Eliot joined the ministry . . .
Did you ever hear about . . .
Wordsworth and Coleridge?
Smokin' up in Kendal
They were smokin' by the lakeside . . .
Let your red robe go . . .
Let your red robe dangle in the countryside in England
We'll go ridin' down by Avalon
In the country
In the summertime
With you by my side
Let your red robe go . . .
You'll be happy dancin' . . .
Let your red robe go . . .
Won't you meet me down by Avalon
In the summertime in England
In the Church of St. John . . .
Did you ever hear about Jesus walkin'
Jesus walkin' down by Avalon?
Can you feel the light in England?
Can you feel the light in England?
Oh, my common one with the light in her head
And the coat so old
And the sufferin' so fine
Take a walk with me
Oh, my common one,
Oh, my illuminated one
Down by Avalon . . .
Oh, my common one . . .
Oh, my storytime one
Oh, my treasury in the sunset
Take a walk with me
And I will show you
It ain't why . . .
It just is . . .
Oh, my common one
With the light in the head
And the coat so old
Oh, my high in the art of sufferin' one . . .
Oh, my common one
Take a walk with me
Down by Avalon
And I will show you
It ain't why . . .
It just is.
Oh, my common one with the light in her head
And the coat so fine
And the sufferin' so high . . .
All right now.
Oh, my common one . . .
It ain't why . . .
It just is . . .
That's all
That's all there is about it.
It just is.
Can you feel the light?
I want to go to church and say.
In your soul . . .
Ain't it high?
Oh, my common one
Oh, my storytime one
Oh, my high in the art of sufferin' one
Put your head on my shoulder . . .
And you listen to the silence.
Can you feel the silence?

Nei boschi eterni

Vargas, Fred (2006). Nei boschi eterni (Dans les bois éternels). Torino: Einaudi. 2007.

Siamo arrivati, per il momento, alla fine di questa fatica. Ci pensate, nel giro di poco più di una settimana sono arrivato a concludere due cicli, Harry Potter e la Vargas (L’uomo a rovescio, Chi è morto alzi la mano, Io sono il Tenebroso, Parti in fretta e non tornare e Sotto i venti di Nettuno).

Per quanto riguarda la Vargas, ne valeva la pena? Direi proprio di sì, anche se – come vi ho detto subito – non sono un appassionato di polizieschi.

Come la Vargas costruisce il suo meccanismo narrativo è abbastanza chiaro: parte, per così dire, dal fondo. Anche se, mi pare, rispetta tutte le regole canoniche (a differenza di Gianni Mura). Il personaggio su cui tutti i sospetti si accumulano non può essere il colpevole; resta soltanto quel “qualcun altro” di cui non si spiegherebbe, altrimenti, la presenza nel romanzo. La vecchia storia che se, all’inizio del libro, c’è un’arma letale appesa a una parete, prima o poi dovrà sparare…

Ma i pregi della Vargas non stanno tanto nella vicenda, quanto nei personaggi, che prendono libro dopo libro più spessore. Adamsberg, la mitica Violette Retancourt, Danglard; persino gli altri comprimari. Ci siamo affezionati, ci sembra di conoscerli, ognuno di noi lettori affezionati (l’ho verificato) li proietta su qualche amico o conoscente: mi sembra un gran bel risultato per uno scrittore.

In più ci sono dei piccoli aforismi memorabili, disseminati qua e là. Una cosa così francese, da grande scrittore dell’Ottocento o del primo Novecento. La mia scelta:

Come tutti i duri, non ha resistenza. È il principio della noce. Premi, e si rompe. Provi, invece, a rompere del miele. [p. 170]

– L’amore, Ariane, è l’unica battaglia che si vince indietreggiando.
– Chi è l’idiota che l’ha detto? Tu?
– Bonaparte, e non era l’ultimo degli strateghi.
– E tu, tu cosa fai?
– Indietreggio. C’è poco da scegliere. [p. 120]

Amore inalterabile, come lo sono gli amori non consumati. [p. 100].

Quest’ultima è così bella che ve la metto anche in francese (anche se la traduttrice, Margherita Botto, questa volta à bravissima):

Amour inaltérable, comme il en va de celles qui ne sont pas consommées.

Di sapore veramente proustiano (l’amore non corrisposto, cioè l’amore… – se non ricordo male). E mi accorgo anche che si legge sempre un libro con le sensibilità del momento (We don’t see things as they are, we see things as we are).

10 agosto – Pascoli

Il 10 agosto 1867 (esattamente 140 anni fa) fu assassinato con un colpo di schioppo alla fronte Ruggero Pascoli, il padre del poeta Giovanni (che aveva all’epoca 12 anni). Si ignora il motivo dell’esecuzione, ma si sospetta il movente politico, dal momento che Ruggero faceva l’amministratore dei poderi agricoli (oltre 100) della tenuta della nobile famiglia Torlonia. Pare siano stati i repubblicani, tuttora ben rappresentati in Romagna (non i comunisti, che non c’erano ancora e che comunque avrebbero mangiato il nostro Giovannino e le sue sorelle; si esclude anche la pista islamica).

Gli alunni di una scuola hanno ricostruito la vicenda e io saccheggerò il loro testo, concedendomi qualche libertà:

La mattina del 10 agosto Ruggero Pascoli sta per partire per uno dei suoi viaggi quotidiani.

Oggi non va a visitare uno dei poderi della tenuta: la mietitura e la trebbiatura sono appena terminate e il grano è al sicuro nei sotterranei della Torre. Ora i contadini sono impegnati nell’aratura delle stoppie e i buoi da lavoro sono insufficienti. Ruggero va per mercati per acquistarne altri. Prima va a Gatteo alla fiera di San Lorenzo e poi a Cesena al mercato.

Sella la sua cavallina preferita, la storna (dal mantello nero a macchie di peli bianchi disposti a grappolo), e la aggioga a un calessino leggero e scoperto: il cielo è sereno, la giornata calda.

Le due figlie, Margherita e Mariù, fanno i capricci: hanno fatto un brutto sogno, piangono e supplicano il padre di portarle con sé o di non partire. Ruggero le tranquillizza con una carezza e la promessa di un “bilin” (regalino).

Arriva a Gatteo e compie i suoi affari di amministratore, tratta l’acquisto del bestiame da lavoro. A una bancarella della fiera compra due bambole di pezza variopinta per le figlie e le mette sul calesse. Niente per Giovanni (e se fosse lui, il mandante?).

Da Gatteo a Gambettola per strade interne e di qui a Cesena per la Via Emilia. Arrivato in città lascia la storna alla stalla dietro la Rocca. Dopo il giro al mercato torna alla stalla: fieno, acqua fresca e una bella strigliata per la storna; trippa, pane fresco e Sangiovese per Ruggero. Anche la cavalla si sente discriminata, e infatti non alzerà uno zoccolo per difendere il padrone.

Infine torna verso casa. Deve andare a Savignano a sbrigare un’ultima faccenda e percorre quindi la via Emilia. Ecco la Villa di Gualdo, poi c’è la pieve di San Giovanni in Compito dove la Via Emilia fa una piccola curva proprio sul bivio che a destra porta verso Longiano e a sinistra passa davanti alla chiesetta per poi proseguire per Gatteo. Davanti, in lontananza, le case di Savignano.

All’improvviso, l’agguato. Uno o due sicari. Unica testimone, la cavallina storna.

Anche senza guida, prosegue verso Savignano sulla strada ben nota, mentre il suo padrone si sta spegnendo. Arrivata al ponte romano sul Rubicone, all’ingresso di Savignano, un passante lo riconosce. Docilmente la storna si lascia condurre all’ospedale “Santa Colomba”, vicino alla chiesetta della Madonna Rossa. All’arrivo Ruggero Pascoli è già morto.

Sul calesse le bambole sono intrise di sangue.

 

X agosto

San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l’aria tranquilla
arde e cade, perché si gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.

Ritornava una rondine al tetto:
l’uccisero: cadde tra i spini;
ella aveva nel becco un insetto:
la cena dei suoi rondinini.

Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell’ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.

Anche un uomo tornava al suo nido:
l’uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono.

Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.

E tu, Cielo, dall’alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d’un pianto di stelle lo inondi
quest’atomo opaco del Male!

 

La cavallina storna

Nella torre il silenzio era già alto,
Sussurravano i pioppi del Rio Salto.
I cavalli normanni alle lor poste
frangean la biada con rumor di croste
Là in fondo la cavalla era, selvaggia,
nata tra i pini su la salsa spiaggia;
che nelle froge avea del mar gli spruzzi
ancora, e gli urli negli orecchi aguzzi.
Con su la greppia un gomito, da essa
era mia madre; e le dicea sommessa:
“O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;
tu capivi il suo cenno ed il suo detto!
Egli ha lasciato un figlio giovinetto;
il primo d’otto tra miei figli e figlie;
e la sua mano non toccò mai briglie.
Tu che ti senti ai fianchi l’uragano,
tu dài retta alla sua piccola mano.
Tu ch’hai nel cuore la marina brulla,
tu dài retta alla sua voce fanciulla”.
La cavalla volgea la scarna testa
verso mia madre, che dicea più mesta:
“O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;
lo so, lo so, che tu l’amavi forte!
Con lui c’eri tu sola e la sua morte.
O nata in selve tra l’ondate e il vento,
tu tenesti nel cuore il tuo spavento;
sentendo lasso nella bocca il morso,
nel cuor veloce tu premesti il corso:
adagio seguitasti la tua via,
perché facesse in pace l’agonia…”
La scarna lunga testa era daccanto
al dolce viso di mia madre in pianto.
“O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;
oh! due parole egli dové pur dire!
E tu capisci, ma non sai ridire.
Tu con le briglie sciolte tra le zampe,
con dentro gli occhi il fuoco delle vampe,
con negli orecchi l’eco degli scoppi,
seguitasti la via tra gli alti pioppi:
lo riportavi tra il morir del sole,
perché udissimo noi le sue parole”.
Stava attenta la lunga testa fiera.
Mia madre l’abbracciò su la criniera
“O cavallina, cavallina storna,
portavi a casa sua chi non ritorna!
a me, chi non ritornerà più mai!
Tu fosti buona… Ma parlar non sai!
Tu non sai, poverina; altri non osa.
Oh! ma tu devi dirmi una una cosa!
Tu l’hai veduto l’uomo che l’uccise:
esso t’è qui nelle pupille fisse.
Chi fu? Chi è? Ti voglio dire un nome.
E tu fa cenno. Dio t’insegni, come”.
Ora, i cavalli non frangean la biada:
dormian sognando il bianco della strada.
La paglia non battean con l’unghie vuote:
dormian sognando il rullo delle ruote.
Mia madre alzò nel gran silenzio un dito:
disse un nome… Sonò alto un nitrito.

Anaïs Nin

Non ho mai amato molto Anaïs Nin (a parte il nome, bellissimo), ma oggi ho trovato questa citazione, che mi pare molto profonda:

“We don’t see things as they are, we see things as we are.”

Pubblicato su Citazioni. 3 Comments »

Ursula

Non vi dico niente, ma chi la conosce saprà di chi sto parlando…

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